Tuttx liberx, morte ai ricchi

Guardare alle rivolte di questi tempi con i giusti occhi non è compito facile. Ancor meno facile è il riuscire a farne un’analisi che sia lucida rispetto le motivazioni e le tensioni di chi vi ha partecipato..
La piazza che si è presentata a Torino, così come in altre città, è una piazza piena delle sue contraddizioni, di limiti, priva (o almeno così si suol dire) di contenuti politici… Eppure è innegabile la connotazione di classe. Sia quella attribuita dai giornali alle giovani persone rivoltose (appellandole come le persone delle baenlieue), sia quella che chi era li ha potuto osservare e sentire e che la stessa teppa in qualche modo si rivendica.. Al grido di “ricchi di merda vi è piaciuta la casa in centro!”, al suono delle vetrine di un negozio che si spezzano e crollano, lasciando che un fiume entri a riprendersi ciò che gli è stato sempre negato. Perché come ha giustamente detto un anonimo ragazzo intervistato da una radio locale “io non dico che sia giusto ma se quei pantaloni, che ti dicono che devi assolutamente avere in questa società, tu non potrai mai permetterteli… è normale che te li prendi”. Il giorno dopo l’indignatx cittadinx (e con lxi anche alcunx individualità che di media nei social si dicono “di movimento”) griderà allo scandalo e alla tragedia per qualche coccio di vetro per terra, un po’ di borse rubate e qualche danno collaterale ai dehors dei bar del centro. Qualcunx, come al solito, dirà che spaccare le vetrine è sbagliato perché allontana le persone dalle giuste motivazioni delle manifestazioni. Pochx di questx avranno realmente preso parte alla piazza. Ancor meno saranno mai state in una manifestazione in vita loro. Eppure, dal caldo della loro tastiera e dalla sicurezza del proprio profilo social, da sinistra a destra abbiamo potuto osservare il popolino farsi gonfio d’indignazione per quanto successo. Commercianti e Fascisti del nuovo millennio intanto giocheranno l’arduo ruolo del trapezista e, miracolosamente, cercheranno ancora di cavalcare sia la disapprovazione sociale, sia la rabbia della teppa. La stampa in tutto questo marasma di voci, persone e gruppi non sa più bene dove volgere lo sguardo così decide di buttare tutto in caciare dando un po’ la colpa a chiunque (i noti immigrati fascisti dei centri sociali???) ma stranamente ammettendo che questa volta non si possa assolutamente parlare di una qualche regia in piazza. Non si corre al complottismo mediatico in cui pericolosi anarchicx (anche quando si parla di aree di movimento che poco hanno a che vedere con l’idea anarchica) stanno cercando di fomentare le rivolte ma scrivono, se pur timidamente, che non si sa. che la digos indaga. che gli inquirenti inquerentano… Insomma. Lo stato brancola nel buio. Noi anche.

Tra le cose “evidenti” (a mio avviso ovviamente) c’è una totale assenza di lavoro reale nei quartieri più marginali. Per quanto negli anni vi siano stati differenti collettivi e gruppi che hanno concentrato le loro lotte e le proprie tensioni nei confronti di chi, esclusx dalle politiche sociali di questo paese si è trovatx completamente ai margini. Nonostante anni di lotte, rivolte, picchetti, resistenze, occupazioni e manifestazioni bisogna ammettere che il cosiddetto movimento è rimasto a urlarsi da solo addosso e a crogiolarsi dei risultati ottenuti (ma che non hanno avuto alcun effetto reale)… Intanto (per fortuna) giovani rivoltosx, ignorando totalmente “il movimento” o addirittura schifandolo e pur non essendosi mai affacciate ad una piazza o non avendo mai preso parte ad un “riot” ci supera a sinistra. La polizia non sa come reagire. La piazza esplode nella rabbia di chi è stancx delle scelte di governo, di una vita di stenti, di dover apparire sempre perfettx ed “in tiro”. Si vedono giovani vestitx di tutto punto lanciarsi in grida di gioia mentre corrono contro la polizia in assetto anti-sommossa. Mentre distruggono dehors per costruire barricate, bloccando la polizia in diversi punti e cercando di attaccare ancora. La fiumara di gente non ha né capo, né coda. Non ha un corpo perfetto o una strategia… Persone ben coperte in volto si dirigono in tutte le direzioni, piccoli gruppi si formano e sciolgono in pochi attimi. Quando la polizia carica dietro un angolo la gente fugge veloce ma si ricompatta in diversi punti e attacca ancora. Gli agenti a fine serata sono sfiancati. La piazza non è durata molte ore. Gli sbirri riescono a disperdere i/le manifestanti in diverse vie e la piazza si svuota. Stranamente non partirà questa volta (come spesso accade) una caccia all’uomo da parte di digos e agenti in borghese. Chi quella notte è scesx in piazza riesce ad andarsene più o meno al sicuro girando per le vie del centro. La situazione dopo gli scontri è surreale. Giovani bardatx girano indisturbatx, mentre lontane le forze preposte a mantenere l’ordine osservano impotenti ma meditando forse vendetta.

Nei giorni successivi spunteranno altri appuntamenti. I toni della stampa ovviamente saranno per lo più composti da grida d’allarme. Creando ovviamente un clima di terrore. Immagini di negozianti che impauritx chiudono le proprie attività, mentre la celere e agenti in borghese riempiono le vie dei centri cittadini. Ora che l’ordine costituito si ritrova a dover emanare restrizioni palesemente a favore di padroni e industriali (ma ai danni delle vite di sfruttatx ed esclusx) a colpi di DPCM. Mentre la “classe” dirigente invita alla calma. Le persone impaurite dal clima venutosi a creare disertano le chiamate. O almeno così la stampa vorrebbe venderci la notizia. Vorrebbe dirci che imprenditori e commercianti hanno giustamente manifestato (sventolando bandiere italiane e chiedendo ai propri aguzzini una morte più rapida forse) mentre le individualità criminali che hanno messo in questi giorni a ferro e fuoco le città e le vie del centro sono scomparse. Non una parola su gruppi di giovani che girano per il centro in attesa che qualcosa accada. Niente rispetto Rider che continuano i loro scioperi e manifestazioni. Nulla riguardo chi reclusx nei CPR o nelle galere continua ogni giorno a lottare per la propria sopravvivenza. Mentre lo Stato ci dipinge un immaginario d’obbedienza e restrizioni, mentre i suoi pennivendoli ci descrivono la paura e l’ansia di morire, mentre agenti scandagliano le nostre vite ed i nostri rapporti personali andando ad arrestare molti mesi dopo sia alcunx compagnx in quel di Firenze (per gli scontri avvenuti il 30/10/20) sia diversx giovani accusatx di aver preso parte ai riot di Torino, noi vogliamo ancora ritrovarci nelle strade. Vogliamo ancora urlare di rabbia e vogliamo ancora assaltare il cielo ridendo. Perché alla domanda “se non ora quando” la risposta che più viene istintiva è “sempre!”. Non saremo politicanti in attesa di un tempo maturo e strategie migliori. Saremo vento, saremo tempesta.

Burn this way

copertina burnthiswayRiceviamo e diffondiamo questo interessante contributo scritto da unx compagnx sulla Ballroom culture, spesso chiamata anche “house culture”.
è una comunità clandestina abitata da persone nere e latine LGBTQIA+.
Va ricordato che con Ballroom culture è incluso anche un simile fenomeno avvenuto nella comunità bianca intorno già agli anni ’20, seppur con differenze abissali. Innanzitutto, la classe sociale che la abitava, che era sicuramente più in alto delle Black ball, e in secondo luogo nelle ball bianche, le poche nere che accedevano erano spesso costrette al white-face

 

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La riproduzione della quotidianità

La quotidianità delle persone di una tribù riproduce, o perpetua, la tribù stessa. Questa riproduzione non è solo fisica, ma anche sociale. Attraverso le loro attività quotidiane le persone della tribù non si limitano a riprodurre un gruppo di esseri umani, ma riproducono una tribù, cioè una particolare forma sociale all’interno della quale questo gruppo di esseri umani svolge attività specifiche in un determinato modo. Le attività specifiche delle persone non sono il risultato delle caratteristiche “naturali” delle persone che le svolgono, il modo in cui la produzione di miele è il risultato della “natura” di un’ape. La vita quotidiana messa in atto e perpetuata dalle persone della tribù è una risposta sociale specifica a particolari condizioni materiali e storiche.

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Schizo genesis // Mad-Apocalypse

Traduciamo questa zine perché riteniamo necessario ora più che mai discutere collettivamente di ciò che viene definita la “follia” ai giorni nostri e nei nostri ambienti. Attraverso questo scritto di Sasha Durakov andiamo ad esplorare quella che è la storia di ciò che nel tempo è stata definita “follia” e dei suoi trattamenti. Consci che non sta a noi determinare cosa sia la “follia”, del nostro privilegio di essere “classificatx” come “sanx”, vogliamo comunque con questo testo cercare di dare un piccolo contributo ad un dibattito che vede coinvolte anche le nostre relazioni sociali e il nostro modo di vedere l’esistente.

“La follia continuerà a nominare la maschera che il cittadino democratico tiene addosso per dare un volto al vuoto che lo circonda finché lui, il razionale cittadino democratico, sosterrà la sua esistenza nominando gli altri come pazzi. Questa follia persisterà fino a diventare una molteplicità radicale, un dispiegarsi senza fine di razionalità sempre incomplete, così diverse eppure così vicine tra loro che si impediscono l’una all’altra, sequenzialmente e spazialmente, la loro interezza. La questione della follia ci invita ad avvicinarci all’aldilà, ma non all’aldilà, bensì a tutti gli oltre, che non raggiungeremo mai completamente. Né una persona né un modello di comportamento, la follia è l’altro lato con cui flirtiamo al limite del nostro nulla.”

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Lettere anticarcerarie – Sostenere le persone dietro le sbarre!

In tutto il mondo le persone vengono rinchiuse per le proprie lotte politiche o sociali. Queste persone in molti casi sono lasciate sole all’interno del sistema carcerario che cerca di farle crollare con tutto il potere che ha. Tuttavia scrivere lettere alle persone detenute potrebbe essere una di quelle piccole pagliuzze che riusciranno a tirar fuori la persona dall’apparato repressivo dello Stato.

Vi esortiamo a scrivere lettere alle persone detenute per aiutarle a sopravvivere alle difficoltà della prigione!

Questo video è il risultato del lavoro di collaborazione tra i gruppi Anarchist Black Cross Dresden e Anarchist Black Cross Umeå. È stato creato in occasione per la Settimana di Solidarietà con i/le Prigionierx Anarchicx 2020 (23-30 agosto).

Queer Fire

copertinaGli anni 70, i cosiddetti anni di piombo, hanno visto la fioritura di una molteplicità di pratiche, idee e pensieri, che vanno a comporre un multiforme movimento rivoluzionario mondiale che per una ventina d’anni scosse tutto la terra.
Conosciamo a menadito le gesta di gruppi guerriglieri quali la RAF tedesca, le BR italiane, partiti “dell’insurrezione” quali il Black Panther Party o Potere Operaio in Italia, lotte diffuse quali Autonomia Operaia o Action Directe, eppure intorno a questa caotica storia si dimenticano tanti movimenti che si proponevano di cambiare l’esistente partendo dalla stessa strutturazione delle loro lotte.
La Brigata George Jackson è un gruppo di guerriglia urbana che fra il 1975 e il 78 mette a segno una serie di azioni armate capaci di scuotere a fondo la società americana.
Ideologicamente vari/e, con un parte di militanti anarrchicx e una comunistx, avevano un’organizzazione non gerarchica e strutturata per affinità, un modello simile alle Angry Brigades e ad Azione Rivoluzionaria ma non solo: la BGJ è una delle prime strutture organizzate in cui la lotta queer e quella contro le carceri diventano inscindibili.
Con un gruppo dirigente formato in larga parte da donne-lesbiche e da individualità non cisgenere, la BGJ porta subito come critica pratica la segregazione delle persone non binarie nella “più grande democrazia del mondo”, la stessa che pochi anni prima si era trovata a scappare dai sassi gettati dalle persone trans durante i moti di Stonewall.
Il fatto che un percorso del genere sia oggi dimenticato non ci fa stupire: da una parte è interesse di chi fa pinkwashing di creare una storia LGBTQ pacificata, colorata e “gaia”, che solo in Stonewall ha un suo momento di rabbia da inserire però in un contesto temporale ben determinato, dall’altra vediamo i/le militanti di professione preferire parlar di storie che non mettano in dubbio i loro privilegi di genere o di sessualità.
A noi, cui piace mettere in dubbio tutto, preme disseppellire dalle sabbie del tempo una storia di lotta breve ma intensa, un’ascia di guerra che ancora oggi danneggia galere e omofobi.

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Solidarietà Rivoluzionaria

IL SANGUE AGLI OCCHI
Quest’opuscolo che abbiamo tradotto risale all’ormai lontano 2013.
Tante cose sono cambiate e tante sono le differenze oggettive fra chi l’ha stilato- unx compagnx anarchicx statunitense- e noi che andiamo a leggerlo, ma il casus belli è simile: nel conflitto di classe perennemente in corso, non passa giorno in cui i padroni e i loro sgherri umiliano, sfruttano, detengono e infine uccidono chi è più “debole” in questa società.
E non passa giorno in cui questi soggetti “deboli” non rispondono alla violenza con la violenza.

La domanda che si pongono gli autori / le autrici è una domanda ineludibile ormai nel mondo anti-autoritario: che ruolo abbiamo noi nelle lotte delle classi oppresse?

Finiti i tempi in cui erano anarchici e anarchiche o comunisti e comuniste a soffiare sul fuoco delle rivolte, oggi la scelta è fra il guardare come uno spettacolo qualsiasi le rivolte degli/delle oppressx o parteciparvi.

Ma come?….

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Il movimento anarchico in Giappone

Non molti giorni or sono ci è capitato sotto mano quest’opuscolo, scritto dal britannico John Crump, sul movimento anarchico giapponese, riedito dalla federazione comunista anarchica giapponese nel ‘96.
Abbiamo pensato subito che potesse essere un buono spunto per informarsi su ciò che compagne e compagni facevano in altre latitudini del mondo, ribaltando per quanto possibile un eurocentrismo molto presente nell’informazione e nella storiografia anti-autoritaria “di movimento”.
Come ogni buon libro di approfondimento storico, non pretende di asserire verità o di indicare le linee da seguire, e molto spesso- a partire dall’introduzione dei/delle compagnx- ci siamo trovatx a “storcere il naso” su alcune prese di posizione. Malgrado questo crediamo possa essere un buon contributo per la riscoperta di storie che verrebbero altrimenti seppellite e- perchè no?- uno spunto per ampliare i nostri orizzonti.
Buona lettura.

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Al fianco di chi lotta

In questi giorni di coprifuoco ed epidemie, molte e molti di noi sono costrettx a stare a casa, oppure a lavorare rischiando di ammalarsi. Il resto delle nostre vite, compresi gli spazi di socialità, conoscenza, aggregazione e organizzazione ci è precluso. Barattiamo, più o meno volentieri, pezzi della nostra libertà per la sicurezza di tuttx.
Altre persone, ancora, sono recluse nelle carceri, veri e propri focolai del virus, oltre che luoghi di tortura, privazione e morte. Li hanno dato vita a una lunga serie di rivolte, che tutt’oggi continuano, per reclamare con forza la propria esistenza.
In questo momento, essendo impossibile organizzare benefit, concerti e discussioni, siamo costrettx a concentrarci su strumenti online per continuare a sostenere compagne e compagni rinchiusx nelle carceri.
Quindi che voi siate a casa o che voi siate al lavoro quello che potete fare è, tra le altre cose,  acquistare su bandcamp le copie digitali delle nostre coproduzioni e delle nostre compilation, tutti i proventi che non coprono le spese arretrate saranno dati, come sempre, a compagne e compagni reclusx e in lotta.

distrozione.bandcamp.com

La scelta di non effettuare spedizioni fino a che la pandemia non sarà stata arginata è una scelta prettamente politica. Siamo profondamente convintx che le misure adottate dallo Stato per far fronte all’emergenza sanitaria non siano adeguate, siano misure per così dire di facciata, che dimostrano ancora una volta e ora più che mai, quali sono i primari interessi dello Stato e quali sono le logiche che sottendono alle sue scelte.

Abbiamo fin dall’inizio diffidato dell’efficacia reale dei provvedimenti e ci siamo fin da subito interrogatx se essi fossero un duro ma necessario prezzo da pagare per impedire la diffusione del coronavirus, o se al contrario essi fossero inadeguati alla tutela della salute pubblica da una parte, e se non avessero troppi effetti collaterali dall’altra.

Ora, senza la pretesa di avere l’ultima parola o la soluzione in tasca, possiamo dire che i nostri dubbi erano fondati.
Ci appare chiaro come gli interessi economici tutelati da Confindustria e non la salute delle persone siano riconosciuti legittimi e prioritari dal Governo. Solamente i settori essenziali (agro-alimentare, farmaceutico, sanitario e socio-assistenziale) dovrebbero proseguire l’attività; al contrario scopriamo, senza stupirci, che il DPCM del 22 marzo (nello specifico lettera D, comma 1, articolo 1) evita di nominare tutte quelle attività che, fornendo beni e servizi strumentali utili al funzionamento delle attività fondamentali e dunque protette, possono continuare la produzione. Questo allargamento delle maglie, che esonera interi comparti dall’applicazione del Decreto, viene invece demandato a una comunicazione al Prefetto, attraverso una sorta di autocertificazione delle imprese, determinando di fatto una «liberalizzazione completa di tutte le attività economiche-produttive». In attesa della risposta prefettizia l’attività può proseguire indisturbata la produzione, e nel caso avesse dichiarato il falso, non subirebbe alcuna ripercussione o sanzionamento.

E’ chiaro che se l’industria non essenziale (ricordiamo ad esempio che lo stabilimento di Leonardo che fabbrica gli F35, non molto utili per far fronte ad un’epidemia, rimane aperto e operativo) non accenna a fermarsi, esponendo al rischio contagio lavoratori e lavoratrici e le loro famiglie. Militarizzare i quartieri e terrorizzare la popolazione con dispositivi di controllo sociale sempre più raffinati e pervasivi non è un buon modo per arrestare morti e contagi.

L’eccessiva responsabilizzazione degli individui non solo fa perdere di vista i problemi sistematici che questa crisi fa emergere in maniera lampante, non solo si sta dimostrando inefficace nell’arginare la crisi sanitaria, ma ha degli “effetti collaterali” devastanti sulla salute, intesa in senso lato, delle persone. Le oppressioni sistematiche che affliggono intere categorie sociali in questo momento si acuiscono più che mai; ne citiamo qui solamente alcune, lasciando ad altre sedi l’analisi approfondita di ciascuna di esse: sono centinaia le chiamate che i centri antiviolenza ricevono da parte di donne costrette a condividere lo spazio con loro aggressore, i casi di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) sono decuplicati nel corso delle prime due settimane di quarantena, le persone senzatetto e senza fissa dimora vengono sanzionate per non avere una casa.
Le retate nei quartieri popolari aumentano in numero e violenza, e spesso sono dirette verso le persone meno abbienti e costrette a vivere in bugigattoli poco salubri.
“Per contenere il covid-19” le soggettività migranti vengono rinchiuse in campi come quelli bosniaci privi di acqua e luce, o nei CPR dove non vengono garantite loro le minime precauzioni sanitarie; contro le stesse inumane condizioni i reclusi e le recluse si rivoltano all’interno delle carceri ma le loro grida vengono silenziate da un’ulteriore stretta repressiva: l’amnistia paventata con il decreto svuotacerceri sembra non interessi più chi i decreti li emana e li firma.
Infine ricordiamo l’efficacissima misura del Governo a sostegno di lavoratori e lavoratrici precari.e: 600 euro che si accaparra chi ha il dito più lesto e la connessione internet migliore: il clickday è un provvedimento non universalistico che non fa altro che acuire le discriminazioni di classe. Chi lavora in nero, con partita IVA, chi lavora nello spettacolo, nella ristorazione, non percepisce alcuno stipendio e, al di fuori dei 600 euro, nessun reddito: non dobbiamo né stupirci né militarizzare i supermercati se questi vengono assaltati da chi, non venendo pagatx, non può pagare.
Una di queste categorie a cui non è consentito fermarsi e la cui salute è considerata sacrificabile è quella dei fattorini. Speriamo di essere statx abbastanza chiarx nello spiegare le ragioni politiche dietro la scelta di sospendere momentaneamente le consegne.

Ripetiamo che i volti dell’oppressione capitalista sono centinaia e che ci troviamo impossibilitatx a sviscerare in questa sede ciascuno di essi. Crediamo tuttavia che sia importante avere una visione d’insieme in un momento come questo in cui la crisi sanitaria ed economica priva il sistema capitalista della sua maschera democratica. Sfruttiamo la fase di frattura per evidenziare vessazioni e sfruttamento, tessere reti di solidarietà, organizzarci insieme e creare momenti di rottura con l’esistente.