Queer Fire

copertinaGli anni 70, i cosiddetti anni di piombo, hanno visto la fioritura di una molteplicità di pratiche, idee e pensieri, che vanno a comporre un multiforme movimento rivoluzionario mondiale che per una ventina d’anni scosse tutto la terra.
Conosciamo a menadito le gesta di gruppi guerriglieri quali la RAF tedesca, le BR italiane, partiti “dell’insurrezione” quali il Black Panther Party o Potere Operaio in Italia, lotte diffuse quali Autonomia Operaia o Action Directe, eppure intorno a questa caotica storia si dimenticano tanti movimenti che si proponevano di cambiare l’esistente partendo dalla stessa strutturazione delle loro lotte.
La Brigata George Jackson è un gruppo di guerriglia urbana che fra il 1975 e il 78 mette a segno una serie di azioni armate capaci di scuotere a fondo la società americana.
Ideologicamente vari/e, con un parte di militanti anarrchicx e una comunistx, avevano un’organizzazione non gerarchica e strutturata per affinità, un modello simile alle Angry Brigades e ad Azione Rivoluzionaria ma non solo: la BGJ è una delle prime strutture organizzate in cui la lotta queer e quella contro le carceri diventano inscindibili.
Con un gruppo dirigente formato in larga parte da donne-lesbiche e da individualità non cisgenere, la BGJ porta subito come critica pratica la segregazione delle persone non binarie nella “più grande democrazia del mondo”, la stessa che pochi anni prima si era trovata a scappare dai sassi gettati dalle persone trans durante i moti di Stonewall.
Il fatto che un percorso del genere sia oggi dimenticato non ci fa stupire: da una parte è interesse di chi fa pinkwashing di creare una storia LGBTQ pacificata, colorata e “gaia”, che solo in Stonewall ha un suo momento di rabbia da inserire però in un contesto temporale ben determinato, dall’altra vediamo i/le militanti di professione preferire parlar di storie che non mettano in dubbio i loro privilegi di genere o di sessualità.
A noi, cui piace mettere in dubbio tutto, preme disseppellire dalle sabbie del tempo una storia di lotta breve ma intensa, un’ascia di guerra che ancora oggi danneggia galere e omofobi.

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Solidarietà Rivoluzionaria

IL SANGUE AGLI OCCHI
Quest’opuscolo che abbiamo tradotto risale all’ormai lontano 2013.
Tante cose sono cambiate e tante sono le differenze oggettive fra chi l’ha stilato- unx compagnx anarchicx statunitense- e noi che andiamo a leggerlo, ma il casus belli è simile: nel conflitto di classe perennemente in corso, non passa giorno in cui i padroni e i loro sgherri umiliano, sfruttano, detengono e infine uccidono chi è più “debole” in questa società.
E non passa giorno in cui questi soggetti “deboli” non rispondono alla violenza con la violenza.

La domanda che si pongono gli autori / le autrici è una domanda ineludibile ormai nel mondo anti-autoritario: che ruolo abbiamo noi nelle lotte delle classi oppresse?

Finiti i tempi in cui erano anarchici e anarchiche o comunisti e comuniste a soffiare sul fuoco delle rivolte, oggi la scelta è fra il guardare come uno spettacolo qualsiasi le rivolte degli/delle oppressx o parteciparvi.

Ma come?….

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Punk&Pandemia

UN ALTRO MONDO E’ IMPOSSIBILE
Limiti del DIY in tempi pandemici

Sono passati solo 4 mesi dall’esplosione ufficiale del virus che ha scosso il mondo, troppo pochi per poter tirare le fila su cosa ha portato e cosa porterà.
Eppure questa catastrofe può essere da spunto per riflessioni per troppo tempo rimandate in nome dell’abitudine alla sopravvivenza.
Se la normalità era il problema in cui non vogliamo più tornare, se non è solo un mero slogan, dobbiamo capire se forse anche noi stessx alimentiamo quella condizione, ed è importante quindi tornare a porci una domanda fondamentale: cos’è l’autogestione?
Alla proclamazione del lockdown centri sociali e squat hanno chiuso i battenti, adeguandosi alle misure di prevenzione decise dallo Stato: una scelta di responsabilità collettiva condivisibile, come è condivisibile tanto la scelta di distro come la nostra di sospendere le spedizioni di supporti fonografici quanto quella di continuare la propria attività in generale.
Tutto giusto, eppure qualcosa non torna: lo Stato decide arbitrariamente di chiudere qualcosa e di riaprirlo dopo un mese, noi ci adeguiamo e anzi molto probabilmente ci adegueremo a ricominciare a fare concerti quando lo Stato lo deciderà.
Questo perchè siamo pavidx, siamo servx, siamo fake? Non crediamo sia interessante autoflagellarci dicendo questo genere di cose, nè mostrare i muscoli virtuali dicendo “siamo anarchicx dovevamo fare (e faremo) quel che ci pare”, ma individuare un grosso limite del mondo delle autogestioni, che è l’incapacità di dotarsi dei mezzi per rispondere a modo nostro a un’evidente crisi epidemica.
Certo, il come e quali strumenti cui dotarsi è un’incognita, eppure è molto importante cominciare a farsi questo domande, pena subire per sempre la subalternità alle istituzioni.

L’autogestione e il suo mercato, le autoproduzioni, sono state per tanto tempo un’isola felice perchè permettevano a tuttx noi di esprimere la nostra creatività e le nostre passioni nelle maniere più “libere” possibili, ma questi tempi ci hanno dimostrato che le isole felici, gli spazi “liberati”, le zone di autonomia temporanee o meno che siano non bastano a se’ stesse, e che il DIY or DIE è uno slogan che molto spesso indica una consequenzialità piuttosto che un bivio.

In questi mesi lo Stato Italiano ha mostrato le proprie incapacità e i propri interessi vietando qualsivoglia forma di assembramento che non fosse strettamente legata alla produzione, al consumo e al capitale. Nessuno spazio per il nostro sentire. Nessuno spazio per la protesta.

In questi mesi, se pur a fatica, abbiamo visto susseguirsi diversi momenti di piazza, alcuni chiamati pubblicamente, altri sorti spontanei, altri organizzati sotto voce. Se a qualcosa abbiamo partecipato, molto altro lo abbiamo lasciato perdere. Ma non è questo il punto di questo scritto. Non vogliamo fare un’analisi spicciola sulla rivolta ai tempi della pandemia ma piuttosto porre alcune domande sperando di dare il là ad una serie di discussioni che riteniamo vadano fatte.
A quando il primo concerto? come lo faremo? torneremo a pogare sudatx fianco a fianco o staremo fermx a osservare chi suona?
Attenderemo che lo Stato ci dica che possiamo assembrarci (nel rispetto della vita altrui e consci del pericolo di contagiarci?) o cercheremo ancora una volta di riprenderci le nostre vite… la nostra normalità? ma è questo quello a cui aneliamo?
Non vogliamo tornare ai concerti pubblicati sui social. Non vogliamo tornare ad eventi ludici totalmente privi di critica e discussione. Vogliamo (o vorremmo) creare qualcosa che vada al di là di ciò che è lecito e consentito.
Non abbiamo risposte o ricette per il chaos. Non possiamo (ne vogliamo) dire quale sarà la pratica “più giusta” o “più conflittuale” ma andiamo cercandola.
Non abbiamo neanche una vera e propria proposta, ne stiamo qui dicendo che bisogna far finta che questa pandemia non esista. Diciamo invece che vorremmo discutere della nostra socialità, dei nostri spazi, del nostro tempo e di come prendere il controllo delle nostre vite e non lasciare più allo Stato la delega di quando e cosa possiamo fare.

In questi, pochi, mesi, alcunx di noi hanno continuato (o almeno hanno provato) a mantenere una qualche forma di socialità collettiva. Chiaramente prendendo i dovuti accorgimenti sul rispetto reciproco e le necessità (di salute fisica, morale e mentale) di ognunx di noi. Avremmo voluto discutere maggiormente (e forse avremmo dovuto) di come, in quanto anarchicx, possiamo organizzarci ancora per riprenderci spazi di gioia, festa e conflitto.
Ci piacerebbe che da questi punti ora accennati partisse una discussione anche pratica, perché il concetto di autogestione per come lo abbiamo conosciuto ha mostrato le sue corde, è forse il momento di tornare alle sue origini o di superarlo? Possiamo accettare di attendere ancora finché qualcunx ci dirà che possiamo tornare a urlare sotto palco o ci metteremo ad urlar di rabbia contro questo esistente una volta per tutte?
Quando abbiamo iniziato quest’avventura (ormai 15 anni fa) eravamo sicuramente più incuranti delle conseguenze delle nostre azioni e se poi andiamo a guardare i nostri comportamenti durante le serate forse forse ci salta all’occhio un dubbio… E le altre malattie? e la miriade di tossine che ingeriamo volentieri durante le serate? contano meno perché meno evidenti? Oppure dobbiamo tristemente ammettere che anche noi siamo vittime della narrazione dello Stato rispetto i tempi che viviamo?
Il giro punk non è noto certo per essere salutista. Anzi! eppure pare che questo virus ci abbia fatto scoprire l’acqua calda… se non prendi le dovute precauzioni contro le malattie, muori. Sarà forse stato il sistema sanitario (a pezzi e mal finanziato) che ci ha portatx tutti e tutte al “rispetto” della situazione pandemica e quindi all’autolimitarci? Oppure la paura della canea mediatica o di perdere gli spazi occupati (come se non fossero tutti a rischio ogni giorno, come se rispettare queste disposizioni possa salvarci)? Negli anni il movimento punk, in particolar modo quella fetta di movimento punk ancora anarchico, ha portato avanti istanze di lotta, solidarietà, mutuo appoggio e autogestione. Consci che tutto ciò era ben oltre il limite del consentito. Oltre la mera legalità.

Non vogliamo ovviamente dire né in questa, né in altre sedi al momento che bisogna dunque “tornare alla normalità”, a diffondere le nostre vite sulla rete come niente fosse, ad ammassarci senza alcun riguardo delle altrui necessità e tensioni ma anzi, vorremo iniziare a discutere e a ragionare insieme sul da farsi. Su cosa voglia dire autogestione delle proprie vite e non solo delle proprie serate. L’autogestione non è (a nostro parere) meramente venire a consumare dentro uno spazio “liberato”, deve voler dire molto più di questo se vuol sopravvivere a questi tempi e a quelli futuri. Possiamo immaginare serate in cui la cura delle persone è importante e necessaria per tutti e tutte? Possiamo trovare dei nuovi modi di organizzarci che escano una volta per tutte da sistemi di cui noi non abbiamo alcun controllo?

L’informalità è stata, ed è tutt’oggi, una parte fondamentale del movimento punk anarchico. Dalla necessità di occupare spazi, per vivere, per organizzarsi, per suonare. Allo scendere in strada. colme di rabbia contro l’esistente. Un organizzazione avulsa a metodi formali e che scimmiottano la burocrazia. Che muta forma e metodo in base alle necessità. Che si denuda di ideologie e si compone di idee, schegge impazzite che si diramano nelle città, nelle piazze, nelle strade.

La rete, social per lo più o per come la intendiamo quest’oggi, è un insieme di pagine “in chiaro” contenenti buona parte delle informazioni su di noi e sulla nostra rete amicale (e non solo). Ci sono criticità evidenti sul modo in cui ci si relaziona attraverso la sempre più presente tecnologia. Le discussioni (e le conversazioni in genere) sono rilegate per buona parte a messaggi asincroni che pretendono sincronia.. E questo è solo una delle molteplici criticità da fare su questo strumento.
Tutto ciò va anche a discapito di discussioni reali, dell’organizzarsi insieme e delle nostre stesse vite. Ovviamente è innegabile la possibilità di poter discutere pur trovandosi a chilometri di distanza, il poter condividere quasi in tempo reale aggiornamenti ed altro ancora… Non ci basta questo per sorvolare alle criticità di questo strumento. Ci risulta evidente ad un primo sguardo come la possibilità di ottenere qualsiasi tipo di informazione o nozione attraverso apparati tecnologici ci abbia privato di una necessità primaria. L’incontrarsi. Gioia e giubilio per chi, tra noi inclusx, è poco avvezzx alle relazioni sociali ma se guardiamo a questa dinamica al di là delle semplici serate non possiamo che pensare a quanto ora sia necessario ragionare collettivamente su cosa voglia dire autogestione e su come al di là delle semplici parole possiamo prendere il controllo delle nostre vite e aver cura di chi c’è vicinx.

Durante i primi giorni della pandemia ci siamo chiestx spesso: come poter fare le cose che ci piacciono riuscendo a creare un’ambiente sicuro?
Amaramente ci siamo risposte che in realtà ciò che dovremmo fare per evitare la diffusione del virus è ciò che avremmo dovuto fare sempre: rispettare le distanze e toccarci solo previo consenso altrui, avere cura delle persone ritenute “più deboli” nonchè dimenticate dalla società presente (immunodepresse, con malattie croniche ecc), rispettare i timori di ognunx.
Queste cose, ovviamente, non le abbiamo mai fatte e c’è il rischio che anche quando e se l’epidemia finirà continueremo a ignorarle; del resto è più facile pogare sudatx cercando di mettere le mani addosso senza consenso alla persona che troviamo sessualmente stimolante e rendere inagibile lo spazio che viviamo per persone che hanno problematiche fisiche e/o mentali piuttosto che ripensare in maniera profonda al nostro modo di vivere la socialità.
Del resto è più semplice simulare i momenti conviviali offerti dal capitale piuttoste che operare un radicale cambiamento nel nostro modo di porci rischiando di risultare “noiosx”.
Peccato che tutta la vita nel mondo delle merci è noiosa, e allora forse quello che dovremmo fare, la possibilità che ci viene messa sul piatto da una spaventosa epidemia, è quella di smettere di pensare al nostro concertino come il momento in cui mettiamo in pausa la nostra vita in quel mondo ma come invece quello che lo ribalta. Potremmo immaginarci concerti in cui la vita realmente vissuta è così radicale da non finire mai, o finire con lo schianto della polizia che tenta di sgomberarci, non con noi ubriachx che mestamente torniamo alle nostre macchine, le nostre case, il nostro lavoro.
Ora è il momento, domani sarà già troppo tardi.

Il movimento anarchico in Giappone

Non molti giorni or sono ci è capitato sotto mano quest’opuscolo, scritto dal britannico John Crump, sul movimento anarchico giapponese, riedito dalla federazione comunista anarchica giapponese nel ‘96.
Abbiamo pensato subito che potesse essere un buono spunto per informarsi su ciò che compagne e compagni facevano in altre latitudini del mondo, ribaltando per quanto possibile un eurocentrismo molto presente nell’informazione e nella storiografia anti-autoritaria “di movimento”.
Come ogni buon libro di approfondimento storico, non pretende di asserire verità o di indicare le linee da seguire, e molto spesso- a partire dall’introduzione dei/delle compagnx- ci siamo trovatx a “storcere il naso” su alcune prese di posizione. Malgrado questo crediamo possa essere un buon contributo per la riscoperta di storie che verrebbero altrimenti seppellite e- perchè no?- uno spunto per ampliare i nostri orizzonti.
Buona lettura.

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YES SIR, I WILL

Brevi note per chi si è lasciatx comprare

WHITE MAN IN HAMMERSMITH PALAIS
E’ una tranquilla sera di regime: mentre giunge la notizia dell’assassinio da parte degli sbirri di un recluso nel CPR di Gradisca da qualche parte, in un centro sociale occupato senza nome, ad un festival HC senza nome, arriva un taxi.
Ne esce un ricco signore, imprenditore proprietario di un franchising del “food” e personaggio televisivo.
Paga l’ingresso, questo ricco signore, ed entra nello spazio.
Corpi sudati, canzoni che inneggiano alla rivolta e all’unità della “scena”, e intanto il signore si fa selfie con tante persone in visibilio, offre da bere, si gode un paio di gruppi pubblicando addirittura una storia su instagram (in un posto dove di norma non si dovrebbero fare foto!).
Poi se ne va, sulle sue gambe, senza voltarsi indietro neanche una volta per vedere se qualche malintenzionatx lo segue.
Da questo spunto ecco 6 note per una discussione che non avverrà mai, ma che dovrebbe esserci.

EVER FEEL LIKE KILLING YOUR BOSS?
“Ma non è mica un nazi” Ha risposto qualcunx alle rimostranze di chi giudicava negativo questo evento.
Lo stato di cose che viviamo, quello che determina l’esistenza delle carceri, dei lager per migranti, delle frontiere, della polizia e dei fascisti, ha come parziale causa e motore l’accumulo e il flusso di capitali e merci.
All’interno del sistema capitalista chiunque assume un ruolo spettacolare, che come tale è funzionale al mercato cui è fruitore/fruitrice attivo/a o passivo/a.
I ruoli passivi si sprecano: lavoratore/lavoratrice, punk, attivista pacifista, tutte queste cose dettate dalla sopravvivenza o dalla passione sono ingranaggi del mercato e lo alimentano, ma non sono determinanti per la riproduzione del capitale (no, neanche il lavoratore/lavoratrice ormai).
I ruoli attivi invece non solo lo sono, ma anzi essi stessi generano capitale e ne accumulano altri: fra questi c’è la figura dell’imprenditore.
L’imprenditore di cui sopra e i suoi soci, nella fattispecie, “presiedono più di due dozzine di acclamati ristoranti nel mondo. Dal 2010 inoltre sono diventati partner di Oscar Farinetti per portare Eataly, il più grande mercato del cibo e del vino, a New York, sviluppando da quel momento le filiali nel nord e Sud America con sedi in Chicago, São Paolo, al World Trade Center, Boston e più recentemente Los Angeles” (dalla presentazione del sito).
24 ristoranti significa un’impresa che somministra lavoro salariato- cioè sfruttamento- a centinaia di persone e accumula un patrimonio che nel 2015 veniva stimato da Celebritynetworth a 15 milioni di dollari USA, oggi probabilmente triplicati.
Anche se non ci è dato sapere quanto guadagnano o come sono trattate/i i lavoratori e le lavoratrici dei ristoranti del ricco signore, conosciamo bene la condizione di chi lavora per l’azienda di cui è socio: Eataly.
Quest’azienda multimilionaria dai racconti di alcuni ex lavoratori impone “turni settimanali comunicati con meno di 24 ore di preavviso e sempre diversi; nessun canale di comunicazione fra azienda e lavoratori; cambi di reparto arbitrari; nessuna garanzia al momento della scadenza. La comunicazione del rinnovo, quella che più ci premeva ricevere, avviene al momento dell’affissione degli orari: solo chi figura in turno può affermare di avere ancora un lavoro!”, insomma una ricetta non poi così dissimile da quella che si sorbiscono i/le rider e tutte le vittime della gig economy.
Eataly, tra l’altro, è sempre stata la testa di ponte con cui le amministrazioni comunali hanno spinto per gentrificare interi quartieri: parliamo dell’area FICO a Bologna, città ormai in preda alla food economy più spinta dove le esperienze degli spazi sociali vengono a più riprese represse, non ultimo lo sgombero dell’ex caserma Sani settimana scorsa; parliamo di Torino, dove Eataly è complice della guerra ai poveri nell’area di Borgo Dora e Aurora, in quanto possiede il 16% delle azioni della Scuola Holden situata in mezzo al Balon, un mercato che sta venendo sgomberato per lasciar posto a studenti di storytelling (cfr. ghostwriters per politici) e turisti ricchi del cibo che fanno ricche spese all’interno del Mercato Centrale di Umberto Montano, grande amico del patron di Eataly Oscar Farinetti; e poi Milano, Firenze, Roma stessa con la gentrificazione aggressiva al quartiere testaccio, Eataly è un brand che porta devastazione e sfruttamento, il ricco signore ne è socio e ne ha aperto uno tutto suo a NY.
Stiamo parlando, insomma, di un manager di livello: ingranaggio importante del capitale sfrutta dipendenti e accumula proprietà.
Fosse stato un fascistello di borgata sarebbe stato meno pericoloso.

SMASH THE MAC
Il ricco signore è famoso anche per essere testimonial di McDonald’s, una multinazionale che da decenni distrugge l’ecosistema, assassina in quantità letteralmente industriale animali non umani, sfrutta lavoratori e lavoratrici.
McDonald’s è come Benetton, non può neanche tentare di pulirsi le mani e far finta di essere una multinazionale “illuminata” come fa Eataly, e infatti malgrado le continue campagne critiche di associazioni come greenpeace (non di “bigotti estremisti della punk police”) continua per la sua strada di fatturato e devastazione.
Fare il testimonial per un’azienda del genere vuol dire essere complici dei CEO di McDonald’s e già solo questo meriterebbe un trattamento ben diverso che chiedere di farsi un selfie.
Oppure, e forse questa è la triste realtà, a chi era contento/a e divertito/a per la presenza del ricco signore non interessa realmente ciò che fa McDonald’s agli esseri viventi e alle foreste.
Forse sono complici pure loro.

MEAT MEANS MURDER
“Essere vegani è una scelta di vita che rispetto tantissimo, ma io, in quanto essere umano, mi godo la mia posizione al vertice della piramide alimentare. E per questo mi piace mangiare tutto quello che ho sotto di me nella piramide. I vegani stanno tre o quattro gradini più in basso, ma sono fortunati, perché anche se stanno sotto non mi viene voglia di mangiarli”.
Così disse il ricco signore intervistato da Wired nel 2016.
Con il tipico disprezzo malcelato da una benevolenza posticcia da persona “open minded”, lo sfruttatore si gonfia di tutto il suo privilegio di animale umano.
E’ davvero molto poco interessante che il signore in questione “rispetti tantissimo” lo “stile di vita” vegano, dato che tutti gli allevamenti intensivi che usa per riempire i suoi piatti di esseri morti gravano ben più sulla sua responsabilità individuale di qualche finta bella parola su un giornale.
Da sempre il punk in tantissime sue forme, dallo SxE all’anarchopunk, è alfiere della critica radicale allo specismo e al consumo di carne, chissà la tristezza che proverebbe un Colin Jerwood nel vedere gente con le toppe dei Conflict sulla felpa farsi i selfie con un macellaio seriale.
Un macellaio pezzo di merda, dato che la sua campagna pubblicitaria per McDonald’s era proprio in favore degli Hamburger.

WORK REST PLAY DIE
Tutto questo a un punk non interessa.
Paga l’ingresso alla serata, si beve le birre, mosha, fa il circle quando il cantante dei Vitamin X glielo chiede e, se capita, si fa una foto col ricco signore da postare su IG.
La scena HC ormai è una sorta di sfogatoio per i cattivi istinti e una rievocazione storica di quello che era un tempo: basta risse in strada coi nazi, basta chaos tag contro gli sbirri, basta occupazioni punx.
Tutto l’illecito non è contemplato, mentre il lecito di questo esistente è permesso in nome della libertà che ci viene somministrata dallo Stato: la liceità di goderci i gruppi sessisti, i concerti negli SPRAR, gli atteggiamenti machisti, e da sabato pure gli imprenditori, salvo poi criticare come macchinette “gli hipster dello Static Shock che commercializzano la scena”, “la band che aveva firmato per l’etichetta” e tante altre ritualità dette per impotenza o per abitudine.
Dite che l’ondata di band raw punk legata al giro Static Shock o K-Town è una merda perchè “hipster”, dite che il Fluff è “fighetto”, ma invece voi cosa offrite? Un lassismo totale nell’affrontare le questioni del sessismo nella ormai quasi defunta scena e addirittura l’apprezzamento “goliardico” di un padrone?
Certo, gli hipster e chiunque mercifica la propria roba fa schifo, ma in fondo al di là delle pose “true” in cosa si differenzia il tizio o la tizia della scena HC se non usa almeno le armi della critica?
Non gli interessa niente al punk medio, come una persona qualsiasi si gode il divertimento che gli viene somministrato dagli organizzatori e dalle organizzatrici dell’evento.
Non è un caso che ormai i dj-set trash sono una costante dopo i concerti: non pensare, vecchio skinhead, immergiti nella monnezza del divertimento senza via di scampo, provaci male con le tipe, sbronzati, che dopodomani si torna al lavoro.
E senza aver mai voluto approfondire ciò che ci suggerivano nostre band preferite, ci siamo identificatx in un ruolo e non in un’identità, e forse è tutto ciò che ci rimane.

OI! FATTIUNARISATA
Qualcunx lo dice sempre durante questi dibattiti.
Vale per l’imprenditore al centro sociale, ma si è sentito dire di fronte a cose molto più gravi, quali cori o comportamenti sessisti, razzisti e discriminatori in generale.
Sembra che la responsabilità individuale e collettiva venga meno se è detto per scherzare: effettivamente è un metodo in largo uso fra i politici di oggi, come un Salvini che fra una sparata razzista e segregazionista e l’altra si fa selfie mente mangia panini, come un Beppe Sala (sindaco di Milano) che fra uno sgombero e un’asta giudiziaria e l’altra si fa fotografare vestito da trapper o con i calzini arcobaleno. “E’ un tipo simpatico, dice le cose col sorriso, quindi non fa sul serio”.
Ridere di qualcosa di problematico, provocare, “scherzarci su” fa sì parte della storia più ‘camp’ del punk, vedasi il profluvio di svastiche del periodo settantasettino, ma non può essere un alibi.
Quando ridi metti i denti in mostra, devi aspettarti che qualcunx possa venire a romperteli, è un assunzione di responsabilità che è propria nella storia del punk quanto le provocazioni pseudo-naziste: nel 77 i/le punk italianx venivano attaccate da compagne e compagni così come dai fasci per le loro provocazioni senza nascondersi dietro la miseria del “è solo per scherzare”, oggi pare invece che tutto ciò che fa ridere non debba passare sotto le armi della critica.
Questa macchiettizzazione dell’esistente in salsa auto/post ironica è propria di una società assuefatta ai meme, è una sorta di recupero- forse involontario- di alcune prospettive situazioniste e del primo punk: queste due controculture (?) non prendevano sul serio nulla dello stato delle cose presenti perchè tutto doveva essere distrutto, oggi non prendiamo più sul serio nulla perchè tutto rimanga così com’è.
Sorridere è stupido quando si dovrebbe ringhiare.

WHENTHEMUSICSTOPS
Dopo la miseria del ricco signore, dell’imprenditore, dello chef Bastianich, e di tutto ciò che abbiamo visto e vissuto in passato nella cosiddetta “scena punk/HC” cosa resta del punk?
Resta che c’è ancora un sacco di gente che le lotte le vuole fare, gente che non ci mette più di 2 secondi a organizzare una TAZ in solidarietà a 2 compagni che resistono sui tetti di uno squat sotto sgombero, gente che fa i chilometri per sostenere i benefit.
Citando il bel racconto di Disastro Sonoro sulla TAZ in solidarietà alla gente dello squat Brankaleone sotto sgombero “l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile”.
Possibile che lo possa essere ancora e per davvero? Proviamoci.
E la prossima volta a Bastianich rubiamogli il portafoglio, almeno…
“The public opinion industry evolved, establishing all we know and loath.
But when music stops and the action is engaged, your tune will change as the audience take the stage”

Flower Power (Anti)police Punx

Benefit Prometeo

Cena e concerto a sostegno dei 2 compagni e della compagna colpitx dalla repressione nell’Operazione denominata Prometeo.
Per maggiori informazioni sulla situazione attuale ed aggiornamenti: https://roundrobin.info/

Dalle ore 19.00 Cena benefit Vegan, a seguire suoneranno:
Excluded (Mexico Punx)
video on youtube

No Chappi? Bourgeois! (Old cult boy band da Genova)
video on youtube

MIND / KNOT (Old school hc da Roma)

Indirizzi di chi è reclusx

 

Questa è una parziale lista di compagnx arrestatx. Abbiamo fatto questa lista perché pensiamo sia davvero importante continuare a sostenere chi è reclusx. ATTENZIONE, prima di inviare lettere o altro a compagnx in prigione è bene assicurarsi di eventuali restrizioni applicate dal carcere al momento.

Questo post verrà periodicamente aggiornato. Se trovate errori, o avete aggiornamenti riguardo le persone detenute scriveteci via mail!!

si trova in carcere dal 14 dicembre scorso per aver partecipato alle proteste per le strade di Buenos Aires, Argentina

Diego Parodi, S.P.F marcos paz, modulo 5, pabellón 6

Jock è un antifascista australiano, arrestato quando aveva 23 anni, per aver reagito all’aggressione a due ragazzi Rom da parte di un gruppo di 16 neonazisti, accoltellando a morte uno dei nazi e ferendone un altro.
Jock è stato condannato a 20 anni di carcere (cauzione fissata in 375.000 dollari australiani).

AGGIORNAMENTO: Jock è stato finalmente rilasciato sulla parola nel settembre 2019, ma il procuratore generale della Bulgaria, Sotir Tsatsarov, ha fatto appello alla decisione di concedergli la libertà vigilata. Dopo un periodo di detenzione per motivi di immigrazione, è stato rilasciato il 15 ottobre. Tuttavia, rimane in un limbo, poiché le autorità bulgare gli hanno confiscato il suo nuovo passaporto australiano e deve presentarsi alla polizia una volta alla settimana fino a quando non sarà formalmente revocato il divieto di lasciare il Paese.
www.facebook.com/Jock-Palfreeman

Nel 1996 tre anarchici italiani ed un refrattario furono arrestati durante una rapina in banca a Malaga, durante la sparatoria successiva alla rapina vennero ferite a morte due guardie, Claudio venne condannato a 49 anni, Giorgio e Giovanni a 48 anni, Michele a 3 anni. La corte di appello di Malaga ha condannato nel 1999 tre anarchici italiani, Giovanni Barcia, Michele Pontolillo e Claudio Lavazza, a 11 anni per un assalto al consolato italiano a Malaga del dicembre 1996, in quell’occasione il vice–console italiano fu trattenuto da tre persone mascherate, che inviarono un messaggio in solidarietà agli anarchici arrestati per il procedimento Marini, in Italia, allontanandosi con passaporti e denaro. Claudio ha altre condanne in Francia ed Italia dovute agli anni di militanza e latitanza in vari paesi, Giovanni ha una condanna definitiva in Italia per il processo Silocchi.

CLAUDIO LAVAZZA, n. ecrou 445097 D5-2G-₵44 , MAH de Fleury-Mérogis , 7, Avenue des peupliers , 91700 Fleury-Mérogis , France

In carcere dal 1996 per una serie di rapine, con una condanna a 11 anni e 6 mesi . Nel 2007 è stato finalmente tolto dal regime di isolamento, gli sono state comunque ripetutamente rifiutate le richieste di scarcerazione per cui, benché dovesse uscire nel 2013, rimane in carcerazione preventiva perché ritenuto “socialmente pericoloso”, in base ai reati commessi e all’atteggiamento mantenuto in carcere.

THOMAS MEYER FALK, C/o JVA(SV ABT) Herman-Herder str.8, D 79104 Freiburg, Germany

 

Rainer Loehnert ha 55 anni ed è stato rinchiuso per più di 31 anni in diverse prigioni e manicomi, dove è stato a lungo in isolamento e in ” camere di sicurezza “. Attualmente è detenuto nella psichiatria forense di BedburgHau (Nord Reno-Westfalia), dove è stato ricoverato in una clinica psichiatrica chiusa per “determinata incapacità e prognosi di pericolo in base all’articolo 63 del Codice Penale” a causa di una lesione personale subita 32 anni fa. Ciò si è tradotto in una “detenzione preventiva” non ufficiale, apparentemente senza fine, e in un’overdose a lungo termine di psicofarmaci. Durante tutta la sua detenzione, gli atteggiamenti, le azioni e gli atti di resistenza antifascisti e antiautoritari di Rainer sono stati ripetutamente patologizzati come “morboso” e “delirante”, opponendo la sua ininterrotta volontà di difendersi da questo sistema carcerario all’umiliazione e al terrore di infermieri, medici, terapisti, assessori, giudici, ecc. e altri detenuti (neonazisti). Le lotte gli sono costate molta forza e molti nervi. Nei tre decenni Rainer ha fatto scioperi della fame, ha compiuto diversi tentativi di fuga, ha resistito a varie unità di polizia e alle provocazioni del personale e dei compagni di prigionia nazisti. Ha partecipato allo sciopero della fame in solidarietà con i prigionieri in lotta in Grecia nel luglio 2014, e ha ripetutamente negato i farmaci e i controlli delle urine, che spesso vengono puniti con l’isolamento o gli interventi di cura, le medicine forzate. Rainer scrive e legge molto, ed esprime solidarietà a vari (ex) prigionieri in lotta, come Marco Camenisch e Gabriel Pombo da Silva. Tiene o cerca contatti, tra gli altri, con alcuni progetti e individui anti carcerari e si informa sulle lotte (anti-autoritarie) in corso, cercando di entrare in contatto con persone (che lottano) dentro e fuori le carceri di tutto il mondo. Rainer riflette sulle lotte attuali (anarchiche), soprattutto in Europa, e sui progetti dei giornali anarchici, ma anche sui “classici” delle teorie e delle pratiche anarchiche.

Rainer Loehnert
Südlicher Rundweg 20a
Haus F1, Station 1
47551 Bedburg Hau
Deutschland

Procedimento Adinolfi/Op. “Scripta Manent”
Il 6 Settembre 2016 32 compagnx di varie città d’Italia vengono perquisitx e per 7 di loro spiccano mandati di cattura. Il mandante di questa operazione repressiva è il Pubblico Ministero di Torino Roberto Maria Sparagna.
Alfredo e Nicola erano già in carcere condannati a 9 anni e 4 mesi e 10 anni e 9 mesi in rito abbreviato, confermati in appello (a cui hanno rifiutato di presenziare in videoconferenza), per il ferimento dell’A.D. di Ansaldo Nucleare. Durante il processo entrambi hanno rivendicato individualmente in aula l’azione come unici componenti del Nucleo Olga Fai/Fri. Tra tutti e tutte i/le 23 compagnx processatx per Scripta Manent, sono statx condannatx solo Alfredo (20 anni), Anna (17 anni), Nicola (9 anni), Marco (5 anni) e Sandro (5 anni).

NICOLA GAI: Casa Circondariale di Ferrara – Via Arginone, 327 – 44122 Ferrara

ALFREDO COSPITO: Casa Circondariale di Ferrara – Via Arginone, 327 – 44122 Ferrara

BISESTI MARCO: Casa Circondariale – Strada Statale per casale, 50/A – 15121 Alessandria (AL)

MERCOGLIANO ALESSANDRO: Casa Circondariale di Ferrara – Via Arginone, 327 – 44122 Ferrara

BENIAMINO ANNA: CC Messina “Gazzi” Via Consolare Valeria, 2 98124 Messina

 Op. Ritrovo

Nella notte tra il 12 e il 13 maggio 2020 in esecuzione di un’ordinanza del GIP di Bologna scatta l’operazione Ritrovo coordinata dai ROS.

L’accusa è di associazione con finalità di terrorismo (270bis) per chi ha la misura cautelare in carcere.
Gli altri reati contestati sono istigazione a delinquere (414cp), deturpamento e danneggiamento(639 e 635 cp), e per una sola persona incendio (423cp), con aggravante di finalità eversiva.

L’inchiesta a carico della Procura di Bologna è partita in seguito ad un attacco incendiario contro ripetitori di reti televisive, ponti radio degli sbirri, e antenne di ditte che forniscono sistemi di intercettazioni e sorveglianza audio-video.
“Spegnere le antenne, risvegliare le coscienze solidali con gli anarchici detenuti e sorvegliati” una scritta vicino al luogo dell’incendio.

I/le compagnx arrestatx sono statx liberatx dal tribunale delle libertà (riesame) dopo 3 settimane di detenzione.

Op. Bialystok

Ennesima operazione repressiva anti-anarchica è iniziata all’alba del 12/06/20 nei territori dominati dallo stato italiano, francese e spagnolo. In grande stile, quindi passamontagna e armi spianate, le guardie hanno perquisito diverse abitazione sequestrato il solito materiale e arrestate 7 persone, 5 di loro sono in carcere e 2 agli arresti domiciliari.

Nico Aurigemma
Casa Circondariale di Terni
Str, delle Campore 32
05100 Terni

Francesca Cerrone
Casa Circondariale di Latina
Via Aspromonte 118
04100 Latina

Claudio Zaccone
CC di Siracusa, strada monasteri 20
96014, cavadonna, (SR)

Flavia Digiannantonio
C.C di Roma Rebibbia
via Bartolo Longo 92
00156, Roma

Roberto Cropo
Num ecrou : 1010197
Centre pénitentiaire, 1 allée des thuyas, 94261 Fresnes CEDEX FRANCIA

 


Op. Scintilla

Il 7 Febbraio 2019 a Torino scatta lo sgombero dello spazio “Asilo occupato” e l’ennesima inchiesta ai danni di compagni e compagne di torino. Le indagini dell’operazione scintilla sono ancora in corso e riguardano svariate azioni nel corso degli anni nell’ambito della lotta contro i CPR in Italia. Le persone arrestate inizialmente erano 7. Il reato di associazione sovversiva è caduto al riesame ma una compagna resta tutt’oggi uccel di bosco.
 

Le persone arrestate il 7 Febbraio sono al momento libere (alcune ancora sottoposte a misure cautelari di divieto di dimora o di firme quotidiane), Carla resta ancora uccel di bosco. Altre persone hanno diverse misure restrittive per diversi fatti legati all’operazione Scintilla e per i fatti successivi allo sgombero dell’Asilo.

Peppe è stato arrestato con l’accusa di fabbricazione di materiale esplosivo (pacchi bomba) poco tempo dopo l’operazione scintilla.

Solo adesso, dopo che la cassazione ha declassificato il reato, in quanto materiale pirotecnico e non esplosivo, peppe è uscito dopo l’ennesimo riesame (Tribunale delle libertà) senza misure o restrizioni.

Boba, accusato del lancio del razzo pirotecnico che ha causato accidentalmente l’incendio di un capannone all’interno del carcere delle Vallette, è in attesa di giudizio, la sentenza avverrà il 15 Luglio. La richiesta da parte del PM è di 5 anni di reclusione

 


Op. Prometeo
Beppe, Natasha e Robert sono stati arrestati con l’accusa di aver inviato, nel 2017, tre pacchi esplosivi ai pubblici ministeri Sparagna e Rinaudo e a Santi Consolo, all’epoca direttore del DAP di Roma

GIUSEPPE BRUNA: C.C. di Pavia via Vigentina, 85, 27100 Pavia

NATASCIA SAVIO: CC Piacenza “Le Novate” – sezione femminile, Strada delle Novate 65, 29122 Piacenza

 


 


Dopo innumerevoli detenzioni scontante in Sardegna, viene nuovamente arrestato nel 2010 e condannato a 18 anni di carcere con le accuse di furto d’appartamento e tentato omicidio. Ad oggi, è ancora in corso nei suoi confronti un processo per tentata evasione dal carcere di Buoncammino (Cagliari) per fatti risalenti al 2010. E un nuovo processo per la tentata evasione dal carcere di Augusta (Siracusa) nel 2017.

DAVIDE DELOGU: CONTRADA PIANO IPPOLITO 1, 96011 Augusta (SR)

 


Op. Panico
Il 31 gennaio 2017, a Firenze , un’operazione repressiva contro 35 compagnx condotta dalla Digos ha portato all’esecuzione di 10 misure cautelari. I reati contestati a vario titolo sono: resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, porto di materiale esplodente, danneggiamento e imbrattamento, rapina impropria e altro.

Le persone che erano rimaste in carcere per tutti questi anni sono finalmente ai domiciliari ma purtroppo con tutte le restrizioni.

 


 

Accusato di “associazione con finalità di terrorismo o eversione dell’ordine democratico” (art. 270bis del codice penale), “atto di terrorismo con ordigni micidiali od esplosivi” (art. 280bis) e di “strage” (articolo 285) per l’attacco alla sede della Lega Nord di Treviso ad agosto 2018, di “possesso di documenti falsi” (497bis) e di “porto d’armi o oggetti atti ad offendere” (per un coltellino, articolo 4 della legge 110/75)

JUAN ANTONIO SORROCHE FERNANDEZ: Casa Circondariale di Terni, strada delle Campore 32, 05100 Terni


 

MANUEL Accusato di “favoreggiamento personale” (art. 378). Condannato a 3 anni e 2 mesi di reclusione in carcere. Attualmente si trova ai domiciliari


 

LEONARDO LANDI, cc di Lucca, Via S. Giorgio, 108 – 55100 Lucca LU


 

MADDALENA CALORE, Casa Circondariale di Uta, Strada II Ovest – 09010
Uta (Cagliari)

Mauro Rossetti Busa: P.zza G.Falcone e P.Borsellino 1 – 19125, La Spezia (SP

Soheil Arabi
Soheil è un prigioniero politico anarchico iraniano, arrestato nel dicembre 2013 dal Corpo delle Guardie rivoluzionarie (IRGC) e condannato a morte per aver insultato il Profeta e altre sacralità. È stato tenuto due mesi in isolamento e sottoposto a interrogatori senza sosta nel reparto 2A, sotto il controllo dell’IRGC. Nel luglio 2015 la sua condanna a morte è stata commutata in 7,5 anni di carcere. Ma poi ancora, nell’ottobre 2018, è stato condannato ad altri 3 anni di carcere e all’esilio a Borazjan, nel sud dell’Iran, dove ha iniziato uno sciopero della fame sabato 15 giugno 2019. Ora ha posto fine a questa azione di protesta dopo essere stato trasferito dalla prigione di Fashafouyeh alla prigione di Evin, nel nord di Teheran, secondo le sue stesse esigenze: è la terza volta che Soheil Arabi fa lo sciopero della fame, questa volta per protestare contro le cattive condizioni di detenzione, i violenti maltrattamenti dei prigionieri da parte delle guardie e dei funzionari carcerari e le varie privazioni di libertà in carcere. La sua malattia si è aggravata dopo nove mesi di negazione delle cure mediche. L’infezione si è diffusa nel suo corpo e ha forti dolori. Per inviare una lettera, scrivere a info@asranarshism.com.

Condannato a gennaio a 5 anni di carcere per il coinvolgimento nella campagna SHAC insieme a Natasha, condannata a 2 anni con pena sospesa

SVEN VAN HASSELT A3021ED, HMP Winchester, Romsey Road, Winchester, SO22 5DF

L’anarchico Ilya Romanov, che è stato arrestato nelle prime ore del 26 ottobre 2013 nella città di Nizhny Novgorod, dopo una prematura esplosione di un dispositivo artigianale che ha avuto come conseguenza l’amputazione del suo polso sinistro, è stato recentemente condannato a 10 anni di prigione. Il processo, che è cominciato il 16 giugno 2015 presso il tribunale locale di Nizhny Novgorod, è stato condotto dai giudici del Consiglio Giuridico Militare mandati da Mosca, perché l’obiettivo del presunto attacco fallito del compagno era un ufficio militare. Il 6 agosto, dopo circa 20 sedute, la decisione è stata presa: condanna a 10 anni di lavori forzati e 110 000 rubli (circa 1600 euro) di multa. Ilya non può ricevere lettere o materiale cartaceo in generale che non sia scritto nella sua lingua.

ILYA EDUARDOVICH ROMANOV,1967 g.r. , ul. Rabochaya 147, SIZO-1 , Saransk , Mordoviya, Respublika, 430003 Russia

 

Aleksandr/Oleksandr Kolchenko è stato arrestato in Crimea a maggio del 2014 con l’accusa di partecipare ad un “gruppo terrorista” che aveva pianificato esplosioni vicino al memoriale del fuoco eterno ed al monumento di Lenin a Simferopol e di aver sabotato le linee ferroviarie e le linee elettriche. Kolchenko è sospettato anche di aver effettuato due attacchi incendiari contro la sede del partito Russian Unity e della comunità russa di Crimea e contro la sede del partito United Russia a Simferopol. Può ricevere solo materiale in russo.

KOLCHENKO ALEXANDR ALEXANDROVICH, 56612, Chelyabinsk Oblast, Kopeysk, kemerovskaja street , 20, ИК-6, unit 4

 

Arrestatx nell’aprile 2020 con l’accusa di aver messo uno striscione su una recinzione che circondava l’edificio del FSB a Chelyabinsk nel 2018. Due anni fa sono statx arrestatx e torturatx, ma non sono riusciti a trovare le prove e il caso è stato chiuso. Più tardi la polizia riaprì il caso con nuove accuse

Safonova Anastasia Viktorovna, 1991FKU SIZO-3 GUFSIN Rossii po Chelyabinskoy obl.456205, ul. Artilleriyskaya, 66A, Chelyabinsk
Russia

Tsybukovsky Dmitry Aleksandrovich, 1993FKU SIZO-1 GUFSIN Rossii po Chelyabinskoy obl.454006, ul. Rossiyskaya 53A, Chelyabinsk
Russia

 

L’anarchico Azat Miftakhov è stato arrestato dalle forze dell’ordine la mattina del 1° febbraio 2019 per sospetta fabbricazione di esplosivi. È stato trattenuto per ventiquattro ore alla stazione di polizia di Balashikha, dove le forze dell’ordine lo hanno torturato, chiedendogli una piena confessione. Solo la sera del 2 febbraio Miftakhov è stato ufficialmente detenuto e inviato al centro di detenzione temporanea di Balashikha, ma il 4 febbraio un tribunale ha rifiutato di trattenerlo in custodia cautelare per mancanza di prove. Nei tre giorni successivi, gli investigatori della polizia non sono stati in grado di raccogliere alcuna prova contro Miftakhov e così, il 6 febbraio, è stato rilasciato dal centro di detenzione temporanea senza alcuna accusa. Mentre Miftakhov lasciava il centro di detenzione, è stato trattenuto da uomini in borghese e portato al quartier generale del Ministero dell’Interno per la Divisione amministrativa settentrionale di Mosca, dove gli è stato detto che era stato trattenuto in un altro caso, un’indagine su una presunta condotta illegale al di fuori dell’ufficio della Russia Unita a Khovrino il 13 gennaio 2018. Un’indagine per atti vandalici era stata aperta nel gennaio 2018, ma la legge russa non prevede la custodia cautelare dei sospetti di vandalismo durante le indagini. Miftakhov nega le accuse a suo carico. Crede di essere stato incastrato a causa delle sue idee anarchiche.

Miftakhov Azat Fanisovich, 1993ul. Novoslobodskaya, 45, PKU SIZO-2127055, Moscow,Russia

 

Egor è un punk rocker, attivista per i diritti degli animali e all’interno della rete “Food Not Bombs”, è stato condannato a 3 anni di carcere per aver presumibilmente aggredito un poliziotto durante un’azione di protesta svoltasi il 27 luglio 2019.

Lesnykh Egor Sergeyevich
SIZO-2, ul. Krasnaya, 31
171640, Tverskaya obl., g. Kashin, Russia

 

Karakashev è stato arrestato il 2 febbraio 2018, arrestato con l’accusa di aver commesso i reati di cui alla Parte 1 dell’Art. 282 (istigazione all’odio e all’inimicizia) e la parte 2 dell’art. 2 dell’art. 282 (istigazione all’odio e all’inimicizia) e la parte 2 dell’art. 2 dell’art. 2 dell’art. 2 dell’art. 282 (istigazione all’odio e all’inimicizia). 205.2 (appelli pubblici al terrorismo) del Codice penale della Federazione Russa. Secondo l’indagine, Karakashev ha pubblicato un video su una delle sue pagine del social network “VKontakte” alla fine del 2014, in cui si parla di terrorismo. Inoltre, secondo l’ordinanza, nel gennaio 2017, ha depositato da un altro account in una chat room per 35 persone un testo che contiene segni di “propaganda dell’ideologia della violenza” e “inviti ad attività terroristiche”. Nell’aprile 2019 è stato condannato a 6 anni di carcere.

Karakashev Evgeny Vitalyevich, 1978
ul. D.A. Mizieva, 1
361424, KBR, Chegemskiy rayon, p. Kamenka
Russia

Ladislav è un attivista per la liberazione animale condannato nel 2014 a 25 anni con accuse di possesso illegale di armi, confezionamento di esplosivi e terrorismo in seguito a un’esplosione avvenuta in un McDonald’s nel 2011. E’ anche accusato di altri attacchi esplosivi contro torrette di caccia, lettere-bomba contro un veterinario e contro la compagnia Tesco Stores, oltre a lettere di minaccia all’Università di Medicina Veterinaria, Farmacologia e al quotidiano Sme. Nel maggio del 2016 l’accusa di terrorismo è caduta, quindi Ladislav è in attesa di una nuova sentenza.
LADISLAV KUC: Florianska 18, PS-C12, 04142 Kosice, Slovakia

In carcere preventivo con l’accusa di omicidio nei confronti di un franchista spagnolo.

RODRIGO LANZA: Apartado de correos 33044, Ronda universitat 23, 08007 Barcelona (Spain)

 

Arrestata a Barcellona e processata in Germania con l’accusa di rapina della Pax Banx. Avvenuta in Aquisgrana nel 2014. Il 7 Giugno 2017 è stata condannata a 7 anni e 6 mesi di carcere.

LISA DORFER: C.P Brians I, Carretera de Martorell a Capellades, Km 23 08.635 Sant Esteve Sesrovires (España)

 
 

Condannato all’ergastolo per avere inviato pacchi postali esplosivi a scienziati, ricercatori e compagnie aeree per un periodo di quasi 18 anni, provocando tre morti e 23 feriti.
THEODORE KACZYNSKI: # 04475-046, Usp Florence Admax, U.S. Penitentiary P.O. Box 8500, Florence,CO 81226 USA

 

Michael Kimble è un anarchico nero e gay che sta scontando l’ergastolo in Alabama per l’omicidio di un bigotto bianco, omofobo e razzista. Durante i primi anni di prigionia, Michael ha abbracciato il comunismo, ma ben presto si è allontanato dal comunismo e si è spostato verso l’anarchia perché, come lo descrive, “l’anarchismo non è costruire una struttura gerarchica per la liberazione da qualche parte in un futuro lontano, ma vivere la propria vita, ora, in un modo che sia liberatorio”. Michael ha una lunga storia di lotta sia individuale che collettiva contro l’autorità carceraria, e continua a impegnarsi nella lotta contro il lavoro dei detenuti come parte del Free Alabama Movement.
Michael Kimble #138017/G1-24A
Easterling Corr. Facility

200 Wallace Drive

Clio, AL 36017

USA

 

Casey Brezik è un anarchico della zona di Kansas City. Nel 2010, ha cercato di assassinare il governatore del Missouri. Nel giugno 2013, è stato giudicato colpevole e condannato a una dozzina d’anni per ognuna delle tre accuse – una per aggressione e due accuse per azioni criminali armate – e a sette anni per un secondo capo d’accusa di aggressione. Tutte le condanne vengono eseguite contemporaneamente.

Casey Brezik #1154765
WRDCC

3401 Faraon

St. Joseph, MO 64506

USA


Jennifer Amelia Rose è una donna trans antiautoritaria e insurrezionalista tenuta prigioniera per oltre 25 anni per rapine a mano armata e per un attacco del 1995 contro un procuratore distrettuale e un secondino associato.
Ha partecipato allo sciopero della fame del 1991 nel carcere di Folsom, dopo di che è stata picchiata e torturata, condannata per resistenza armata e condannata a molteplici pene da 25 anni all’ergastolo secondo la legge dei tre scioperi. Ha trascorso oltre dieci anni in isolamento a Folsom e all’unità abitativa Pelican Bay Secure Housing Unit. Nonostante tutto questo, Jennifer continua a lottare per la libertà, rimanendo una convinta antiautoritaria, antimperialista, antirazzista, antifascista e anticapitalista.
Jennifer Amelia Rose #E-23852
Salinas Valley State Prison D3-1250
P. O. Box 1050
Soledad, CA 93960-1050
USA


Jeremy Hammond è un hacker anarchico di Chicago. È il fondatore del sito web di formazione sulla sicurezza informatica HackThisSite, creato nel 2003 dopo la sua laurea alla Glenbard East High School. Il 5 marzo 2012, Hammond è stato arrestato dagli agenti dell’FBI a Bridgeport, Chicago, prima di essere incriminato il giorno successivo presso la corte federale distrettuale di Lower Manhattan. Nel novembre 2013 è stato condannato a 10 anni di carcere federale per aver rivelato le informazioni personali di 860.000 clienti della società di intelligence privata Strategic Forecasting (Stratfor) attraverso il sito web Wikileaks. Queste informazioni hanno rivelato che Stratfor spia gli attivisti, tra l’altro, su ordine delle società e del governo degli Stati Uniti.
Jeremy Hammond, #151960859
Grady County Jail
215 North 3rd Street
Chickasha, OK 73018



Osman Evcan è un prigioniero anarchico che ha passato gli ultimi 23 anni in prigione. Nel 1992 è stato condannato a 30 anni di carcere con l’accusa di essere membro di un gruppo terroristico e di rapinatori/trici di sinistra. È stato anche imprigionato per 9 anni tra il 1980 e il 1989. Osman ha abbracciato le idee anarchiche nel 2003, ed è diventato anche vegano e sostiene le lotte di liberazione degli animali.
Osman Evcan è stato imprigionato in molte prigioni diverse in tutto il paese durante la sua condanna, combattendo contro la violenza autoritaria e soprattutto contro la violenza e l’oppressione che è una parte sistemica della struttura gerarchica del carcere, e ha continuato la sua lotta contro la mentalità oppressiva del carcere, senza cedere di un centimetro, attraverso una serie di scioperi della fame.
Il suo primo sciopero della fame nel 2011, durato 42 giorni, è stato quello per la disponibilità di cibo vegano in carcere. Durante quella protesta, anarchici e animalisti di tutto il mondo, così come in Turchia, hanno sostenuto la lotta di Osman per l’accesso al cibo vegano in prigione. Dopo 42 giorni di sciopero della fame, il governo si è arreso e ha emanato un regolamento per i prigionieri vegani e vegetariani: “Le richieste dei prigionieri vegani o vegetariani saranno accettate finché saranno limitate da un’indennità di sussistenza”.
Dopo questa vittoria, Osman ha continuato la lotta anarchica dall’interno del sistema carcerario. Ha sostenuto le lotte LGBT, la liberazione degli animali, i diritti delle donne e le lotte antimperialiste al di fuori del carcere e ha effettuato ogni anno tre giorni di scioperi della fame per protestare contro il massacro degli animali durante ogni “festa del sacrificio”. Ha anche scritto articoli a sostegno di una vasta gamma di lotte e continua la sua lotta politica il più possibile dal carcere.

Osman Evcan, Silivri 9 Nolu Kapalı Cezaevi, C-4-26, Kampüs PTT Şubesi, Silivri-Istanbul, Turkey.


Markéta Všelichová e Miroslav Farkas sono statx arrestatx il 13 novembre 2016 mentre tentavano di attraversare il valico di frontiera di Habur dalla Turchia all’Iraq. Sono stati accusati di aver partecipato ad attività terroristiche nel Nord della Siria e presi in custodia. Il 2 agosto sono stati condannati a 6 anni e 3 mesi per aver fatto parte delle forze di difesa curde YGP/YPJ (questi gruppi curdi non statali stanno combattendo contro Daesh/ISIS, l’esercito turco che reprime i curdi da diversi decenni, e il regime dittatoriale di Bashar Al-Asad).

Van T Tipi Kapali Ceza İnfaz Kurumu
Markéta Všelichová
Tevekli Mah. Erciş Yolu (Erciş Yolu 25. Km) Tuşba / Van
650 40
Turkey.

Van F Tipi Yuksek Guvenlikli Kapali Ceza Infaz Kurumu
Miroslav Farkas
Abdurrahman Gazi, Km, Ipek Yolu Cd. N°25
650 40 Van Merkez/Van
Turkey.