Brucia il telefono

copertinaRiceviamo e diffondiamo questo interessante opuscolo..
“L’idea di studiare le tematiche di questo opuscolo è nata in un momento femminista tra donne, lesbiche, froci e trans+ di scambio e condivisione sulla lotta contro le frontiere ed i dispositivi repressivi costruiti attorno ed a partire da esse. Nel cercare approfondimenti su cellulari e telefonia ci siamo imbattutx in questo lavoro che per i suoi anni era fatto molto bene.

Qualche tempo dopo abbiamo deciso di tradurlo ed aggiornarlo, già che ci stavamo lavorando sopra abbiamo tolto le parti che non ci convincevano del testo. Quindi quanto leggerete non è la traduzione del testo, ma quello che ci sembrava interessante estrapolare con varie parti ampliate o eliminate.”

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Anarchiche e anarchismo nell’Impero Ottomano, 1850-1917

Le persone anarchiche (N.D.T. da ora in avanti “persone” resterà sottinteso dove non specificato nel testo originale), e in particolare la propaganda col fatto, occuparono il centro della scena nella politica mondiale alla fine del XIX secolo. L’uso della violenza politica nello stampo anarchico catturò l’attenzione del pubblico dalle Americhe all’Europa e oltre. La connessione di una reale lotta per il potere attraverso il valore simbolico della propaganda attraverso le azioni dirette, come teorizzato da figure come Luigi Galleani ed Errico Malatesta, piacque certamente a molte rivoluzionarie dell’epoca, specialmente in quelle società in uno stato di flusso, in profonda dissoluzione, come nel caso dell’impero ottomano.

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Anarchici e radicali di sinistra in Mongolia e Tuva

Altro opuscolo “storico” riguardante il movimento anarchico non europeo.

Cercando di accrescere la discussione all’interno dei nostri giri speriamo questo breve opuscolo possa essere in qualche modo utile per farsi un idea di quella che è stata la storia all’interno del movimento in altre latitudini del mondo.

Non pensiamo ci sia molto in più da aggiungere poiché l’opuscolo in questione non prende parte. Si limita a raccontare gli avvenimenti di quel periodo (1910-1920) in Mongolia e Tuva.

 

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Indirizzi di chi è reclusx

 

Questa è una parziale lista di compagnx arrestatx. Abbiamo fatto questa lista perché pensiamo sia davvero importante continuare a sostenere chi è reclusx. ATTENZIONE, prima di inviare lettere o altro a compagnx in prigione è bene assicurarsi di eventuali restrizioni applicate dal carcere al momento.

Questo post verrà periodicamente aggiornato. Se trovate errori, o avete aggiornamenti riguardo le persone detenute scriveteci via mail!!

Lettere anticarcerarie – Sostenere le persone dietro le sbarre!

In tutto il mondo le persone vengono rinchiuse per le proprie lotte politiche o sociali. Queste persone in molti casi sono lasciate sole all’interno del sistema carcerario che cerca di farle crollare con tutto il potere che ha. Tuttavia scrivere lettere alle persone detenute potrebbe essere una di quelle piccole pagliuzze che riusciranno a tirar fuori la persona dall’apparato repressivo dello Stato.

Vi esortiamo a scrivere lettere alle persone detenute per aiutarle a sopravvivere alle difficoltà della prigione!

Questo video è il risultato del lavoro di collaborazione tra i gruppi Anarchist Black Cross Dresden e Anarchist Black Cross Umeå. È stato creato in occasione per la Settimana di Solidarietà con i/le Prigionierx Anarchicx 2020 (23-30 agosto).

La riproduzione della quotidianità

La quotidianità delle persone di una tribù riproduce, o perpetua, la tribù stessa. Questa riproduzione non è solo fisica, ma anche sociale. Attraverso le loro attività quotidiane le persone della tribù non si limitano a riprodurre un gruppo di esseri umani, ma riproducono una tribù, cioè una particolare forma sociale all’interno della quale questo gruppo di esseri umani svolge attività specifiche in un determinato modo. Le attività specifiche delle persone non sono il risultato delle caratteristiche “naturali” delle persone che le svolgono, il modo in cui la produzione di miele è il risultato della “natura” di un’ape. La vita quotidiana messa in atto e perpetuata dalle persone della tribù è una risposta sociale specifica a particolari condizioni materiali e storiche.

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Schizo genesis // Mad-Apocalypse

Traduciamo questa zine perché riteniamo necessario ora più che mai discutere collettivamente di ciò che viene definita la “follia” ai giorni nostri e nei nostri ambienti. Attraverso questo scritto di Sasha Durakov andiamo ad esplorare quella che è la storia di ciò che nel tempo è stata definita “follia” e dei suoi trattamenti. Consci che non sta a noi determinare cosa sia la “follia”, del nostro privilegio di essere “classificatx” come “sanx”, vogliamo comunque con questo testo cercare di dare un piccolo contributo ad un dibattito che vede coinvolte anche le nostre relazioni sociali e il nostro modo di vedere l’esistente.

“La follia continuerà a nominare la maschera che il cittadino democratico tiene addosso per dare un volto al vuoto che lo circonda finché lui, il razionale cittadino democratico, sosterrà la sua esistenza nominando gli altri come pazzi. Questa follia persisterà fino a diventare una molteplicità radicale, un dispiegarsi senza fine di razionalità sempre incomplete, così diverse eppure così vicine tra loro che si impediscono l’una all’altra, sequenzialmente e spazialmente, la loro interezza. La questione della follia ci invita ad avvicinarci all’aldilà, ma non all’aldilà, bensì a tutti gli oltre, che non raggiungeremo mai completamente. Né una persona né un modello di comportamento, la follia è l’altro lato con cui flirtiamo al limite del nostro nulla.”

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Solidarietà Rivoluzionaria

IL SANGUE AGLI OCCHI
Quest’opuscolo che abbiamo tradotto risale all’ormai lontano 2013.
Tante cose sono cambiate e tante sono le differenze oggettive fra chi l’ha stilato- unx compagnx anarchicx statunitense- e noi che andiamo a leggerlo, ma il casus belli è simile: nel conflitto di classe perennemente in corso, non passa giorno in cui i padroni e i loro sgherri umiliano, sfruttano, detengono e infine uccidono chi è più “debole” in questa società.
E non passa giorno in cui questi soggetti “deboli” non rispondono alla violenza con la violenza.

La domanda che si pongono gli autori / le autrici è una domanda ineludibile ormai nel mondo anti-autoritario: che ruolo abbiamo noi nelle lotte delle classi oppresse?

Finiti i tempi in cui erano anarchici e anarchiche o comunisti e comuniste a soffiare sul fuoco delle rivolte, oggi la scelta è fra il guardare come uno spettacolo qualsiasi le rivolte degli/delle oppressx o parteciparvi.

Ma come?….

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Punk&Pandemia

UN ALTRO MONDO E’ IMPOSSIBILE
Limiti del DIY in tempi pandemici

Sono passati solo 4 mesi dall’esplosione ufficiale del virus che ha scosso il mondo, troppo pochi per poter tirare le fila su cosa ha portato e cosa porterà.
Eppure questa catastrofe può essere da spunto per riflessioni per troppo tempo rimandate in nome dell’abitudine alla sopravvivenza.
Se la normalità era il problema in cui non vogliamo più tornare, se non è solo un mero slogan, dobbiamo capire se forse anche noi stessx alimentiamo quella condizione, ed è importante quindi tornare a porci una domanda fondamentale: cos’è l’autogestione?
Alla proclamazione del lockdown centri sociali e squat hanno chiuso i battenti, adeguandosi alle misure di prevenzione decise dallo Stato: una scelta di responsabilità collettiva condivisibile, come è condivisibile tanto la scelta di distro come la nostra di sospendere le spedizioni di supporti fonografici quanto quella di continuare la propria attività in generale.
Tutto giusto, eppure qualcosa non torna: lo Stato decide arbitrariamente di chiudere qualcosa e di riaprirlo dopo un mese, noi ci adeguiamo e anzi molto probabilmente ci adegueremo a ricominciare a fare concerti quando lo Stato lo deciderà.
Questo perchè siamo pavidx, siamo servx, siamo fake? Non crediamo sia interessante autoflagellarci dicendo questo genere di cose, nè mostrare i muscoli virtuali dicendo “siamo anarchicx dovevamo fare (e faremo) quel che ci pare”, ma individuare un grosso limite del mondo delle autogestioni, che è l’incapacità di dotarsi dei mezzi per rispondere a modo nostro a un’evidente crisi epidemica.
Certo, il come e quali strumenti cui dotarsi è un’incognita, eppure è molto importante cominciare a farsi questo domande, pena subire per sempre la subalternità alle istituzioni.

L’autogestione e il suo mercato, le autoproduzioni, sono state per tanto tempo un’isola felice perchè permettevano a tuttx noi di esprimere la nostra creatività e le nostre passioni nelle maniere più “libere” possibili, ma questi tempi ci hanno dimostrato che le isole felici, gli spazi “liberati”, le zone di autonomia temporanee o meno che siano non bastano a se’ stesse, e che il DIY or DIE è uno slogan che molto spesso indica una consequenzialità piuttosto che un bivio.

In questi mesi lo Stato Italiano ha mostrato le proprie incapacità e i propri interessi vietando qualsivoglia forma di assembramento che non fosse strettamente legata alla produzione, al consumo e al capitale. Nessuno spazio per il nostro sentire. Nessuno spazio per la protesta.

In questi mesi, se pur a fatica, abbiamo visto susseguirsi diversi momenti di piazza, alcuni chiamati pubblicamente, altri sorti spontanei, altri organizzati sotto voce. Se a qualcosa abbiamo partecipato, molto altro lo abbiamo lasciato perdere. Ma non è questo il punto di questo scritto. Non vogliamo fare un’analisi spicciola sulla rivolta ai tempi della pandemia ma piuttosto porre alcune domande sperando di dare il là ad una serie di discussioni che riteniamo vadano fatte.
A quando il primo concerto? come lo faremo? torneremo a pogare sudatx fianco a fianco o staremo fermx a osservare chi suona?
Attenderemo che lo Stato ci dica che possiamo assembrarci (nel rispetto della vita altrui e consci del pericolo di contagiarci?) o cercheremo ancora una volta di riprenderci le nostre vite… la nostra normalità? ma è questo quello a cui aneliamo?
Non vogliamo tornare ai concerti pubblicati sui social. Non vogliamo tornare ad eventi ludici totalmente privi di critica e discussione. Vogliamo (o vorremmo) creare qualcosa che vada al di là di ciò che è lecito e consentito.
Non abbiamo risposte o ricette per il chaos. Non possiamo (ne vogliamo) dire quale sarà la pratica “più giusta” o “più conflittuale” ma andiamo cercandola.
Non abbiamo neanche una vera e propria proposta, ne stiamo qui dicendo che bisogna far finta che questa pandemia non esista. Diciamo invece che vorremmo discutere della nostra socialità, dei nostri spazi, del nostro tempo e di come prendere il controllo delle nostre vite e non lasciare più allo Stato la delega di quando e cosa possiamo fare.

In questi, pochi, mesi, alcunx di noi hanno continuato (o almeno hanno provato) a mantenere una qualche forma di socialità collettiva. Chiaramente prendendo i dovuti accorgimenti sul rispetto reciproco e le necessità (di salute fisica, morale e mentale) di ognunx di noi. Avremmo voluto discutere maggiormente (e forse avremmo dovuto) di come, in quanto anarchicx, possiamo organizzarci ancora per riprenderci spazi di gioia, festa e conflitto.
Ci piacerebbe che da questi punti ora accennati partisse una discussione anche pratica, perché il concetto di autogestione per come lo abbiamo conosciuto ha mostrato le sue corde, è forse il momento di tornare alle sue origini o di superarlo? Possiamo accettare di attendere ancora finché qualcunx ci dirà che possiamo tornare a urlare sotto palco o ci metteremo ad urlar di rabbia contro questo esistente una volta per tutte?
Quando abbiamo iniziato quest’avventura (ormai 15 anni fa) eravamo sicuramente più incuranti delle conseguenze delle nostre azioni e se poi andiamo a guardare i nostri comportamenti durante le serate forse forse ci salta all’occhio un dubbio… E le altre malattie? e la miriade di tossine che ingeriamo volentieri durante le serate? contano meno perché meno evidenti? Oppure dobbiamo tristemente ammettere che anche noi siamo vittime della narrazione dello Stato rispetto i tempi che viviamo?
Il giro punk non è noto certo per essere salutista. Anzi! eppure pare che questo virus ci abbia fatto scoprire l’acqua calda… se non prendi le dovute precauzioni contro le malattie, muori. Sarà forse stato il sistema sanitario (a pezzi e mal finanziato) che ci ha portatx tutti e tutte al “rispetto” della situazione pandemica e quindi all’autolimitarci? Oppure la paura della canea mediatica o di perdere gli spazi occupati (come se non fossero tutti a rischio ogni giorno, come se rispettare queste disposizioni possa salvarci)? Negli anni il movimento punk, in particolar modo quella fetta di movimento punk ancora anarchico, ha portato avanti istanze di lotta, solidarietà, mutuo appoggio e autogestione. Consci che tutto ciò era ben oltre il limite del consentito. Oltre la mera legalità.

Non vogliamo ovviamente dire né in questa, né in altre sedi al momento che bisogna dunque “tornare alla normalità”, a diffondere le nostre vite sulla rete come niente fosse, ad ammassarci senza alcun riguardo delle altrui necessità e tensioni ma anzi, vorremo iniziare a discutere e a ragionare insieme sul da farsi. Su cosa voglia dire autogestione delle proprie vite e non solo delle proprie serate. L’autogestione non è (a nostro parere) meramente venire a consumare dentro uno spazio “liberato”, deve voler dire molto più di questo se vuol sopravvivere a questi tempi e a quelli futuri. Possiamo immaginare serate in cui la cura delle persone è importante e necessaria per tutti e tutte? Possiamo trovare dei nuovi modi di organizzarci che escano una volta per tutte da sistemi di cui noi non abbiamo alcun controllo?

L’informalità è stata, ed è tutt’oggi, una parte fondamentale del movimento punk anarchico. Dalla necessità di occupare spazi, per vivere, per organizzarsi, per suonare. Allo scendere in strada. colme di rabbia contro l’esistente. Un organizzazione avulsa a metodi formali e che scimmiottano la burocrazia. Che muta forma e metodo in base alle necessità. Che si denuda di ideologie e si compone di idee, schegge impazzite che si diramano nelle città, nelle piazze, nelle strade.

La rete, social per lo più o per come la intendiamo quest’oggi, è un insieme di pagine “in chiaro” contenenti buona parte delle informazioni su di noi e sulla nostra rete amicale (e non solo). Ci sono criticità evidenti sul modo in cui ci si relaziona attraverso la sempre più presente tecnologia. Le discussioni (e le conversazioni in genere) sono rilegate per buona parte a messaggi asincroni che pretendono sincronia.. E questo è solo una delle molteplici criticità da fare su questo strumento.
Tutto ciò va anche a discapito di discussioni reali, dell’organizzarsi insieme e delle nostre stesse vite. Ovviamente è innegabile la possibilità di poter discutere pur trovandosi a chilometri di distanza, il poter condividere quasi in tempo reale aggiornamenti ed altro ancora… Non ci basta questo per sorvolare alle criticità di questo strumento. Ci risulta evidente ad un primo sguardo come la possibilità di ottenere qualsiasi tipo di informazione o nozione attraverso apparati tecnologici ci abbia privato di una necessità primaria. L’incontrarsi. Gioia e giubilio per chi, tra noi inclusx, è poco avvezzx alle relazioni sociali ma se guardiamo a questa dinamica al di là delle semplici serate non possiamo che pensare a quanto ora sia necessario ragionare collettivamente su cosa voglia dire autogestione e su come al di là delle semplici parole possiamo prendere il controllo delle nostre vite e aver cura di chi c’è vicinx.

Durante i primi giorni della pandemia ci siamo chiestx spesso: come poter fare le cose che ci piacciono riuscendo a creare un’ambiente sicuro?
Amaramente ci siamo risposte che in realtà ciò che dovremmo fare per evitare la diffusione del virus è ciò che avremmo dovuto fare sempre: rispettare le distanze e toccarci solo previo consenso altrui, avere cura delle persone ritenute “più deboli” nonchè dimenticate dalla società presente (immunodepresse, con malattie croniche ecc), rispettare i timori di ognunx.
Queste cose, ovviamente, non le abbiamo mai fatte e c’è il rischio che anche quando e se l’epidemia finirà continueremo a ignorarle; del resto è più facile pogare sudatx cercando di mettere le mani addosso senza consenso alla persona che troviamo sessualmente stimolante e rendere inagibile lo spazio che viviamo per persone che hanno problematiche fisiche e/o mentali piuttosto che ripensare in maniera profonda al nostro modo di vivere la socialità.
Del resto è più semplice simulare i momenti conviviali offerti dal capitale piuttoste che operare un radicale cambiamento nel nostro modo di porci rischiando di risultare “noiosx”.
Peccato che tutta la vita nel mondo delle merci è noiosa, e allora forse quello che dovremmo fare, la possibilità che ci viene messa sul piatto da una spaventosa epidemia, è quella di smettere di pensare al nostro concertino come il momento in cui mettiamo in pausa la nostra vita in quel mondo ma come invece quello che lo ribalta. Potremmo immaginarci concerti in cui la vita realmente vissuta è così radicale da non finire mai, o finire con lo schianto della polizia che tenta di sgomberarci, non con noi ubriachx che mestamente torniamo alle nostre macchine, le nostre case, il nostro lavoro.
Ora è il momento, domani sarà già troppo tardi.

Il movimento anarchico in Giappone

Non molti giorni or sono ci è capitato sotto mano quest’opuscolo, scritto dal britannico John Crump, sul movimento anarchico giapponese, riedito dalla federazione comunista anarchica giapponese nel ‘96.
Abbiamo pensato subito che potesse essere un buono spunto per informarsi su ciò che compagne e compagni facevano in altre latitudini del mondo, ribaltando per quanto possibile un eurocentrismo molto presente nell’informazione e nella storiografia anti-autoritaria “di movimento”.
Come ogni buon libro di approfondimento storico, non pretende di asserire verità o di indicare le linee da seguire, e molto spesso- a partire dall’introduzione dei/delle compagnx- ci siamo trovatx a “storcere il naso” su alcune prese di posizione. Malgrado questo crediamo possa essere un buon contributo per la riscoperta di storie che verrebbero altrimenti seppellite e- perchè no?- uno spunto per ampliare i nostri orizzonti.
Buona lettura.

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YES SIR, I WILL

Brevi note per chi si è lasciatx comprare

WHITE MAN IN HAMMERSMITH PALAIS
E’ una tranquilla sera di regime: mentre giunge la notizia dell’assassinio da parte degli sbirri di un recluso nel CPR di Gradisca da qualche parte, in un centro sociale occupato senza nome, ad un festival HC senza nome, arriva un taxi.
Ne esce un ricco signore, imprenditore proprietario di un franchising del “food” e personaggio televisivo.
Paga l’ingresso, questo ricco signore, ed entra nello spazio.
Corpi sudati, canzoni che inneggiano alla rivolta e all’unità della “scena”, e intanto il signore si fa selfie con tante persone in visibilio, offre da bere, si gode un paio di gruppi pubblicando addirittura una storia su instagram (in un posto dove di norma non si dovrebbero fare foto!).
Poi se ne va, sulle sue gambe, senza voltarsi indietro neanche una volta per vedere se qualche malintenzionatx lo segue.
Da questo spunto ecco 6 note per una discussione che non avverrà mai, ma che dovrebbe esserci.

EVER FEEL LIKE KILLING YOUR BOSS?
“Ma non è mica un nazi” Ha risposto qualcunx alle rimostranze di chi giudicava negativo questo evento.
Lo stato di cose che viviamo, quello che determina l’esistenza delle carceri, dei lager per migranti, delle frontiere, della polizia e dei fascisti, ha come parziale causa e motore l’accumulo e il flusso di capitali e merci.
All’interno del sistema capitalista chiunque assume un ruolo spettacolare, che come tale è funzionale al mercato cui è fruitore/fruitrice attivo/a o passivo/a.
I ruoli passivi si sprecano: lavoratore/lavoratrice, punk, attivista pacifista, tutte queste cose dettate dalla sopravvivenza o dalla passione sono ingranaggi del mercato e lo alimentano, ma non sono determinanti per la riproduzione del capitale (no, neanche il lavoratore/lavoratrice ormai).
I ruoli attivi invece non solo lo sono, ma anzi essi stessi generano capitale e ne accumulano altri: fra questi c’è la figura dell’imprenditore.
L’imprenditore di cui sopra e i suoi soci, nella fattispecie, “presiedono più di due dozzine di acclamati ristoranti nel mondo. Dal 2010 inoltre sono diventati partner di Oscar Farinetti per portare Eataly, il più grande mercato del cibo e del vino, a New York, sviluppando da quel momento le filiali nel nord e Sud America con sedi in Chicago, São Paolo, al World Trade Center, Boston e più recentemente Los Angeles” (dalla presentazione del sito).
24 ristoranti significa un’impresa che somministra lavoro salariato- cioè sfruttamento- a centinaia di persone e accumula un patrimonio che nel 2015 veniva stimato da Celebritynetworth a 15 milioni di dollari USA, oggi probabilmente triplicati.
Anche se non ci è dato sapere quanto guadagnano o come sono trattate/i i lavoratori e le lavoratrici dei ristoranti del ricco signore, conosciamo bene la condizione di chi lavora per l’azienda di cui è socio: Eataly.
Quest’azienda multimilionaria dai racconti di alcuni ex lavoratori impone “turni settimanali comunicati con meno di 24 ore di preavviso e sempre diversi; nessun canale di comunicazione fra azienda e lavoratori; cambi di reparto arbitrari; nessuna garanzia al momento della scadenza. La comunicazione del rinnovo, quella che più ci premeva ricevere, avviene al momento dell’affissione degli orari: solo chi figura in turno può affermare di avere ancora un lavoro!”, insomma una ricetta non poi così dissimile da quella che si sorbiscono i/le rider e tutte le vittime della gig economy.
Eataly, tra l’altro, è sempre stata la testa di ponte con cui le amministrazioni comunali hanno spinto per gentrificare interi quartieri: parliamo dell’area FICO a Bologna, città ormai in preda alla food economy più spinta dove le esperienze degli spazi sociali vengono a più riprese represse, non ultimo lo sgombero dell’ex caserma Sani settimana scorsa; parliamo di Torino, dove Eataly è complice della guerra ai poveri nell’area di Borgo Dora e Aurora, in quanto possiede il 16% delle azioni della Scuola Holden situata in mezzo al Balon, un mercato che sta venendo sgomberato per lasciar posto a studenti di storytelling (cfr. ghostwriters per politici) e turisti ricchi del cibo che fanno ricche spese all’interno del Mercato Centrale di Umberto Montano, grande amico del patron di Eataly Oscar Farinetti; e poi Milano, Firenze, Roma stessa con la gentrificazione aggressiva al quartiere testaccio, Eataly è un brand che porta devastazione e sfruttamento, il ricco signore ne è socio e ne ha aperto uno tutto suo a NY.
Stiamo parlando, insomma, di un manager di livello: ingranaggio importante del capitale sfrutta dipendenti e accumula proprietà.
Fosse stato un fascistello di borgata sarebbe stato meno pericoloso.

SMASH THE MAC
Il ricco signore è famoso anche per essere testimonial di McDonald’s, una multinazionale che da decenni distrugge l’ecosistema, assassina in quantità letteralmente industriale animali non umani, sfrutta lavoratori e lavoratrici.
McDonald’s è come Benetton, non può neanche tentare di pulirsi le mani e far finta di essere una multinazionale “illuminata” come fa Eataly, e infatti malgrado le continue campagne critiche di associazioni come greenpeace (non di “bigotti estremisti della punk police”) continua per la sua strada di fatturato e devastazione.
Fare il testimonial per un’azienda del genere vuol dire essere complici dei CEO di McDonald’s e già solo questo meriterebbe un trattamento ben diverso che chiedere di farsi un selfie.
Oppure, e forse questa è la triste realtà, a chi era contento/a e divertito/a per la presenza del ricco signore non interessa realmente ciò che fa McDonald’s agli esseri viventi e alle foreste.
Forse sono complici pure loro.

MEAT MEANS MURDER
“Essere vegani è una scelta di vita che rispetto tantissimo, ma io, in quanto essere umano, mi godo la mia posizione al vertice della piramide alimentare. E per questo mi piace mangiare tutto quello che ho sotto di me nella piramide. I vegani stanno tre o quattro gradini più in basso, ma sono fortunati, perché anche se stanno sotto non mi viene voglia di mangiarli”.
Così disse il ricco signore intervistato da Wired nel 2016.
Con il tipico disprezzo malcelato da una benevolenza posticcia da persona “open minded”, lo sfruttatore si gonfia di tutto il suo privilegio di animale umano.
E’ davvero molto poco interessante che il signore in questione “rispetti tantissimo” lo “stile di vita” vegano, dato che tutti gli allevamenti intensivi che usa per riempire i suoi piatti di esseri morti gravano ben più sulla sua responsabilità individuale di qualche finta bella parola su un giornale.
Da sempre il punk in tantissime sue forme, dallo SxE all’anarchopunk, è alfiere della critica radicale allo specismo e al consumo di carne, chissà la tristezza che proverebbe un Colin Jerwood nel vedere gente con le toppe dei Conflict sulla felpa farsi i selfie con un macellaio seriale.
Un macellaio pezzo di merda, dato che la sua campagna pubblicitaria per McDonald’s era proprio in favore degli Hamburger.

WORK REST PLAY DIE
Tutto questo a un punk non interessa.
Paga l’ingresso alla serata, si beve le birre, mosha, fa il circle quando il cantante dei Vitamin X glielo chiede e, se capita, si fa una foto col ricco signore da postare su IG.
La scena HC ormai è una sorta di sfogatoio per i cattivi istinti e una rievocazione storica di quello che era un tempo: basta risse in strada coi nazi, basta chaos tag contro gli sbirri, basta occupazioni punx.
Tutto l’illecito non è contemplato, mentre il lecito di questo esistente è permesso in nome della libertà che ci viene somministrata dallo Stato: la liceità di goderci i gruppi sessisti, i concerti negli SPRAR, gli atteggiamenti machisti, e da sabato pure gli imprenditori, salvo poi criticare come macchinette “gli hipster dello Static Shock che commercializzano la scena”, “la band che aveva firmato per l’etichetta” e tante altre ritualità dette per impotenza o per abitudine.
Dite che l’ondata di band raw punk legata al giro Static Shock o K-Town è una merda perchè “hipster”, dite che il Fluff è “fighetto”, ma invece voi cosa offrite? Un lassismo totale nell’affrontare le questioni del sessismo nella ormai quasi defunta scena e addirittura l’apprezzamento “goliardico” di un padrone?
Certo, gli hipster e chiunque mercifica la propria roba fa schifo, ma in fondo al di là delle pose “true” in cosa si differenzia il tizio o la tizia della scena HC se non usa almeno le armi della critica?
Non gli interessa niente al punk medio, come una persona qualsiasi si gode il divertimento che gli viene somministrato dagli organizzatori e dalle organizzatrici dell’evento.
Non è un caso che ormai i dj-set trash sono una costante dopo i concerti: non pensare, vecchio skinhead, immergiti nella monnezza del divertimento senza via di scampo, provaci male con le tipe, sbronzati, che dopodomani si torna al lavoro.
E senza aver mai voluto approfondire ciò che ci suggerivano nostre band preferite, ci siamo identificatx in un ruolo e non in un’identità, e forse è tutto ciò che ci rimane.

OI! FATTIUNARISATA
Qualcunx lo dice sempre durante questi dibattiti.
Vale per l’imprenditore al centro sociale, ma si è sentito dire di fronte a cose molto più gravi, quali cori o comportamenti sessisti, razzisti e discriminatori in generale.
Sembra che la responsabilità individuale e collettiva venga meno se è detto per scherzare: effettivamente è un metodo in largo uso fra i politici di oggi, come un Salvini che fra una sparata razzista e segregazionista e l’altra si fa selfie mente mangia panini, come un Beppe Sala (sindaco di Milano) che fra uno sgombero e un’asta giudiziaria e l’altra si fa fotografare vestito da trapper o con i calzini arcobaleno. “E’ un tipo simpatico, dice le cose col sorriso, quindi non fa sul serio”.
Ridere di qualcosa di problematico, provocare, “scherzarci su” fa sì parte della storia più ‘camp’ del punk, vedasi il profluvio di svastiche del periodo settantasettino, ma non può essere un alibi.
Quando ridi metti i denti in mostra, devi aspettarti che qualcunx possa venire a romperteli, è un assunzione di responsabilità che è propria nella storia del punk quanto le provocazioni pseudo-naziste: nel 77 i/le punk italianx venivano attaccate da compagne e compagni così come dai fasci per le loro provocazioni senza nascondersi dietro la miseria del “è solo per scherzare”, oggi pare invece che tutto ciò che fa ridere non debba passare sotto le armi della critica.
Questa macchiettizzazione dell’esistente in salsa auto/post ironica è propria di una società assuefatta ai meme, è una sorta di recupero- forse involontario- di alcune prospettive situazioniste e del primo punk: queste due controculture (?) non prendevano sul serio nulla dello stato delle cose presenti perchè tutto doveva essere distrutto, oggi non prendiamo più sul serio nulla perchè tutto rimanga così com’è.
Sorridere è stupido quando si dovrebbe ringhiare.

WHENTHEMUSICSTOPS
Dopo la miseria del ricco signore, dell’imprenditore, dello chef Bastianich, e di tutto ciò che abbiamo visto e vissuto in passato nella cosiddetta “scena punk/HC” cosa resta del punk?
Resta che c’è ancora un sacco di gente che le lotte le vuole fare, gente che non ci mette più di 2 secondi a organizzare una TAZ in solidarietà a 2 compagni che resistono sui tetti di uno squat sotto sgombero, gente che fa i chilometri per sostenere i benefit.
Citando il bel racconto di Disastro Sonoro sulla TAZ in solidarietà alla gente dello squat Brankaleone sotto sgombero “l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile”.
Possibile che lo possa essere ancora e per davvero? Proviamoci.
E la prossima volta a Bastianich rubiamogli il portafoglio, almeno…
“The public opinion industry evolved, establishing all we know and loath.
But when music stops and the action is engaged, your tune will change as the audience take the stage”

Flower Power (Anti)police Punx