Female Keep Separate

Nel mondo severo e violento della prigione, la debolezza del quadro liberale di genere è molto chiara. La società canadese affronta ufficialmente la differenza in modo positivo, attraverso l’inclusione delle diverse identità basate sull’auto-identificazione. Questo è in molti modi il prodotto della lotta, ma dobbiamo anche essere capaci di criticarlo per continuare a lavorare verso un mondo senza prigione e senza la violenza di genere. Approfondiremo questo aspetto tra un minuto, ma adottare la comprensione puramente positiva dell’identità di genere da parte dello Stato può portarci a semplificare eccessivamente la nostra comprensione del (etero)sessismo e a finire per difendere i progetti dello Stato dai reazionari quando invece dovremmo attaccarli alle nostre condizioni.

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Una mostruosità iconoclasta

Nel vasto oceano della guerra sociale, alcune persone ribelli – danneggiate, fragili o malate terminali – rifiutano di arrendersi alla vittimizzazione della disabilità. I costruttori del mondo tentano di sottometterle con offerte di pace di assimilazione tecnosferica e comodità consumistiche. Ma queste ribelli – questi mostri – rifiutano qualsiasi cosa meno di una rivolta ostile e insubordinata contro la macchina addomesticatrice…
Questa zine raccoglie le voci di alcune di queste ribelli. Insieme in questa zine, e individualmente nelle loro vite quotidiane, esse cospirano per sfidare la narrativa vittimistica e civilizzatrice del discorso sulla disabilità, mentre prendono anche di mira la civiltà stessa.

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Indirizzi di chi è reclusx

 

Questa è una parziale lista di compagnx arrestatx. Abbiamo fatto questa lista perché pensiamo sia davvero importante continuare a sostenere chi è reclusx. ATTENZIONE, prima di inviare lettere o altro a compagnx in prigione è bene assicurarsi di eventuali restrizioni applicate dal carcere al momento.

Questo post verrà periodicamente aggiornato. Se trovate errori, o avete aggiornamenti riguardo le persone detenute scriveteci via mail!!

Lettere anticarcerarie – Sostenere le persone dietro le sbarre!

In tutto il mondo le persone vengono rinchiuse per le proprie lotte politiche o sociali. Queste persone in molti casi sono lasciate sole all’interno del sistema carcerario che cerca di farle crollare con tutto il potere che ha. Tuttavia scrivere lettere alle persone detenute potrebbe essere una di quelle piccole pagliuzze che riusciranno a tirar fuori la persona dall’apparato repressivo dello Stato.

Vi esortiamo a scrivere lettere alle persone detenute per aiutarle a sopravvivere alle difficoltà della prigione!

Questo video è il risultato del lavoro di collaborazione tra i gruppi Anarchist Black Cross Dresden e Anarchist Black Cross Umeå. È stato creato in occasione per la Settimana di Solidarietà con i/le Prigionierx Anarchicx 2020 (23-30 agosto).

Tuttx liberx, morte ai ricchi

Guardare alle rivolte di questi tempi con i giusti occhi non è compito facile. Ancor meno facile è il riuscire a farne un’analisi che sia lucida rispetto le motivazioni e le tensioni di chi vi ha partecipato..
La piazza che si è presentata a Torino, così come in altre città, è una piazza piena delle sue contraddizioni, di limiti, priva (o almeno così si suol dire) di contenuti politici… Eppure è innegabile la connotazione di classe. Sia quella attribuita dai giornali alle giovani persone rivoltose (appellandole come le persone delle baenlieue), sia quella che chi era li ha potuto osservare e sentire e che la stessa teppa in qualche modo si rivendica.. Al grido di “ricchi di merda vi è piaciuta la casa in centro!”, al suono delle vetrine di un negozio che si spezzano e crollano, lasciando che un fiume entri a riprendersi ciò che gli è stato sempre negato. Perché come ha giustamente detto un anonimo ragazzo intervistato da una radio locale “io non dico che sia giusto ma se quei pantaloni, che ti dicono che devi assolutamente avere in questa società, tu non potrai mai permetterteli… è normale che te li prendi”. Il giorno dopo l’indignatx cittadinx (e con lxi anche alcunx individualità che di media nei social si dicono “di movimento”) griderà allo scandalo e alla tragedia per qualche coccio di vetro per terra, un po’ di borse rubate e qualche danno collaterale ai dehors dei bar del centro. Qualcunx, come al solito, dirà che spaccare le vetrine è sbagliato perché allontana le persone dalle giuste motivazioni delle manifestazioni. Pochx di questx avranno realmente preso parte alla piazza. Ancor meno saranno mai state in una manifestazione in vita loro. Eppure, dal caldo della loro tastiera e dalla sicurezza del proprio profilo social, da sinistra a destra abbiamo potuto osservare il popolino farsi gonfio d’indignazione per quanto successo. Commercianti e Fascisti del nuovo millennio intanto giocheranno l’arduo ruolo del trapezista e, miracolosamente, cercheranno ancora di cavalcare sia la disapprovazione sociale, sia la rabbia della teppa. La stampa in tutto questo marasma di voci, persone e gruppi non sa più bene dove volgere lo sguardo così decide di buttare tutto in caciare dando un po’ la colpa a chiunque (i noti immigrati fascisti dei centri sociali???) ma stranamente ammettendo che questa volta non si possa assolutamente parlare di una qualche regia in piazza. Non si corre al complottismo mediatico in cui pericolosi anarchicx (anche quando si parla di aree di movimento che poco hanno a che vedere con l’idea anarchica) stanno cercando di fomentare le rivolte ma scrivono, se pur timidamente, che non si sa. che la digos indaga. che gli inquirenti inquerentano… Insomma. Lo stato brancola nel buio. Noi anche.

Tra le cose “evidenti” (a mio avviso ovviamente) c’è una totale assenza di lavoro reale nei quartieri più marginali. Per quanto negli anni vi siano stati differenti collettivi e gruppi che hanno concentrato le loro lotte e le proprie tensioni nei confronti di chi, esclusx dalle politiche sociali di questo paese si è trovatx completamente ai margini. Nonostante anni di lotte, rivolte, picchetti, resistenze, occupazioni e manifestazioni bisogna ammettere che il cosiddetto movimento è rimasto a urlarsi da solo addosso e a crogiolarsi dei risultati ottenuti (ma che non hanno avuto alcun effetto reale)… Intanto (per fortuna) giovani rivoltosx, ignorando totalmente “il movimento” o addirittura schifandolo e pur non essendosi mai affacciate ad una piazza o non avendo mai preso parte ad un “riot” ci supera a sinistra. La polizia non sa come reagire. La piazza esplode nella rabbia di chi è stancx delle scelte di governo, di una vita di stenti, di dover apparire sempre perfettx ed “in tiro”. Si vedono giovani vestitx di tutto punto lanciarsi in grida di gioia mentre corrono contro la polizia in assetto anti-sommossa. Mentre distruggono dehors per costruire barricate, bloccando la polizia in diversi punti e cercando di attaccare ancora. La fiumara di gente non ha né capo, né coda. Non ha un corpo perfetto o una strategia… Persone ben coperte in volto si dirigono in tutte le direzioni, piccoli gruppi si formano e sciolgono in pochi attimi. Quando la polizia carica dietro un angolo la gente fugge veloce ma si ricompatta in diversi punti e attacca ancora. Gli agenti a fine serata sono sfiancati. La piazza non è durata molte ore. Gli sbirri riescono a disperdere i/le manifestanti in diverse vie e la piazza si svuota. Stranamente non partirà questa volta (come spesso accade) una caccia all’uomo da parte di digos e agenti in borghese. Chi quella notte è scesx in piazza riesce ad andarsene più o meno al sicuro girando per le vie del centro. La situazione dopo gli scontri è surreale. Giovani bardatx girano indisturbatx, mentre lontane le forze preposte a mantenere l’ordine osservano impotenti ma meditando forse vendetta.

Nei giorni successivi spunteranno altri appuntamenti. I toni della stampa ovviamente saranno per lo più composti da grida d’allarme. Creando ovviamente un clima di terrore. Immagini di negozianti che impauritx chiudono le proprie attività, mentre la celere e agenti in borghese riempiono le vie dei centri cittadini. Ora che l’ordine costituito si ritrova a dover emanare restrizioni palesemente a favore di padroni e industriali (ma ai danni delle vite di sfruttatx ed esclusx) a colpi di DPCM. Mentre la “classe” dirigente invita alla calma. Le persone impaurite dal clima venutosi a creare disertano le chiamate. O almeno così la stampa vorrebbe venderci la notizia. Vorrebbe dirci che imprenditori e commercianti hanno giustamente manifestato (sventolando bandiere italiane e chiedendo ai propri aguzzini una morte più rapida forse) mentre le individualità criminali che hanno messo in questi giorni a ferro e fuoco le città e le vie del centro sono scomparse. Non una parola su gruppi di giovani che girano per il centro in attesa che qualcosa accada. Niente rispetto Rider che continuano i loro scioperi e manifestazioni. Nulla riguardo chi reclusx nei CPR o nelle galere continua ogni giorno a lottare per la propria sopravvivenza. Mentre lo Stato ci dipinge un immaginario d’obbedienza e restrizioni, mentre i suoi pennivendoli ci descrivono la paura e l’ansia di morire, mentre agenti scandagliano le nostre vite ed i nostri rapporti personali andando ad arrestare molti mesi dopo sia alcunx compagnx in quel di Firenze (per gli scontri avvenuti il 30/10/20) sia diversx giovani accusatx di aver preso parte ai riot di Torino, noi vogliamo ancora ritrovarci nelle strade. Vogliamo ancora urlare di rabbia e vogliamo ancora assaltare il cielo ridendo. Perché alla domanda “se non ora quando” la risposta che più viene istintiva è “sempre!”. Non saremo politicanti in attesa di un tempo maturo e strategie migliori. Saremo vento, saremo tempesta.

Solidarietà Rivoluzionaria

IL SANGUE AGLI OCCHI
Quest’opuscolo che abbiamo tradotto risale all’ormai lontano 2013.
Tante cose sono cambiate e tante sono le differenze oggettive fra chi l’ha stilato- unx compagnx anarchicx statunitense- e noi che andiamo a leggerlo, ma il casus belli è simile: nel conflitto di classe perennemente in corso, non passa giorno in cui i padroni e i loro sgherri umiliano, sfruttano, detengono e infine uccidono chi è più “debole” in questa società.
E non passa giorno in cui questi soggetti “deboli” non rispondono alla violenza con la violenza.

La domanda che si pongono gli autori / le autrici è una domanda ineludibile ormai nel mondo anti-autoritario: che ruolo abbiamo noi nelle lotte delle classi oppresse?

Finiti i tempi in cui erano anarchici e anarchiche o comunisti e comuniste a soffiare sul fuoco delle rivolte, oggi la scelta è fra il guardare come uno spettacolo qualsiasi le rivolte degli/delle oppressx o parteciparvi.

Ma come?….

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Punk&Pandemia

UN ALTRO MONDO E’ IMPOSSIBILE
Limiti del DIY in tempi pandemici

Sono passati solo 4 mesi dall’esplosione ufficiale del virus che ha scosso il mondo, troppo pochi per poter tirare le fila su cosa ha portato e cosa porterà.
Eppure questa catastrofe può essere da spunto per riflessioni per troppo tempo rimandate in nome dell’abitudine alla sopravvivenza.
Se la normalità era il problema in cui non vogliamo più tornare, se non è solo un mero slogan, dobbiamo capire se forse anche noi stessx alimentiamo quella condizione, ed è importante quindi tornare a porci una domanda fondamentale: cos’è l’autogestione?
Alla proclamazione del lockdown centri sociali e squat hanno chiuso i battenti, adeguandosi alle misure di prevenzione decise dallo Stato: una scelta di responsabilità collettiva condivisibile, come è condivisibile tanto la scelta di distro come la nostra di sospendere le spedizioni di supporti fonografici quanto quella di continuare la propria attività in generale.
Tutto giusto, eppure qualcosa non torna: lo Stato decide arbitrariamente di chiudere qualcosa e di riaprirlo dopo un mese, noi ci adeguiamo e anzi molto probabilmente ci adegueremo a ricominciare a fare concerti quando lo Stato lo deciderà.
Questo perchè siamo pavidx, siamo servx, siamo fake? Non crediamo sia interessante autoflagellarci dicendo questo genere di cose, nè mostrare i muscoli virtuali dicendo “siamo anarchicx dovevamo fare (e faremo) quel che ci pare”, ma individuare un grosso limite del mondo delle autogestioni, che è l’incapacità di dotarsi dei mezzi per rispondere a modo nostro a un’evidente crisi epidemica.
Certo, il come e quali strumenti cui dotarsi è un’incognita, eppure è molto importante cominciare a farsi questo domande, pena subire per sempre la subalternità alle istituzioni.

L’autogestione e il suo mercato, le autoproduzioni, sono state per tanto tempo un’isola felice perchè permettevano a tuttx noi di esprimere la nostra creatività e le nostre passioni nelle maniere più “libere” possibili, ma questi tempi ci hanno dimostrato che le isole felici, gli spazi “liberati”, le zone di autonomia temporanee o meno che siano non bastano a se’ stesse, e che il DIY or DIE è uno slogan che molto spesso indica una consequenzialità piuttosto che un bivio.

In questi mesi lo Stato Italiano ha mostrato le proprie incapacità e i propri interessi vietando qualsivoglia forma di assembramento che non fosse strettamente legata alla produzione, al consumo e al capitale. Nessuno spazio per il nostro sentire. Nessuno spazio per la protesta.

In questi mesi, se pur a fatica, abbiamo visto susseguirsi diversi momenti di piazza, alcuni chiamati pubblicamente, altri sorti spontanei, altri organizzati sotto voce. Se a qualcosa abbiamo partecipato, molto altro lo abbiamo lasciato perdere. Ma non è questo il punto di questo scritto. Non vogliamo fare un’analisi spicciola sulla rivolta ai tempi della pandemia ma piuttosto porre alcune domande sperando di dare il là ad una serie di discussioni che riteniamo vadano fatte.
A quando il primo concerto? come lo faremo? torneremo a pogare sudatx fianco a fianco o staremo fermx a osservare chi suona?
Attenderemo che lo Stato ci dica che possiamo assembrarci (nel rispetto della vita altrui e consci del pericolo di contagiarci?) o cercheremo ancora una volta di riprenderci le nostre vite… la nostra normalità? ma è questo quello a cui aneliamo?
Non vogliamo tornare ai concerti pubblicati sui social. Non vogliamo tornare ad eventi ludici totalmente privi di critica e discussione. Vogliamo (o vorremmo) creare qualcosa che vada al di là di ciò che è lecito e consentito.
Non abbiamo risposte o ricette per il chaos. Non possiamo (ne vogliamo) dire quale sarà la pratica “più giusta” o “più conflittuale” ma andiamo cercandola.
Non abbiamo neanche una vera e propria proposta, ne stiamo qui dicendo che bisogna far finta che questa pandemia non esista. Diciamo invece che vorremmo discutere della nostra socialità, dei nostri spazi, del nostro tempo e di come prendere il controllo delle nostre vite e non lasciare più allo Stato la delega di quando e cosa possiamo fare.

In questi, pochi, mesi, alcunx di noi hanno continuato (o almeno hanno provato) a mantenere una qualche forma di socialità collettiva. Chiaramente prendendo i dovuti accorgimenti sul rispetto reciproco e le necessità (di salute fisica, morale e mentale) di ognunx di noi. Avremmo voluto discutere maggiormente (e forse avremmo dovuto) di come, in quanto anarchicx, possiamo organizzarci ancora per riprenderci spazi di gioia, festa e conflitto.
Ci piacerebbe che da questi punti ora accennati partisse una discussione anche pratica, perché il concetto di autogestione per come lo abbiamo conosciuto ha mostrato le sue corde, è forse il momento di tornare alle sue origini o di superarlo? Possiamo accettare di attendere ancora finché qualcunx ci dirà che possiamo tornare a urlare sotto palco o ci metteremo ad urlar di rabbia contro questo esistente una volta per tutte?
Quando abbiamo iniziato quest’avventura (ormai 15 anni fa) eravamo sicuramente più incuranti delle conseguenze delle nostre azioni e se poi andiamo a guardare i nostri comportamenti durante le serate forse forse ci salta all’occhio un dubbio… E le altre malattie? e la miriade di tossine che ingeriamo volentieri durante le serate? contano meno perché meno evidenti? Oppure dobbiamo tristemente ammettere che anche noi siamo vittime della narrazione dello Stato rispetto i tempi che viviamo?
Il giro punk non è noto certo per essere salutista. Anzi! eppure pare che questo virus ci abbia fatto scoprire l’acqua calda… se non prendi le dovute precauzioni contro le malattie, muori. Sarà forse stato il sistema sanitario (a pezzi e mal finanziato) che ci ha portatx tutti e tutte al “rispetto” della situazione pandemica e quindi all’autolimitarci? Oppure la paura della canea mediatica o di perdere gli spazi occupati (come se non fossero tutti a rischio ogni giorno, come se rispettare queste disposizioni possa salvarci)? Negli anni il movimento punk, in particolar modo quella fetta di movimento punk ancora anarchico, ha portato avanti istanze di lotta, solidarietà, mutuo appoggio e autogestione. Consci che tutto ciò era ben oltre il limite del consentito. Oltre la mera legalità.

Non vogliamo ovviamente dire né in questa, né in altre sedi al momento che bisogna dunque “tornare alla normalità”, a diffondere le nostre vite sulla rete come niente fosse, ad ammassarci senza alcun riguardo delle altrui necessità e tensioni ma anzi, vorremo iniziare a discutere e a ragionare insieme sul da farsi. Su cosa voglia dire autogestione delle proprie vite e non solo delle proprie serate. L’autogestione non è (a nostro parere) meramente venire a consumare dentro uno spazio “liberato”, deve voler dire molto più di questo se vuol sopravvivere a questi tempi e a quelli futuri. Possiamo immaginare serate in cui la cura delle persone è importante e necessaria per tutti e tutte? Possiamo trovare dei nuovi modi di organizzarci che escano una volta per tutte da sistemi di cui noi non abbiamo alcun controllo?

L’informalità è stata, ed è tutt’oggi, una parte fondamentale del movimento punk anarchico. Dalla necessità di occupare spazi, per vivere, per organizzarsi, per suonare. Allo scendere in strada. colme di rabbia contro l’esistente. Un organizzazione avulsa a metodi formali e che scimmiottano la burocrazia. Che muta forma e metodo in base alle necessità. Che si denuda di ideologie e si compone di idee, schegge impazzite che si diramano nelle città, nelle piazze, nelle strade.

La rete, social per lo più o per come la intendiamo quest’oggi, è un insieme di pagine “in chiaro” contenenti buona parte delle informazioni su di noi e sulla nostra rete amicale (e non solo). Ci sono criticità evidenti sul modo in cui ci si relaziona attraverso la sempre più presente tecnologia. Le discussioni (e le conversazioni in genere) sono rilegate per buona parte a messaggi asincroni che pretendono sincronia.. E questo è solo una delle molteplici criticità da fare su questo strumento.
Tutto ciò va anche a discapito di discussioni reali, dell’organizzarsi insieme e delle nostre stesse vite. Ovviamente è innegabile la possibilità di poter discutere pur trovandosi a chilometri di distanza, il poter condividere quasi in tempo reale aggiornamenti ed altro ancora… Non ci basta questo per sorvolare alle criticità di questo strumento. Ci risulta evidente ad un primo sguardo come la possibilità di ottenere qualsiasi tipo di informazione o nozione attraverso apparati tecnologici ci abbia privato di una necessità primaria. L’incontrarsi. Gioia e giubilio per chi, tra noi inclusx, è poco avvezzx alle relazioni sociali ma se guardiamo a questa dinamica al di là delle semplici serate non possiamo che pensare a quanto ora sia necessario ragionare collettivamente su cosa voglia dire autogestione e su come al di là delle semplici parole possiamo prendere il controllo delle nostre vite e aver cura di chi c’è vicinx.

Durante i primi giorni della pandemia ci siamo chiestx spesso: come poter fare le cose che ci piacciono riuscendo a creare un’ambiente sicuro?
Amaramente ci siamo risposte che in realtà ciò che dovremmo fare per evitare la diffusione del virus è ciò che avremmo dovuto fare sempre: rispettare le distanze e toccarci solo previo consenso altrui, avere cura delle persone ritenute “più deboli” nonchè dimenticate dalla società presente (immunodepresse, con malattie croniche ecc), rispettare i timori di ognunx.
Queste cose, ovviamente, non le abbiamo mai fatte e c’è il rischio che anche quando e se l’epidemia finirà continueremo a ignorarle; del resto è più facile pogare sudatx cercando di mettere le mani addosso senza consenso alla persona che troviamo sessualmente stimolante e rendere inagibile lo spazio che viviamo per persone che hanno problematiche fisiche e/o mentali piuttosto che ripensare in maniera profonda al nostro modo di vivere la socialità.
Del resto è più semplice simulare i momenti conviviali offerti dal capitale piuttoste che operare un radicale cambiamento nel nostro modo di porci rischiando di risultare “noiosx”.
Peccato che tutta la vita nel mondo delle merci è noiosa, e allora forse quello che dovremmo fare, la possibilità che ci viene messa sul piatto da una spaventosa epidemia, è quella di smettere di pensare al nostro concertino come il momento in cui mettiamo in pausa la nostra vita in quel mondo ma come invece quello che lo ribalta. Potremmo immaginarci concerti in cui la vita realmente vissuta è così radicale da non finire mai, o finire con lo schianto della polizia che tenta di sgomberarci, non con noi ubriachx che mestamente torniamo alle nostre macchine, le nostre case, il nostro lavoro.
Ora è il momento, domani sarà già troppo tardi.