Sabotiamo la guerra

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  • Sabotiamo la guerra – Innescando l’Internazionale (Bezmotivny)

Traduzioni dal francese:

  • Logiche di guerra (Avis de tempêtes)
  • La guerra comincia qui (anarchie!)
  • Contro la guerra, guerra di classe! (A$AP Révolution)

Traduzione dallo spagnolo:

  • Ucraina, l’analisi degli anarchici russi del Kras (Grupo Moiras)

Sabotiamo la guerra – Innescando l’Internazionale

Fonte: https://infernourbano.noblogs.org/post/2022/02/24/sabotiamo-la-guerra-innescando-linternazionale/

Riceviamo e pubblichiamo l’editoriale del numero 4 della rivista BEZMOTIVNY, “Sabotiamo la guerra – Innescando l’Internazionale”, dedicato alla crisi ucraina

Quando i lettori avranno tra le mani queste righe la crisi in Ucraina potrebbe aver raggiunto il parossismo ed essersi scatenata nella sua drammatica precipitazione. O forse no. Alcuni passaggi potrebbero essere stati superati o smentiti dai fatti, o ancora in attesa di verifica. Non siamo preoccupati per un’eventuale inattualità di quanto stiamo scrivendo, giacché queste parole non possono che essere inattuali. Di fronte alla guerra l’anarchismo ha sempre mantenuto la stessa posizione che fu di Bakunin sin dai tempi del conflitto francoprussiano e della Comune. Conviene dunque partire dalle ovvietà.

Il nostro internazionalismo si traduce in un sentimento assolutamente semplice: le sfruttate e gli sfruttati, in Russia come negli Stati Uniti, in Ucraina come in Italia, sono le nostre sorelle e i nostri fratelli, il loro sangue è il nostro sangue; gli industriali e i boss della finanza, i generali e i signori ufficiali, i governi tutti, sono i nostri eterni nemici. Essendo mossi da sentimenti d’odio e d’amore eterni, le nostre passioni non possono che rifuggire dall’attualità, dai suoi opportunismi, da una valutazione paracula circa le condizioni e la propaganda del momento.

Eppure, onde evitare che questi alti sentimenti si risolvano in dei propositi astratti e innocui, buoni per mettersi la coscienza a posto e, in fondo, per trovare per una via un po’ più tortuosa, ma proprio per questo ancor più ipocrita, la propria sistemazione, l’accomodamento in una posizione opportunistica, a questi propositi ne va aggiunto un altro: la sola pratica compatibile col discorso internazionalista è quella che pone come nemico principale il proprio governo, il proprio Stato, il proprio blocco imperialista.

Rifuggiamo dunque da ogni tentazione frontista, rigettando tanto le posizioni di quanti in nome del pluralismo e dei diritti umani sono tentati dal serrare i ranghi sotto le liberali insegne occidentali, quanto quelle di coloro che nel nome di un anti-americanismo e di un sovietismo nostalgico sono tentati dalla partigianeria filo-russa.

Il prezzo della guerra come sempre lo pagano i proletari e da mesi lo stiamo già pagando, anticipatamente, con l’aumento delle tariffe delle bollette, del carburante e, a cascata, con la dinamica inflazionistica che sta coinvolgendo tutte le merci. Un processo che si intreccia con la dinamica speculativa messa in moto dalla ripartenza economica a seguito della crisi provocata dalla pandemia. Questo è il prezzo della speculazione, è il prezzo delle rappresaglie di Putin, è il prezzo dell’avventurismo di Biden, è il prezzo del servilismo di Draghi. Questi signori sono i nostri affamatori, nessuno di loro è nostro amico.

Ammesso che la crisi in corso non si risolva in un olocausto nucleare (ipotesi molto improbabile, ma comunque non impossibile), nella «migliore» delle ipotesi, alle nostre «privilegiate» latitudini, il prezzo che pagheremo con la guerra in Ucraina sarà quello di un impoverimento fino a pochi anni fa inimmaginabile nella bambagia europea a cui eravamo abituati: gli attuali aumenti del carburante e dell’energia, e con essi di tutte le merci, potrebbero rappresentare un accenno nemmeno comparabile con quello con cui avremo a che fare. La stessa continuità energetica, con le condizioni di comfort date per scontate da mezzo secolo dalle persone in questa regione del pianeta, potrebbe non essere garantita, tanto più in una condizione nella quale l’energia che c’è deve essere utilizzata per i superiori scopi dell’industria bellica.

Forse il più grande insegnamento, generalmente trascurato, della vicenda pandemica è stato nel tramonto della cosiddetta «società dei consumi». In quei giorni della primavera del 2020 con i supermercati parzialmente chiusi, con interi prodotti di cui era vietata la vendita, è avvenuto un fenomeno inedito per chi, come chi scrive, è da sempre vissuto in una società dove il consumismo era quasi una religione. Il governo ha voluto lanciare un messaggio che evidentemente non aveva niente a che vedere con la salute pubblica: un messaggio di austerità morale. È un momento difficile, i cittadini lo devono capire anche attraverso un sacrificio quaresimale. D’altro canto, già allora ci dicevano «siamo in guerra», anticipando i nuovi sacrifici a venire.

Un anno dopo, il presidente della Confindustria ha proposto un’analisi molto interessante. Intervenendo all’assemblea nazionale dell’organizzazione padronale lo scorso 23 settembre, più lucido di tanti imprenditori che invocano il distopico «ritorno al mondo di prima», Carlo Bonomi ha chiarito che «passerà molto tempo, purtroppo, prima che la domanda interna di consumi possa tornare a essere un driver potente di crescita». Il grande capitale sa bene che in questo periodo storico non è sui consumi interni che deve fondarsi la crescita. Più di recente, il 12 febbraio, il direttore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha dichiarato che bisogna assolutamente evitare una spirale prezzi-salari: «non si batte l’inflazione aumentando i salari», se i prezzi aumentano gli sfruttati si devono impoverire, altrimenti dove sta la fregatura? Lorsignori sanno che, guerra o non guerra, la proletarizzazione è la cifra dei fenomeni sociali dei prossimi anni.

Tornando alla guerra, dunque, quello che appare più probabile, scartate le ipotesi più drammatiche di una vera e propria escalation nucleare tra le potenze (che comunque, va ribadito, non è da escludersi), è che il prezzo che gli sfruttati di questa parte del pianeta pagheranno sarà un ulteriore giro di vite in senso austeritario e autoritario. Il tutto accade nel mentre, come una vipera, se ne sta in agguato la velenosa ipotesi del nucleare, panacea per ogni malanno della nostra industria. Una sirena, quella nuclearista, nient’affatto da sottovalutare: soprattutto se le cose si mettono davvero male con la Russia che chiude definitivamente i rubinetti del metano (o gli USA che obbligano l’Europa a rinunciarvi), di fronte alle necessità militari, industriali e agli stessi disagi sulla popolazione ormai ossessionata di fronte alla coazione a ripetere del sogno reazionario del «tornare alla vita di prima» (immaginiamoci quanto si farà potente questa pressione se la gente si trovasse senza luce e gas), ecco che l’ipotesi nuclearista diventerà addirittura irresistibile.

Un elemento, al contrario, di controtendenza rispetto a quanto accaduto negli ultimi anni sta nel ritorno della «politica» sul dominio incontrastato della tecnica di cui ci parlano i fatti ucraini. La guerra in Ucraina per una volta non sembra una guerra economica, ma una guerra di dominio politico e militare. La stessa questione del metano non è il fenomeno, ma un fenomeno conseguente, una rappresaglia nelle scelte del risiko politicomilitare. Provocata da una costante e aggressiva espansione a est della NATO, la reazione della Russia mira non tanto alla conquista di giacimenti e risorse, ma è motivata dalla pretesa tutta militare di non dover sopportare la presenza di basi militari americane al proprio confine, oltre che da un orgoglio e una nostalgia del tutto ideologici per i bei tempi imperiali andati. Le risorse energetiche sono semmai una clava con cui minacciarsi vicendevolmente.

Lasciando dunque agli anarchici russi, ucraini, bielorussi la cronaca e le analisi di quanto accade dalla loro parte del fronte, delle loro battaglie contro l’autoritarismo dei rispettivi governi, contro il quale si battono al prezzo di arresti, torture e morti, con quello spirito internazionalista per il quale il principale nemico è per me sempre incarnato dal mio governo e dai suoi alleati, vorremmo brevemente soffermarci su ciò che accade dalla «nostra» parte del fronte di guerra.

La vittoria di Biden ha rappresentato un’accelerazione evidente dei pericoli militaristici. La scommessa geopolitica di Trump si fondava sulla possibilità, se non di una alleanza, quanto meno del mantenimento di buoni rapporti con Putin in chiave anti-cinese. In tal senso il temibile Trump ha finito per diventare il primo presidente degli Stati Uniti che dopo molti lustri non ha aperto nuovi fronti di guerra. Incredibile, in tal senso, la cantonata politica presa in modo pressoché unanime dall’estrema sinistra nordamericana. Quando una storica militante comunista, femminista e nera come Angela Davis lancia il suo endorsement per Biden e Harris, questo non ci indica solo il tradimento individuale di una burocrate del movimento, ma una sbandata collettiva di un’intera area politica (dimostrata per esempio dal fatto che Davis non venga cacciata a calci dai contesti militanti). Non è soltanto un tradimento del rifiuto anarchico delle elezioni (dai politicanti comunisti ci si aspetta questo e altro), ma è proprio sbagliata l’analisi specifica, in quanto Biden e Harris per la pace nel mondo erano evidentemente il «male maggiore».

Uno degli errori che viene imputato a Biden persino da una parte della sinistra mainstream (in questo senso abbiamo letto di recente dei pezzi sul manifesto e su Fanpage) è quello di «regalare» la Russia alla Cina. Stringendo in maniera aggressiva il regime di Putin, i nordamericani lo stanno spingendo ad allearsi con quello di Xi. L’alleanza della seconda potenza militare al mondo col paese che rappresenta la prima potenza tecnologica e – per pochi anni ancora – la seconda potenza economica, può davvero diventare l’effetto detonante per una catastrofe militare mondiale. Di fronte alla eventualità che le armi russe comincino a montare tecnologia cinese, potrebbe sul serio saltare alla mente a qualche boia del Pentagono l’idea che un attacco nucleare preventivo possa essere un’ipotesi migliore rispetto alla possibilità di lunghi anni di integrazione militare dei loro più temibili avversari.

Venendo all’Italia, da sempre all’avanguardia nella sperimentazione di nuovi regimi politici, sembra che il governo di Unità Nazionale resista e si confermi nel medio periodo come la cifra degli intrighi politici del bel paese, magari da emulare in altre nazioni europee in caso di un aggravamento della crisi. L’Unità Nazionale è un concetto che va ben compreso. Questa forma di governo può somigliare, ma si differenzia essenzialmente dal classico governo tecnico appoggiato dall’unanimità delle forze politiche. L’Unità Nazionale è un governo eminentemente politico, un governo di fronte politico e sociale: in questo senso all’Unità Nazionale aderisce anche il sindacato nel momento in cui opera per la più completa collaborazione e pacificazione interna; in questo stesso senso aderiscono a esso anche i tecnici, in quanto la Tecnica è oggi una potenza socio-politica. In una parola, il governo di Unità Nazionale è un governo di guerra.

Come internazionalisti che sono stati condannati o privilegiati – dipende dai punti di vista – a vivere a queste latitudini, il compito che ci si impone è quello del sabotaggio, del deragliamento, del disfacimento con ogni mezzo dell’Unità Nazionale e del clima mortifero di pace sociale che questa genera. È l’appuntamento dei prossimi mesi al quale non possiamo assolutamente mancare. L’Unità Nazionale prepara in altre parole alla pace interna tra le classi e alla guerra esterna tra le nazioni. Il nostro internazionalismo ha sempre gridato al contrario: nessuna guerra tra i popoli e nessuna pace tra le classi. Con Galleani noi ripetiamo di essere contro la guerra e contro la pace, ma per la rivoluzione sociale.

L’internazionalismo è però, ancora, soltanto un sentimento. Per quanto corretto dal principio secondo il quale il mio governo è il mio principale nemico, come ogni sentimento anche l’internazionalismo contiene un ché di ineffabile. Il passo coraggioso che dovremmo fare è quello di passare dall’internazionalismo all’Internazionale. Cioè ragionare e diffondere concretamente una cospirazione storica, informale, ma reale, dei rivoluzionari di tutto il mondo. Una «organizzazione», per quanto questo termine ci faccia paura e ci attiri gli occhi della repressione. Ma quali sono le alternative? La fame, la guerra e la morte. L’organizzazione della vita umana associata fondata sulla gerarchia e sul profitto ormai ha dimostrato di non poter governare la complessità che ha generato e ci sta trascinando tutti verso la catastrofe – sanitaria, ecologica e militare. Solo una rivoluzione mondiale ci può salvare. Mettiamoci all’opera.

Logiche di guerra

Fonte in francese: Avis de tempêtes, n°51, Marzo 2022
https://avisdetempetes.noblogs.org/files/2022/03/Avisdetempetes51.pdf

Campismo. Se al tempo della prima macelleria mondiale è divenuta celebre la terribile presa di posizione di Kropotkin in favore della vittoria di una parte degli Stati belligeranti e in nome della stessa speranza di emancipazione, ciò è avvenuto probabilmente perché essa incarnava il fallimento dell’internazionalismo e dell’antimilitarismo, malgrado le risposte date da altri anarchici. Una scelta di campo nemmeno originale, dal momento che i principali partiti socialisti e sindacati operai dell’epoca avevano dal canto loro già ceduto alle sirene dell’Unità nazionale, allineandosi dietro il proprio Stato bellicista. Pur essendo assurdo dimenticare che talvolta alcuni anarchici hanno vacillato sentendosi con le spalle al muro, e ciò si è verificato anche in altri tipi di situazioni come le guerre civili (ricordiamoci del dilemma “guerra o rivoluzione?” risolto a favore della prima da parte della direzione della CNT spagnola), sarebbe tuttavia affrettato limitarsi a considerare solo questo aspetto.

Nel corso delle guerre che hanno costellato lo scorso secolo, ed in cui sono stati coinvolti i compagni, è anche malgrado e contro di esse che sono stati messi in pratica molti interventi sovversivi a seconda del luogo in cui i compagni si trovavano: sono stati costituiti gruppi di combattimento autonomi (generalmente decentrati e coordinati), costruite reti di sostegno ai disertori dei due campi, realizzati sabotaggi del dispositivo militare-industriale nelle retrovie, indebolita la mobilitazione degli animi e minata l’unità nazionale, esacerbato lo scontento ed il disfattismo nel tentativo di trasformare quelle guerre per la patria in insurrezioni per la libertà. Magari ci verrà detto che le condizioni sono assai cambiate dall’epoca di quegli esperimenti, ma certo non al punto di non poter attingere a quell’arsenale se si desidera intervenire nelle ostilità, vale a dire partendo innanzitutto dalle nostre idee e progettualità, piuttosto che dal male minore che consiste nel sostenere il campo e gli interessi di uno Stato contro un altro. Perché, se siamo contro la pace dei mercati, contro la pace dell’autorità, contro la pace dell’abbrutimento e della servitù, siamo ovviamente anche contro la guerra. Perché pace e guerra sono in realtà due termini che rivestono una medesima continuità dello sfruttamento capitalista e del dominio statale.

Energia. Tra i vari pacchetti di pompose sanzioni stabilite dagli Stati occidentali per colpire il loro omologo russo, alla testa come alla base, si saranno potuti notare alcuni evidenti trucchi. Tra le grosse eccezioni a queste sanzioni (che sono alla loro quarta raffica), troviamo infatti le esportazioni russe di materie prime energetiche (petrolio e gas) e minerarie. E ciò capita a proposito, dato che la Russia produce il 40% del palladio e il 25% del titanio del mondo, essendo tra l’altro il secondo più grande produttore mondiale di alluminio e di gas, così come il terzo di nichel e di petrolio. Tutte materie i cui prezzi si sono impennati a partire dall’inizio dell’invasione del territorio ucraino, procurando maggiori entrate monetarie alla Russia… che d’altronde le vengono fornite in gran parte dai potenti degli stessi paesi che emettono incessantemente grida di sdegno umanitario riferendosi alla situazione attuale. A titolo di esempio, dall’inizio di questa guerra l’Unione europea versa ogni giorno alla Russia più di 400 milioni di dollari per il gas e quasi 280 milioni per il petrolio, incassati direttamente attraverso le due banche risparmiate dalle sanzioni finanziarie (e non a caso!), ovvero Sberbank e Gazprombank. E vi risparmiamo i giganteschi importi di tutto il resto, indispensabile sia all’industria automobilistica occidentale (palladio), che alla sua aeronautica e alla difesa (titanio) o alle batterie elettriche (nichel).

Quando si dice che la guerra comincia qui, spesso sembra una semplice rielaborazione di un vecchio slogan ideologico del secolo scorso, ma se qualcuno arrivasse oggi a chiedersi chi finanzia di fatto l’attacco russo, dovrebbe volgersi precisamente verso gli stessi che finanziano il campo avversario, vale a dire la difesa ucraina: si tratta in particolare del sistema tecno-industriale degli Stati occidentali, che non smetterà di girare a pieno regime per così poco, visto che la guerra, i massacri e le devastazioni sul pianeta fanno già intrinsecamente parte del suo funzionamento.

Per colmo d’ironia, esistono allora interessi diversi che i due Stati belligeranti si guardano bene dal mettere in mostra in questa guerra assassina, per non danneggiare i loro comuni finanziatori occidentali: i due enormi gasdotti Brotherhood e Soyuz provenienti dalla Russia, che attraversano poi tutto il territorio ucraino, prima di dirigersi verso la Germania e l’Italia. Un po’ come nessuno dei due belligeranti vuole toccare altri obiettivi sensibili per la propria economia nazionale quanto vitali per le industrie aeronautiche della difesa europea (soprattutto Airbus e Safran), vedi la fabbrica di titanio del gruppo VSMPO-Avisma situata nella città ancora sotto controllo ucraino di Nikopol, e tuttavia proprietà diretta del principale esportatore del complesso militare-industriale russo, Rosoboronexport. Quel che potrebbe sembrare un paradosso è in realtà l’amara illustrazione di una delle caratteristiche delle guerre inter-statali: sebbene le scatenino spudoratamente attraverso l’odio nazionalista, religioso o etnico, raramente sono i potenti a farne le spese — essendo ovviamente in grado di accordarsi fra loro in caso di necessità — ma sono le popolazioni a subirne le conseguenze mortali. Un po’ come la Francia che ha continuato a fornire alla Russia tra il 2014 e il 2020 dalle telecamere termiche per attrezzare i suoi veicoli blindati attualmente utilizzati nella guerra in Ucraina, ai sistemi di navigazione e ai rilevatori ad infrarossi per i suoi aerei da caccia e i suoi elicotteri, pur rifornendo l’Ucraina di missili anti-aereo e anti-carro. In materia di energia come di equipaggiamento militare, i finanziatori e i profittatori della guerra sono ugualmente qui, ed è anche qui che si possono combattere.

Uno dei vantaggi della creazione di piccoli gruppi autonomi che decidano contemporaneamente i loro bersagli e i loro tempi — per chi qui guardasse la guerra con un altro occhio o altrove non avesse l’opportunità di fuggire o decidesse volontariamente di restare — può quindi consistere ad esempio nel sabotaggio degli interessi capitalisti e strategici comuni ai leader dei due Stati e dei loro alleati, non potendo più servire in seguito né all’uno né all’altro, quale che sia il vincitore. Un’altra possibilità certo, ma che però non può cadere dal cielo viste le difficoltà da affrontare, richiede forse di essere già sviluppata e preparata prima, in particolare con l’aiuto di strumenti organizzativi che facilitino la condivisione di sforzi, conoscenze e mezzi adeguati. Questa vecchia questione degli interessi in gioco già agitava del resto le reti dei partigiani francesi sotto l’occupazione tedesca, il cui comando come i servizi anglo-americani insistevano ovviamente sul fatto che i loro sabotaggi industriale di tali siti e strutture sensibili restassero soprattutto reversibili limitandosi a rallentare la produzione nemica, o distruggevano solo obiettivi non-critici alla futura ripresa del paese.

Sudditi. In questa sporca guerra, in mancanza di impegnarsi per il momento in intensi combattimenti in zona urbana, l’esercito russo procede da diverse settimane all’accerchiamento e a pesanti bombardamenti di diverse città, secondo una tattica già provata ad Aleppo. A Mariupol, per esempio, dove 300.000 persone sopravvivono assediate in condizioni terribili, molti hanno dovuto capire a proprie spese che erano in realtà presi in ostaggio sotto il fuoco di entrambi gli Stati. In mezzo ad edifici sventrati, è il proprio esercito che molti gruppetti di civili affamati devono affrontare uscendo dai rifugi per andare in cerca di cibo nei negozi abbandonati.

Al fine di mantenere il suo monopolio sulle rovine e di continuare ad assegnare con priorità ogni risorsa agli uomini in armi, lo Stato ucraino ha quindi affidato ai volontari delle brigate di Difesa territoriale (Teroborona) non solo il compito di proteggere in seconda linea le sue infrastrutture critiche, ma anche di preservare l’ordine pubblico, che riguarda ad esempio i tentativi di saccheggio dei disperati. Per uno Stato che ha decretato la legge marziale tollerando, principalmente nelle città bombardate, forme di auto-organizzazione inquadrate che consentano di supplire alle proprie carenze, il dovere patriottico sarebbe beninteso di aspettare le sue briciole a pancia vuota bevendo l’acqua dei radiatori, essendo risaputo che i saccheggi della sacrosanta proprietà abbandonata possono essere effettuati solo da soldati nemici o da traditori, come scandiscono i suoi ordini del giorno. E al di là della tragica situazione di Mariupol, è la stessa logica messa in atto nella capitale Kiev accerchiata man mano dalle truppe russe, questa volta con dei coprifuoco, l’ultimo dei quali in ordine di tempo non più notturno ma di 36 ore continue per dare priorità all’esercito e alla polizia, che considerano “tutte le persone che si trovano in strada durante questo periodo come membri dei gruppi di sabotatori nemici”, con le conseguenze che questo comporta.

Anche qui, affermare che in tempo di guerra lo Stato si impone col pugno di ferro ancor più che in tempo di pace non solo sulle menti ma anche sui corpi di tutti i suoi sudditi, non è una semplice banalità trita e ritrita: carne da cannone o carne da bombardamento, alla ricerca di cibo o di complici per auto-organizzarsi al di fuori della morsa statale, cioè semplicemente per respirare un’altra aria rispetto alla promiscuità dei rifugi o per comprendere la situazione da sé, ogni individualità è indotta ad annullarsi volente o nolente sulla scacchiera dei due eserciti che si fronteggiano. Una situazione che ovviamente si estende fino ai confini occidentali dell’Ucraina, che più di tre milioni di rifugiati hanno già oltrepassato… dopo essere stati debitamente controllati per scartarne tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni idonei al servizio. Se un’ondata di mutuo appoggio con le famiglie si è diffusa su entrambi i lati del confine, uno degli aspetti più rimarchevoli concerne tuttavia la tenue solidarietà che comincia ad instaurarsi, nonostante l’ostilità di una parte degli abitanti, verso coloro che rifiutano di combattere e non hanno la possibilità di pagare 1500 euro alle corrotte guardie delle frontiere ucraine. In particolare, grazie alla compilazione di falsi certificati medici o all’assegnazione di passaporti biometrici, unico documento ufficiale accettato in Ungheria o in Romania durante le prime due settimane del conflitto per far entrare i rifugiati nel proprio territorio.

Smistare, selezionare, dare priorità, registrare, classificare per separare alle frontiere i poveri buoni da quelli cattivi (anche a seconda della loro nazionalità, come hanno constatato sulla propria pelle i cittadini dei paesi africani), non è ovviamente una specificità dello Stato ucraino in guerra, ma la continuità di un vasto inferno di collaborazioni inter-statali, di contrattazioni economiche e di imperativi geo-strategici. Così gli uni sono condannati ad annegare nel Mediterraneo, altri a marcire nei campi Onu per i Rifugiati al fine di essere smistati nei vicini territori, e gli ultimi a servire gloriosamente la loro patria o come schiavi salariati nei paesi ricchi sempre in cerca di manodopera a basso costo da sfruttare. Perché in fin dei conti la ferocia del potere — che non si rivela mai tanto quanto nelle guerre, nella miseria e nei massacri che genera — consiste forse anzitutto in questo: la sua intrinseca pretesa di spadroneggiare in nome dei propri interessi nel territorio che controlla, cercando di trasformare ogni essere che comanda in suddito sostituibile, a costo del suo annientamento come individuo.

Emergenza. Da diversi anni ondate di minacce vengono brandite e strumentalizzate ad ogni pie’ sospinto per distillare la paura, all’interno di una gestione sempre più militarizzata della “pace” sociale: terrorismo, catastrofi ecologiche, Covid-19… o una ormai possibile deflagrazione nucleare nell’estensione del conflitto che brucia ai confini dell’Europa. E, naturalmente, il ritornello degli ennesimi sacrifici da accettare in fila dietro lo Stato diventa anche qui ogni giorno più stridente. Ma nella sostanza, forse è vero che ci sarebbe qualcosa da sacrificare senza neppure aver bisogno di percorrere migliaia di chilometri. Giacché, tutto quel vasto sistema di morte su larga scala non è forse alimentato da un’energia, un’industria, dei trasporti, delle comunicazioni e una tecnologia che scorrono tutti i giorni proprio sotto i nostri occhi? Rimandare la guerra al mondo che la produce interrompendo il suo rifornimento, può essere allora un altro modo di rompere i ranghi del nemico, sparpagliando dovunque il conflitto contro di lui.

Traduzione in italiano: https://finimondo.org/node/2602/

La guerra comincia qui

Fonte in francese: anarchie!, n°23, Marzo 2022

Già da settimane aleggiava un’aria viziata dagli annunci e dai segnali di una sua imminente concretizzazione, ed ecco — la guerra è scoppiata. Una nuova guerra, questa volta alle porte dell’Europa. Una narrazione fatta su misura è già nella mente e sulle labbra di molti: è colpa di Putin. Una formula semplice, da cui consegue che: poiché la Russia è il campo del Male, allora i suoi nemici ed avversari non possono che stare nel campo del Bene. L’impresa di produzione e formazione dell’opinione che è la comunicazione moderna non è affatto un’attività estetica o spirituale, al contrario, lo scopo che persegue è prettamente pratico: produrre determinati atteggiamenti e comportamenti, e bandirne altri. Nel caso specifico, la grande narrazione che ci viene propinata tutto il giorno mira tra l’altro a mettere in fila l’intera popolazione dietro all’eventualità di un intervento dell’esercito francese e di uno scontro militare diretto (per il momento poco probabile), facendo passare il multiforme impegno dello Stato francese e dei suoi alleati in questa nuova guerra per una giusta causa. Animati da lodevoli intenzioni, gli interessi dei capitalisti e degli Stati sembrano così coincidere d’un tratto con quelli di chiunque. Bisogna tuttavia ricordare un’ovvietà: la causa della guerra che sta dilaniando l’Ucraina, come di tutte quelle che l’hanno preceduta, risiede nell’esistenza stessa degli Stati. Storicamente, lo Stato è nato dalla forza militare; si è sviluppato servendosi della forza militare; ed è sempre sulla forza militare che deve logicamente fare affidamento per mantenere ed estendere il suo potere, si tratti della Russia o di un paese della Nato. Se l’esistenza di individui (civili o militari) che muoiono su entrambi i lati del fronte si presume appartenga a due carogne differenti, in realtà solo il colore delle rispettive bandiere differisce — la loro natura è la medesima: che sia russo o ucraino, lo Stato è comunque oppressione organizzata a vantaggio di una minoranza di privilegiati.

Quando un secolo fa la Prima Macelleria Mondiale stroncava milioni di vite, trascinando nelle sue logiche belliche la quasi totalità del defunto movimento operaio e rivoluzionario che pur avrebbe dovuto sostenere che i proletari, per le analoghe condizioni di sfruttamento, appartenevano allo stesso campo indipendentemente dal loro paese d’origine, alcuni anarchici internazionalisti ricordarono che: “Il compito degli anarchici, nella presente tragedia, qualunque possano essere il luogo e la situazione in cui si trovino, è di continuare a proclamare che c’è una sola guerra di liberazione: quella che in ogni paese è sostenuta dagli oppressi contro gli oppressori, dagli sfruttati contro gli sfruttatori. Il nostro compito è di spingere gli schiavi a ribellarsi contro i loro padroni. L’azione e la propaganda anarchiche devono assiduamente e con perseveranza mirare a indebolire e disgregare i vari Stati, a coltivare lo spirito di rivolta ed a sollevare il malcontento nei popoli e negli eserciti”. La guerra totale che mobilita ogni aspetto della vita e ogni parte della società poteva essere fermata solo dall’azione diretta dei proletari stessi, dalla loro insubordinazione al lavoro come al fronte, bloccando la produzione, disobbedendo ai superiori, disarmandoli, ammutinandosi, interrompendo la mobilitazione bellica, disertando, insorgendo. Insomma, è tutta l’organizzazione della vita attorno allo Stato e ai suoi imperativi bellici che si trattava di disarticolare e gettare nel caos.

La guerra fra gli Stati ha pur sempre bisogno della pace sociale, e gli appelli all’unità e alla solidarietà nazionale che provengono da tutte le parti non hanno altro obiettivo che imporre una tregua interna in un contesto che purtroppo già non brilla per conflittualità. Le analisi geopolitiche e i calcoli raffinati non servono a respingere la guerra: ciò potrà accadere solo rompendo il fronte interno che si forma giorno dopo giorno, minando l’unità nazionale, opponendosi alla militarizzazione della società e del linguaggio che non risale ad oggi (“guerra al terrorismo”, “guerra al virus”…), affermando ad alta voce che non condividiamo le prospettive bellicose, né dei paesi dell’Unione Europea e della NATO né della Russia di Putin, e incitando apertamente al disfattismo: si tratta di trasformare la guerra fra gli Stati in una guerra contro gli Stati.

Quale potrebbe essere allora una pratica coerente con la prospettiva internazionalista e antimilitarista sostenuta dagli anarchici? Come essere “solidali” con coloro che, in Russia e in Ucraina, si oppongono alla guerra e al proprio Stato, esponendosi alla morte, alla prigionia e alla tortura? Fra le altre cose attaccando, nel territorio in cui si vive, il “proprio” Stato, i “propri” capi e industriali, il “proprio” patriottismo, la “propria” economia, il “proprio” militarismo. Perché, se ovviamente non saranno i loro difensori e i loro sostenitori a subire le conseguenze dirette dei giochi di potere tra gli Stati e delle battaglie per acquisire potenza, bensì le persone che vivono nelle zone dello scontro militare, a portata di proiettili, bombe e distruzioni, il punto allora è incrinare la sensazione propria dei potenti di sentirsi al sicuro. E poiché una delle conseguenze economiche della guerra è l’aumento del costo dell’energia, del carburante e delle materie prime, e conseguentemente di tutti i beni di consumo, e dato che l’accettazione di questo aumento viene già presentato come uno sforzo di guerra, si tratta più che mai di tentare di danneggiare l’economia e il normale corso dello sfruttamento, della produzione e del consumo.

Per essere combattuta, ogni guerra ha bisogno di una montagna d’armi, di macchine ed equipaggiamenti militari che vengono prodotti di continuo in fabbriche apparentemente banali da lavoratori che si alzano ogni mattina per andare ad adempiere al proprio ordinario lavoro. Contro la guerra, è necessario provare a bloccare tutto. Bloccare e sabotare la ricerca di morte nei laboratori e nelle università, bloccare e sabotare le fabbriche di morte, bloccare e sabotare le comunicazioni e gli accessi oltre agli scambi di dati, bloccare e sabotare la logistica di morte che permette la circolazione e il trasporto, per via terrestre, aerea e marittima, di armi, munizioni, veicoli e materiali di guerra. Il balletto degli ipocriti, di tutti quei leader, esperti, economisti e giornalisti che ogni mese si congratulano e acclamano la firma di un nuovo maxi-contratto di vendita d’armi e di veicoli militari ad un altro Stato, mentre adesso sembrano scoprire e turbarsi del fatto che la guerra produce cumuli di morti – perché, sorprendentemente, i proiettili e le granate uccidono! – è indicativo almeno di una cosa: le guerre e la militarizzazione sono prodotte qui, sono preparate e progettate qui, portano fruttuosi profitti in gran parte qui (come magistralmente evidenziato dal record di profitti dell’impresa Dassault Aviation per l’anno 2021 o dall’aumento di oltre il 30% dei titoli in borsa di Thalès in un contesto di contrazione generale). In considerazione di tutto ciò, si tratta insomma di fare la guerra in casa.

Infine, e benché possa sembrare sorprendente da dire nell’attuale clima di guerra, è impossibile operare una distinzione di fondo tra tempi di guerra e tempi di pace, tra altre ragioni perché uno dei pilastri del militarismo oggi e da un secolo circa è la duplice ricerca, che mira “simultaneamente a massimizzare i benefici civili della ricerca di difesa e a consentire alla difesa di beneficiare dei progressi della ricerca civile”, come esplicitamente dichiarato dal delegato generale per gli armamenti responsabile del programma n. 191 Duplice ricerca (civile e militare) nel bilancio 2022, e come testimonia l’esistenza della panoplia di oggetti elettronici che permeano la nostra vita quotidiana. Se ciò potesse almeno mettere a tacere coloro che ancora credono nell’importanza del ruolo della scienza e della ricerca tecnologica per il “progresso umano”, o almeno convincerli che esse non sono neutre, da parte nostra traiamo una conclusione in più che invitiamo a condividere con tutti coloro che hanno a cuore la lotta contro la guerra: in tempo di guerra o in tempo di pace, è necessario riflettere sui protagonisti, gli interessi e le strutture che, intersecandosi, rendono concretamente possibile la guerra e cercare gli ingranaggi di questa industria, per tentare di darsi gli strumenti atti a sabotare la macchina da guerra. Pur incarnandosi nei grandi gruppi (come Nexter, Panhard Defense e Arquus per il terrestre, EADS, SAFRAN e Dassault per l’aeronautica, Thales e Sagem per l’elettronica, Naval Group per il navale e MBDA per la missilistica), l’industria militare poggia anche su migliaia di piccole imprese altrettanto essenziali e molto più accessibili. Tenendo anche a mente che le produzioni di armamenti e macchinari di guerra, di sistemi di difesa e sicurezza, di sorveglianza e controllo che servono a fare la guerra sono le stesse che armano il braccio della repressione qui.

La pace rimarrà una parola vuota finché non avremo distrutto tutti gli Stati e le loro frontiere, fintanto che fioriranno gli interessi di chi si arricchisce sullo sfruttamento e sulla guerra, di chi l’ha voluta, di chi la studia, di chi la fomenta, di chi la promuove, di chi la finanzia, di chi la prepara, ovvero di tutti coloro che da vicino o da lontano collaborano con essa. Quale che sia la loro nazionalità, sono loro che noi riconosciamo come nostri nemici, perché saranno sempre nemici della libertà.

Traduzione in italiano: https://finimondo.org/node/2604/

Contro la guerra, guerra di classe!

Fonte in francese: https://asaprevolution.net/index.php/2022/04/09/contre-la-guerre-guerre-de-classe/

In Ucraina, la guerra iniziata con l’invasione dell’esercito russo è ancora in corso. Alcuni vogliono presentarci questa guerra come la gloriosa resistenza dell’intero popolo ucraino contro il fascismo russo, altri come la legittima risposta della Russia all’imperialismo della NATO.

La verità è che nella guerra a morire sono sempre gli stessi; coloro che sono troppo poveri per scappare, che non hanno i soldi o i legami per sfuggire all’arruolamento forzato, costretti oggi ad andare a guarnire le trincee per difendere gli interessi degli sfruttatori di ieri, che li sfrutteranno ancora domani. Insomma, i proletari, quelli che come noi, voi, te, non hanno altra scelta di vita che andare ogni giorno a vendere il loro tempo e il loro corpo per arricchire i padroni di tutti i Paesi. La guerra infuria oltre le frontiere, quelli che non muoiono sotto le bombe, subiranno la carestia causata dalle sanzioni e le ripercussioni economiche, anche a migliaia di chilometri dalle linee del fronte.

Mentre una parte dell’apparato statale russo sembra determinato a continuare la guerra indipendentemente dalla perdita di vite umane, i capitalisti al potere in Ucraina hanno dichiarato la legge marziale. Quelli che prendono nei negozi cibo o qualcosa per migliorare la loro vita quotidiana sono severamente puniti, umiliati, a volte giustiziati. Quelli che lavorano ancora sotto le bombe vedono i loro salari ridotti all’osso in nome dello sforzo patriottico. I capitalisti russi mandano soldati russi, bielorussi, osseti o ceceni a morire e uccidere per i loro profitti. Alcuni dei soldati sono coscritti, reclutati con la forza e mandati a combattere.

Di fronte a questa situazione, numerose manifestazioni si sono svolte in Russia. I lavoratori delle ferrovie bielorusse hanno sabotato i binari per impedire i rifornimenti logistici alle linee del fronte. I lavoratori dell’aeroporto di Pisa in Italia hanno rifiutato di caricare armi per l’Ucraina. Nonostante la feroce repressione, i proletari si sollevano contro questa guerra che non è la loro.

I paesi occidentali e quelli della NATO, che dopo aver saccheggiato, invaso, bombardato quasi tutto il globo in nome del progresso e poi della democrazia, possono di nuovo spacciarsi per il campo della pace e della ragione.

Lo stato russo, in ritardo rispetto all’economia capitalista, si imbarca in una guerra di espansione: una situazione drammatica per chi muore sotto le bombe, ma un’opportunità per i capitalisti! Una riorganizzazione del mercato mondiale dell’energia è ora necessaria in nome dell’Economia Verde. Un piano forzato ma accomodante per i capitalisti europei e nordamericani, in quanto gli investimenti e i profitti potenziali sono colossali.

Questa riorganizzazione andrà ben oltre la questione energetica, i blocchi vengono ridisegnati, l’appello alla nazione o alla sovranità è solo un’esca per l’inasprimento della competizione tra gli sStati minacciati dalla recessione ma soprattutto tra i lavoratori.

La patina ideologica nazionalista cerca di galvanizzare le folle a lavorare ancora più duramente e per salari più bassi per sostenere lo sforzo bellico e far dimenticare ai lavoratori che i loro interessi sono gli stessi di quelli dall’altro lato della trincea.

I migranti ucraini sono redistribuiti “amichevolmente” per paese e secondo le loro qualifiche. In realtà, è una tenda della Croce Rossa che sarà la loro area di attesa prima di essere redistribuiti per un nuovo sfruttamento.

“Siamo in guerra”, questa è la frase con cui Macron ha aperto la stagione del Covid prima di impostare la resilienza come parola d’ordine per la nazione. In linea con il discorso militarista prodotto dagli stati di tutto il mondo dall’inizio della pandemia, per farci accettare di stringere la cinghia di nuovo. Qui, come ovunque, i prezzi salgono, si impennano, esplodono! Questo aumento dei prezzi, già ben avviato prima dell’inizio del conflitto, trova una giustificazione pronta nel conflitto in corso in Ucraina. Per quelli che ci comandano, dovremmo abbassare il riscaldamento, ridurre il consumo di questo o quello, e continuare ad andare al lavoro pagando la benzina due euro al litro !

Non dimentichiamo che la guerra degli Stati è la pace capitalista con altri mezzi. Non chiediamo la pace, che è cara ai democratici solo perché permette l’accumulazione. Contro l’orrore di questa società dove tutto è basato sul profitto, vogliamo la guerra di classe !

Contro il rumore mortale delle bombe, e la confusione mediatica che vuole portarci alle urne, affiliamo i nostri coltelli, scendiamo di nuovo in strada, scioperiamo, blocchiamo: passiamo all’offensiva contro lo sfruttamento !

A$AP Révolution

Traduzione in italiano: https://asaprevolution.net/index.php/2022/04/27/against-the-war-class-war-engita-esp/

Ucraina, l’analisi degli anarchici russi del Kras

Fonte in spagnolo: https://grupomoiras.noblogs.org/post/2022/03/13/kras-ait-acerca-de-la-guerra-en-ucrania

Vista la velocità con cui susseguono gli eventi della guerra in Ucraina e la frammentazione, confusione e parzialità delle informazioni che ci giungono attraverso i diversi media, il gruppo Moiras ha deciso di inviare questa settimana alcune domande alla sezione russa dell’IWA, con per ottenere una prospettiva libertaria sul conflitto che ci aiuti a posizionarci e prendere decisioni basate su una conoscenza più ampia. Nel testo che segue, queste domande sono raccolte insieme alle risposte inviate dal KRAS, al quale ringraziamo di qui per le rapide e chiarificatrici risposte.

Moiras: Nella vostra dichiarazione sulla guerra in Ucraina, indicate i mercati del gas come la ragione principale del conflitto. Vorremmo che ci parlaste maggiormente di quali sono gli interessi capitalistici specifici dietro questa guerra, sia da parte russa che pro-NATO, e ci parlaste della recente evoluzione della politica nella vostra area, basata su questi mercati e sulla loro influenza sull’economia dei paesi occidentali. Queste informazioni di solito rimangono in secondo piano nella versione dei media da noi, molto incentrate sulle notizie quotidiane, ma dove c’è poca analisi.

KRAS: Prima di tutto, è necessario capire che ci sono diversi livelli di conflitto e diversi livelli di contraddizioni intercapitalistiche. A livello regionale, la guerra odierna è solo una continuazione della lotta tra le caste dominanti degli stati post-sovietici per la redifinizione dello spazio post-sovietico. Contrariamente al mito popolare, l’Unione Sovietica crollò non a seguito di movimenti di liberazione popolare, ma a seguito delle azioni di una parte della nomenklatura dominante, che si divisero tra loro territori e zone di influenza, quando i metodi usuali e consolidati di il suo dominio entrarono in crisi. Da quella divisione iniziale, che allora era basata sugli equilibri di potere, si è sviluppata una lotta continua per la redistribuzione di territori e risorse, portando a guerre continue in tutta l’area post-sovietica.

Allo stesso tempo, le classi dirigenti di tutti gli stati post-sovietici (tutti, in un modo o nell’altro, provengono dalla nomenklatura sovietica o dai suoi successori) hanno adottato il nazionalismo militante nell’ideologia, il neoliberismo nell’economia e metodi di gestione autoritari in politica.

Il secondo livello di conflitto è la lotta per l’egemonia nello spazio post-sovietico tra lo stato più forte della regione, la Russia, che si definisce una potenza regionale e considera l’intero spazio post-sovietico come un’area dei suoi interessi egemonici, e gli stati del blocco occidentale (sebbene anche qui gli interessi e le aspirazioni degli Stati Uniti e dei singoli stati europei della NATO e dell’UE potrebbero non essere esattamente gli stessi). Entrambe le parti cercano di stabilire il loro controllo economico e politico sui paesi dell’ex Unione Sovietica. Da qui lo scontro tra l’espansione della NATO ad est e il desiderio della Russia di mettere al sicuro questi paesi sotto la sua influenza.

Il terzo livello di contraddizioni è di natura economico-strategica. Non è un caso che la Russia moderna sia definita “un’appendice del gasdotto e dell’oleodotto”. La Russia svolge oggi sul mercato mondiale, in primis, il ruolo di fornitore di risorse energetiche, gas e petrolio. La classe dirigente predatrice e completamente corrotta, nella sua essenza puramente parassitaria, non ha cominciato a investire nella diversificazione della struttura economica, accontentandosi dei superprofitti delle forniture di petrolio e gas. Nel frattempo, capitali e stati occidentali stanno iniziando la transizione verso una nuova struttura energetica, la cosiddetta “energia verde”, volta a ridurre in futuro i consumi di gas e petrolio. Per il capitale russa e la sua economia, questo significherà lo stesso crollo strategico che il calo dei prezzi del petrolio causò all’economia sovietica dell’epoca. Pertanto, il Cremlino cerca di prevenire questa inversione di tendenza energetica, o di rallentarla, o almeno di ottenere condizioni più favorevoli per se stesso nella ridistribuzione del mercato energetico. Ad esempio, cercare contratti di fornitura a lungo termine e prezzi migliori, respingere i concorrenti, ecc. Se necessario, ciò può comportare pressioni dirette sull’Occidente in vari modi, alienare i concorrenti, ecc.

Infine, il quarto livello (globale) sono le contraddizioni tra le principali superpotenze capitaliste, gli Stati Uniti in ritirata e la Cina in avanzata, attorno alle quali si stanno formando blocchi di alleati, vassalli e satelliti. Entrambi i paesi sono ora in lizza per l’egemonia mondiale. Per la Cina, con la sua strategia “one road one belt”, la progressiva conquista delle economie di Asia, Africa, America Latina e la penetrazione dell’Europa, la Russia è un importante partner secondario. La risposta degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Occidente è l’espansione della NATO verso est, estendendosi attraverso l’Ucraina e la Georgia al Vicino e Medio Oriente e alle sue risorse. Anche questo è un tipo di progetto di “cintura”.Che trova la resistenza dei rivali imperialisti: Cina e Russia, che dipendono sempre di più da esse.

Allo stesso tempo, non va trascurato l’aspetto politico interno. La crisi del Covid ha messo in luce la profonda instabilità interna della struttura politica, economica e sociale di tutti i paesi del mondo. Questo vale anche per gli stati occidentali, Russia, Ucraina, ecc. Il deterioramento delle condizioni di vita, l’aumento dei prezzi e la disuguaglianza sociale, la massiccia indignazione della popolazione per misure e divieti coercitivi e dittatoriali hanno dato origine a un diffuso malcontento nella società. E in tali situazioni, le classi dirigenti hanno sempre fatto ricorso a metodi collaudati per ripristinare la famigerata “unità nazionale” e la fiducia della popolazione nel potere: creando l’immagine di un nemico e fomentando l’isteria militare, anche una “piccola guerra vittoriosa”.

Moiras: Nei paesi dell’Unione Europea, i media, facendo eco ai governi, ci ripetono continuamente che Putin è l’unico responsabile di questa guerra. Conoscendo la storia della NATO, con gli Stati Uniti in testa, pensiamo che non sia così. Come spiegarlo alla nostra gente senza dare l’impressione di giustificare l’attacco russo e di schierarci con il governo Putin?

KRAS: Sfortunatamente, la coscienza pubblica di massa tende a cercare risposte semplici e rozze alle questioni. Non abbiamo motivo di simpatizzare con l’inquilino del Cremlino e la sua amministrazione. Le sue politiche neoliberiste hanno portato ad un vero collasso dei sistemi sanitari ed educativi, alla povertà dei pensionati e dei lavoratori del settore pubblico della provincia. I salari nel paese sono mostruosamente bassi, il movimento operaio è davvero paralizzato… Ma, a prescindere da questo, si capisce che tutto questo è il prodotto di un certo sistema basato sullo Stato e sul Capitale. Non viviamo nel 17° secolo, non siamo nell’era delle monarchie assolutiste. Considerare tutto ciò che accade nel mondo come opera di pochi singoli “eroi” o “antieroi” è a dir poco ingenuo. ma in realtà è una delle forme della stessa teoria del complotto. Ciò poteva essere perdonato nel XIX secolo al romantico Carlyle o a Alexandre Dumas. Ma ai nostri giorni vale già la pena capire che il mondo è molto più complicato e che il capitalismo, come sistema sociale, funziona in un altro modo. Pertanto, il nostro compito è spiegare alle persone la condizionalità sistemica dei problemi che scuotono il mondo oggi. Comprese le guerre di questo mondo. E che l’unico modo per risolvere questi problemi è distruggere il sistema sociale che li crea.

Moiras: Gli schemi della Guerra Fredda vengono riprodotti, tanto che sembra che se critichi una parte è perché stai con l’altra. Gli anarchici lo trovano molto problematico, specialmente quando non abbiamo forza sociale. Vogliamo agire, ma temiamo di essere trascinati e usati dagli eserciti degli stati. Nelle manifestazioni che si stanno svolgendo nelle nostre città, la proclamazione del “no alla guerra” si mescola a richieste di intervento della NATO. Il giornalismo legato al governo del partito socialista spagnolo, il PSOE, ci presenta la necessità di intervenire, tracciando talvolta un parallelo storico con la guerra civile spagnola e le conseguenze del non intervento dei paesi europei, o la partecipazione degli esiliati spagnoli in Francia, molti anarchici, nell’esercito francese contro i nazisti. Che fare? Pacifismo e non intervento, come era la posizione maggioritaria dell’anarchismo contro la prima guerra mondiale, o sostenere la resistenza ucraina contro l’invasione delle truppe russe? Questa seconda opzione può essere considerata come un approccio internazionalista contro l’imperialismo?

KRAS: Dal nostro punto di vista, non si possono fare paragoni con la situazione della guerra civile in Spagna e non può esserlo. Gli anarchici spagnoli sostenevano una rivoluzione sociale. Allo stesso modo, non ci può essere confronto, diciamo, tra il movimento machnovista in Ucraina e la difesa del moderno stato ucraino. Sì, Machno ha combattuto contro gli invasori stranieri, austro-tedeschi, e contro i nazionalisti ucraini, e contro i bianchi e, alla fine, contro i rossi. Ma i partigiani machnovisti si battevano non per l’indipendenza politica dell’Ucraina (alla quale, in effetti, erano indifferenti), ma in difesa delle sue conquiste sociali rivoluzionarie: per la terra contadina e la gestione operaia dell’industria, per i soviet liberi. Nella guerra in corso, stiamo parlando esclusivamente del confronto tra due stati, due gruppi di capitalisti, due nazionalismi. Non spetta agli anarchici scegliere tra loro il “male minore”. Non vogliamo la vittoria per l’uno o per l’altro. Tutta la nostra solidarietà va ai comuni lavoratori che oggi muoiono sotto i proiettili, i missili e le bombe.

Allo stesso tempo, vale la pena ricordare che la posizione della maggior parte degli anarchici nella prima guerra mondiale non era semplicemente pacifista. Questo, come affermato nel manifesto contro la guerra del 1915, è un modo per trasformare la guerra imperialista in una rivoluzione sociale. Qualunque siano le possibilità di raggiungere questo obiettivo in questo momento, gli anarchici, a nostro avviso, dovrebbero costantemente formulare e propagare tale prospettiva.

Moiras: D’altra parte, riceviamo immagini da Internet di gruppi armati che si presentano come un battaglione anarchico nell’esercito ucraino, sai se sono davvero anarchici e qual è il loro modo di vedere il conflitto? E per quanto riguarda la dipendenza dalle armi occidentali per combattere l’attacco russo, ciò non condiziona troppo la possibilità di battaglioni libertari nell’esercito o di una guerriglia anarchica ucraina indipendente? Sapete cosa è rimasto del Makhnovichin, la rivoluzione anarchica di un secolo fa, nella memoria del popolo ucraino? C’è un movimento anarchico in Ucraina oggi?

KRAS: Nel 2014, il movimento anarchico ucraino è stato diviso tra coloro che hanno sostenuto la protesta liberal-nazionalista di Maidan e in seguito hanno aiutato il nuovo governo contro i separatisti nel Donbass e coloro che hanno cercato di adottare una posizione più internazionalista. Sfortunatamente, il secondo era inferiore, ma lo erano. Ora la situazione è simile, ma ancora più acuta. In linea di massima, ci sono tre posizioni. Alcuni gruppi (come “Nichilista” e “Azione Rivoluzionaria” a Kiev) considerano ciò che sta accadendo come una guerra contro l’imperialismo russo e la dittatura di Putin. Sostengono pienamente lo stato nazionalista ucraino e i suoi sforzi militari in questa guerra. La famigerata foto dei combattenti “anarchici” in uniforme mostra esattamente i rappresentanti di questa tendenza: mostra in particolare i tifosi della squadra di calcio “antifascista” Arsenal e gli attivisti di “Azione Rivoluzionaria”. Questi “antifascisti” non sono nemmeno imbarazzati dal fatto che le formazioni armate apertamente filofasciste, come Azov, siano tra le truppe ucraine.

La seconda posizione è rappresentata, ad esempio, dal gruppo “Cerny Flag” di Kiev e L’viv. Prima della guerra, erano aspramente critici dello stato ucraino, della classe dirigente, delle loro politiche neoliberiste e del nazionalismo. Con lo scoppio della guerra, il gruppo ha dichiarato che il capitalismo e i governanti di entrambe le parti erano responsabili della guerra, ma allo stesso tempo ha sostenuto la necessità di unirsi alle forze della cosiddetta “autodifesa territoriale” – unità militari volontarie di fanteria leggera , che si formano su base territoriale.

La terza posizione è espressa dal gruppo “Assemblea” a Kharkov. Condanna anche entrambe le parti del conflitto, sebbene veda lo stato del Cremlino come la forza più pericolosa e reazionaria. Non chiama per unirsi a formazioni armate. Gli attivisti del gruppo stanno ora organizzando l’assistenza alla popolazione civile e alle vittime dei bombardamenti dell’esercito russo.

La partecipazione degli anarchici a questa guerra come parte delle formazioni armate operanti in Ucraina, la consideriamo una rottura con l’idea e la causa dell’anarchismo. Queste formazioni non sono indipendenti, sono subordinate all’esercito ucraino e svolgono i compiti stabiliti dalle autorità. Non sollevano questioni o rivendicazioni sociali. Le speranze di portare avanti un’agitazione anarchica tra loro sono dubbie. Non c’è rivoluzione sociale da difendere in Ucraina. In altre parole, coloro che si definiscono anarchici vengono semplicemente inviati a “difendere la madrepatria” e lo Stato, svolgendo il ruolo di carne da cannone per il Capitale e rafforzando i sentimenti nazionalisti e militaristi tra le masse.

Moiras: Nelle nostre città, le comunità dei lavoratori migranti ucraini, con la collaborazione di organizzazioni umanitarie e comunali, stanno organizzando la raccolta e la spedizione in Ucraina di cibo, vestiti caldi, medicinali… La popolazione spagnola è molto favorevole ma né la guerra né il la pandemia del covid sembra essere servita alle nostre società per mettere in discussione le dipendenze dalle risorse energetiche e dalle materie prime, dipendenze che sostengono il neocolonialismo e distruggono gli equilibri naturali del pianeta. Data la scarsità di risorse, si prevede un ritorno al carbone e una spinta al nucleare. Forse la società russa è più consapevole dei pericoli e della necessità di alternative? Esiste un piano d’azione in questo senso da parte dei movimenti sociali? Cosa ne pensano il KRAS?

KRAS: Sfortunatamente, lo stato dei movimenti sociali nella Russia attuale è deplorevole. È vero che, anche negli ultimi anni, ci sono state diverse proteste ambientaliste e persistenti a livello locale: contro i cassonetti, gli inceneritori di rifiuti o la distruzione ambientale da parte dell’industria mineraria, compresa l’estrazione del carbone. Ma non hanno mai portato a un movimento potente a livello nazionale nel suo insieme. Per quanto riguarda la lotta contro l’energia atomica e le centrali nucleari, che ha raggiunto il suo apice in Unione Sovietica e Russia alla fine degli anni ’80 e ’90, oggi non ci sono praticamente rivolte di quel genere.

Moiras: Le manifestazioni dei russi contro la guerra aiutano i popoli europei a capire che non sono i russi ad attaccare l’Ucraina, ma l’esercito dello stato che governa la Russia. Questo si riflette nei media nei nostri paesi e sappiamo che ci sono migliaia di detenuti in Russia a causa delle manifestazioni, come sta influenzando l’anarchismo russo? Cosa significherà questo per la tua libertà di espressione e di azione nel tuo paese?

KRAS: Manifestazioni e varie altre azioni contro la guerra si sono svolte tutti i giorni dal primo giorno del conflitto. Migliaia di persone vi partecipano. Le autorità le vietano con il pretesto delle “restrizioni anticovid” e le disperdono brutalmente. In totale, fino all’8 marzo, circa 11.000 persone sono state detenute durante manifestazioni in più di 100 città del paese. La maggior parte rischia multe da 10.000 a 20.000 rubli per aver organizzato una protesta “non autorizzata”. Tuttavia, ci sono già accuse più crudeli: 28 persone sono già state accusate di vandalismo, estremismo, violenza contro le autorità, ecc., per le quali rischiano pene fino a molti anni di carcere. Le autorità stanno chiaramente usando la guerra come un’opportunità per “stringere i bulloni” all’interno del Paese. I media critici sono stati chiusi o bloccati. I media ufficiali stanno conducendo una campagna di guerra isterica. È stata approvata una legge secondo la quale diffondere “informazioni false” sulle attività dell’esercito e “screditare l’esercito”, oltre a resistere alla polizia, è punibile con la reclusione fino a 15 anni. È stato persino presentato al parlamento un disegno di legge che consentirebbe di inviare in prima linea gli oppositori alla guerra arrestati. Le persone vengono licenziate dal lavoro, gli studenti vengono espulsi dalle università per discorsi contro la guerra. E’ stata introdotta la censura militare.

In questa situazione, il piccolo e diviso movimento anarchico in Russia sta facendo quello che può. Alcuni partecipano a manifestazioni di protesta. Così, anche due nostri compagni sono stati arrestati e multati. Altri sono critici nei confronti di queste manifestazioni, poiché spesso le richieste provengono dall’opposizione liberale di destra e spesso non sono tanto contro la guerra quanto filo-ucraine (e talvolta anche pro-NATO). Rimane la possibilità di andare alle manifestazioni con le nostre pafrole d’ordine e striscioni (alcuni anarchici lo fanno), o di intraprendere piccole azioni indipendenti e decentrate. Gli anarchici scrivono slogan contro la guerra sui muri, dipingono graffiti, incollano adesivi e volantini, appendono striscioni contro la guerra. È importante trasmettere alle persone la nostra posizione speciale e indipendente, [allo stesso tempo contro la guerra, anticapitalista, antiautoritaria e internazionalista.]

Traduzione in italiano: https://www.matrioska.info/attualita/ucraina-lanalisi-degli-anarchici-russi-del-kras/

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