Lunedì 8 aprile si terrà la prima seduta del nuovo Consiglio d'Amministrazione del Politecnico, il primo riformato secondo le regole dalla legge n. 240/10, meglio nota come legge Gelmini. La composizione del CdA diventa ancora più importante proprio alla luce delle novità introdotte dall'ex-ministro dell'istruzione, che trasferisce tutto il potere decisionale nelle mani di questo organo, relegando il Senato Accademico al semplice ruolo di consulente e controllore senza poteri.
I consiglieri sono 11: il rettore Gilli, due rappresentanti eletti dagli studenti, un tecnico-amministrativo, 4 interni (due ordinari, un associato e un ricercatore confermato), e 3 esterni. Le nuove regole fissano proprio nel minimo di 3 il numero dei membri esterni, richiedendo al loro profilo un solo requisito: “comprovata esperienza manageriale”. Da una rosa di 25 nomi il Senato ha così nominato i magnifici 3: Andrea Beltratti, Alessandro Barberis, Andrea Mazzetti.

 



Andrea Beltratti, 54 anni, economista esperto di finanza, ordinario alla Bocconi di Milano. Ma Beltratti non è solo professore presso l'università milanese delle elité nostrane, soprattutto da maggio 2010 è Presidente di Intesa-San Paolo. Ecco l'ombra lunga della banca che, da principale creditore dell'ateneo, vuole controllare più da vicino i propri investimenti. E d'altronde a Torino sembra che nulla sfugga al suo controllo: lo stesso Comune, primo azionista della Compagnia di San Paolo (detentore della maggioranza dell'istituto bancario), si intreccia con la banca, prima creditrice del Comune stesso.
Alessandro Barberis, 76 anni, presidente della Camera di Commercio di Torino, con un passato recente alla guida di San Paolo e FIAT ed altri numerosi incarichi in Confindustria. Per lui, ex allievo del poli, si tratta di un ritorno a casa. Elemento giovane, con ancora sufficienti energie per gestire un doppio impegno, dietro la sua nomina è impossibile non vedere l'ombra di Confindustria, vera artefice delle ultime riforme universitarie. Di lui si ricordano le parole con cui premiò il suo successore al Lingotto, Sergio Marchionne, come “Torinese dell'anno 2006”: "Con Sergio Marchionne premiamo una persona che è stata ed è un esempio formidabile per Torino e per tutto il mondo dell'impresa. Un esempio che è entrato nella memoria e nel cuore di ogni torinese". Nella nostra memoria di Marchionne ricordiamo il referendum ricatto, le epurazioni degli operai che si sono opposti, gli stabilimenti chiusi, mentre non ricordiamo alcun piano industriale di rilancio. Dove sarebbe questo “esempio formidabile”? E dove ha recepito tutto questo “affetto” nei confronti del manager canadese? Di certo non ai cancelli FIAT....
Andrea Mazzetti, 47 anni, manager responsabile di “Portfolio Strategy” a livello internazionale della Ferrero, residente in Lussemburgo. Anche lui è un figliol prodigo e anche per lui breve passato in Fiat, poi McKinsey e Andersen Consulting, prima di approdare all'impero dolciario albese. Ecco l'imprenditoria buona, quella che tiene alto l'orgoglio italico in giro per il mondo, il volto “gentile” del capitalismo dietro al quale si cela un altro colosso industriale che pesa nelle decisioni della nostra università. Intesa-San Paolo, Fiat, Ferrero, Confindustria: tutta l'imprenditoria di casa nostra mette piedi e mani nell'organo che solo guiderà le scelte strategiche del nostro ateneo. E a queste figure potremmo aggiungere il Direttore Generale Davide Bergamini, per lunghi anni responsabile finanziario con diversi compiti alla corte dell'ex impero automobilistico degli Agnelli. In questa nuova veste avrà poteri molto più ampi rispetto ai vecchi direttori amministrativi, con l'esclusivo compito di razionalizzare il sistema, cioè precarizzare, comprimere i salari erodendoli il più possibile (i buoni pasto sono già stati tolti ai lavoratori del Politecnico), eliminare ogni resistenza sindacale.


Una prima domanda ci appare quasi ovvia: come un CdA composto da persone con impegni così incombenti e che quindi ogni volta fatica a raggiungere il numero legale può svolgere i delicati compiti ad esso assegnati?
Un'altra situazione evidente è l'assenza di manager pubblici. Non pecchiamo di ingenuità: sappiamo bene che poco cambierebbe, perché l'amministrazione pubblica torinese è ugualmente “infiltrata” da manager molto vicini alle grandi imprese e perché il pubblico ormai svolge l'esclusiva funzione di garante degli interessi privati. E sappiamo bene che il buon Marchionne non ha certo bisogno di mettere suoi uomini in CdA per poter imporre alla nostra università scelte anche di grande rilevanza: corsi dedicati (Ing. dell'autoveicolo), tanto quanto sedi dislocate nel nulla (Mirafiori), acquistate giusto per far un favore a Fiat e rilevare (dietro pagamento) capannoni che nessun altro si sarebbe accollato. Tuttavia la presenza così massiccia e formale dei capitali privati all'interno della governance accademica dimostra come la guida degli atenei sia ormai spudoratamente in mano ai privati e risponda esclusivamente ai loro interessi di profitto, senza per altro che le aziende stesse debbano accollarsi l'intero onere del finanziamento della struttura che resta in gran parte delegato al fondo di funzionamento ordinario ed ai fondi per il merito che saranno distribuiti agli atenei “virtuosi” dal ministero. Ecco il modello universitario confindustriale: riduzione degli investimenti e affidamento della gestione delle risorse pubbliche alle imprese private.


Quello che qui ci preme sottolineare non è tanto la presenza di tali soggetti (come già detto, dentro o fuori dal cda cambia poco, perché il vero potere lo esercitano molto a monte delle assemblee), quanto il fatto che queste scelte siano avvenute grazie ad uno statuto ritenuto da molti un esempio di democrazia, che avrebbe dovuto limitare i danni della legge Gelmini grazie al lavoro di ricercatori e studenti che hanno partecipato alla “Commissione Statuto”. E grazie alle nomine del Senato che avrebbe dovuto scremare queste 3 candidature da una lista di 25 elementi, eliminando gli “impresentabili”. Se questo è il meglio che si possa fare, se questo è il CdA più indipendente che si potesse ottenere, allora una volta di più ribadiamo che noi non crediamo a nessun processo democratico che passi per queste istituzioni. Sappiamo bene che anche le rappresentanze studentesche non servono ad altro se non a legittimare questi luoghi decisionali chiara espressione di interessi baronali e confindustriali dando loro una parvenza democratica, illudendo noi studenti di poter incidere realmente nella gestione delle nostre università.
Il diritto allo studio, che non è solo diritto al sostegno economico, ma anche diritto a ricevere un'istruzione libera ed indipendente, a sviluppare un pensiero critico, a soddisfare istanze di emancipazione soggettiva, a poter approfondire coi propri tempi i propri interessi, a poter sviluppare le proprie capacità cooperando coi compagni, non potrà mai essere garantito da nessun CdA, tanto meno da un CdA guidato e diretto da chi pone il profitto privato quale unico scopo vitale. Sappiamo bene che rettori, baroni, professori universitari e imprese private condividono la stessa visione e gli stessi obiettivi, perseguono un modello di università che sia al servizio del mercato, producendo figure professionali sempre più precarizzate, competenze segmentate e in rapida obsolescenza, favorendo linee di ricerca funzionali alle esigenze delle imprese più che ai bisogni collettivi della società, riproducendo un sapere parcellizzato, nozionistico, alieno da ogni possibile visione critica.

Dopo anni di riforme che hanno progressivamente mercificato le università, stiamo arrivando al passaggio finale, il passaggio formale del potere dal pubblico al privato. Così se da una lato l'università, e il nostro poli in primis, scarica i costi sugli studenti e sui lavoratori, aumentando le rette (nell'ultimo anno sono già aumentate di quasi il 40% e le mazzate maggiori devono ancora arrivare) e comprimendo i salari, tagliando i servizi ed i corsi offerti, sostituendo i dottorati con borsa con quelli non retribuiti, dall'altro cerca di procacciarsi i finanziamenti dai soggetti privati, offrendo in cambio il controllo diretto sulla ricerca e sulla didattica svolte nel nostro ateneo. Di fronte alla scomparsa anche dell'apparenza formalmente democratica delle istituzioni, ci appare ormai chiaro come non sia nelle stanze del potere accademico e nei meccanismi della rappresentanza che noi, studenti e lavoratori, possiamo far valere i nostri diritti. Al contrario è solo con l'autorganizzazione e l'impegno di tutti i giorni che possiamo costruire la nostra università ed i nostri diritti di studenti oggi e di lavoratori domani.



Ci vediamo tutti i martedì alle 16 nella nuova sede!



ColPo - Collettivo Politecnico