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Categoria principale: Comunicati
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Pubblicato: 06 Ottobre 2009
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Ultima modifica: 15 Febbraio 2014
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Creato: 06 Ottobre 2009
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Di consueto l'autunno si carica, come cielo di nuvole dense, di sferzate finanziarie e di presagi di riforme. In un clima di disinvestimento generale, il governo si è offerto di aiutare il grande capitale in difficoltà, capitale che si serve tanto dell'illegalità quanto della legalità per rigenerarsi; e se i soliti noti posseggono un discreto bottino (le stime parlano di 300 miliardi di euri), nascosto in qualche paradiso fiscale, il governo non chiede altro che un misero 5 % di sanatoria per farlo rientrare (in forma anonima) dentro le mura nazionali, proteggendo in cambio il “contribuente” dall'accusa di reato di falso in bilancio e di distruzione di documenti contabili. In questo consiste il famigerato scudo fiscale, approvato dal Parlamento Italiano. Non vogliamo stupirvi con una falsa novità: l'evasione fiscale è uno strumento usato correntemente e spesso generalizzato dal grande capitale, tanto in Italia quanto all'estero. Il caso degli Stati Uniti è esemplare: “ ... mentre la quota fiscale complessiva pagata dalla classe lavoratrice aumentava rapidamente negli ultimi decenni, “una gran parte delle maggiori imprese pagava poche imposte, o non ne pagava affatto, almeno per un anno fin dalla metà degli anni ‘70 ... Quaranta grandi imprese che non pagarono imposte nel 1986 ... [e] almeno sedici grandi imprese, i cui profitti complessivi ammontavano almeno a 10 md$ nel 1987, non solo non pagarono affatto le imposte, ma al contrario ricevettero più di 1 md$ di restituzione di imposte da parte del governo quello stesso anno. In testa a questa lista c’era la General Motors, con profitti di 2,4 md$ e una restituzione di 742,2 ml$, e l’Ibm, con profitti di 2,9 md$ e una restituzione di 123,5 ml$” (Feagin e Feagin 1990, 60-61). .Nicola Simoni, “Evasione fiscale e classi sociali”, La Contraddizione, n°63, nov-dic 1997, cit.
Piuttosto vorremmo mettere in luce come questo provvedimento impopolare sia come la lingua di un serpente: biforcuto.
Se, infatti, da un lato l'evitare di sottoporre a tassazione il grande capitale vuol dire sottrarre risorse al salario sociale (previdenza, assistenza etc), colpendo direttamente la classe lavoratrice, dall\'altro questa infame e consolidata prassi vuole essere presentata da governo, industriali e rettori come un'occasione per distribuire risorse in favore dell'Università. Dietro questa facciata da “grande occasione” si nascondono i progetti di asservimento dell\'Università alle esigenze del capitale: la Gelmini annuncia infatti di voler varare la nuova riforma per fine ottobre 2009, grazie alle risorse “guadagnate” con lo scudo fiscale (http://rassegnastampa.crui.it/minirass/esr_visualizza.asp?chkIm=2 ): una riforma già prevista da luglio, che accanto ai tagli consente alle rappresentanza delle imprese e di enti esterni di ricoprire il 40% dei posti in nel Consiglio di Amministrazione (Cda) degli Atenei. Ma per compiere questo passo non serviranno i soldi dello scudo. Questi ultimi verranno spesi per detassare le “donazioni” concesse dalle imprese ad Università ed Enti di Ricerca, come richiesto dai giovani industriali di Confindustria (http://rassegnastampa.crui.it/minirass/esr_visualizza.asp?chkIm=7 ). Peccato che, al contrario di quanto scrive il giornalista (stipendiato dal gruppo Mondadori, della famiglia Berlusconi), non si tratta di donazioni, ma di veri e propri investimenti, che consentono al capitalista di avere un ritorno in termini di brevetti prodotti dai ricercatori e dagli studenti universitari ad un costo bassissimo. Due piccioni con una fava insomma: l'impresa conclude la riforma della Governance Universitaria, guida una ricerca sostanzialmente prodotta da strutture pubbliche, finanziata con fondi pubblici e con capitali privati, il tutto senza pagare una lira di tasse. Una manna!!! Non parliamo naturalmente di fantascienza, ma di un modello di Università neo-liberista, che travalica i confini nazionali e trova la sua ragione nel tentativo tutto europeo di aumentare la competitività del blocco UE a livello internazionale (in una fase di crisi), riproducendo in salsa nostrana un sistema formativo simile a quello nord-americano (vedi Strategia di Lisbona 2000 o Dichiarazione di Bologna 1999).
Noi a pagare le conseguenze di tutto questo: come famiglie cui viene sottratta nuovamente una fetta di salario sociale; come studenti, costretti ad una ferrea selezione di classe, basata sull\'assenza di eguali condizioni di partenza, e destinati ad assorbire una formazione ideologica e appiattita sui bisogni del capitale privato; infine, come futuri lavoratori, disciplinati in partenza alla produttività, alla precarietà ed all'assenza di diritti.
Vogliamo restare a guardare? NO!!!
CONTRASTIAMO IL PROCESSO DI BOLOGNA E LA DICHIARAZIONE DI LISBONA!
NO ALLA RIFORMA GELMINI!!
VERSO UN AUTUNNO BOLLENTE!!!
Collettivo Politico Scienze Politiche - Firenze
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