Comunicati

Il 15 ottobre è stata una grande giornata di mobilitazione che ha visto milioni di persone riprendersi le piazze di tutto il mondo per esprimere con forza il rifiuto delle politiche di austerity che ovunque colpiscono lavoratori, precari, studenti, donne, disoccupati, migranti e sfruttati di ogni tipo. A Roma


centinaia di migliaia di persone hanno voluto far sentire la propria voce ed essere protagonisti della giornata, ognuno con le proprie modalità. I mezzi di comunicazione, però, aiutati da determinate organizzazioni politiche, hanno volontariamente distorto la realtà, facendo leva su singole azioni per criminalizzare la rabbia sociale e costruire una divisione tra buoni e cattivi.

Si è parlato quasi esclusivamente del fatto che il corteo non abbia potuto sfilare pacificamente fino a piazza San Giovanni, ma politicanti e giornalisti, in malafede, non hanno spiegato come sono andate realmente le cose: il corteo è stato spinto dentro la piazza, già colma di persone, dalle cariche indiscriminate della polizia. Queste cariche hanno anche contribuito a spezzare il corteo in vari tronconi cosa che ha impedito a buona parte dei manifestanti di seguire il percorso prestabilito. Di fronte a queste aggressioni è nata spontanea una resistenza di massa, portata avanti da migliaia di persone - e non da un manipolo di “black block” – che per ore si sono coraggiosamente difese, impedendo alla polizia di sgomberare la piazza.

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 Il 15 ottobre di chi non legge i giornali, non guarda i TG, non pascola su Facebook, e soprattutto non finirà domani…

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A una settimana dalla manifestazione del 15 ottobre, pubblichiamo queste riflessioni buttate giù nelle ore successive al corteo, nel pieno della criminalizzazione repressiva e della psicosi mediatica della caccia al black bloc, poi meditate e discusse con altri compagni nei giorni successivi. Non le pubblichiamo per rimestare ancora in un dibattito che ha visto scrivere tanto, forse anche troppo.

Ormai alcuni elementi emersi nei comunicati di movimento ci sembrano largamente condivisi, ed ora ostinarsi a parlare del 15 è rimanere prigionieri del passato, peggio: rimanere presi nella trappola del media e dell'istituzione, che ti rappresenta una giornata a senso unico, ti inchioda lì e ti spinge a cercare di dare "ragioni"
 
di quello che è successo, come se quello che è successo (in definitiva: qualche macchina bruciata e qualche ora di casino a Piazza San Giovanni) sia la cosa più importante del mondo. Di fatto annullando i tuoi percorsi reali, cercando di trasformare una giornata in trauma - qui anche ribaltare simmetricamente il discorso dominante (dicendo: "sì ma c'è la rabbia giovanile" o "i black bloc non esistono") non basta più. Meglio scartare, fare un passo di lato.

Così se pubblichiamo ste righe è proprio per dire che c'è dell'altro, per rispondere ad un sacco di ragazzi che sono venuti in bus con noi e che, sorprendendoci, ci ha chiesto che ne pensiamo perché nonostante tutto vogliono continuare; se le pubblichiamo è perché in noi e in loro è ancora forte quell'impressione di aver vissuto un altro 15 ottobre, quella voglia di dare importanza alle cose "vere", alle persone incontrate, con problemi reali, davanti a cui la camionetta smette di bruciare, per rimettere al centro le questioni che ci toccano per davvero. Si tratta ora di andare avanti, di continuare i percorsi avviati, e quello che è successo il 15 lo capiremo solo facendo. Noi abbiamo già iniziato, portando in questa settimana a Napoli il No Tav Tour e affrontando la conseguente criminalizzazione dei media con una risposta di massa, portando all'università ed in piazza centinaia di persone. Ed altri appuntamenti ci aspettano...

Last but not least: tutto st'inchiostro per dire tutto e il contrario di tutto, per fare sofisticate analisi, per situarsi un po' più a destra o un po' più a sinistra nel dibattito, ma i ragazzi presi, questa specie di cristi in croce che dovrebbero assolvere i peccati di tutti noi, come stanno? Quali sono le loro condizioni fisiche, morali, giudiziarie? Chi ne sosterrà le spese legali? Hanno ricevuto sufficiente solidarietà? Ecco, anche rispondere a ste domande è fabbricare un futuro oltre i demoni del 15 ottobre.


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Come prevedibile, la risposta alla partecipatissima manifestazione del 15 Ottobre è stata un attacco frontale, ad opera degli apparati repressivi e col

supporto della stampa di regime, contro la vasta area di dissenso che si è espressa in piazza. Ci sono state perquisizioni a tappeto in tutta Italia, 11 nella sola Firenze, anche contro compagni che neppure erano presenti a Roma, ma colpevoli solo di una precisa appartenenza politica. L’ondata repressiva ha colpito arbitrariamente chi lotta quotidianamente conto le politiche neoliberiste governative e comunitarie, chi difende il territorio, il diritto allo studio, chi avanza rivendicazioni contro la precarietà e lo sfruttamento padronale. Preoccupanti e inaccettabili sono le dichiarazioni dei vari Di Pietro e Maroni che lasciano prevedere pesanti riduzioni delle libertà politiche e degli spazi di democrazia: provvedimenti come Daspo, Legge Reale, arresti preventivi e la possibilità di autorizzare cortei solo disponendo di un patrimonio di garanzia per eventuali danni, fanno tornare la memoria direttamente agli anni bui del Fascismo. Non si tratta però di una stretta autoritaria fine a se stessa. Al contrario, la gestione emergenziale della protesta risponde direttamente alla necessità di governo e padroni di indebolire le lotte, soffocando il consolidamento di un movimento di massa, radicale e conflittuale, tanto nelle pratiche di piazza quanto nelle istanze politiche di cambiamento.Un movimento, quindi, in grado di rispondere all’esigenza dei settori sociali subalterni, che stanno pagando la crisi del capitale, di superare radicalmente l’attuale sistema. A questa sessa logica risponde il clima di caccia alle streghe che, scatenato da politici e media, rischia subdolamente di contagiare alcuni settori del movimento stesso. L’invito alla delazione di massa, oltre ad essere particolarmente infame, induce una deleteria distinzione tra manifestanti “buoni” e manifestanti “cattivi”, spaccando e danneggiando il movimento nel suo insieme.

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In questi mesi abbiamo visto mobilitarsi, contro le politiche di governi, UE, e banche centrali, tutti quei soggetti sociali ai quali si vuole fa pagare i costi della crisi: noi lavoratori (o studenti-lavoratori) prima dovremmo “pagare il debito”, e poi rinunciare a buona parte dei nostri diritti, e del nostro salario, per permettere a imprese, banche e speculatori di tornare a fare profitti.

Di fronte a questo scenario, l’opposizione è ampia e articolata, dalla Grecia, alla Spagna alla Gran Bretagna, sino a lambire l’altra costa dell’Atlantico. Questo perché ovunque, di fronte alla crisi, i governi agiscono tutti allo stesso modo: salvano le banche e buttano a mare i lavoratori.

La grande partecipazione al corteo di Roma ci dimostra quanto ampie siano le contraddizioni sociali e, soprattutto, quanta poca fiducia riponiamo nelle “ricette” dei governi. Loro, del resto, non sembrano prestare molto ascolto quando protestiamo secondo le “regole”. Contro la svendita dell’università pubblica per esempio, abbiamo fatto di tutto: dai cortei, alle lezioni in piazza, a manifestazioni di ogni genere. Ma solo quando la protesta ha assunto un carattere più “incisivo” (cortei selvaggi, blocchi, ecc.) la questione è uscita con forza. Nonostante tutto, poi, la riforma è comunque passata …

Qual è la violenza legittima?

Noi non accettiamo lezioni di “confronto democratico” dai signori che siedono in parlamento e che decidono sulle nostre teste. Nessuno di loro ci ha mai chiesto se ci va bene essere sfruttati, precari a vita, in un call center, in una cooperativa, o in qualsiasi altro posto di lavoro. Volutamente, mantengono decine di migliaia di migranti, per i quali non è possibile ottenere un permesso di soggiorno, in una condizione di totale ricattabilità. Destinano poi milioni di euro per interventi militari che implicano immani sofferenze per le popolazioni che li subiscono. Tagliano le risorse per scuole e università, mentre investono miliardi nelle grandi opere che devastano il territorio (come la TAV).

Questa è la democrazia. Non solo abbiamo una cricca di governanti corrotti che vivono sulle nostre spalle; ora, distruggono perfino il nostro futuro. E’ questa la legalità che difendono. E si indignano pure di fronte alla legittima e concreta protesta di coloro che, nei loro piani, devono soltanto tacere.

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Un’estate lunghissima, fatta di manovre economiche, annunci di default, declassamenti, richieste accorate da parte dei leader politici di sacrifici, cinghie da stringere e unità nazionale.

A Napoli l’estate è definitivamente finita il 7 Ottobre: con le prime gocce di pioggia ha iniziato a riscaldasi l’autunno.

Siamo scesi in piazza a migliaia, studenti medi ed universitari, ma anche disoccupati e movimenti sociali, uniti dalla convinzione che oggi siamo più svegli e più scaltri, alle menzogne non crediamo più, solidali con tutti quelli che, con mezzo busto nel pantano in cui ci hanno costretti, provano a muoversi, a sollevarsi, in Grecia, in Italia, in Spagna, sull’altra sponda del Mediterraneo.

Abbiamo sfilato dietro uno striscione che recitava “non ci lasceremo manovrare” e un altro "O li servi o li sovverti. People rise up!", puntando alla Regione, deviando dal percorso autorizzato per arrivare dove la Questura ci aveva negato di poter concludere il corteo.

A muoverci non l’indignazione, ma la convinzione che l’autunno, quest’anno, deve protrarsi molto a lungo, perché questa volta ad essere in gioco c’è tutto: un conto che non dobbiamo pagare noi, il nostro presente ed il nostro futuro. Un conto che sappiamo a chi presentare, una lotta che non abbiamo intenzione di delegare a nessuno.

Per questo, come oggi, torneremo in piazza, nelle scuole, all’università, nei luoghi di lavoro ancora molte volte. Il 15 saliremo a Roma, per ribadire che per noi l’unica alternativa per uscire dalla crisi, non è stringersi a Coorte, non è cambiare i referenti politici in Parlamento o nel Governo.

Da Napoli una prima risposta seria a chi ci vorrebbe sempre disponibili a pagare ciò che altri hanno causato. Una prima volta per gridare in piazza che non vogliamo pagare nulla, ma che adesso sappiamo chi deve pagare: di sicuro non noi, studenti, lavoratori, disoccupati, di sicuro i padroni e da domani cominceremo a rendere progetto uno slogan che non ha più motivo di rimanere tale. Nessun "diritto all'insolvenza", noi siamo di parte! La crisi e il debito devono pagarla i padroni, i ricchi, coloro che sfruttano il nostro lavoro.

Ci vediamo a Roma, per ricominciare! EAT THE RICH!