Venerdì 17 settembre si è tenuta a La Sapienza di Roma un’assemblea della rete 29 Aprile, indetta per dibattere sul ddl 1905 e per decidere insieme alle altre componenti dell’università le forme di protesta da contrapporre all’attacco che il sistema dell’istruzione sta subendo. Il primo dato importante è relativo alla partecipazione: l’aula in cui si è tenuto l’incontro era gremita, per di più non solo di ricercatori ma anche di studenti, lavoratori precari e qualche docente, provenienti da tutt’Italia. Si è trattato dunque di un incontro, il primo dopo l’estate, di portata nazionale.
 
L’attacco che il rettore dell’università di Bologna ha portato ai ricercatori dell’ateneo emiliano che si erano dichiarati indisponibili a ricevere incarichi didattici è stato punto di partenza obbligato per l’assemblea. Un attacco definito intollerabile e inaccettabile. Ma da questo punto di vista si è già ottenuto un primo prezioso risultato: l’unità dei ricercatori, che non hanno ceduto al ricatto e non si sono divisi, ha costretto il ‘magnifico’ rettore a fare un passo indietro e a rinunciare ai suoi propositi.
 
Senza fornire qui la carrellata degli interventi proveremo a tirare le somme e a mettere in rilievo gli interventi e i punti di merito secondo noi più interessanti ai fini della creazione di una mobilitazione forte e unitaria che sappia rendersi capace di respingere al mittente gli attacchi di governo, Confindustria e rettori.
 
Indisponibilità all’assunzione dei carichi didattici non obbligatori
Le posizioni espresse dai tanti intervenuti sono state concordi su questo punto: i ricercatori hanno ribadito con forza la propria indisponibilità all’assunzione dei carichi didattici non obbligatori. I tentativi del governo di isolare i ricercatori in lotta stanno fallendo. L’espressione più autentica di questo fallimento è stata rappresentata dalle posizioni espresse dagli interventi degli studenti presenti: tutti non solo hanno dichiarato la propria solidarietà alla protesta, ma hanno invitato anche i ricercatori ad andare avanti, a non retrocedere di un passo, a far sì che le prese di posizione verbali diventino fatti concreti. In tal caso gli studenti saranno al fianco dei ricercatori, senza remore e con l’obiettivo del ritiro di una riforma che colpisce i soggetti più deboli dell’università.
 
Rinvio dell’anno accademico
All’indisponibilità si è poi aggiunta la richiesta del rinvio dell’anno accademico. Il periodo di blocco delle lezioni è stato individuato come chiave per coinvolgere quanti fino ad ora hanno guardato alle proteste solo dall’esterno, senza rendersene protagonisti. Alcuni hanno proposto di organizzare delle assemblee di ateneo per individuare assieme a tutte le componenti dell’università nuove forme di protesta, per non fermarsi e andare oltre nella lotta contro la riforma Gelmini.
 
Al di là di queste misure concrete, in particolar modo gli studenti (ma a dire il vero anche un numero non irrilevante di ricercatori) hanno espresso la necessità della costruzione di un movimento che non sia corporativo, in cui le diverse componenti siano pronte a lottare oltre che per i propri interessi particolari anche per quelli più generali. In molti erano visibili le eredità negative delle ultime mobilitazione che troppo spesso hanno visto questa o quella categoria sottrarsi alla lotta non appena si otteneva qualche spicciolo in più. Infine (e diciamo per fortuna!) in alcuni interventi abbiamo potuto ascoltare finalmente una critica del sistema baronale che vige all’università: critiche a tutto tondo contro baroni e cooptazione, contro cui bisogna lottare se non si vuole che i propri slogan sull’autonomia dei ricercatori dai centri di potere non rimangano vuote espressioni retoriche, buone solo a catturare gli applausi delle platee delle assemblee, ma assolutamente inutili se abbiamo in mente di volere conseguire qualche risultato.