Approfondimenti

L’adesione sostanziale che il movimento dei ricercatori e degli studenti universitari ha dato, nell’assemblea romana di venerdì 20 Novembre senza tra l’altro una vera discussione in merito,  allo sciopero indetto per l’ undici Dicembre dalla Cgil rappresenta l’ennesima dimostrazione di quello che riteniamo essere il limite più grave di larghi settori del movimento dei lavoratori della conoscenza, degli studenti e degli universitari e che può essere riassunto nella mancanza di una progettualità politica indipendente rispetto ai sindacati concertativi (di cui la Cgil è il più degno rappresentante) e in ultima analisi dal PD.

Dopo la mancata ripresa della conflittualità nel primo semestre dell’anno accademico, conflittualità che del resto non poteva di certo partire dalla demagogica e incomprensibile (per la gran parte degli studenti sicuramente) piattaforma rivendicativa fatta votare a tavolino nella due giorni romana del Novembre 2008 e sulla quale i collettivi facenti parte dell’onda ancora sostanzialmente si basano, il movimento tenta di ripartire dallo sciopero generale indetto da un sindacato che non solo insiste nel tornare alla vecchia politica della concertazione che ha disarmato i lavoratori e i precari di fronte ad una crisi come quella che stiamo attraversando e di cui non si vede ancora la fine ma che addirittura sta svolgendo un ruolo di pompiere ai conflitti che cominciano a prendere piede nella società. In merito, vale la pena di ricordare la campagna di raccolte firme che la Cgil ha lanciato a livello nazionale contro gli occupanti di case ma anche la criminalizzazione che ha fatto delle giornate di Torino e che continuamente applica contro le realtà di lavoratori che, organizzandosi indipendentemente dal sindacalismo concertativo, tentano di difendersi dall’attacco che confindustria e governo hanno lanciato contro tutti i diritti conquistati con le lotte  negli anni passati.

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chi sono, che fanno, che legami hanno, a cosa servono i “fascisti del terzo millennio
 
 
«Ma c'è ancora il fascismo? C'è.
Ha ritrovato il suo viso di 50 anni fa.
Prima delle camice nere, il viso della conservazione che sul mercato politico offre ancora a buon prezzo gruppetti provocatori, perché il poco fascismo visibile mascheri il molto fascismo invisibile.
La vostra coscienza cos'ha da dire? Bisogna scegliere, bisogna decidere.
Il destino è solo vostro. Rispondete»

Franco Fortini, 1963

   dalla quarta di copertina
 
Napoli, 12 settembre 2009. Casa Pound, un'associazione neofascista presente in tutta Italia e in particolare a Roma, resasi celebre per l'aggressione al movimento studentesco di Piazza Navona dell'ottobre 2008, per il successivo assalto alla RAI e le minacce di morte ai giornalisti, per gli incontri “culturali” con terroristi neri, sottosegretari di governo come Stefania Craxi e mafiosi come Dell'Utri, occupa uno stabile nel quartiere di Materdei.
 

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Abbiamo tradotto un articolo de La Jornada, importante quotidiano spagnolo, perché spesso uno sguardo “dall'esterno” ci può restituire meglio del nostro incessante monologo quello che siamo. L'articolo (di cui ci siamo limitati a “tagliare” i primi paragrafi, meramente descrittivi del ritmo e dei colori della città) non aggiunge molto al dibattito militante, ma è sintomo di un'attenzione ben più grande di noi al problema del neofascismo in Italia. È infatti paradossale che siano le testate internazionali, più che il giornalismo nostrano o i politici di “sinistra” ad inchiodare governo e destra “moderata” alle proprie responsabilità: innanzitutto quella di sostenere, finanziare, permettere, l'insediamento di gruppi neofascisti nei nostri quartieri. L'autore, Hermann Bellinghausen, è stato a Napoli qualche giorno fa, in occasione di un incontro tenuto presso l'associazione Ya Basta! Spesso, quello che si fa, anche se piccolo, può avere delle ripercussioni e godere di un'attenzione magari impensabile....

di Hermann Bellinghausen

Sono arrivato a Napoli il 30 settembre, anniversario della prima insurrezione popolare in territorio europeo contro fascisti e nazisti. Allora i napoletani li cacciarono a calci. Oggi, 5 mila manifestanti antifascisti non ci riescono. Marciano contro l'occupazione di un edificio ecclesiastico abbandonato realizzata da un'organizzazione fascista che “si batte” per l'Italia e si fa chiamare Casa Pound. Occupazioni di destra che, utilizzando i metodi della sinistra organizzata (scritte murali, propaganda, internet, radio libere, occupazioni, centri sociali), approfittano della permissività con cui le tratta il governo di Silvio Berlusconi per proliferare e guadagnare spazio.

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Come da copione anche quest'anno l'accesso a numerose facoltà ed a singoli corsi di aurea è limitato da un numero chiuso. La giustificazione unanime fornita da governo, industriali e rettori verte su due “virtù” proprie dello sbarramento all'ingresso: l'efficienza delle strutture universitarie e la possibilità di selezionare i più capaci e meritevoli tra gli studenti. A partire dal 1996, quando era ancora adibito all'iniziativa del singolo ateneo (a tutt'oggi costituisce competenza governativa), il numero chiuso era presentato come uno strumento capace di favorire i meno abbienti , poiché si basava sul merito e non sul reddito. Eppure statistiche ormai decennali dimostrano chiaramente come la provenienza da un'area geografica anziché da un altra o da una scuola di periferia rispetto ad una scuola “bene” possano fare una grande differenza nei livelli di preparazione e nelle possibilità di accesso al mondo universitario, o quanto vi influisca la presenza di laureati tra i genitori e la quantità di libri presenti in casa. Questi fattori, insieme all'insufficienza delle politiche per il diritto allo studio (borse, trasporti, studentati), al continuo aumento delle tasse universitarie e all'impossibilità per gli studenti lavoratori di frequentare (come indotto e richiesto progressivamente dal nuovo ordinamento), confermano la presenza di un meccanismo di selezione di classe nel nostro sistema formativo.

Leggi tutto: Per un'università pubblica, libera e di massa: No ai test di autovalutazione!

 “La meritocrazia è la più alta forma di democrazia – ha detto il ministro Gelmini. Purtroppo l'appiattimento verso il basso avviato dal '68 fa sentire ancora i suoi effetti disastrosi”.

In queste due righe si condensa praticamente tutto lo spirito della riforma del sistema universitario e, più in generale, di quello dell'istruzione. La retorica ministeriale e confindustriale si ammanta di spirito presuntamente meritocratico e di toni francamente antidemocratici. I difetti, le lacune delle nostre università deriverebbero da una sorta di peccato originale: quel '68 considerato uno spartiacque tra un passato mitico e glorioso ed un presente misero e miserevole. Eh sì, perché la democratizzazione dell'università, frutto delle battaglie di quegli anni, avrebbe portato ad una degenerazione degli atenei. Insomma, più studenti meno qualità.

Leggi tutto: Sulla presunta università del merito...