Approfondimenti

L'Unione Europea, la Libia e la continuazine della politica con altri mezzi

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

Bertolt Brecht
 
L’aggressione alla Libia obbliga oggi l’intero movimento contro la guerra ad uno sforzo di analisi: la vecchia equazione imperialismo=Usa, già logora da moltissimi anni, si è fatta ormai praticamente insostenibile. Ci sembra dunque che, per meglio comprendere la cornice nella quale è stato progettato e realizzato questo attacco, sia necessario guardare tra le mura di “casa nostra” ed interrogarci, a partire da dati concreti, su quale ruolo vi abbia giocato il polo europeo. Forse è proprio perché la guerra contro la Libia è la “nostra” guerra che è così difficile parlarne: non solo i media hanno effettuato una vera e propria operazione di rimozione, tanto che già a due giorni dal primo attacco aereo ha perso il primato sulle pagine dei giornali e nelle scalette dei tg, scivolando verso il fondo; in più stiamo assistendo - forse come mai prima d’ora - ad una operazione di criminalizzazione di chiunque si opponga a questo conflitto e alla violenta mistificazione delle ragioni di questa opposizione; noi non ci soffermeremo sul presunto sostegno a Gheddafi attribuito a - quasi - chiunque stia provando a fare controinformazione o a mobilitarsi contro la guerra: è un’operazione che era già stata tentata alla fine degli anni ’90 per i Balcani, poi per l’aggressione all’Afghanistan e all’Iraq. Opporsi a queste guerre e smascherarne le reali ragioni e interessi non rappresenta, a nostro avviso, in alcun modo una forma di sostegno ai vari leaders di questi paesi (rappresentati per l’occasione come “Male assoluto” e “nuovo Hitler”): questa impostazione ci sembra quanto meno risibile, quando non puramente opportunistica. Noi in piazza contro la guerra ci siamo sempre scesi, e crediamo che oggi, a giustificarsi, debbano essere gli assenti.

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La primavera è alle porte ed è giunto il momento di svegliarsi definitivamente dal letargo post-mobilitazione.

Una mobilitazione che, non finiremo mai di ricordarlo e soprattutto ricordarcelo, è stata capace di trascendere le specificità della lotta contro la legge Gelmini, spogliandosi di quel carattere fin troppo studentista che aveva, in gran parte, caratterizzato le mobilitazioni del 2008. Di quel movimento, di quell’Onda, abbiamo ritrovato, nei mesi passati, solo lo slogan: sei parole, “noi la crisi non la paghiamo”, che dicevano molto, che sollevavano contraddizioni evidenti, contraddizioni che quel movimento non si è impegnato, forse non ha voluto o saputo agire e che gli studenti dell’autunno 2010 non hanno ripreso durante i cortei come semplice slogan, ma nella pratica e nella concretezza dei percorsi di lotta da intraprendere.

Si è riusciti a socializzare la necessità di mettere in campo una lotta che, per essere potenzialmente efficace, andasse a svelare e colpire il sistema dal quale derivano questa e le precedenti riforme. Sullo sfondo la crisi del Capitale, la sua necessità, in Italia, di attaccare i residui del welfare, tagliando qua e là, per fare cassa e l’Università, non è che una voce nel bilancio sulla quale intervenire. Nel frattempo Marchionne e la nuova “guerra umanitaria” ci ricordano cosa significa “crisi” e cosa significa “capitalismo”.

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Teoremi repressivi...? Quando la minoranza che decide comincia a temere la maggioranza che lotta

“I centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento sono nel rapporto dell’antiterrorismo. C’è il Pedro di Padova; il Crash, il Teatro polivalente occupato, il Collettivo autonomo studentesco, il Collettivo Universitario autonomo e Aula C di Bologna; il Forte Prenestino e Acrobax di Roma, il Collettivo Autorganizzato Universitario e il Laboratorio Insurgencia di Napoli: di qui proviene Fabio Federico, il 19enne arrestato. E ancora, ecco lo Spazio Liberato 400 colpi e il Collettivo di Scienze Politiche di Firenze; il collettivo Aut Aut, il Csoa Buridda e Zapata, il Terra di Nessuno e il Collettivo studenti medi Caos di Genova e infine, a Milano, la Bottiglieria occupata, la Rete degli studenti e l’Assemblea metropolitana permanente. Qualche ottimista immagina che vogliano emulare i no global europei, come gli studenti londinesi che hanno violato la sacralità della limousine della Regina, o i greci che si sono fatti sparare addosso dalla polizia; in realtà, più semplicemente, secondo gli investigatori dell’Ucigos sono lucidi manipolatori di persone”.

Massimo Martinelli, articolo pubblicato sul Messagero e sul Mattino, il 16 dicembre 2010

 

“Chi era presente lì? Cito ancora un giornale che ieri pubblicava i rapporti inviati al Parlamento, che non sono atti riservati: è l'elenco dei centri sociali. Sono sempre gli stessi che il Ministero dell'interno segnala come portatori di violenze e protagonisti, certamente anche a Roma, di questi fatti... il Collettivo Autorganizzato Universitario e il Laboratorio Insurgencia di Napoli, e così via. Non bisogna andare a cercare sulla luna quelli che hanno fatto le violenze; non erano nemmeno stranieri o black bloc... Ecco il grido di allarme che lanciamo oggi. Ci saranno altre manifestazioni e ci sarà altro dissenso... Ma quel che è accaduto giorni fa non si deve ripetere”.

Maurizio Gasparri, relazione al Senato, 17 dicembre 2010

 

Eccoci qui caro Gasparri, i burattinai che tramano nell'ombra, i “lucidi manipolatori di persone”, i responsabili di tutte, ma proprio tutte eh, le rivolte che attraversano l'Italia. Ci hai riconosciuto: proprio tu che con i burattinai, quelli veri, quelli dei Servizi e delle stragi fasciste, hai una bella consuetudine. Siamo quelli che – senza nemmeno corrompere con consulenze di migliaia di euro, com'è d'uso in Parlamento – convincono gli studenti a scendere in piazza, li portano per mano alla manifestazione e gli forniscono anche i sassi da tirare. D'altronde, si sa, per te e la Gelmini lo studente non ha un cervello, la capacità di pensare autonomamente. Non ha l'intelligenza per decidere cosa gli sta bene e cosa no, e semmai opporsi con i mezzi che reputa più efficaci. Ci deve per forza essere qualche cattivone, che non si capisce da dove spunta o perché lo fa, che lo “strumentalizza”. Magari in accordo con qualche barone della CRUI, d'intesa con Bersani e con Topo Gigio (che è pagato anche lui dall'Unione Sovietica, è chiaro).

Gasparri, tu guadagni tipo 300.000€ all'anno. Non sappiamo quanto guadagnano Martinelli e gli investigatori dell'UCIGOS, però di certo molto più di quanto prendiamo noi quando puliamo i tavoli dei pub, facciamo le chiamate nei call center, ci sfiniamo fra lo studio e migliaia di lavoretti, precari, a volte a nero, sempre sfruttati. Be\' tutti sti soldi che vi diamo noi (visto che le tasse in Italia i ricchi non le pagano), potreste usarli per scrivere sceneggiature più affascinanti, se non più credibili! Potevate dire che eravamo zombies usciti dagli anni '70, rianimati da Osama Bin Laden e da Renato Curcio per instaurare un regime islamo-comunista...

Vabbè, siamo seri. Cerchiamo di capire che messaggio ci vogliono dare con queste ed altre sparate, fra DASPO e teoremi repressivi: a) innanzitutto vogliono spaventare. Sia gli studenti, i giovanissimi, i meno politicizzati, i veri protagonisti di questa mobilitazione, evocando il terrorismo per non far andare la gente in piazza, per non fargli frequentare le occupazioni, le iniziative del movimento. Sia gli studenti più politicizzati, per dire: dovete stare buoni, vi conosciamo, vi veniamo a prendere quando vogliamo. b) quindi vogliono separare, inventare una spaccatura fra “buoni” e “cattivi”. Minacciare, provocare, blindare tutto, per poi aspettare che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, e dire: vedete, avevamo ragione. Arrestiamoli tutti. c) In questo senso il riferimento di Gasparri al 7 aprile 1979 (peraltro lui dice 1978 – d'altronde Gasparri è quello che non ha nemmeno letto la legge che porta il suo nome) ha un duplice senso. Il primo, palese: se non la smettete procederemo contro tutte le realtà organizzate. Il secondo, latente: non abbiamo manco bisogno di prove, ci inventiamo quello che vogliamo, proprio come fu il 7 aprile.

In sostanza, il messaggio del potere è chiaro: “non deve succedere più”. Se risuccede, manganello, olio di ricino e carcere per tutti. È la fine dello stato di diritto: puoi essere arrestato per quello che sei e pensi, e non solo per quello che fai. Tornate alle manifestazioni con fischietti e palloncini, e non date fastidio. Tanto non possiamo e non vogliamo rispondere ai problemi che ponete.

Ecco invece quello che noi dobbiamo sapere. Che il 14 è stata una grandissima manifestazione popolare, che la radicalità apparteneva a tutti gli studenti, e proprio ai più giovani, che sentono di non avere un futuro e di non avere più nulla da perdere. Che l'evento è stato epocale, e ha rotto con tutte le forme di compatibilità a cui ci avevano abituato, dalla paura delle forze dell'ordine alla fiducia nel politicante di turno. Che proprio a questo movimento guardano gli operai, gli sfruttati, i precari, i disoccupati ed i cassaintegrati, che da due anni pagano questa crisi, e che hanno battuto tutte le strade, dallo scendere in piazza a salire sui tetti, senza esito, arrivando persino a suicidarsi come forma estrema di protesta. Ora nei palazzi del potere e negli uffici delle Questure vedono che le lotte si uniscono, e di questo hanno troppa paura.

Per questo inventano, con la complicità di alcuni giornalisti, teoremi repressivi che in passato hanno portato in galera tanti giovani innocenti. Per questo gettano benzina sul fuoco. Siamo agli ultimi colpi di coda di un regime che sente di stare finendo. Non sarà oggi forse, ma il risveglio dei giovani e delle classi subalterne è definitivo. Ed è a questo risveglio che è affidato il futuro, si spera meno misero e meno ingiusto, di questo povero paese.

p.s.: comunque ringraziamo sti giornalacci e Gasparri per la pubblicità. Se volete sapere di altre rivolte che si preparano in giro per l'Europa, scoprire chi ha ammazzato Kennedy e capire come diventare capi supremi di centinaia di giovani scalmanati che terrorizzano bambini e povere vecchiette, potete venire a cercarci alle nostre assemblee (toh, sono pubbliche!) alle 14 all'Università Orientale o dare uno sguardo ai nostri siti, anch'essi pubblici...

del Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli

 CONTRO LA PRECARIZZAZIONE LOTTIAMO UNITI!

Decine di migliaia di studenti e cittadini hanno invaso le piazze di tutta Italia e di tutta Europa.

É un movimento rinato nel 2008, ma da quell'autunno ad oggi poco è cambiato nelle intenzioni di chi ci governa, molto è cambiato nelle istanze del movimento studentesco tutto.

Oggi lo sguardo è necessariamente più ampio, per tutti gli studenti la riforma Gelmini è stato il casus belli di quest'autunno. Il 25 novembre, il 30 ancora e il 14 dicembre siamo scesi in piazza in migliaia e abbiamo bloccato tutto non per fermare la riforma Gelmini ma per bloccare il disegno di precarizzazione delle nostre vite.

Gli studenti universitari sono aumentati esponenzialmente, ad oggi sono un milione e ottocento mila, perché si è cresciuti con la speranza che un sapere qualificato ci avrebbe dato diritto ad un futuro, che la nostra formazione ci avrebbe permesso di fuggire la precarizzazione.

Oggi l'unico progetto che inesorabilmente ci viene calato dall'alto, costruito con anni di politiche sul lavoro e sull'istruzione, soprattutto deciso sulla nostra pelle è quello di studenti e lavoratori privi di qualsiasi certezza, asserviti al mercato e all'imperante necessità della competizione.

Nostro malgrado ciò non viene fatto potenziando l'accesso al sapere, incentivando la ricerca e rivalorizzando le risorse e le competenze dei lavoratori ma tagliando le gambe e precarizzando le vite nel nome del profitto.

Negli ultimi 2 anni questo progetto “nostro malgrado” ha trovato la sua giustificazione nella crisi e nella necessità di risollevarsi da questa.

Non a caso il nostro slogan “noi la crisi non la paghiamo" di due anni fa oggi appare azzeccato come non mai,  perché è estremamente chiaro come vuole uscire dalla crisi chi l'ha creata.

La via è una via suicida che ha portato al disastro sociale e che non ha certo risolto quello economico e che non lo risolverà.

Credono di legittimare attraverso la crisi l'attacco totale ai diritti, utilizzando lo strumento dei tagli indiscriminati dei posti di lavoro degli ammortizzatori sociali, delle risorse per l'istruzione e per la cultura.

In un paese sano e lungimirante l'economia e i settori industriali in crisi si risollevano con il potenziamento della ricerca e sostenendo la domanda che tra l'altro è strettamente legata al tasso di occupazione, la strategia oggi è quella della dequalificazione che va di pari passo con la delocalizzazione, come dimostrano i 500 cassaintegrati, gli 800 disoccupati della Fincantieri Palermo e le 900 unità in più che, invece, ci saranno negli Stati Uniti assunti dalla Fincantieri Marine Group.

Il progetto prevede la creazione di cittadini, studenti e lavoratori asserviti a cui si potranno imporre condizioni al di fuori dei contratti, meno che mai di contratti collettivi.

Il modello Marchionne fa scuola e strada nella formazione del popolo adatto alla competitività.

La svolta autoritaria è totale e tocca ogni luogo: nelle scuole gli studenti sono ricattabili e controllati con il voto in condotta e con i giorni di protesta considerati come assenze conteggiate nel raggiungimento della soglia massima che comporta la bocciatura, in fabbrica si può ormai non tenere conto dei contratti collettivi, in più il “collegato lavoro” che diventata legge il 24 novembre è la cornice.

La legge 183/2010 aumenta la libertà del datore di lavoro facilitando i licenziamenti, il lavoro nero, facendo sorgere ambiguità sulle categorie di lavoro considerato usurante e favorendo l'elusione di contratti collettivi con l'introduzione delle clausole compromissorie che depotenziano perfino l'istituto del giudice di lavoro, facilitando il ricorso all'arbitrato che si potrà rifare ad un generico principio di equità.

Questa norma in perfetto accordo con lo smantellamento dello stato di diritto spinge verso una individualizzazione  anche nei posti di lavoro con l'obiettivo di rendere i lavoratori più deboli e accondiscendenti nel pagare la crisi sulla propria pelle!

In quest\'ottica il nuovo piano industriale 2010-2014 della Fincantieri che prevede entro questi anni il licenziamento di 2450 persone e la delocalizzazione della produzione, piuttosto che la stimolazione della domanda pubblica di commesse e di stanziamenti di fondi per la ricerca e l\'innovazione rientra perfettamente nel progetto generale sopra descritto.

Chiedere la salvaguardia della professionalità dei lavoratori è d'obbligo ma bisogna chiedere anche di più.

In un paese in cui la precarietà è semplicemente l'altra faccia del profitto il cui perseguimento ci viene spacciato come necessario alla collettività, confondendolo con la crescita che, invece, significa diritti sociali, servizi, occupazione, accesso ai beni comuni come acqua e sapere, redistribuzione del “benessere” che non è di certo riducibile al Pil;

in un paese che continua ad invecchiare e in cui ci tolgono non solo il futuro ma il presente, dalla possibilità di formarci al riconoscimento di una professionalità acquisita in anni di lavoro;

in un paese in cui lo stato sociale è inesistente, sostituito per i giovani dall'assistenza delle famiglie, per i lavoratori dalla cassa integrazione o, nella migliore delle ipotesi,dall'innalzamento dell'età pensionabile per essere sfruttati fino all'ultimo;

in questo paese noi sentiamo che l'attacco sia generale e violento, che tutte le politiche fiscali, del lavoro, dell'istruzione ed economiche rispondano ad unico disegno che per attuarsi passa per la precarizzazione delle nostre esistenze e dalla costruzione di una società autoritaria.

E' necessario avere questa visione d'insieme e creare dei ponti, delle reti, dei momenti di analisi d'insieme che ci permettano di dare ad un attacco così esteso delle risposte collettive. Non bastano più scioperi settoriali e simbolici, bisogna costruire dei percorsi unitari tra studenti, lavoratori e tutti i cittadini che non siano solo dei momenti limitati alla piazza.

 

Collettivo 20 Luglio - Palermo

Opuscolo: Sull’Università – l’inizio di un percorso di analisi

 

Finalmente è disponibilie al download il pdf dell’opuscolo prodotto dal collettivo universitario 808.

Se volete, potrete avere una copia stampata e rilegata del suddetto opuscolo da domani disponibile in giro per i dipartimenti di Padova.

Stay Tuned!