CONTRO LA PRECARIZZAZIONE LOTTIAMO UNITI!

Decine di migliaia di studenti e cittadini hanno invaso le piazze di tutta Italia e di tutta Europa.

É un movimento rinato nel 2008, ma da quell'autunno ad oggi poco è cambiato nelle intenzioni di chi ci governa, molto è cambiato nelle istanze del movimento studentesco tutto.

Oggi lo sguardo è necessariamente più ampio, per tutti gli studenti la riforma Gelmini è stato il casus belli di quest'autunno. Il 25 novembre, il 30 ancora e il 14 dicembre siamo scesi in piazza in migliaia e abbiamo bloccato tutto non per fermare la riforma Gelmini ma per bloccare il disegno di precarizzazione delle nostre vite.

Gli studenti universitari sono aumentati esponenzialmente, ad oggi sono un milione e ottocento mila, perché si è cresciuti con la speranza che un sapere qualificato ci avrebbe dato diritto ad un futuro, che la nostra formazione ci avrebbe permesso di fuggire la precarizzazione.

Oggi l'unico progetto che inesorabilmente ci viene calato dall'alto, costruito con anni di politiche sul lavoro e sull'istruzione, soprattutto deciso sulla nostra pelle è quello di studenti e lavoratori privi di qualsiasi certezza, asserviti al mercato e all'imperante necessità della competizione.

Nostro malgrado ciò non viene fatto potenziando l'accesso al sapere, incentivando la ricerca e rivalorizzando le risorse e le competenze dei lavoratori ma tagliando le gambe e precarizzando le vite nel nome del profitto.

Negli ultimi 2 anni questo progetto “nostro malgrado” ha trovato la sua giustificazione nella crisi e nella necessità di risollevarsi da questa.

Non a caso il nostro slogan “noi la crisi non la paghiamo" di due anni fa oggi appare azzeccato come non mai,  perché è estremamente chiaro come vuole uscire dalla crisi chi l'ha creata.

La via è una via suicida che ha portato al disastro sociale e che non ha certo risolto quello economico e che non lo risolverà.

Credono di legittimare attraverso la crisi l'attacco totale ai diritti, utilizzando lo strumento dei tagli indiscriminati dei posti di lavoro degli ammortizzatori sociali, delle risorse per l'istruzione e per la cultura.

In un paese sano e lungimirante l'economia e i settori industriali in crisi si risollevano con il potenziamento della ricerca e sostenendo la domanda che tra l'altro è strettamente legata al tasso di occupazione, la strategia oggi è quella della dequalificazione che va di pari passo con la delocalizzazione, come dimostrano i 500 cassaintegrati, gli 800 disoccupati della Fincantieri Palermo e le 900 unità in più che, invece, ci saranno negli Stati Uniti assunti dalla Fincantieri Marine Group.

Il progetto prevede la creazione di cittadini, studenti e lavoratori asserviti a cui si potranno imporre condizioni al di fuori dei contratti, meno che mai di contratti collettivi.

Il modello Marchionne fa scuola e strada nella formazione del popolo adatto alla competitività.

La svolta autoritaria è totale e tocca ogni luogo: nelle scuole gli studenti sono ricattabili e controllati con il voto in condotta e con i giorni di protesta considerati come assenze conteggiate nel raggiungimento della soglia massima che comporta la bocciatura, in fabbrica si può ormai non tenere conto dei contratti collettivi, in più il “collegato lavoro” che diventata legge il 24 novembre è la cornice.

La legge 183/2010 aumenta la libertà del datore di lavoro facilitando i licenziamenti, il lavoro nero, facendo sorgere ambiguità sulle categorie di lavoro considerato usurante e favorendo l'elusione di contratti collettivi con l'introduzione delle clausole compromissorie che depotenziano perfino l'istituto del giudice di lavoro, facilitando il ricorso all'arbitrato che si potrà rifare ad un generico principio di equità.

Questa norma in perfetto accordo con lo smantellamento dello stato di diritto spinge verso una individualizzazione  anche nei posti di lavoro con l'obiettivo di rendere i lavoratori più deboli e accondiscendenti nel pagare la crisi sulla propria pelle!

In quest\'ottica il nuovo piano industriale 2010-2014 della Fincantieri che prevede entro questi anni il licenziamento di 2450 persone e la delocalizzazione della produzione, piuttosto che la stimolazione della domanda pubblica di commesse e di stanziamenti di fondi per la ricerca e l\'innovazione rientra perfettamente nel progetto generale sopra descritto.

Chiedere la salvaguardia della professionalità dei lavoratori è d'obbligo ma bisogna chiedere anche di più.

In un paese in cui la precarietà è semplicemente l'altra faccia del profitto il cui perseguimento ci viene spacciato come necessario alla collettività, confondendolo con la crescita che, invece, significa diritti sociali, servizi, occupazione, accesso ai beni comuni come acqua e sapere, redistribuzione del “benessere” che non è di certo riducibile al Pil;

in un paese che continua ad invecchiare e in cui ci tolgono non solo il futuro ma il presente, dalla possibilità di formarci al riconoscimento di una professionalità acquisita in anni di lavoro;

in un paese in cui lo stato sociale è inesistente, sostituito per i giovani dall'assistenza delle famiglie, per i lavoratori dalla cassa integrazione o, nella migliore delle ipotesi,dall'innalzamento dell'età pensionabile per essere sfruttati fino all'ultimo;

in questo paese noi sentiamo che l'attacco sia generale e violento, che tutte le politiche fiscali, del lavoro, dell'istruzione ed economiche rispondano ad unico disegno che per attuarsi passa per la precarizzazione delle nostre esistenze e dalla costruzione di una società autoritaria.

E' necessario avere questa visione d'insieme e creare dei ponti, delle reti, dei momenti di analisi d'insieme che ci permettano di dare ad un attacco così esteso delle risposte collettive. Non bastano più scioperi settoriali e simbolici, bisogna costruire dei percorsi unitari tra studenti, lavoratori e tutti i cittadini che non siano solo dei momenti limitati alla piazza.

 

Collettivo 20 Luglio - Palermo