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Pubblicato: 11 Marzo 2009
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RICERCA, SPIONI E BREVETTI
“riordino” della ricerca mondiale e riforme dell’università
“la Contraddizione” n° 107
Si è più volte ripetuto in questa rivista come la crisi trentennale di fronte a cui si trova il sistema capitalistico tra-volga ogni cosa le si presenti davanti. Si è oltretutto sottolineato come essa debba naturalmente influenzare prima-riamente i rapporti esistenti di produzione e, quindi, di proprietà. È per questo motivo che risulta fondamentale collegare tendenze apparentemente indipendenti a tale fase, per comprenderne le dinamiche e le prospettive. Difficilmente infatti sarebbero interpretabili e individuabili, a es., le riforme universitarie, a tutti i livelli, che, in Italia come nel mondo, hanno l’obiettivo terminale di rendere precaria la ricerca pubblica – come quella privata – sminuendone così drasticamente l’im¬portanza secolare. Proposito di questo articolo è innanzitutto inserire tale dinamica all’interno del contesto produttivo mondiale, sempre più in difficoltà; solo successivamente sarà possibile illustrare, quindi, vizi – e non virtù – di ciò che viene previsto dalla riforma italiana (degna erede di quella universitaria, Berlinguer-Zecchino, e dello stato giuridico dei docenti detta anche “ddl Moratti”).
Sebbene a molti, l’idea di un collegamento tra il “sapere” e la produzione di merci, possa sembrare innaturale – ricordiamo gli slogan tipo “il sapere non è una merce” – bisognerebbe innanzitutto rendersi conto che in un mondo in cui, come per legge di natura, tutto è merce, la realtà non può risparmiare il frutto della ricerca: il sapere è una merce, come lo è la produzione delle idee (brevetti) e come produttori di merci sono tutti i lavoratori, compresi quelli impiegati al¬l’interno delle università o nei centri di ricerca. Ed è proprio per questo motivo che, come sono sempre più incessanti e necessarie le ristrutturazioni produttive di più tradizionali merci finali, come ad esempio nel reparto delle automobili o dell’informatica, alla stessa stregua, nella fase di crisi attualmente percorsa, è necessaria una riforma degli assetti produttivi delle idee, che altro non sono, come si vedrà più innanzi, che una parte del capitale fisso.
1. Il brevetto necessario
La crisi di tipo capitalistico si caratterizza per le difficoltà di realizzazione del saggio di plusvalore, problema che poi si tras-forma nella caduta tendenziale del saggio di profitto, nella sovraproduzione di capitale e quindi nell’incapa¬cità da parte del capitale (inteso nella sua accezione unitaria) di accumulare e quindi di adempiere alla sua funzione sociale di autovalorizzarsi ciclicamente. La causa principale di tale movimento contraddittorio è sicuramente l’aumento naturale della composizione organica del capitale, cioè l’incremento proporzionale del capitale costante (capitale fisso e circolante) rispetto a quello variabile (monte salari) che naturalmente avviene ad ogni riorganizzazione produttiva de¬gli stabilimenti e delle fabbriche. Sostanzialmente, quindi, la tendenza è sostituire il lavoro manuale (umano) con quello delle macchine; e ciò, oltre a comportare una diminuzione del tasso di plusvalore e, conseguentemente di profitto, determina, più in generale, una diminuzione del valore delle singole merci: infatti, “poiché il capitale non paga il lavoro adoperato, ma il valore della forza usata, per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza tra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita ” [Marx, C, I.13,1]. Quando questo processo è sufficientemente esteso, ovvero, tale innovazione di processo che risparmia lavoro viene adottata da una maggioranza di produttori di un determinato bene, si determina anche una diminuzione del valore sul mercato. Sostanzialmente, quindi, il numero di ore lavoro socialmente indifferenziato contenuto nella merce il cui processo produttivo ha subito tale riassetto, diminuisce generalmente. Attorno ad esso gravita (seguendo le leggi della sregolatezza) il prezzo di mercato della singola merce da cui, solo successivamente, verrà a determinarsi il profitto normale.
Nel momento in cui una nuova tecnica risparmiatrice di lavoro e, quindi, produttrice di merci più affidabili, viene diffusa su scala sufficientemente ampia, i capitalisti che non la adotteranno saranno rapidamente esclusi dal merca-to. Infatti l’impresa che, nonostante le innovazioni di processo, ancora utilizzi la vecchia tecnica, ottenendo una merce probabilmente meno precisa e certamente con un valore individuale – ossia il numero di ore di lavoro contenute nella singola unità – superiore, sarà costretta a vendere ad un prezzo inferiore a quello che dovrebbe corrispondere al proprio valore. Questo è il processo che naturalmente la traghetterà verso un’inesorabile crisi, poiché il mercato non le garantirà di realizzare tutto il plusvalore prodotto; essa, infatti, sarà costretta, per ovvî motivi, a porre un prezzo orientativamente in linea con quello di mercato – che è più basso perché determinato in base alla nuova tecnica produttiva, risparmiatrice di lavoro – oppure, potrà decidere di imporre il proprio prezzo individuale (più alto di quello attorno a cui gravitano la maggioranza dei prezzi dei concorrenti), trovandosi però, inevitabilmente, dinanzi a grandi difficoltà nella vendita delle merci prodotte.
D’altra parte qualora sia solamente uno il capitalista che produca il medesimo tipo di merce con una tecnica ancor più risparmiatrice di lavoro, costui troverà, al contrario, conveniente, avendone la possibilità, di alienare la propria merce al prezzo di mercato (questa volta più alto di quello individuale), accaparrandosi così non già il profitto normale, ma un extraprofitto, lucrando quindi grazie al fatto di essere stato il primo ad adottare la nuova tecnica. In una fase di crisi come quella attuale, è normale che di fronte alla difficoltà di accumulazione, e di diminuzione tendenziale del tasso di profitto, sia fondamentale e, per certi versi un obiettivo primario, accaparrarsi quote di profitto eccedenti quello normale. Ed è proprio per questa ragione che si determina sempre più rapidamente una sorta di corsa agli armamenti [come la definisce William Baumol, nella Macchina dell’innovazione, Università Bocconi, Milano 2004], determinata dalle leggi coercitive della concorrenza, sempre più all’ulti¬mo sangue. Infatti qualora, all’interno della cupola dei produttori di un tipo di merce, uno di essi punti a scoprire un determinato processo di produzione che ne diminuisca il valore, in caso di esito positivo, egli si avvantaggerebbe attingendo da una parte appunto un maggiore tasso di profitto, secondo le modalità accennate in precedenza, rispetto agli altri, ponendo così, oltretutto, le basi per accaparrarsi la parte di capitale abbandonata dal capitalista di turno finito naturalmente in malora; è questo, del resto, il fenomeno della centralizzazione che nelle fase di crisi di accumulazione di capitale emerge con assoluta chiarezza essendo dettato dalla necessità storica del modo di produzione capitalistico. Diviene quindi fondamentale, in un contesto di imperialismo monopolistico, innovare sì, ma non diffondere la scoperta del nuovo processo al concorrente, in modo da tenere il valore individuale della propria merce al di sotto di quello di mercato. E questo movimento, immanentemente contraddittorio, è quello che ha partorito la necessità di tutelare legalmente le nuove scoperte tramite i brevetti.
2. Breve storia dei brevetti
È naturale pensare che una crisi del capitale a livello mondiale abbia una fenomenicità peculiare proprio nei centri direttivi del sistema produttivo. È perciò che indagheremo proprio sull’evoluzione dell’emissione di brevetti nei paesi imperialisti, per mostrare le tendenze di quanto asserito in precedenza.
La concessione di brevetti per scoperte effettuate negli Stati Uniti è incrementata negli ultimi quaranta anni a tassi decrescenti. Infatti, mentre nel periodo che va dal 1963 al 1971 c’è stato, nella maggioranza dei settori definiti low tech, una crescita sostenuta, dopo il 1971, ancora una volta la data della fine degli accordi di Bretton Woods e dell’inizio dell’ultima crisi irrisolta, tale crescita è andata progressivamente rallentando, giungendo, in alcuni casi, addirittura ad una diminuzione. Parallelamente a questo, per avvalorare la tesi esposta in precedenza, l’investimento pubblico e privato in ricerca e sviluppo è aumentato a tassi di crescita elevatissimi fino ad oggi. Si pensi, infatti, che negli Stati Uniti la spesa complessiva (pubblica e privata) per ricerca e sviluppo è cresciuta del 61% tra il 1963 ed il 1971, mentre nei successivi 27 anni è incrementata del 773%, raggiungendo nel 1998 la cifra record di ben 70 mrd $; in Giappone l’incremento è stato del 361% tra il 1973 ed il 1990, mentre nello stesso periodo nella Germania Occidentale è stato del 234%. Il numero di scienziati e di ingegneri utilizzati nel settore è anch’esso incrementato notevolmente, seguendo una tendenza molto simile a quella dei finanziamenti. Questo processo ha allarmato anche gli economisti borghesi che si sono resi conto come il rapporto tra brevetti e finanziamenti a ricerca e sviluppo ed il rapporto tra brevetti e numero di scienziati e ingegneri sia tendenzialmente decrescente ed abbia subito un’evidente accelerazione negativa proprio dopo il 1971, tendenza che non sembra mostrare cenni di mu-tamento.
Questa serie di dati e di rapporti mostrano nient’altro che un incremento di difficoltà da parte del capitale di riu-scire ad accaparrarsi nuovi brevetti, nonostante gli sforzi di investimento che quotidianamente esso affronta: la corsa agli armamenti mostra sempre più con nitidezza che “chi si ferma è perduto”. In questa maniera il processo di centralizzazione di capitali, che ne deriva, diviene sempre più caratterizzante la fase storica attuale, ovvero quella dell’imperiali¬smo transnazionale. Tuttavia, come già scritto altrove, la fase della centralizzazione è contemporanea a quella dell’inasprimento dell’inimicizia tra fratelli: e ciò, riguardo a ricerca e sviluppo è ancor più evidente se si pensa all’importanza mondiale che sta acquisendo lo spionaggio industriale.
3. Spioni d’azienda
Il direttore dell’Fbi, Louis J. Freeh affermava: “Dopo la dissoluzione del¬l’Urss, la minaccia più grande per l’economia statunitense è lo spionaggio industriale”. Seppur forse densa di eccessivo allarmismo, questa affermazione dà il peso giusto ad un’attività che, nonostante abbia acquisito grande visibilità già dalla fine degli anni settanta, in particolare negli Usa, negli ultimi quindici anni ha conquistato una rilevanza eccezionale. Le stime del Pricewaterhouse coopers e della American society for industrial security” [Asis] mostrano come il danno per le imprese Usa dovuto al furto di segreti industriali [trade secrets] e allo spionaggio sia ammontato a 45 mrd $ nel 1999, a 59 mrd nel 2001 mentre nel 1992 le perdite ammontavano “solamente” ad 1 mrd $. La lunga crisi, quindi, progressivamente, ha inasprito i rapporti tra i diversi capitalisti, fino a generare contraddittoriamente costi impressionanti per la protezione della normale attività produttiva basata sempre più sull’innovazione ad ogni costo. Il processo è divenuto talmente contraddittorio che ora il famoso cartello posto dinanzi le fabbriche “vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori” nato per difendere il singolo capitalista dalle eventuali offensive della classe subalterna, sembra espletare la propria funzione proprio contro gli attacchi dei fratelli “spioni”. Bernard Esambert, presidente dell’Istituto Pasteur dal 1994 al 1997 ha affermato: “Stiamo vivendo in uno stato di guerra economica mondiale, e questa non è solamente una metafora militare … le industrie stanno realmente armandosi, e i disoccupati sono la casualties”. Difatti, dopo la fine dell’Urss, molte agenzie di spionaggio, soprattutto dei paesi dell’est europeo, furono smantellate e, conseguentemente, è circolata per l’Europa e gli Usa un gran quantitativo di agenti abili nel¬l’attività che furono rapidamente assunti dalle maggiori aziende mondiali. Addirittura, all’interno di esse, sempre con maggiori investimenti e rapidità vengono create le cosiddette Business or competitive intelligence units con lo scopo di raccogliere informazioni nei modi più diversi, ad esempio frugando nella spazzatura (dumpster diving) o cercando di ottenere informazioni riservate circuendo e ingannando ignari dipendenti (social engineering).
Di fronte ad una situazione di questo tipo, ripetiamo ancora, generata dalla grande crisi capitalistica trentennale, anche gli stati nazionali, sia al loro interno, che all’interno del Wto, hanno stabilito delle leggi che tendessero a rego-lare giuridicamente lo spionaggio industriale. Fino al 1996, anno di promulgazione dello statunitense Eea [Economic espionage act], tutte le pene che venivano com¬minate, generalmente erano di tipo amministrativo anche se alcune prevedevano, in caso realmente eccezionale, l’arresto. L’Eea, considerata a livello mondiale la legge più repressiva, arriva a punire l’attività di spionaggio industriale con al massimo quindici anni di reclusione o pure con multe notevoli (fino a 5 mln $, mentre la Francia arriva a 30 mila), incrementando la “dose” se gli spioni sono di altri stati. Il provvedimento, infatti, sembra inequivocabilmente nato per proteggere il già devastato impianto industriale statunitense dall’estero.
4. Il ruolo della ricerca e le riforme
La centralità della questione è sottolineata anche dalla famosa quanto disattesa in gran parte “strategia di Lisbo-na” in cui, con assoluta chiarezza, si sostiene che la futura organizzazione produttiva dell’Europa, con l’obiettivo di raggiungere la pseudo-competitività statunitense, dovrà porre in posizione di assoluta centralità la ricerca e sviluppo.
In un sistema produttivo quindi caratterizzato da ormai più di un secolo da una tendenza al monopolio delle con-dizioni oggettive e soggettive della produzione, è impensabile che una parte del capitale fisso, ovvero il prodotto della ricerca, possa sfuggire a questa legge naturale. Ed è ancora più impensabile per quanto detto in precedenza sulla centralità del brevetto (si vedano anche gli accordi Gatt-Wto a riguardo) nel mezzo di una fase di discesa drammatica delle possibilità di accumulazione del capitale a livello mondiale. Le riforme della ricerca in Italia, Regno Unito e Brasile sono accomunate dal comune intento di dequalificare la ricerca pubblica, ossia quella che ancora, con molte difficoltà, ha qualche (seppur minimo) margine di libertà. L’obiettivo fondamentale è infatti circuire il più possibile la produzione di idee che, in quanto merci e parte del capitale fisso, deve essere seguita nel proprio processo di produzione, non lasciando nulla al caso. La necessità capitalistica impone che la parte dell’aristo¬crazia proletaria, che va sotto il nome generico di “ricercatori”, venga individuata e limitata sempre più nel proprio lavoro dalle necessità e dagli obiettivi della classe capitalistica. Per questo motivo diviene fondamentale da una parte la creazione dei centri di ricerca detti di “eccellenza” che possono essere, in alcuni casi, poche università ben individuate (meglio se private), in altri, istituti come l’Iit [Italian institute of technology], che, nei progetti dovrebbe essere nascere sullo stile del Mit [Massachussets institute of technology]; dall’altra la capacità dei singoli capitalisti di introdurvisi, avendo così la possibilità di gestirne i tempi e le modalità di lavoro, gli obiettivi e prelevarne i risultati.
Non è per altro che la categoria maggiormente colpita dalla cosiddetta “riforma Moratti” è quella dei ricercatori, degli assegnisti di ricerca e dei dottorandi di ricerca, ovvero coloro che più contribuiscono alla ricerca scientifica ita-liana. In breve, questa ristrutturazione prevede la soppressione (letteralmente da ddl Moratti) della figura del ricercatore universitario. Attualmente, infatti, questa figura, peculiare all’ordinamento italiano, è a tutti gli effetti dipendente del Ministero dell’università e della ricerca, con un contratto a tempo indeterminato, con un rinnovo dopo due anni dalla vincita del concorso pubblico. Un ricercatore dell’univer¬sità pubblica italiana, in questa maniera, è vincolato al dipartimento a cui fa riferimento ma, di fatto, ha la possibilità di scegliere quale sia il proprio campo di ricerca, ovviamente compatibilmente con quello adottato dal proprio dipartimento. Per questo motivo i propri margini di manovra sono sufficientemente ampi e quindi la possibilità di fare ricerca su temi di per sé “eterodossi” è sufficientemente garantita. Il progetto di “riordino” delle carriere dei docenti universitari, prevede proprio l’eliminazione di questa libertà, sostituendovi un nuovo soggetto, con un contratto a tempo determinato e a progetto (di durata compresa tra due e cinque anni) collaboratore dell’università, ma vincolato ad un professore individuato alla firma del contratto (e non più genericamente al dipartimento), con la possibilità di un unico rinnovo. Complessivamente, quindi, il massimo numero di anni in cui il futuro “ricercatore” potrebbe essere tale, sarebbe al massimo di 10 anni, dopodiché, qualora non vinca un concorso per professore associato, diverrebbe disoccupato, ovvero dividerebbe la condizione di assoluta precarietà in cui fin troppi lavoratori non specializzati si trovano.
Tuttavia, con una riforma di questo tipo, molto simile negli obiettivi alle tante altre che pian piano si attuano nel mondo, a conferma che il capitale è mondiale, si riuscirebbero a realizzare i propositi della classe capitalistica già de-finiti: il riordino del ciclo produttivo delle innovazioni verrebbe, in questa maniera, definito e, come in ogni ristruttu-razione che si rispetti, le condizioni dei lavoratori verrebbero rese più precarie, ci sarebbero molti licenziamenti, i salari subirebbero un rapido ed inesorabile declino, e il lavoro a progetto, forma più idonea al modo di produzione capitalistico, diverrebbe quindi la realtà della ricerca pubblica e privata.