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tratto da "il manifesto"


Sicurezza alimentare e petrolio
KARIMA ISD


Il cibo è energia; ed energia occorre per produrlo. Nell'ultimo secolo, a partire dalle macchine agricole, e poi con i concimi, i pesticidi e gli erbicidi di sintesi (non di rado derivati dalle ricerche militari), i limiti ambientali all'approvvigionamento alimentare sono stati superati dal ricorso alle fonti fossili: diventate il mezzo per prescindere - provvisoriamente - dai limiti naturali alla human carrying capacity del pianeta, anche se a spese del degrado dell'acqua e dei suoli e della perdita di biodiversità. In un certo senso, mangiamo petrolio. Bisogna dunque porsi con urgenza il problema dei problemi: come si nutrirà il mondo umano quando per produrre, trasformare e trasportare alimenti non si potrà più ricorrere alle fonti fossili data la sopraggiunta scarsità delle stesse? Sul tema della sicurezza alimentare ai tempi della fine del petrolio diversi esperti hanno discusso settimane fa in un convegno internazionale dell'irlandese Foundation for the Economics of Sustainability (www.feasta.org). Titolo: «Che cosa mangeremo, mentre il petrolio finisce?». Conclusioni: la transizione verso un sistema alimentare fossil-fuel-free non è utopia, ma è certo un'immensa sfida che richiederà una creatività senza precedenti a tutti i livelli della società. E del resto è l'unica opzione razionale per evitare una catastrofe su scala mai vista.

Del resto negli ultimi anni la produzione mondiale di cereali è stata inferiore al consumo; dunque la strategia di gonfiare i raccolti con il ricorso nelle varie fasi ai combustibili fossili, dà ormai ritorni limitati. In effetti, malgrado la pletora di pesticidi ed erbicidi, ogni anno molti raccolti vanno persi: le invenzioni di nuovi fitofarmaci non stanno al passo della resistenza di insetti e parassiti. Il picco nella produzione di petrolio renderà più costose le macchine agricole, i fertilizzanti e i trasporti. Negli Usa ora occorrono 1.700 litri di petrolio o equivalenti per nutrire un americano per un anno. Molto pesanti sono le produzioni animali e poi le fasi della trasformazione e del trasporto su lunga distanza.

Che fare dunque, se si lascia da parte la soluzione rischiosissima - e finora piuttosto fallita - di un'ulteriore intensificazione produttiva attraverso l'ingegneria genetica (che comunque non prescinde dalla petrolchimica)? Certo adottare tecniche di agricoltura ecologica (biologica, biodinamica, permacoltura, metodi biointensivi). Però, come ha riconosciuto un rapporto di Greenpeace del 2002 (The Real Green Revolution: Organic and Agroecological Farming in the South), queste forme di agricoltura hanno sì incalcolabili benefici, ma in termini di raccolti per intensità di input energetici hanno un effetto neutro e comunque richiedono molto più lavoro e conoscenze. Dunque il loro scenario, pur obbligato, implica una trasformazione economica delle società, poiché adesso il trend è opposto. La svolta ecologica obbligata dell'agricoltura cubana dopo il collasso degli aiuti sovietici ha evitato una carestia certa e ha dimostrato che si può.

La transizione nel Nord e nel Sud dovrà iniziare in fretta - poiché richiederà tempo - ed essere sistemica. Non si tratta giusto di rimuovere il petrolio dal processo e immaginare che per il resto andrà avanti così. Occorreranno più persone a coltivare; e per attirarle e trattenerle, più incentivi, più reti sociali, più cultura rurale, dando appeal alle campagne. Occorrerà un modello agroalimentare soprattutto vegetale. La produzione dovrà essere locale per evitare il più possibile i trasporti - altro che frutta esotica - anche se sarà un bel problema per le città costruite in aree incapaci di nutrirle direttamente! Si dovrà produrre di più dentro e intorno alle città, con orti sul tetto e parchi coltivati. E occorrerà fermare le multinazionali che producono la gran parte dei cereali. La riforma agraria sarà la priorità.

 
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