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Donna si ribella agli abusi: lettera di Elis dal carcere di Torino

Questa lettera che riceviamo da internet con la richiesta di diffonderla è di Elis Gonn, reclusa nel carcere delle Vallette di Torino con l’accusa di tentato omicidio per aver accoltellato l’uomo che, secondo la sua difesa, l’avrebbe molestata sul luogo di lavoro. Elis è conosciuta per essere un’attivista e una femminista di origine russa.

 

“Ciao!
Mi rallegro molto di aver ricevuto la tua lettera mi hanno messo da sola in una cella e sto facendo lo sciopero della fame perché mi mettano con una compagna. Pero adesso che ho ricevuto la tua lettera mi sento meno sola e ho più coraggio ti spiego come veramente sono andate le cose: ho letto un annuncio che in un bar si cercava una barista. Quando sono venuta a fare il colloquio il padrone del bar ha detto di venire a fare la prova in minigonna, vestita così per “ attrarre i clienti”. Quando ero venuta a fare la prova qualche giorno dopo ho scoperto che non dovevo piacere solo ai clienti , pero soprattutto a lui. Nella cucina del bar, lui mi ha chiesto di mostrargli una foto dei miei disegni( sono un’ artista) e mentre gli mostravo le foto mi ha toccato il seno e le parti intime. Mi ha detto che darà il lavoro alla ragazza più “disponibile con lui”. Poi mi ha chiesto d mostrargli altre foto… e mi ha toccata di nuovo. Io provavo schifo però siccome avevo bisogno del lavoro, l’ho lasciato fare. Poi quando lui ha chiuso il bar , mi ha detto: “ te ne vai senza neanche farmi un massaggio?”. A questo punto mi ero ribellata e ho detto che non ero una prostituta. Quando tornavo a casa, ho pensato a tutte le altre ragazza, straniere, povere, di cui lui sicuramente si rea approfittato come ha fatto con me. Soprattutto adesso con il covid quando la gente è disperata per il lavoro. E sono tornata al bar il giorno dopo per accoltellarlo. Era sicuramente un gesto impulsivo che pagherò caro, però l’ho fatto per tutte voi. Perché i porci come lui sono tanti. Sicuramente passerò molti anni in carcere.
Però ti dirò una cosa: sono confortata dal pensiero che almeno lui penserà adesso 2 volte prima di mettere le mani sporche su una ragazza che viene a lavorare. Magari ci penserà 1000 volte. E ho la coscienza pulita. Mi hanno messo tentato omicidio. Pero lui è andato in ospedale in codice giallo….figurati! Sono felice che non è morto. Lui ha due figli e anche se è un porco, i figli hanno diritto al padre. Non lo volevo ammazzare. Volevo solo che smettesse di farlo con le ragazze…..
Perché se fanno questo alle donne è perché pensano che siamo indifese… a un uomo non gli mettono le mani addosso perché di un uomo si aspettano un pugno in faccia mentre una donna….
Mi faresti un grande servizio se racconti questo ai giornalisti. Perché adesso il porco nega tutto, e forse  la mia unica speranza di provare ciò che realmente era successo è se le altre ragazze che hanno fatto la “prova“ vengano fuori e testimoniano contro di lui.
Mi piacerebbe ricevere più lettere da te però devi mettere il mittente sulla busta della lettera se no non me la danno.
Ti saluto! E se puoi, metti dentro una busta per lettere più francobollo.”

 

Elis Gonn
casa circondariale LoRusso Cotugno
via M.A. Aglietta 35
Torino 10151

Abusi nel carcere di Opera

Riportiamo questa lettera-denuncia pubblicata sull’opuscolo 115 di OLGa, scaricabile dal sito http://www.autprol.org/olga/

Lettera collettiva dal carcere di opera

“Carissimi amici e compagni, siamo un gruppo di detenuti 4° piano 1° padiglione che vogliamo raccontare cosa è successo a salazar (un bravissimo ragazzo filippino che non poteva nuocere ad una mosca) e che quando c’è stata la manifestazione di antigone lui, per questo, aveva bruciato il materasso. Questo dopo che chiedeva da 4 giorni di andare in isolamento, perché ha tre bambini piccolissimi, e non gli danno il lavoro.

Così, dopo l’intervento degli agenti è stato picchiato dal 4° piano fino al 2° piano, un agente gli ha sferrato un pugno, ma salazar si è abbassato, essendo piccolissimo (pesa 40 kg), all’agente si è girato il ginocchio ed è caduto, battendo la fronte sui gradini delle scale. Questi aguzzini non hanno perso tempo a fare pubblicare sul giornale su una pagina intera che “un agente è stato aggredito selvaggiamente da un detenuto”, invece di dire che (il detenuto) è stato picchiato da decine e decine di agenti, perché loro vogliono sempre passare per vittime, invece di dare il lavoro ad un uomo con tre bambini piccoli (uomo mite e sempre sorridente) che noi sappiamo come sono i filippini quando lavorano – anima e corpo. Questa è la verità di quello che è successo e non di quello che hanno scritto i giornalisti in concomitanza con quello che la direzione vuole coprire per giustificare eventuali pestaggi.

Un abbraccio da tutti noi detenuti 1°padiglione 4°piano in solidarietà con salazar vittima di questo sporco e infame sistema.

Grazie di tutto, ciao!”

fine luglio 2016

Lettera-denuncia dal carcere di Opera (MI)

 

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“Ciao,

di operatori in questa sezione ce ne sono quattro, ma sono qui solo per guidarci nel progetto, per tutto il resto non hanno voce in capitolo; però c’è da dire che per tutte le nostre lamentele loro ci sono e fanno da portavoce, purtroppo inutilmente.

Il ragazzo marocchino, salvato da uno di noi dalla morte, dopo il suo gesto estremo è stato portato in isolamento a cella liscia, senza tv, lenzuola e tutto il resto, praticamente 14bis. Il paradosso è che dopo il suo gesto hanno iniziato a dargli le giuste cure per il suo dolore ai testicoli ed ora sta bene. Mi domando, uno che sta male per essere curato deve arrivare a tanto? Boh. Secondo le guardie, soprattutto i loro capi, è tutta simulazione. Ma, mi domando, se non gli veniva tolto il cappio dal ragazzo che l’ha trovato impiccato, sarebbe morto: chi morirebbe par una simulazione? Non c’è dubbio che il suo male, dolore è stato trascurato da medici e guardie, come spesso accade qui. Al ragazzo che l’ha salvato non hanno detto parola, però quando c’è da fare rapporti e buttare i detenuti in isolamento lo fanno subito.

Dei ragazzi che hanno subito punizioni per la raccolta di firme su richieste di mettere fine a tante schifoserie, ti posso dire che stanno tutti bene e che sono in sezione, alcuni devono ancora pagare il periodo di isolamento. Si vedrà.

Passare l’estate qui a Milano so che non è bello, da libero è capitato anche a me, comunque grazie a questo sporco sistema retto da indegni politici mangia soldi, tante persone si trovano in una situazione di disagio senza lavoro e soldi. Ti giuro darei fuoco alla Camera e al Senato, puzzano tutti di marcio, ma in galera non ci finiscono mai, a differenza dei poveri disgraziati come me che, per far mangiare i propri figli vanno a fare reati.

Saluta tutti/e i/le compagni/e sempre a pugno chiuso e a testa alta”.

Settembre 2016

Eddi Karim

Lettera dal carcere di Belluno

[…] Insieme alle, agli altr* compagn* dispersi in tutta Italia e nel mondo, con i volantini, presidi, manifesti, opuscoli ci siete d’aiuto enorme a tutt* noi; tutt* insieme riusciamo a superare tanti ostacoli.
Parlo per esperienza personale da quando ero a Opera o a Vicenza nel 2015 dove ho rischiato di essere ucciso varie volte e poi ce l’ho fatta a essere trasferito vivo in un altro carcere, ce l’ho fatta anche questa volta a essere trasferito dal lager di Verona in tempo.
Ed ora sono a Belluno, sono ancora di nuovo qua, e quello che ho notato è che c’è tanta differenza tra qua e Verona. E sempre carcere è, ma dal comportamento dell’operatore, delle guardie noti che sono più umane, so che è presto per dirlo, ma con la mia lunga esperienza purtroppo so distinguere il meno peggio dal peggio.
Ora qua sono un po’ tranquillo e vedremo se si muoverà la procura di Verona per la denuncia che ho spedito, speriamo che non venga archiviata, nonostante la lunga lista di testimoni, vedremo. Questo grazie ai compagni di Verona, che ho sempre avuto il loro sostegno, sia con presidi che nel contattare l’avvocato, con la corrispondenza ecc. ecc.
Gli sono molto grato, non smetterò mai di ringraziarli, mi sono stati molto vicini e solidali; fatto che vale lo stesso per i vecchi compagni di Venezia che hanno tutta la mia solidarietà per lo sgombero dell’ospizio e per i compagn* di Torino per lo sgombero dell’Asilo. Prego tutt* di non mollare e occupare altri edifici, magari mettendo la bandiera russa (ah! ah!), così Salvini e i suoi cani non li prenderanno di mira…
Approfitto di salutare tutt* compagn* in lotta e un abbraccio forte a Davide Delogu che gli hanno riattivato il visto di controllo a Rossano Calabro, sperando che gli fanno ricevere questa mia ultima lettera che gli ho inviato oggi e un abbraccio forte a Maurizio Alfieri che di sicuro segue le nostre battaglie da fuori (libero) che deve godere la libertà e a tutt* voi un saluto a pugno chiuso.

3 ottobre 2019

Lettera dal carcere di Trieste

Carissim* compagn*, sono Eddi Karim vi scrivo dal lager di Trieste dove sono stato trasferito dal carcere di Vicenza; lì hanno tentato di farmi fuori con dei complotti diabolici. Sanno che sono asmatico ed hanno fatto portare (era l’8 luglio) dei detenuti (bisognosi di cure) che avevano bruciato le celle in altre sezioni, nella sezione punitiva dove c’ero io. Proprio il detenuto che hanno messo davanti alla cella dove ero io, chiama la guardia perché stava male, le guardie non rispondevano, ma se la ridevano. La sera verso le 22 il detenuto, che avevano messo davanti a ne, ha incendiato il cuscino, dei giornali, buttandoli nel corridoio, proprio davanti a me… che, per salvarmi, ho dovuto chiudere il blindo e spruzzarmi in viso lo spray Ventolin – Salva Vita. Nessuno è intervenuto per spegnere il fuoco, per diminuire il fumo!

La sera successiva un altro detenuto portato lì ha compiuto gli stessi gesti, la sezione si riempie di fumo, ma stavolta tutti i detenuti gridano per uscire all’aria perché stiamo soffocando. L’ultima cosa che ricordo prima di svenire. Dopo, i detenuti mi hanno raccontato, è accaduto hanno aperto a tutti la cella, saltando la mia e quella di un altro fatto di psicofarmaci, che dormiva. Mezzora dopo quel caos due detenuti rumeni si sono accorti della mia senza ed hanno cominciato ad urlare il mio nome insieme al resto dei detenuti ch’erano nelle scale. A sto punto non è rimasto niente alle guardie che venire a tirarmi fuori (magari con la speranza di trovarmi morto). Invece mi hanno trovato svenuto per terra con lo spray in mano. Mi hanno trascinato all’ascensore, davanti ai detenuti sulle scale che urlavano “l’avete ucciso siete contenti?”

Alle 24,40 mi sono svegliato in infermeria con il medico di turno, che mi ha raccontato che mi hanno portato in extremis. Un’ora dopo mi sentivo un poco meglio e ho deciso di tornare in cella. Le guardie mi hanno detto che mi hanno dimenticato per colpa del caos; gli ho risposto che l’hanno fatto apposta, che hanno provocato il detenuto.

Il giorno dopo al telegiornale regionale Rai3 (sempre a Vicenza) hanno parlato di questo fatto raccontando che quattro guardie sono rimaste intossicate e basta. A quel punto ho scritto a compagn* a Venezia, alla Garante regionale dei diritti dei detenuti, che il 23 luglio è venuta a trovarmi. Il giorno dopo sono stato trasferito a Trieste.

Qui il primo ostacolo, ancora non risolto, è quelle delle telefonate famigliari, che nonostante siano autorizzate dal tribunale di Venezia, loro non me le danno perché dicono che ora sono ricorrente, che perciò non sono più sotto il tribunale. Secondo me è solo un abuso di potere, per vendicarsi. In più mi hanno messo in una sezione, dove ci sono solo stranieri, piena di cimici piccole, succhiano il sangue. Ai detenuti italiani invece hanno cambiato brande, materassi, hanno disinfettato le celle.

Il direttore è assente, l’ufficio comando esiste solo per gli italiani, il dirigente sanitario non esiste, i medici sono inesperti ecc. Per dirla corta sono scappato dal lager di Vicenza e sono inceppato in un pozzo buio senza scintille di luce, in compagnia di cimici di cui sono allergico; cioè Trieste, che fortuna!

Prima di salutarvi voglio esprimere la mia totale solidarietà al mio caro amico Maurizio Alfieri e al compagno Davide Delogu, raccomandandogli di non mollare. Un abbraccio a voi e ai compagni di Venezia, Vicenza e a tutti quelli in lotta. Karim

8 agosto 2016

Pasquale de Feo

Dal carcere di Massama (Oristano) è uscito un libro

“Ciao compagni, vi mando la locandina del libro che è uscito in questi giorni. Non si perda la memoria di questa pagina buia del paese, in modo che non venga manipolata la storia da parte dello Stato.

“Le Cayenne italiane – Piano e Asinara: il regime di tortura del 41bis”

Il libro è composto da un’ampia introduzione e da una nota autobiografica di Pasquale De Feo che ha avuto anche l’idea di dedicare questa speciale edizione alle violenze avvenute a Pianosa e all’Asinara (1992/2001). Su queste torture scrivono soprattutto i detenuti che le hanno provate sulla propria pelle, ma anche i loro parenti, magistrati, avvocati e uomini politici.…

Chi vuole avere una o più copie di questo libro scriva a: Associazione Liberarsi – Casella Postale 30 – 50012 Grassina (Firenze). Chi può mandi 10 euro sul c/c postale 92826684 intestato a:

Associazione Liberarsi Firenze.

Un abbraccio a voi tutti con sincero affetto Pasquale.

24 agosto 2016

Lettera dal carcere di Parma

Cari amici,
mi chiamo De Feo Pasquale sono in carcere a Parma. Sto scontando l’ergastolo da tantissimi anni: sono entrato in carcere che ero un ragazzo e ora viaggio verso i 50 anni. Sono nato e cresciuto in provincia di Salerno. Ho girato molti carceri e da 15 anni giro nei vari gironi infernali degli speciali.
Attualmente sono da 4 mesi sottoposto al regime di tortura del 14 bis con la motivazione: “ha turbato l’ordine costituito”. Solo per avere reclamato i miei diritti mi hanno punito sottoponendomi a questo regime infame. Inizio a parlare dell’ergastolo perchè è la ferita che più sanguina: l’ergastolo è una pena di morte diluita nel tempo.
Questo era molto chiaro ai compilatori del codice penale francese del 28 settembre del 1791 che pur prevedendo la pena di morte avevano abolito l’ergastolo perchè ritenuto peggiore della pena capitale. L’ergastolo è disumano, illegittimo, inaccettabile. E’ solo legittimato in nome di una pretesa superiore ed inevitabile ragion di Stato della nostra presunta “moderna democrazia”.
Credo che già sapete che il 1° di dicembre tutti gli ergastolani protesteremo con uno sciopero della fame per l’abolizione dell’ergastolo e contiamo che buona parte della società esterna digiuna qualche giorno insieme a noi. (Si può avere un ampia documentazione andando sul sito www.informacarcere.it nella sezione “mai dire mai”).
La nostra idea folle è che dietro questo progetto nasca un movimento di centomila persone (ovviamente anche grazie ai nostri familiari) che appoggiano un gruppo di ergastolani così che qualche partito capisca che con l’abolizione dell’ergastolo i voti non li perde ma li guadagna. Dove vogliamo arrivare? Non pretendiamo che facendo lo sciopero della fame aboliscano l’ergastolo ma pretendiamo che siano rispettate le regole dello Stato di diritto e della democrazia. Da un importante partito che sta sostenendo questo governo sono stati presentati due disegni di legge, uno alla camera ed uno al senato, ebbene vogliamo che siano discussi.
Non sono mai stato in regime di art.90, che fu abrogato nel 1986. Nel 1992 mi fu applicato l’art. 41 bis e trasferito all’isola dell’Asinara. Quelli furono tempi duri, un vero e proprio lager anche il cibo e l’acqua erano
insufficienti e con il caldo soffrivamo persino la sete. Incredibilmente, dato che al peggio non c’era mai fine, ci consolavamo pensando che nel carcere dell’isola della Pianosa i nostri compagni stavano peggio di noi
perchè prendevano botte tutti i giorni. Infatti, nel 1998/99 la commissione per la prevenzione della tortura non condannò l’Italia per un solo voto: Luigi Manconi, deputato di quella legislatura e attuale sottosegretario alla Giustizia, dichiarò: “Moralmente l’Italia è stata condannata. A Pianosa sono sicuramente successe
cose gravissime”.
Non si sbagliava, c’era mio fratello e mi ha raccontato in che abisso di barbarie vivevano. Il regime del 41 bis è un regime indegno di un paese civile, una tortura “democratica”, censurato anche dalla Commissione Europea dei diritti
dell’uomo.
Il regime del 41 bis è stato fatto diventare un totem, come se fosse la soluzione a tutti i problemi d’Italia, ma lo Stato, con questa repressione barbara, inumana e inaccettabile per la “patria del diritto”, dovrebbe spiegare cosa hanno risolto dal 1992 ad oggi? Ormai è diventato anche un business, pertanto l’interesse sulla carne umana non può essere toccato. Ma questo non è tutto, quando il tribunale di sorveglianza o in rari casi il ministero della giustizia revoca il 41 bis, si viene trasferiti nelle sezioni a regime e.i.v. (Elevato indice di vigilanza). In questo modo si cade dalla padella alla brace, perchè il regime e.i.v. è uguale al 41 bis, tranne per alcune cose come il colloquio senza vetro e il numero di colloqui che da uno al mese passano a 4 mensili. Riguardo alla vivibilità dipende dagli umori dei vari direttori di turno.
In certi carceri il regime e.i.v. è peggio del 41 bis.
In tutti e due i regimi l’accesso ai benefici è praticamente impossibile. Mentre il regime del 41 bis ha tutela giurisdizionale, con l’e.i.v. non puoi rivolgerti da nessuna parte perchè è un atto amministrativo penitenziario,
pertanto sogetto all’arbitrio dell’amministrazione penitenziaria, insomma: una sorta di ergastolo in bianco.
Come recita la circolare DAP 9 luglio 1998 n. 3479/5929 il regime e.i.v. è una continuazione storica dell’art. 90, ma nell’insieme tutto è lasciato alla discrezionalità delle direzione e la vivibilità viene ristretta e limitata secondo il loro arbitrio, con situazioni paradossali e di cecità che sfocia in alcuni casi nella cattiveria gratuita. Il ministero della giustizia conosce la situazione, ma non interviene, lo fa solo in rari casi di proteste e scioperi collettivi. Normalmente sfrutta questa situazione con il metodo del bastone e la carota: se ti adatti, ti lasciano tranquillo, in caso contrario ti mandano in un carcere che “interpreta” arbitrariamente i diritti dei detenuti.
Il governo dei carceri è come il doppio consolato dell’antica repubblica romana: il direttore e il comandante della polizia penitenziaria comandano insieme. L’uno senza l’altro non possono prendere decisioni incisive e quindi sono
costretti a scendere a compromesso, ciò comporta la restrizione e la limitazione nei confronti dei detenuti: i doveri ci sono tutti ma i diritti diventano concessioni. I detenuti nel constatare che i responsabili del governo dei carceri non rispettano le loro regole e le infrangono senza remore, sicuri della loro immunità, metabolizzano che il potere può tutto. Questo comporta non un insegnamento delle regole ma una scuola criminale che diventa odio e rabbia verso la Stato. In questo modo, non si rende un buon servizio alla società, perchè un giorno questi detenuti finiranno di scontare la pena e molti scaricheranno l’odio e la rabbia, derivati dalle ingiustizie e dalle frustrazioni subite, sulla società.
L’articolo 41 bis mi fu revocato nel 1996 dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari, all’epoca si veniva allocati nel regime A.S., due anni dopo nel 1998 fu emanata la circolare e.i.v.. L’A.S. (alta sorveglianza) è una sorta di scatola cinese perchè ogni carcere decide come gli pare. Questo regime viene applicato in base ai reati dell’art. 4
bis. Quando si finisce di scontare il reato ostativo dell’art 4 bis, ci sono carceri che declassificano automaticamente, altri no. Purtroppo c’è un’ottusa burocrazia dell’amministrazione penitenziaria che dispoticamente impera.
In questi regimi non esiste nessuna forma di recupero, la riabilitazione consiste ad adattarsi alle regole imposte, in caso contrario si è pericolosi perchè si è destabilizzatori, sobillatori e facinorosi. Chi non si adatta alle regole delle singole direzioni e chiede i propri diritti per educare gli altri detenuti gli viene applicato il 14 bis.
La direzione propone e il ministero burocraticamente firma l’autorizzazione.
Il regime 14 bis restringe ancora di più la vivibilità: si viene esclusi da qualsiasi attività in comune, tolgono lo specchio per farti sentire un ombra, ti tolgono il fornello e la macchinetta del caffè, come se ti facessi un caffè
al giorno può essere pericoloso.  Ti censurano la posta per toglierti la solidarietà esterna e l’intimità dei
tuoi sentimenti. Il regime 14 bis è un arma nelle mani del direttore per minacciarti e farti diventare un suo schiavo per meglio governare il suo carcere.
La commissione dei diritti dell’uomo a gennaio 2006 ha emanato una sentenza che condanna l’Italia per i regimi di e.i.v. e il regime 41 bis: è passato un anno e mezzo e gli organi competenti non hanno fatto niente.
Alcuni mesi fa il senatore Fosco Giannini ha presentato un’interrogazione parlamentare sul regime e.i.v. ma anche la parte buona della politica nulla può contro l’illegalismo del sistema penitenziario. Purtroppo non esiste nessuna forma di controllo e di intervento reale sul sistema penitenziario, governato da un potere apparato burocratico che agisce in modo assolutamente discrezionale e illegale (in violazione delle norme e delle leggi) costituito dalla direzione del DAP e dalle singole direzioni penitenziarie, nonchè dalla piramide di comando della polizia penitenziaria.
Mentre la politica non si interroga della condizione dei detenuti e delle carceri, i detenuti che osano denunciare carenze, abusi e vessazioni subiscono la dura vendetta delle direzioni e del DAP.
La pena secondo la costituzione non deve essere nè afflittiva nè vendicativa invece continua a essere la vendetta dei forti.

Carcere di Parma. Settembre 2007
Pasquale De Feo.

 

controllato il 3/12/2019

puntata 42, stagione 1, 24 luglio 2014

puntata n° 42 – stagione 1 – del 24 luglio 2014

[nota: puntata che doveva andare in onda il 17 luglio, saltata a causa di problemi tecnici]

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Carcere di Cremona – Solidarietà, lettere e rivolta

Carcere di Cremona Continua a leggere »

puntata 16, stagione 1, 16 gennaio 2014

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Parole di un’ombra da una tomba – Carmelo Musumeci – 27 novembre 2013

Parole di un’ombra da una tomba

di Carmelo Musumeci
27 novembre 2013

“Una punizione è giusta solo quando è intesa al bene di chi la deve subire”. (John Stuart Mill) Continua a leggere »

puntata 7, stagione 1, 14 novembre 2013

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