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Lettera di Enrik dal carcere di Busto Arsizio

Riceviamo da internet questa lettera scritta dal carcere di Busto Arsizio:

(11 febbraio 2021)

Buongiorno a tutti voi
Come prima cosa vorremmo ringraziarvi per la vostra lettera, ci ha tirato molto su di morale sapere che là fuori c’è qualcuno che ha molto a cuore le nostre condizioni e la nostra causa.
Vorrei come prima cosa scusarmi in anticipo per il mio italiano non perfetto, e spiegarvi i motivi per i quali si è arrivati alla protesta nel carcere di Varese.
Il primo episodio avviene ai primi di ottobre dove un uomo viene trovato morto suicida nella sua cella singola, non voglio entrare in merito ai motivi i quali lo hanno spinto a questa estrema decisione, ma sappiamo per certo che alcuni sintomi c’erano, nonché la mancanza di sorveglianza. Quello che vorremmo far notare è che la notizia non è uscita, almeno per ciò che sappiamo, né sui giornali o altro, e anche che il carcere se ne è ben presto dimenticato.
Il secondo episodio riguarda (Pasquale Siciliano) un uomo e amico di 50 anni che muore precocemente dopo appena un giorno dalla notizia di essere diventato nonno. (Siamo ai primi di settembre). Premetto che a Varese, essendo un carcere piccolo, il sistema sanitario funzionava in questo modo che: alle 18.00 il medico finisce il suo turno lavorativo e fino alle 08:00 del mattino non c’è personale sanitario.
Sono le 21.00 circa, e Pasquale si sente poco bene lamentando dolori all’addome all’altezza del cuore ed un formicolio al braccio, per questo gli viene data la medicina magica che secondo loro cura ogni cosa e che viene data veramente come cura ad ogni malessere, a questo punto, dopo aver preso la TACCHIPIRINA viene rimandato in cella.
Verso le 24:30/01.00 non si sente bene chiede aiuto e viene portato dalle guardie in infermeria, e dopo un’attenta valutazione medica di un’ora e mezza, dalle guardie viene rimandato in cella, sono le 02:30 circa. 10 minuti più tardi dalla sua cella si leva un grido di aiuto suo e del suo concellino al quale si sente rispondere dal capoposto di turno (FINISCILA DI SCASSARE). Sembra una storia da film, ma qui al carcere di Varese è realtà perché sotto atroci dolori Pasquale muore verso le 03:00 del mattino. Lo chiamano infarto o morte naturale, ma non è così: Pasquale muore per la negligenza e l’omissione di soccorso delle guardie di turno, situazione che per noi non si può chiamare morte naturale ma assassinio senza ancora un colpevole.
Il giorno dopo tutti i detenuti ci siamo recati fuori all’aria dove al grido di “SIETE ASSASSINI” chiediamo spiegazioni, chiediamo di poter parlare con il magistrato di sorveglianza e ci rifiutiamo di entrare. Bhè non avevamo fatto i conti che era domenica e come normale che anche il magistrato ha di meglio da fare. A quel punto arriva il comandante che dà rassicurazioni: che avrebbe preso le nostre testimonianze e che non avrebbe più fatto rientrare in sezione il capoposto, rientriamo. Quel giorno abbiamo richiamato l’avvocato di Pasquale e ci siamo messi a disposizione per qualsiasi cosa, inoltre sappiamo che era presente a quell’ora anche un parente di Pasquale. Se avete possibilità di contattare la sua famiglia, siamo di nuovo a disposizione per ciò che necessitano e di fare le nostre più sentite condoglianze alla famiglia.
L’ultimo episodio, il quale ha portato poi alla rivolta, riguarda LONGO FRANCESCO.
Longo è colpevole di essere andato dal capoposto a chiedere la sostituzione del televisore perché rotto, viene invitato ad entrare nell’ufficio del capoposto dove era presente anche l’ispettore del MOF, chiudono la porta e viene malmenato selvaggiamente a calci e pugni. Premetto che Francesco entra senza segni in un ufficio chiuso e senza telecamere, e dopo le grida che vengono da dentro, lo vediamo uscire con segni sulla faccia e sulle costole.
Frastornati da ciò ed essendo l’ora di rientrare nelle celle per la conta, ci rifiutiamo di rientrare perché pretendiamo risposte e spiegazioni. Si sussegue un via vai di agenti, ispettori e comandante che vengono a parlare con noi negando e cercando di insabbiare ciò che è successo, promettendo che avrebbero fatto chiarezza e giustizia. Longo viene portato in infermeria e scrivono che non ha segni, che sta bene e che il fatto non sussiste.
Passa mezz’ora nel trambusto di chiunque ha qualcosa da dire e pensieri e richieste diverse, a quel punto Longo si accascia al suolo, chiediamo l’intervento dell’ambulanza a gran voce, ci vediamo arrivare il medico dell’istituto (il quale aveva detto che non avesse nulla) e delle guardie che vogliono portarlo in infermeria, non glielo permettiamo perché ha segni alle costole e può essere nocivo e che vogliamo l’ambulanza. Aspettiamo 5-10-20-30 minuti ma l’ambulanza non arriva.
Dovete pensare che le carceri sono come le leggi massoniche, che tutto deve rimanere tra loro insabbiato, non deve uscire, perché nessuno deve pagare. E pensare che la nostra richiesta è semplice, ossia che Francesco venga portato in ospedale curato e refertato per i danni provocati dall’ispettore. A quel punto sentendoci presi per il culo inizia la rivolta del carcere di Varese.
Qualcuno allaga l’istituto con gli idranti e qualcuno spacca le telecamere, luci, reti, porte, finestre, blindi, ufficio capoposto, gabbiotto blindato delle guardie, quadri elettrici. A questo punto arriva una squadretta. La chiamano squadretta, ma entrano in 30 armati con manganelli, armi, caschi, scudi, lacrimogeni. (Polizia penitenziaria, carabinieri, polizia), mancava la forestale. Non essendo in grado di entrare fanno uso di lacrimogeni e gas di estintori, essendo presenti in sezione e nell’istituto anziani, persone con problemi di ansia ecc., decidiamo di rientrare. In tutto ciò rimane ferito per modo di dire un detenuto che dentro la cella, avendo aspirato i gas, ha problemi respiratori e si accascia al suolo, soccorso dopo 10 minuti da una guardia folgorata dalla presenza di acqua e cavi di corrente aperti.
Da questa situazione ci arrestano in 6 i quali siamo tutti stati portati in carcere a Busto Arsizio, sappiamo che ci sono stati altri 31 trasferimenti a Como-Monza-Sondrio-Pavia-Vigevano, ma purtroppo di loro non sappiamo nulla e non abbiamo notizie.
Possiamo dire di noi 6: nessuno fino ad oggi ha subito problemi fisici, torture o altro, anche perché hanno fatto abbastanza, essendo che ci contestano reati di danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e devastazione (che prevede pena minima di 8 anni).
Per quanto riguarda noi a Busto Arsizio, nei nostri confronti c’è un clima ostile da parte delle guardie: è 3 settimane che siamo qui e c’è ancora chi non riesce a parlare con la famiglia, siamo in Sezione Covid dove tutti fanno 14 giorni e dopo il secondo tampone negativo li spostano in sezione, per noi no. Ci hanno dato 10 giorni di isolamento da fare che faremo più avanti perché siamo ancora pieni.
Noi siamo gli arrestati per la rivolta di Varese e vogliamo anche firmarci su chi siamo:

Lenkstakas Enrik (Albania); Younas Waqar (Pakistan); Vyzas Rudin (Albania); Tutino Stefano (Italia); Abubakar Mustapha (Ghana); Konrad Lofti (Tunisia).

Per quanto riguarda i problemi di altri detenuti qui a Busto, che vogliono rimanere anonimi, posso dirvi: l’area trattamentale non funziona anche se continui a iscriverti nessuno ti chiama.
– Ti segni in sorveglianza ma funziona uguale o non ti chiamano o dopo molto tempo;
– Fai le richieste tramite domandine (mod.393) e spariscono, questo sia per quelli già qua che per noi che veniamo da Varese;
– Chiedi di lavorare, ma le condizioni sono due o devi cominciare a fare l’infame o devi stargli simpatico. Hanno un criterio tutto loro per decidere;
– Le linee telefoniche non vanno e il centralinista non c’è mai per recuperare una chiamata;
– Il mangiare addirittura a volte è arrivato con la muffa, per non parlare della frutta sempre marcia di routine.

E con questo vi ringrazio per le lettere (buste) e per volerci dare voce, vi prego di risponderci se mai questa lettera vi arriverà, se non sarà cestinata, letta da loro (ma non mi interessa) o chissà.
Vi ringraziamo e vi mandiamo un caloroso abbraccio, i detenuti di Varese e Busto Arsizio.

 

Per dimostrare solidarietà e supportare i detenuti potete scrivere il loro nome seguito da:

Casa Circondariale – Via Cassano Magnago 102 – 21052 Busto Arsizio (VA)

Verità e giustizia per la strage del Sant’Anna!

INTIMIDAZIONI IN CARCERE DOPO L’ESPOSTO IN PROCURA SULLE VIOLENZE A MODENA E AD ASCOLI PICENO

MARZO 2020: in una trentina di carceri scoppiano rivolte per chiedere rassicurazioni sulla gestione dell’emergenza COVID dietro le sbarre, salute e tutele adeguate. Lo Stato risponde con manganelli, spari, 14 morti.

NOVEMBRE 2020: 5 detenuti raccontano ufficialmente quanto avvenuto l’8 marzo e il 9 marzo tra le carceri di Modena e Ascoli Piceno: le botte, la noncuranza delle guardie e dei medici, la morte di Salvatore Piscitelli.

I 5 detenuti vengono trasferiti a titolo chiaramente intimidatorio nel carcere di Modena, vengono interrogati. Poi vengono dispersi in 5 carceri differenti. Da quel giorno le autorità giudiziarie e penitenziarie continuano ad esercitare forti pressioni nei loro confronti. La solidarietà che intorno a loro si è creata dà fastidio, perché smaschera quelle che sono le vere responsabilità dell’apparato statale e sanitario

Mattia, uno dei 5 detenuti, compagno di cella di Sasà Piscitelli è stato trasferito nel carcere di Ancona.
Il 21 gennaio è stato sottoposto a nuovo interrogatorio da parte della Procura di Ancona. Vogliono che ritratti la sua versione, lo minacciano di denuncia per mancato soccorso, quando sappiamo bene che sono le guardie a non aver soccorso Sasà. Gli dicono di non parlare di questo secondo interrogatorio, gli bloccano la posta, soldi, pacchi, gli vietano le cure mediche di cui ha bisogno. Mattia non abbassa la testa.

A LUI E AGLI ALTRI 4 DETENUTI CHE HANNO DETTO LA VERITÀ CONTINUIAMO A PORTARE LA NOSTRA SOLIDARIETÀ!

RINNOVIAMO L’INVITO A SCRIVERE E A SOSTENERLI!
SE LE MURA SONO ALTE, LA SOLIDARIETÀ LE SUPERA.

Mattia Palloni
C.C. Ancona Montacuto
via Montecavallo 73 A, 60129 Ancona

Claudio Cipriani
C.C. Parma
strada Burla 57, 43122 Parma

Ferruccio Bianco
C.C. Reggio Emilia
via Luigi Settembrini 9, 42123 Reggio Emilia

Belmonte Cavazza
C.C. Piacenza
strada delle Novate 65, 29122 Piacenza

Francesco D’Angelo
C.C. Ferrara
via Arginone 327, 44122 Ferrara

Campagna di solidarietà a Mohammed, Amadou, Abdourahmane!

 

   Forse ricorderete le rivolte che hanno attraversato un centro d’accoglienza a Treviso tra giugno ed agosto e i 4 arresti che ne sono seguiti. Ad oggi uno di loro non c’è più , Chaka, due sono ancora in carcere (a Treviso e Vicenza) e per un’altra persona è stata trovata un’abitazione a Treviso per i domiciliari. Il primo aprile comincia il processo.

Come “Campagne in lotta” siamo sempre in contatto con tutti e tre  e da qualche giorno, anche in seguito al confronto con loro, abbiamo fatto partire una campagna di solidarietà, che vi incollo qui.

   Della rivolta nella ex caserma Serena a Treviso e della sua repressione: non lasciamo solo chi lotta per la libertà

Il 19 agosto Mohammed, Amadou, Abdourahmane e Chaka vengono arrestati per devastazione, saccheggio e sequestro di persona e portati nel carcere di Treviso. Il 7 novembre Chaka, 23 anni, viene trovato morto nel carcere di Verona. Secondo le accuse, sono colpevoli di aver “capeggiato” le proteste che tra giugno e luglio hanno travolto il Cas ex caserma Serena di Treviso. In un periodo in cui per molti il lockdown sembrava finito, le persone costrette a vivere dentro i luoghi di reclusione continuavano a restare ammassate, senza che venisse presa nessuna misura di tutela della loro salute.
Questo è il caso dell’ex caserma Serena di Treviso, adibita a Cas e gestita dalla cooperativa Nova Facility, dove ancora a giugno, più di 300 persone continuavano a vivere in spazi sovraffollati, senza che venisse loro fornita alcuna informazione sui contagi né alcuna protezione come mascherina e disinfettante. Molti di loro lavorano sfruttati in diversi settori della zona, dalla logistica all’agricoltura. Già da ben prima dell’emergenza Covid chi era costretto a vivere in quel luogo aveva denunciato le terribili condizioni di vita all’interno della struttura: le condizioni igieniche degradanti, le cure mediche assenti, le camere-dormitorio, la rigidissima disciplina con cui sono applicate le regole dell’accoglienza, la collaborazione tra operatori e polizia, il lavoro volontario all’interno del centro. Un luogo perfetto per la diffusione del Covid.
L’ex caserma Serena, infatti, nel giro di 2 mesi diventa un focolaio, e i contagiati passano da 1 a 244. E’ proprio per questo che prima a giugno, poi a fine luglio e infine ad agosto si susseguono proteste da parte degli ospiti della struttura. Le ragioni sono molto chiare, nonostante le notizie sui giornali e le inchieste giudiziarie vogliano storpiarle in tutti i modi possibili: si protesta perché non viene fornita nessuna informazione sugli aspetti sanitari, né alcuna misura di tutela della salute, perché da un giorno all’altro viene comunicato a tutti l’isolamento, ma senza che venga data alcuna spiegazione. Solo dopo due giorni di vero e proprio sequestro degli ospiti si scopre che la ragione è il contagio di un operatore. Si protesta perché molti perdono il lavoro senza poter nemmeno comunicare coi propri padroni; perché vengono fatti a tutti i tamponi, ma poi positivi e negativi vengono rinchiusi insieme e quindi l’isolamento si rinnova continuamente. Si protesta
perché chi lavora lì continua ad entrare e uscire, mentre i contagiati all’interno aumentano di giorno in giorno, ad alcuni vengono fatti anche 4 o 5 tamponi ma nessuno, tra operatori, personale sanitario e polizia, si interessa di fornire informazioni a chi dentro la caserma ci vive e di virus si sta ammalando. Ad alcuni è anche impedito di vedere l’esito del proprio tampone. Si protesta anche perché gli ospiti chiedono di parlare coi giornalisti per raccontare le loro condizioni, e polizia e operatori glielo impediscono.
Nel frattempo, già dopo le prime manifestazioni di giugno, la prefettura preannuncia 3 espulsioni e almeno una ventina di denunce pronte per quando finirà l’isolamento. L’annunciata repressione si avvera il 19 agosto, quando quattro persone che vivono dentro l’ex caserma vengono arrestate. Altre 8 risultano indagate. Le accuse sono pesanti, ed è molto chiaro che l’intento è punire Abdourahmane, Mohammed, Amadou e Chaka in modo esemplare, per dare un segnale a tutti gli altri. Per trovare dei colpevoli, dei capi, degli untori, per spostare la responsabilità dal Ministero dell’Interno, dalla Prefettura, dalla cooperativa e dal comune agli immigrati. Tutti e 4 vengono portati nel carcere di Treviso. Mohammed viene ricoverato in urgenza allo stomaco proprio per l’assenza di cure, Amadou si ammala di Covid in carcere. Dopo un mese circa – per ordine del Ministero dell’Interno- vengono trasferiti in 4 carceri diverse e messi in regime di 14bis (sorveglianza particolare). Il 7 novembre il più giovane di loro, Chaka, viene trovato morto nel carcere di Verona. Su di lui viene spesa qualche parola in qualche articolo di giornale, si parla di suicidio e poi, come per tantissime altre morti, cala il silenzio.

Le ragioni di questa protesta, la repressione che ne è seguita e la morte di Chaka sono un’espressione molto chiara di quanto è accaduto nell’ultimo anno e dell’ordine assassino a cui vogliono sottoporci. Se abbiamo conoscenza di questa storia è soltanto grazie al fatto che delle persone continuano a lottare. E per questo ora stanno pagando, rischiando di rimanere isolate e sole.
Dall’inizio della pandemia nei centri di accoglienza di tutta Italia si sono susseguite proteste scatenate da ragioni del tutto simili a quelle di Treviso: la mancanza di informazioni chiare, l’ammassare positivi e negativi insieme in una tendopoli, in un centro o su una nave, le quarantene continuamente rinnovate, la mancata tutela della salute. Le proteste, le fughe, gli scioperi della fame non si sono mai interrotti, contro uno Stato che nei mesi ha noleggiato 5 navi-prigione, ha inviato militari a presidiare i centri di accoglienza, ha stretto accordi di rimpatrio con la Tunisia, ha denunciato ed espulso centinaia di persone, avallato da fascisti e rappresentanti locali che gridavano all’untore, all’espulsione, agli sgomberi.
A marzo, in seguito alle lotte per i documenti che le persone immigrate soprattutto nelle campagne portano avanti con coraggio, lo stesso governo ha varato una sanatoria che ha coinvolto solo poche persone, lasciandone tantissime altre in condizione di irregolarità o semi-irregolarità. Eppure di questa sanatoria le istituzioni si sono fatte vanto, così come della modifica dei decreti sicurezza di Salvini (in realtà questi prevedono ancora misure per favorire la repressione dei reati commessi dentro i cpr, mentre è stata lasciata completamente intatta tutta la parte relativa alla criminalizzazione delle lotte in generale).
Così nelle carceri, dove dopo le rivolte di marzo e le morti, si è cercato di imporre in tutti i modi un muro di silenzio. Mentre le prigioni continuano ad essere focolai, i contagiati raddoppiano (come ad esempio il carcere di Vicenza dove tuttora è rinchiuso Amadou), e aumentano i morti di Covid tra i detenuti, sulle rivolte di marzo e sui 14 detenuti morti nelle galere di Modena, Bologna e Rieti si cerca in tutti i modi di far calare il silenzio; levando di torno le persone e mettendo a tacere in qualsiasi modo la voce dei detenuti e dei testimoni delle violenze e torture che si sono consumate in questi mesi nelle galere. Non a caso proprio le persone straniere che hanno partecipato alle rivolte di Modena sono state espulse. Ma per quanto si voglia liquidare tutte queste morti, da quella di Salvatore Piscitelli a quella di Chaka Outtara, come dovute a overdose o suicidi, sono proprio le denunce, i racconti e le lotte di questi mesi ad aver permesso di non farne dei casi singoli. Per quanto si voglia dividere e isolare chi ha lottato nei campi, nei centri di accoglienza, nei cpr, sulle navi, nelle carceri con enorme coraggio in tutti questi mesi, i legami di solidarietà e di lotta non smettono di intrecciarsi.
La morte di Chaka, come quella di tanti altri, non deve essere dimenticata, perché quello di Chaka è un omicidio e gli assassini sono l’accoglienza, le leggi razziste che governano la vita delle persone immigrate, lo sfruttamento, il carcere.

Attualmente Mohammed e Amadou sono nelle carceri di Treviso e Vicenza, mentre Abdourahmane è agli arresti domiciliari. Invitiamo a scrivere loro e a far sentire la nostra vicinanza in tutti i modi possibili, perché continuare a lottare significa anche non lasciare solo nessun davanti alla repressione, e non lasciare che la morte di Chaka si aggiunga solo ad una lista ormai troppo lunga.

Per Chaka
Mohammed, Amadou e Abdou liberi! Tutti e tutte libere!

Sanatoria per tutti, repressione per nessuno!

Per scrivere loro:
Mohammed Traore
Casa Circondariale – via S. Bona Nuova 5/b
31100 Treviso (TV)

Amadou Toure
Casa Circondariale – Via Basilio della Scola 150
36100 Vicenza (VI)

Todde Paolo

Attivista e antimilitarista, è stato arrestato il 30 ottobre 2017 a seguito di una rapina all’ufficio postale di via Zagabria a Cagliari.

SARDINNA NO EST ITALIA 15/09/2020

Saluti a totus.

Non che le cose andassero poi così bene nel carcere di Uta prima del COVID 19, anzi, tra pestaggi razzistici, minacce più o meno velate… e di converso miserie umane, ruffianerie e codardie varie… le prime dei secondini, le seconde da parte nostra… questo era all’incirca l’andazzo in questo carcere, dove da quel che ricordo io (ci sono 35 mesi) solo e soltanto una volta c’è stata una protesta generalizzata (fine 2017, inizi 2018) perché da giorni non consegnavano il tabacco, perché se no la regola in quasi tutti i casi è sempre stata quella di -TOKAD A FAI SU SHINPRU PO NO PAGAI DATZIU- cioè, bisogna fare i tonti per non pagare pegno. Sia chiaro, non tutti erano e sono così, però nella stragrande maggioranza così è se vi pare… non solo, coloro che invece sfuggono a questo andazzo sono ben conosciuti da tutte le componenti carcerarie e pertanto vige una regola non scritta che dice che si faccia di tutto affinché non si incontrino fra loro. E questo è un carcere dove la separazione abbastanza rigida della componente prigioniera è una prassi, accettata passivamente da tutti noi, anche perché in un luogo come questo tipo di carcere, uno dei pochi motivi di uscita dalle sezioni è più che altro fatto per “esigenze” da tossicodipendente.

Invece l’arrivo del ciclone COVID 19 ha portato n po’ di verve all’atteggiamento dei prigionieri alla/nella loro carcerazione, i primi sintomi di cambiamento si sono visti on il blocco dei colloqui in maniera repentina, lì ci sono state resistenze generalizzate con rifiuti al rientro in cella e poco più. In quella fase l’amministrazione carceraria (eravamo nella prima metà di marzo 2020) ha cercato di utilizzare la carota spacciando questa immotivata chiusura come temporanea, come un atto dovuto per difendere l’integrità sanitaria di tutti noi, visto che il problema di tutto ciò erano i nostri parenti, mentre tutti quanti loro (secondini, educatori, sanitari) entravano senza nessun tipo di protezione, e quindi i più presenti in carcere, però a detta loro -con fare strafottente- immuni dal COVID 19. Quando poi questo viene presentato al direttore, questi non sa che dire e fare… ci deve pensare… salvo poi (dopo uno scontro verbale con me) decidere che tutti loro dovranno potare le mascherine.

Questo viene imposto anche a noi, tanto che decidiamo che verranno date due mascherine alla settimana per tutti quanti… anche qui c’è un “rincorrersi” fra i prigionieri nel rispettare le regole, fra le poche eccezioni ci sono io che rifiuto di utilizzarla / indossarla… abdicherò soltanto quando verrà a colloquio L. nel mese di maggio, ma in tutte le altre situazioni terrò duro mai indossandola, perché poi quando fai colloquio con gli avvocati, tutte quelle rigide disposizioni anticontagio utilizzate nei colloqui con i familiari, vengono meno… pertanto, perché utilizzare le mascherine?

In quella fase di chiusura dei colloqui vengono allestite postazioni per le videochiamate, viene aumentato il numero di telefonate senza che non si creino momenti di attrito con alcuni secondini che pretendono di presenziare all’interno dei gabbiotti, per ascoltare ciò che si dicono in quel momento le persone in videocollegamento… questo, sia chiaro, non con la maggioranza dei prigionieri, ma con un’infima minoranza… almeno qui io ne sono fuori, visto che rifiuto di fare telefonate e videochiamate, penso di essere uno dei pochi, ma se non altro questo mi avvicina a tutti quei prigionieri maghrebini, di colore ed extracomunitari che non avendo utenze telefoniche a casa loro (Asia, Africa, Americhe ed Europa) sono privati i qualsiasi affettività.

Con la riapertura dei colloqui piano piano viene tagliato il numero di telefonate e videochiamate, da qui si risolleva la tensione e, a fine luglio, c’è un rifiuto di rientro nelle celle, come al solito l’ufficiale più alto in grado arriva con il suo codazzo di servi… ed anche in quella occasione ripartono con la solita tiritera che anche loro sono comandati, non possono venir meno a degli ordini superiori, però nel possibile cercheranno di esaudire le situazioni più complicate, e qui la componente prigioniera comincia ad ondeggiare. C’è qualcuno che fa finta di niente e cerca di mostrarsi duro e crudo, e altri invece pronti a rinchiudersi da soli in cella… è un teatrino il DIVIDE ET IMPERA ha fatto il suo effetto tanto che anche lì sono l’unico (nella mia sezione) ad avere uno scontro verbale con i guitti. Nella serata (questo lo saprò molti giorni dopo) un po’ di prigionieri alla coatta verranno prelevati per poter fare una videochiamata (pacificazione nel carcere) con i parenti.

E non pensiate che io non abbia sempre detto a tutti quanti che questo ondeggiare fra di noi non sia deleterio per una lotta comune (tra l’altro molto riformista)… a parole tutti ti danno ragione, ma nei fatti l’egoismo, la ruffianeria sono ben più forti di tutto quello che potresti “rubare” con una lotta (ripeto, riformista, di circostanza) a ranghi compatti.

Qua un po’ di prigionieri mi esortavano a scrivere una lettera da spedire al quotidiano di Cagliari (L’unione sarda), cosa che io ho fatto (anche lì, a malavoglia) e che è stata controfirmata da oltre 50 prigionieri di varie sezioni… ebbene quella lettera è sparita, non è stata spedita e non so che fine abbia fatto. Piuttosto, chi doveva spedirla, ad un certo punto è stato messo a lavorare, ed oggi le poche volte che mi capita di vederlo, il tipo sfugge il mio sguardo pieno di astio. In tutte queste situazioni non è che siano mancate anche delle soddisfazioni, l’imparare a conoscere più a fondo le persone e pescarne (brutto termine) quelle ferme nelle loro convinzioni e per nulla pronti a tradire la parola data… certo, sono arrivate le minacce (non solo a me) di finire in 14bis, però anche questo si può risolvere.

Adesso la situazione è quella di un’attesa e penso che qualcuno stia covando qualche altra protesta… i motivi sono sempre gli stessi, molto personali, che in qualche modo cercano di rendere generali. Non so quanto tempo ci vorrà prima che il tutto riesploda, io cercherò di essere spettatore (dopotutto personalmente disinteressato) e so che come sempre ci ricascherò (è più forte di me), ma ormai ho fatto il callo a tutto… in tutto questo non mi aspetto nulla e so (almeno per ora) che i 5 anni di condanna li sconterò del tutto. Intanto nell’autunno e nell’inverno entranti come si evolverà la situazione fuori? Se, come penso io, la situazione andrà a peggiorare con il COVID 19, e quindi qua dentro la situazione riprecipiterà come nei mesi di marzo/aprile/maggio scorsi, in che maniera risponderà la componente prigioniera qua ad Uta? Non ho la sfera di cristallo, non credo alle carte, a maghi ed illusionisti da strapazzo, per tanto per ora mi tengo sulle mie, in seguito si vedrà.

Paulu Todde Fois

Presoneri Indhipendhentista sardu

Donna si ribella agli abusi: lettera di Elis dal carcere di Torino

Questa lettera che riceviamo da internet con la richiesta di diffonderla è di Elis Gonn, reclusa nel carcere delle Vallette di Torino con l’accusa di tentato omicidio per aver accoltellato l’uomo che, secondo la sua difesa, l’avrebbe molestata sul luogo di lavoro. Elis è conosciuta per essere un’attivista e una femminista di origine russa.

 

“Ciao!
Mi rallegro molto di aver ricevuto la tua lettera mi hanno messo da sola in una cella e sto facendo lo sciopero della fame perché mi mettano con una compagna. Pero adesso che ho ricevuto la tua lettera mi sento meno sola e ho più coraggio ti spiego come veramente sono andate le cose: ho letto un annuncio che in un bar si cercava una barista. Quando sono venuta a fare il colloquio il padrone del bar ha detto di venire a fare la prova in minigonna, vestita così per “ attrarre i clienti”. Quando ero venuta a fare la prova qualche giorno dopo ho scoperto che non dovevo piacere solo ai clienti , pero soprattutto a lui. Nella cucina del bar, lui mi ha chiesto di mostrargli una foto dei miei disegni( sono un’ artista) e mentre gli mostravo le foto mi ha toccato il seno e le parti intime. Mi ha detto che darà il lavoro alla ragazza più “disponibile con lui”. Poi mi ha chiesto d mostrargli altre foto… e mi ha toccata di nuovo. Io provavo schifo però siccome avevo bisogno del lavoro, l’ho lasciato fare. Poi quando lui ha chiuso il bar , mi ha detto: “ te ne vai senza neanche farmi un massaggio?”. A questo punto mi ero ribellata e ho detto che non ero una prostituta. Quando tornavo a casa, ho pensato a tutte le altre ragazza, straniere, povere, di cui lui sicuramente si rea approfittato come ha fatto con me. Soprattutto adesso con il covid quando la gente è disperata per il lavoro. E sono tornata al bar il giorno dopo per accoltellarlo. Era sicuramente un gesto impulsivo che pagherò caro, però l’ho fatto per tutte voi. Perché i porci come lui sono tanti. Sicuramente passerò molti anni in carcere.
Però ti dirò una cosa: sono confortata dal pensiero che almeno lui penserà adesso 2 volte prima di mettere le mani sporche su una ragazza che viene a lavorare. Magari ci penserà 1000 volte. E ho la coscienza pulita. Mi hanno messo tentato omicidio. Pero lui è andato in ospedale in codice giallo….figurati! Sono felice che non è morto. Lui ha due figli e anche se è un porco, i figli hanno diritto al padre. Non lo volevo ammazzare. Volevo solo che smettesse di farlo con le ragazze…..
Perché se fanno questo alle donne è perché pensano che siamo indifese… a un uomo non gli mettono le mani addosso perché di un uomo si aspettano un pugno in faccia mentre una donna….
Mi faresti un grande servizio se racconti questo ai giornalisti. Perché adesso il porco nega tutto, e forse  la mia unica speranza di provare ciò che realmente era successo è se le altre ragazze che hanno fatto la “prova“ vengano fuori e testimoniano contro di lui.
Mi piacerebbe ricevere più lettere da te però devi mettere il mittente sulla busta della lettera se no non me la danno.
Ti saluto! E se puoi, metti dentro una busta per lettere più francobollo.”

 

Elis Gonn
casa circondariale LoRusso Cotugno
via M.A. Aglietta 35
Torino 10151

Abusi nel carcere di Opera

Riportiamo questa lettera-denuncia pubblicata sull’opuscolo 115 di OLGa, scaricabile dal sito http://www.autprol.org/olga/

Lettera collettiva dal carcere di opera

“Carissimi amici e compagni, siamo un gruppo di detenuti 4° piano 1° padiglione che vogliamo raccontare cosa è successo a salazar (un bravissimo ragazzo filippino che non poteva nuocere ad una mosca) e che quando c’è stata la manifestazione di antigone lui, per questo, aveva bruciato il materasso. Questo dopo che chiedeva da 4 giorni di andare in isolamento, perché ha tre bambini piccolissimi, e non gli danno il lavoro.

Così, dopo l’intervento degli agenti è stato picchiato dal 4° piano fino al 2° piano, un agente gli ha sferrato un pugno, ma salazar si è abbassato, essendo piccolissimo (pesa 40 kg), all’agente si è girato il ginocchio ed è caduto, battendo la fronte sui gradini delle scale. Questi aguzzini non hanno perso tempo a fare pubblicare sul giornale su una pagina intera che “un agente è stato aggredito selvaggiamente da un detenuto”, invece di dire che (il detenuto) è stato picchiato da decine e decine di agenti, perché loro vogliono sempre passare per vittime, invece di dare il lavoro ad un uomo con tre bambini piccoli (uomo mite e sempre sorridente) che noi sappiamo come sono i filippini quando lavorano – anima e corpo. Questa è la verità di quello che è successo e non di quello che hanno scritto i giornalisti in concomitanza con quello che la direzione vuole coprire per giustificare eventuali pestaggi.

Un abbraccio da tutti noi detenuti 1°padiglione 4°piano in solidarietà con salazar vittima di questo sporco e infame sistema.

Grazie di tutto, ciao!”

fine luglio 2016

Lettera-denuncia dal carcere di Opera (MI)

 

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“Ciao,

di operatori in questa sezione ce ne sono quattro, ma sono qui solo per guidarci nel progetto, per tutto il resto non hanno voce in capitolo; però c’è da dire che per tutte le nostre lamentele loro ci sono e fanno da portavoce, purtroppo inutilmente.

Il ragazzo marocchino, salvato da uno di noi dalla morte, dopo il suo gesto estremo è stato portato in isolamento a cella liscia, senza tv, lenzuola e tutto il resto, praticamente 14bis. Il paradosso è che dopo il suo gesto hanno iniziato a dargli le giuste cure per il suo dolore ai testicoli ed ora sta bene. Mi domando, uno che sta male per essere curato deve arrivare a tanto? Boh. Secondo le guardie, soprattutto i loro capi, è tutta simulazione. Ma, mi domando, se non gli veniva tolto il cappio dal ragazzo che l’ha trovato impiccato, sarebbe morto: chi morirebbe par una simulazione? Non c’è dubbio che il suo male, dolore è stato trascurato da medici e guardie, come spesso accade qui. Al ragazzo che l’ha salvato non hanno detto parola, però quando c’è da fare rapporti e buttare i detenuti in isolamento lo fanno subito.

Dei ragazzi che hanno subito punizioni per la raccolta di firme su richieste di mettere fine a tante schifoserie, ti posso dire che stanno tutti bene e che sono in sezione, alcuni devono ancora pagare il periodo di isolamento. Si vedrà.

Passare l’estate qui a Milano so che non è bello, da libero è capitato anche a me, comunque grazie a questo sporco sistema retto da indegni politici mangia soldi, tante persone si trovano in una situazione di disagio senza lavoro e soldi. Ti giuro darei fuoco alla Camera e al Senato, puzzano tutti di marcio, ma in galera non ci finiscono mai, a differenza dei poveri disgraziati come me che, per far mangiare i propri figli vanno a fare reati.

Saluta tutti/e i/le compagni/e sempre a pugno chiuso e a testa alta”.

Settembre 2016

Eddi Karim

Lettera dal carcere di Belluno

[…] Insieme alle, agli altr* compagn* dispersi in tutta Italia e nel mondo, con i volantini, presidi, manifesti, opuscoli ci siete d’aiuto enorme a tutt* noi; tutt* insieme riusciamo a superare tanti ostacoli.
Parlo per esperienza personale da quando ero a Opera o a Vicenza nel 2015 dove ho rischiato di essere ucciso varie volte e poi ce l’ho fatta a essere trasferito vivo in un altro carcere, ce l’ho fatta anche questa volta a essere trasferito dal lager di Verona in tempo.
Ed ora sono a Belluno, sono ancora di nuovo qua, e quello che ho notato è che c’è tanta differenza tra qua e Verona. E sempre carcere è, ma dal comportamento dell’operatore, delle guardie noti che sono più umane, so che è presto per dirlo, ma con la mia lunga esperienza purtroppo so distinguere il meno peggio dal peggio.
Ora qua sono un po’ tranquillo e vedremo se si muoverà la procura di Verona per la denuncia che ho spedito, speriamo che non venga archiviata, nonostante la lunga lista di testimoni, vedremo. Questo grazie ai compagni di Verona, che ho sempre avuto il loro sostegno, sia con presidi che nel contattare l’avvocato, con la corrispondenza ecc. ecc.
Gli sono molto grato, non smetterò mai di ringraziarli, mi sono stati molto vicini e solidali; fatto che vale lo stesso per i vecchi compagni di Venezia che hanno tutta la mia solidarietà per lo sgombero dell’ospizio e per i compagn* di Torino per lo sgombero dell’Asilo. Prego tutt* di non mollare e occupare altri edifici, magari mettendo la bandiera russa (ah! ah!), così Salvini e i suoi cani non li prenderanno di mira…
Approfitto di salutare tutt* compagn* in lotta e un abbraccio forte a Davide Delogu che gli hanno riattivato il visto di controllo a Rossano Calabro, sperando che gli fanno ricevere questa mia ultima lettera che gli ho inviato oggi e un abbraccio forte a Maurizio Alfieri che di sicuro segue le nostre battaglie da fuori (libero) che deve godere la libertà e a tutt* voi un saluto a pugno chiuso.

3 ottobre 2019

Lettera dal carcere di Trieste

Carissim* compagn*, sono Eddi Karim vi scrivo dal lager di Trieste dove sono stato trasferito dal carcere di Vicenza; lì hanno tentato di farmi fuori con dei complotti diabolici. Sanno che sono asmatico ed hanno fatto portare (era l’8 luglio) dei detenuti (bisognosi di cure) che avevano bruciato le celle in altre sezioni, nella sezione punitiva dove c’ero io. Proprio il detenuto che hanno messo davanti alla cella dove ero io, chiama la guardia perché stava male, le guardie non rispondevano, ma se la ridevano. La sera verso le 22 il detenuto, che avevano messo davanti a ne, ha incendiato il cuscino, dei giornali, buttandoli nel corridoio, proprio davanti a me… che, per salvarmi, ho dovuto chiudere il blindo e spruzzarmi in viso lo spray Ventolin – Salva Vita. Nessuno è intervenuto per spegnere il fuoco, per diminuire il fumo!

La sera successiva un altro detenuto portato lì ha compiuto gli stessi gesti, la sezione si riempie di fumo, ma stavolta tutti i detenuti gridano per uscire all’aria perché stiamo soffocando. L’ultima cosa che ricordo prima di svenire. Dopo, i detenuti mi hanno raccontato, è accaduto hanno aperto a tutti la cella, saltando la mia e quella di un altro fatto di psicofarmaci, che dormiva. Mezzora dopo quel caos due detenuti rumeni si sono accorti della mia senza ed hanno cominciato ad urlare il mio nome insieme al resto dei detenuti ch’erano nelle scale. A sto punto non è rimasto niente alle guardie che venire a tirarmi fuori (magari con la speranza di trovarmi morto). Invece mi hanno trovato svenuto per terra con lo spray in mano. Mi hanno trascinato all’ascensore, davanti ai detenuti sulle scale che urlavano “l’avete ucciso siete contenti?”

Alle 24,40 mi sono svegliato in infermeria con il medico di turno, che mi ha raccontato che mi hanno portato in extremis. Un’ora dopo mi sentivo un poco meglio e ho deciso di tornare in cella. Le guardie mi hanno detto che mi hanno dimenticato per colpa del caos; gli ho risposto che l’hanno fatto apposta, che hanno provocato il detenuto.

Il giorno dopo al telegiornale regionale Rai3 (sempre a Vicenza) hanno parlato di questo fatto raccontando che quattro guardie sono rimaste intossicate e basta. A quel punto ho scritto a compagn* a Venezia, alla Garante regionale dei diritti dei detenuti, che il 23 luglio è venuta a trovarmi. Il giorno dopo sono stato trasferito a Trieste.

Qui il primo ostacolo, ancora non risolto, è quelle delle telefonate famigliari, che nonostante siano autorizzate dal tribunale di Venezia, loro non me le danno perché dicono che ora sono ricorrente, che perciò non sono più sotto il tribunale. Secondo me è solo un abuso di potere, per vendicarsi. In più mi hanno messo in una sezione, dove ci sono solo stranieri, piena di cimici piccole, succhiano il sangue. Ai detenuti italiani invece hanno cambiato brande, materassi, hanno disinfettato le celle.

Il direttore è assente, l’ufficio comando esiste solo per gli italiani, il dirigente sanitario non esiste, i medici sono inesperti ecc. Per dirla corta sono scappato dal lager di Vicenza e sono inceppato in un pozzo buio senza scintille di luce, in compagnia di cimici di cui sono allergico; cioè Trieste, che fortuna!

Prima di salutarvi voglio esprimere la mia totale solidarietà al mio caro amico Maurizio Alfieri e al compagno Davide Delogu, raccomandandogli di non mollare. Un abbraccio a voi e ai compagni di Venezia, Vicenza e a tutti quelli in lotta. Karim

8 agosto 2016

Pasquale de Feo

Dal carcere di Massama (Oristano) è uscito un libro

“Ciao compagni, vi mando la locandina del libro che è uscito in questi giorni. Non si perda la memoria di questa pagina buia del paese, in modo che non venga manipolata la storia da parte dello Stato.

“Le Cayenne italiane – Piano e Asinara: il regime di tortura del 41bis”

Il libro è composto da un’ampia introduzione e da una nota autobiografica di Pasquale De Feo che ha avuto anche l’idea di dedicare questa speciale edizione alle violenze avvenute a Pianosa e all’Asinara (1992/2001). Su queste torture scrivono soprattutto i detenuti che le hanno provate sulla propria pelle, ma anche i loro parenti, magistrati, avvocati e uomini politici.…

Chi vuole avere una o più copie di questo libro scriva a: Associazione Liberarsi – Casella Postale 30 – 50012 Grassina (Firenze). Chi può mandi 10 euro sul c/c postale 92826684 intestato a:

Associazione Liberarsi Firenze.

Un abbraccio a voi tutti con sincero affetto Pasquale.

24 agosto 2016

Lettera dal carcere di Parma

Cari amici,
mi chiamo De Feo Pasquale sono in carcere a Parma. Sto scontando l’ergastolo da tantissimi anni: sono entrato in carcere che ero un ragazzo e ora viaggio verso i 50 anni. Sono nato e cresciuto in provincia di Salerno. Ho girato molti carceri e da 15 anni giro nei vari gironi infernali degli speciali.
Attualmente sono da 4 mesi sottoposto al regime di tortura del 14 bis con la motivazione: “ha turbato l’ordine costituito”. Solo per avere reclamato i miei diritti mi hanno punito sottoponendomi a questo regime infame. Inizio a parlare dell’ergastolo perchè è la ferita che più sanguina: l’ergastolo è una pena di morte diluita nel tempo.
Questo era molto chiaro ai compilatori del codice penale francese del 28 settembre del 1791 che pur prevedendo la pena di morte avevano abolito l’ergastolo perchè ritenuto peggiore della pena capitale. L’ergastolo è disumano, illegittimo, inaccettabile. E’ solo legittimato in nome di una pretesa superiore ed inevitabile ragion di Stato della nostra presunta “moderna democrazia”.
Credo che già sapete che il 1° di dicembre tutti gli ergastolani protesteremo con uno sciopero della fame per l’abolizione dell’ergastolo e contiamo che buona parte della società esterna digiuna qualche giorno insieme a noi. (Si può avere un ampia documentazione andando sul sito www.informacarcere.it nella sezione “mai dire mai”).
La nostra idea folle è che dietro questo progetto nasca un movimento di centomila persone (ovviamente anche grazie ai nostri familiari) che appoggiano un gruppo di ergastolani così che qualche partito capisca che con l’abolizione dell’ergastolo i voti non li perde ma li guadagna. Dove vogliamo arrivare? Non pretendiamo che facendo lo sciopero della fame aboliscano l’ergastolo ma pretendiamo che siano rispettate le regole dello Stato di diritto e della democrazia. Da un importante partito che sta sostenendo questo governo sono stati presentati due disegni di legge, uno alla camera ed uno al senato, ebbene vogliamo che siano discussi.
Non sono mai stato in regime di art.90, che fu abrogato nel 1986. Nel 1992 mi fu applicato l’art. 41 bis e trasferito all’isola dell’Asinara. Quelli furono tempi duri, un vero e proprio lager anche il cibo e l’acqua erano
insufficienti e con il caldo soffrivamo persino la sete. Incredibilmente, dato che al peggio non c’era mai fine, ci consolavamo pensando che nel carcere dell’isola della Pianosa i nostri compagni stavano peggio di noi
perchè prendevano botte tutti i giorni. Infatti, nel 1998/99 la commissione per la prevenzione della tortura non condannò l’Italia per un solo voto: Luigi Manconi, deputato di quella legislatura e attuale sottosegretario alla Giustizia, dichiarò: “Moralmente l’Italia è stata condannata. A Pianosa sono sicuramente successe
cose gravissime”.
Non si sbagliava, c’era mio fratello e mi ha raccontato in che abisso di barbarie vivevano. Il regime del 41 bis è un regime indegno di un paese civile, una tortura “democratica”, censurato anche dalla Commissione Europea dei diritti
dell’uomo.
Il regime del 41 bis è stato fatto diventare un totem, come se fosse la soluzione a tutti i problemi d’Italia, ma lo Stato, con questa repressione barbara, inumana e inaccettabile per la “patria del diritto”, dovrebbe spiegare cosa hanno risolto dal 1992 ad oggi? Ormai è diventato anche un business, pertanto l’interesse sulla carne umana non può essere toccato. Ma questo non è tutto, quando il tribunale di sorveglianza o in rari casi il ministero della giustizia revoca il 41 bis, si viene trasferiti nelle sezioni a regime e.i.v. (Elevato indice di vigilanza). In questo modo si cade dalla padella alla brace, perchè il regime e.i.v. è uguale al 41 bis, tranne per alcune cose come il colloquio senza vetro e il numero di colloqui che da uno al mese passano a 4 mensili. Riguardo alla vivibilità dipende dagli umori dei vari direttori di turno.
In certi carceri il regime e.i.v. è peggio del 41 bis.
In tutti e due i regimi l’accesso ai benefici è praticamente impossibile. Mentre il regime del 41 bis ha tutela giurisdizionale, con l’e.i.v. non puoi rivolgerti da nessuna parte perchè è un atto amministrativo penitenziario,
pertanto sogetto all’arbitrio dell’amministrazione penitenziaria, insomma: una sorta di ergastolo in bianco.
Come recita la circolare DAP 9 luglio 1998 n. 3479/5929 il regime e.i.v. è una continuazione storica dell’art. 90, ma nell’insieme tutto è lasciato alla discrezionalità delle direzione e la vivibilità viene ristretta e limitata secondo il loro arbitrio, con situazioni paradossali e di cecità che sfocia in alcuni casi nella cattiveria gratuita. Il ministero della giustizia conosce la situazione, ma non interviene, lo fa solo in rari casi di proteste e scioperi collettivi. Normalmente sfrutta questa situazione con il metodo del bastone e la carota: se ti adatti, ti lasciano tranquillo, in caso contrario ti mandano in un carcere che “interpreta” arbitrariamente i diritti dei detenuti.
Il governo dei carceri è come il doppio consolato dell’antica repubblica romana: il direttore e il comandante della polizia penitenziaria comandano insieme. L’uno senza l’altro non possono prendere decisioni incisive e quindi sono
costretti a scendere a compromesso, ciò comporta la restrizione e la limitazione nei confronti dei detenuti: i doveri ci sono tutti ma i diritti diventano concessioni. I detenuti nel constatare che i responsabili del governo dei carceri non rispettano le loro regole e le infrangono senza remore, sicuri della loro immunità, metabolizzano che il potere può tutto. Questo comporta non un insegnamento delle regole ma una scuola criminale che diventa odio e rabbia verso la Stato. In questo modo, non si rende un buon servizio alla società, perchè un giorno questi detenuti finiranno di scontare la pena e molti scaricheranno l’odio e la rabbia, derivati dalle ingiustizie e dalle frustrazioni subite, sulla società.
L’articolo 41 bis mi fu revocato nel 1996 dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari, all’epoca si veniva allocati nel regime A.S., due anni dopo nel 1998 fu emanata la circolare e.i.v.. L’A.S. (alta sorveglianza) è una sorta di scatola cinese perchè ogni carcere decide come gli pare. Questo regime viene applicato in base ai reati dell’art. 4
bis. Quando si finisce di scontare il reato ostativo dell’art 4 bis, ci sono carceri che declassificano automaticamente, altri no. Purtroppo c’è un’ottusa burocrazia dell’amministrazione penitenziaria che dispoticamente impera.
In questi regimi non esiste nessuna forma di recupero, la riabilitazione consiste ad adattarsi alle regole imposte, in caso contrario si è pericolosi perchè si è destabilizzatori, sobillatori e facinorosi. Chi non si adatta alle regole delle singole direzioni e chiede i propri diritti per educare gli altri detenuti gli viene applicato il 14 bis.
La direzione propone e il ministero burocraticamente firma l’autorizzazione.
Il regime 14 bis restringe ancora di più la vivibilità: si viene esclusi da qualsiasi attività in comune, tolgono lo specchio per farti sentire un ombra, ti tolgono il fornello e la macchinetta del caffè, come se ti facessi un caffè
al giorno può essere pericoloso.  Ti censurano la posta per toglierti la solidarietà esterna e l’intimità dei
tuoi sentimenti. Il regime 14 bis è un arma nelle mani del direttore per minacciarti e farti diventare un suo schiavo per meglio governare il suo carcere.
La commissione dei diritti dell’uomo a gennaio 2006 ha emanato una sentenza che condanna l’Italia per i regimi di e.i.v. e il regime 41 bis: è passato un anno e mezzo e gli organi competenti non hanno fatto niente.
Alcuni mesi fa il senatore Fosco Giannini ha presentato un’interrogazione parlamentare sul regime e.i.v. ma anche la parte buona della politica nulla può contro l’illegalismo del sistema penitenziario. Purtroppo non esiste nessuna forma di controllo e di intervento reale sul sistema penitenziario, governato da un potere apparato burocratico che agisce in modo assolutamente discrezionale e illegale (in violazione delle norme e delle leggi) costituito dalla direzione del DAP e dalle singole direzioni penitenziarie, nonchè dalla piramide di comando della polizia penitenziaria.
Mentre la politica non si interroga della condizione dei detenuti e delle carceri, i detenuti che osano denunciare carenze, abusi e vessazioni subiscono la dura vendetta delle direzioni e del DAP.
La pena secondo la costituzione non deve essere nè afflittiva nè vendicativa invece continua a essere la vendetta dei forti.

Carcere di Parma. Settembre 2007
Pasquale De Feo.

 

controllato il 3/12/2019

puntata 42, stagione 1, 24 luglio 2014

puntata n° 42 – stagione 1 – del 24 luglio 2014

[nota: puntata che doveva andare in onda il 17 luglio, saltata a causa di problemi tecnici]

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