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Lettera di Paolo dal carcere di Uta (CA)

Diffondiamo questa lettera di Paolo Todde che racconta la situazione nel carcere cagliaritano di Uta dopo le proteste e le rivolte di questa primavera.

SARDINNA NO EST ITALIA 15/09/2020

Saluti a totus.

Non che le cose andassero poi così bene nel carcere di Uta prima del COVID 19, anzi, tra pestaggi razzistici, minacce più o meno velate… e di converso miserie umane, ruffianerie e codardie varie… le prime dei secondini, le seconde da parte nostra… questo era all’incirca l’andazzo in questo carcere, dove da quel che ricordo io (ci sono 35 mesi) solo e soltanto una volta c’è stata una protesta generalizzata (fine 2017, inizi 2018) perché da giorni non consegnavano il tabacco, perché se no la regola in quasi tutti i casi è sempre stata quella di -TOKAD A FAI SU SHINPRU PO NO PAGAI DATZIU- cioè, bisogna fare i tonti per non pagare pegno. Sia chiaro, non tutti erano e sono così, però nella stragrande maggioranza così è se vi pare… non solo, coloro che invece sfuggono a questo andazzo sono ben conosciuti da tutte le componenti carcerarie e pertanto vige una regola non scritta che dice che si faccia di tutto affinché non si incontrino fra loro. E questo è un carcere dove la separazione abbastanza rigida della componente prigioniera è una prassi, accettata passivamente da tutti noi, anche perché in un luogo come questo tipo di carcere, uno dei pochi motivi di uscita dalle sezioni è più che altro fatto per “esigenze” da tossicodipendente.

Invece l’arrivo del ciclone COVID 19 ha portato un po’ di verve all’atteggiamento dei prigionieri alla/nella loro carcerazione, i primi sintomi di cambiamento si sono visti con il blocco dei colloqui in maniera repentina, lì ci sono state resistenze generalizzate con rifiuti al rientro in cella e poco più. In quella fase l’amministrazione carceraria (eravamo nella prima metà di marzo 2020) ha cercato di utilizzare la carota spacciando questa immotivata chiusura come temporanea, come un atto dovuto per difendere l’integrità sanitaria di tutti noi, visto che il problema di tutto ciò erano i nostri parenti, mentre tutti quanti loro (secondini, educatori, sanitari) entravano senza nessun tipo di protezione, e quindi i più presenti in carcere, però a detta loro -con fare strafottente- immuni dal COVID 19. Quando poi questo viene presentato al direttore, questi non sa che dire e fare… ci deve pensare… salvo poi (dopo uno scontro verbale con me) decidere che tutti loro dovranno potare le mascherine.

Questo viene imposto anche a noi, tanto che decidiamo che verranno date due mascherine alla settimana per tutti quanti… anche qui c’è un “rincorrersi” fra i prigionieri nel rispettare le regole, fra le poche eccezioni ci sono io che rifiuto di utilizzarla / indossarla… abdicherò soltanto quando verrà a colloquio L. nel mese di maggio, ma in tutte le altre situazioni terrò duro mai indossandola, perché poi quando fai colloquio con gli avvocati, tutte quelle rigide disposizioni anticontagio utilizzate nei colloqui con i familiari, vengono meno… pertanto, perché utilizzare le mascherine?

In quella fase di chiusura dei colloqui vengono allestite postazioni per le videochiamate, viene aumentato il numero di telefonate senza che non si creino momenti di attrito con alcuni secondini che pretendono di presenziare all’interno dei gabbiotti, per ascoltare ciò che si dicono in quel momento le persone in videocollegamento… questo, sia chiaro, non con la maggioranza dei prigionieri, ma con un’infima minoranza… almeno qui io ne sono fuori, visto che rifiuto di fare telefonate e videochiamate, penso di essere uno dei pochi, ma se non altro questo mi avvicina a tutti quei prigionieri maghrebini, di colore ed extracomunitari che non avendo utenze telefoniche a casa loro (Asia, Africa, Americhe ed Europa) sono privati i qualsiasi affettività.

Con la riapertura dei colloqui piano piano viene tagliato il numero di telefonate e videochiamate, da qui si risolleva la tensione e, a fine luglio, c’è un rifiuto di rientro nelle celle, come al solito l’ufficiale più alto in grado arriva con il suo codazzo di servi… ed anche in quella occasione ripartono con la solita tiritera che anche loro sono comandati, non possono venir meno a degli ordini superiori, però nel possibile cercheranno di esaudire le situazioni più complicate, e qui la componente prigioniera comincia ad ondeggiare. C’è qualcuno che fa finta di niente e cerca di mostrarsi duro e crudo, e altri invece pronti a rinchiudersi da soli in cella… è un teatrino il DIVIDE ET IMPERA ha fatto il suo effetto tanto che anche lì sono l’unico (nella mia sezione) ad avere uno scontro verbale con i guitti. Nella serata (questo lo saprò molti giorni dopo) un po’ di prigionieri alla coatta verranno prelevati per poter fare una videochiamata (pacificazione nel carcere) con i parenti.

E non pensiate che io non abbia sempre detto a tutti quanti che questo ondeggiare fra di noi non sia deleterio per una lotta comune (tra l’altro molto riformista)… a parole tutti ti danno ragione, ma nei fatti l’egoismo, la ruffianeria sono ben più forti di tutto quello che potresti “rubare” con una lotta (ripeto, riformista, di circostanza) a ranghi compatti.

Qua un po’ di prigionieri mi esortavano a scrivere una lettera da spedire al quotidiano di Cagliari (L’unione sarda), cosa che io ho fatto (anche lì, a malavoglia) e che è stata controfirmata da oltre 50 prigionieri di varie sezioni… ebbene quella lettera è sparita, non è stata spedita e non so che fine abbia fatto. Piuttosto, chi doveva spedirla, ad un certo punto è stato messo a lavorare, ed oggi le poche volte che mi capita di vederlo, il tipo sfugge il mio sguardo pieno di astio. In tutte queste situazioni non è che siano mancate anche delle soddisfazioni, l’imparare a conoscere più a fondo le persone e pescarne (brutto termine) quelle ferme nelle loro convinzioni e per nulla pronti a tradire la parola data… certo, sono arrivate le minacce (non solo a me) di finire in 14bis, però anche questo si può risolvere.

Adesso la situazione è quella di un’attesa e penso che qualcuno stia covando qualche altra protesta… i motivi sono sempre gli stessi, molto personali, che in qualche modo cercano di rendere generali. Non so quanto tempo ci vorrà prima che il tutto riesploda, io cercherò di essere spettatore (dopotutto personalmente disinteressato) e so che come sempre ci ricascherò (è più forte di me), ma ormai ho fatto il callo a tutto… in tutto questo non mi aspetto nulla e so (almeno per ora) che i 5 anni di condanna li sconterò del tutto. Intanto nell’autunno e nell’inverno entranti come si evolverà la situazione fuori? Se, come penso io, la situazione andrà a peggiorare con il COVID 19, e quindi qua dentro la situazione riprecipiterà come nei mesi di marzo/aprile/maggio scorsi, in che maniera risponderà la componente prigioniera qua ad Uta? Non ho la sfera di cristallo, non credo alle carte, a maghi ed illusionisti da strapazzo, per tanto per ora mi tengo sulle mie, in seguito si vedrà.

Paulu Todde Fois

Presoneri Indhipendhentista sardu

Todde Paolo

Attivista e antimilitarista, è stato arrestato il 30 ottobre 2017 a seguito di una rapina all’ufficio postale di via Zagabria a Cagliari.

SARDINNA NO EST ITALIA 15/09/2020

Saluti a totus.

Non che le cose andassero poi così bene nel carcere di Uta prima del COVID 19, anzi, tra pestaggi razzistici, minacce più o meno velate… e di converso miserie umane, ruffianerie e codardie varie… le prime dei secondini, le seconde da parte nostra… questo era all’incirca l’andazzo in questo carcere, dove da quel che ricordo io (ci sono 35 mesi) solo e soltanto una volta c’è stata una protesta generalizzata (fine 2017, inizi 2018) perché da giorni non consegnavano il tabacco, perché se no la regola in quasi tutti i casi è sempre stata quella di -TOKAD A FAI SU SHINPRU PO NO PAGAI DATZIU- cioè, bisogna fare i tonti per non pagare pegno. Sia chiaro, non tutti erano e sono così, però nella stragrande maggioranza così è se vi pare… non solo, coloro che invece sfuggono a questo andazzo sono ben conosciuti da tutte le componenti carcerarie e pertanto vige una regola non scritta che dice che si faccia di tutto affinché non si incontrino fra loro. E questo è un carcere dove la separazione abbastanza rigida della componente prigioniera è una prassi, accettata passivamente da tutti noi, anche perché in un luogo come questo tipo di carcere, uno dei pochi motivi di uscita dalle sezioni è più che altro fatto per “esigenze” da tossicodipendente.

Invece l’arrivo del ciclone COVID 19 ha portato n po’ di verve all’atteggiamento dei prigionieri alla/nella loro carcerazione, i primi sintomi di cambiamento si sono visti on il blocco dei colloqui in maniera repentina, lì ci sono state resistenze generalizzate con rifiuti al rientro in cella e poco più. In quella fase l’amministrazione carceraria (eravamo nella prima metà di marzo 2020) ha cercato di utilizzare la carota spacciando questa immotivata chiusura come temporanea, come un atto dovuto per difendere l’integrità sanitaria di tutti noi, visto che il problema di tutto ciò erano i nostri parenti, mentre tutti quanti loro (secondini, educatori, sanitari) entravano senza nessun tipo di protezione, e quindi i più presenti in carcere, però a detta loro -con fare strafottente- immuni dal COVID 19. Quando poi questo viene presentato al direttore, questi non sa che dire e fare… ci deve pensare… salvo poi (dopo uno scontro verbale con me) decidere che tutti loro dovranno potare le mascherine.

Questo viene imposto anche a noi, tanto che decidiamo che verranno date due mascherine alla settimana per tutti quanti… anche qui c’è un “rincorrersi” fra i prigionieri nel rispettare le regole, fra le poche eccezioni ci sono io che rifiuto di utilizzarla / indossarla… abdicherò soltanto quando verrà a colloquio L. nel mese di maggio, ma in tutte le altre situazioni terrò duro mai indossandola, perché poi quando fai colloquio con gli avvocati, tutte quelle rigide disposizioni anticontagio utilizzate nei colloqui con i familiari, vengono meno… pertanto, perché utilizzare le mascherine?

In quella fase di chiusura dei colloqui vengono allestite postazioni per le videochiamate, viene aumentato il numero di telefonate senza che non si creino momenti di attrito con alcuni secondini che pretendono di presenziare all’interno dei gabbiotti, per ascoltare ciò che si dicono in quel momento le persone in videocollegamento… questo, sia chiaro, non con la maggioranza dei prigionieri, ma con un’infima minoranza… almeno qui io ne sono fuori, visto che rifiuto di fare telefonate e videochiamate, penso di essere uno dei pochi, ma se non altro questo mi avvicina a tutti quei prigionieri maghrebini, di colore ed extracomunitari che non avendo utenze telefoniche a casa loro (Asia, Africa, Americhe ed Europa) sono privati i qualsiasi affettività.

Con la riapertura dei colloqui piano piano viene tagliato il numero di telefonate e videochiamate, da qui si risolleva la tensione e, a fine luglio, c’è un rifiuto di rientro nelle celle, come al solito l’ufficiale più alto in grado arriva con il suo codazzo di servi… ed anche in quella occasione ripartono con la solita tiritera che anche loro sono comandati, non possono venir meno a degli ordini superiori, però nel possibile cercheranno di esaudire le situazioni più complicate, e qui la componente prigioniera comincia ad ondeggiare. C’è qualcuno che fa finta di niente e cerca di mostrarsi duro e crudo, e altri invece pronti a rinchiudersi da soli in cella… è un teatrino il DIVIDE ET IMPERA ha fatto il suo effetto tanto che anche lì sono l’unico (nella mia sezione) ad avere uno scontro verbale con i guitti. Nella serata (questo lo saprò molti giorni dopo) un po’ di prigionieri alla coatta verranno prelevati per poter fare una videochiamata (pacificazione nel carcere) con i parenti.

E non pensiate che io non abbia sempre detto a tutti quanti che questo ondeggiare fra di noi non sia deleterio per una lotta comune (tra l’altro molto riformista)… a parole tutti ti danno ragione, ma nei fatti l’egoismo, la ruffianeria sono ben più forti di tutto quello che potresti “rubare” con una lotta (ripeto, riformista, di circostanza) a ranghi compatti.

Qua un po’ di prigionieri mi esortavano a scrivere una lettera da spedire al quotidiano di Cagliari (L’unione sarda), cosa che io ho fatto (anche lì, a malavoglia) e che è stata controfirmata da oltre 50 prigionieri di varie sezioni… ebbene quella lettera è sparita, non è stata spedita e non so che fine abbia fatto. Piuttosto, chi doveva spedirla, ad un certo punto è stato messo a lavorare, ed oggi le poche volte che mi capita di vederlo, il tipo sfugge il mio sguardo pieno di astio. In tutte queste situazioni non è che siano mancate anche delle soddisfazioni, l’imparare a conoscere più a fondo le persone e pescarne (brutto termine) quelle ferme nelle loro convinzioni e per nulla pronti a tradire la parola data… certo, sono arrivate le minacce (non solo a me) di finire in 14bis, però anche questo si può risolvere.

Adesso la situazione è quella di un’attesa e penso che qualcuno stia covando qualche altra protesta… i motivi sono sempre gli stessi, molto personali, che in qualche modo cercano di rendere generali. Non so quanto tempo ci vorrà prima che il tutto riesploda, io cercherò di essere spettatore (dopotutto personalmente disinteressato) e so che come sempre ci ricascherò (è più forte di me), ma ormai ho fatto il callo a tutto… in tutto questo non mi aspetto nulla e so (almeno per ora) che i 5 anni di condanna li sconterò del tutto. Intanto nell’autunno e nell’inverno entranti come si evolverà la situazione fuori? Se, come penso io, la situazione andrà a peggiorare con il COVID 19, e quindi qua dentro la situazione riprecipiterà come nei mesi di marzo/aprile/maggio scorsi, in che maniera risponderà la componente prigioniera qua ad Uta? Non ho la sfera di cristallo, non credo alle carte, a maghi ed illusionisti da strapazzo, per tanto per ora mi tengo sulle mie, in seguito si vedrà.

Paulu Todde Fois

Presoneri Indhipendhentista sardu

I dati del Ministero aggiornati

I dati forniti dal Ministero di Grazia e Giustizia aggiornati a luglio 2020, ci parlano ancora di sovraffollamento negli istituti penitenziari italiani che, a fronte della capienza massima consentita di 50558 posti disponibili, si contano invece 53619 detenuti, il 6% in più oltre il limite, di cui quasi il 33% è composto dalla popolazione straniera.
Nella nostra regione, l’Emilia Romagna, sono presenti 3021 detenuti dei quali il 48% sono stranieri.
Nel carcere bolognese della Dozza, a fronte di 500 posti consentiti ci sono 706 prigionieri (il 141% di presenze); il carcere modenese di Sant’Anna risulta svuotato dopo le rivolte di marzo: 116 detenuti per 366 posti disponibili; a Reggio Emilia sono 388 per 296 posti consentiti (il 131% di presenze); all’Arginone di Ferrara sono rinchiusi 343 prigionieri anziché 244 consentiti ( il 140,5% di presenze). I restanti istituti in regione, a Forlì, Castelfranco Emilia, Piacenza, Parma, Ravenna e Rimini, si allineano chi poco più, chi poco meno alla capienza consentita.

La percentuale di stranieri sul totale della popolazione detenuta è (in ordine decrescente) del:
61% a Piacenza
56% a Modena e Reggio Emilia
54% a Bologna
49% a Forlì e Rimini
48% a Ravenna
45% a Ferrara
30% a Parma
21% a Castelfranco Emilia

I reati sul territorio nazionale sono per lo più quelli commessi contro il patrimonio, il 57% sul totale, contro la persona il 43% e legati alla legge sulle droghe il 35,5% (la somma dei dati risulta maggiore al 100% poiché vi sono detenuti condannati per più reati contemporaneamente).

Poco più della metà dei detenuti (29963 su 53579) di cui sia noto il titolo di studio ne vede la maggior parte, il 57,6% dei prigionieri, con la licenza di scuola media inferiore, seguito dal 18,5% con la licenza di scuola elementare ed il 16.3% con il diploma di scuola media superiore. Solo il 2% risulta laureato, superato dal 5,5% che è privo di titolo di studio o analfabeta.

Sono ancora troppi, 33, i bambini rinchiusi negli istituti penitenziari italiani, soprattutto prima in Piemonte, poi in Campania e terzo nel Lazio.

Cattini Samuele

Attivista arrestato il 19 aprile 2020 a Torino, quando, per difendere dal brutale arresto due immigrati raggiunti dalle forze di Polizia davanti l’ingresso di uno spazio occupato in Corso Giulio Cesare, si sono vissuti momenti di tensione in seguito alle provocazioni degli agenti giunti sul posto. E’ accusato di favoreggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Assieme a lui sono stati arrestati anche altri 3 attivisti: Giordana Laera, Maria Francesca Giordano e Altoè Daniele.

Giordano Maria Francesca

Attivista arrestata il 19 aprile 2020 a Torino, quando, per difendere dal brutale arresto due immigrati raggiunti dalle forze di Polizia davanti l’ingresso di uno spazio occupato in Corso Giulio Cesare, si sono vissuti momenti di tensione in seguito alle provocazioni degli agenti giunti sul posto. E’ accusata di favoreggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Assieme a lei sono stati arrestati anche altri 3 attivisti: Altoè Daniele, Laera Giordana e Cattini Samuele.

Laera Giordana

Attivista arrestata il 19 aprile 2020 a Torino, quando, per difendere dal brutale arresto due immigrati raggiunti dalle forze di Polizia davanti l’ingresso di uno spazio occupato in Corso Giulio Cesare, si sono vissuti momenti di tensione in seguito alle provocazioni degli agenti giunti sul posto. E’ accusata di favoreggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Assieme a lei sono stati arrestati anche altri 3 attivisti: Altoè Daniele, Maria Francesca Giordano, Samuele Cattini.

Uno scritto di Natascia dal carcere piacentino delle Novate

Un anno e tre mesi sono passati dal giorno del nostro arresto, il 21 maggio 2019, e, forse un po’ in ritardo, è sorta per me la necessità di scrivere due righe pubbliche, dopo le migliaia di pagine private, su tutta questa faccenda.

Per prima cosa mi preme ringraziare le decine di compagni che, in un modo o nell’altro, sono stati per me (lontani ma) presenti durante questi mesi, foss’anche solo con una cartolina: la consapevolezza che fuori da queste mura continui ad esistere il mondo che ho lasciato, con le sue contraddizioni ma anche con il suo carico di slanci e passioni, mantiene in vita, se non organicamente, sicuramente dal punto di vista emotivo e intellettuale. Purtroppo non è stato (e non è) un percorso detentivo “facile” (se mai ne esistano), tra l’estradizione, L’Aquila e l’AS3, ma in nessun momento ho sentito di perdere contatto con il mondo esterno, i dibattiti, la lotta, e di questo posso solo ringraziare i compagni che si sbattono e le persone che mi amano (spesso le due cose
coincidono). GRAZIE.

Detto ciò, va ammesso che l’aver scelto di non espormi “pubblicamente” attraverso nessun mezzo, perché non è mia abitudine e perché reputo che in certe circostanze siano i fatti a parlare meglio di qualunque comunicato, per certi versi abbia creato un po’ di confusione, anche e soprattutto in merito all’aspetto tecnico e processuale. Cercherò di rimediare.

– OPERAZIONE PROMETEO

Il capo d’accusa che ci viene contestato è il 280 del codice penale: “attentato con finalità di terrorismo”, più una sequela di aggravanti come il concorso e, di nuovo, la finalità di terrorismo (come si
applichi l’aggravante di terrorismo ad un reato con finalità di terrorismo è un’astrazione giuridica che ancora non mi è chiara). Niente associazione, niente porto d’armi da guerra, ma l’attentato viene definito “micidiale”, ovvero si qualifica come “attentato alla vita”; la pena parte dai 20 anni, aumentati di un terzo perché “rivolto contro persone che esercitano funzioni giudiziarie o penitenziarie”.

Il teorema inquisitorio ha ben poco di concreto: gli inquirenti sostengono di aver localizzato il negozio cinese nel quale sarebbero state vendute le buste utilizzate per il confezionamento degli ordigni (nonostante i saggi grafici cui sono stati sottoposti tutti i dipendenti non collimino con la scrittura che compare sui plichi ricevuti) e possiedono una ripresa di una telecamera di sorveglianza della piazza antistante il negozio in cui Beppe ed io siamo ripresi a uscire dal medesimo. Tutto qua. Usciamo dal negozio senza avere in mano gli acquisti contestati, nessuno scontrino emesso in quell’orario coincide con i prezzi del materiale che si vorrebbe acquistato, nessuna traccia di impronte digitali o DNA, nessuna confessione rubata con intercettazioni ambientali o telefoniche. Ma si sa, due anarchici che fanno compere in un negozio cinese, a due passi dall’abitazione di uno dei due, nella città in cui SI IPOTIZZA e nel momento in cui SI IPOTIZZA che siano stati confezionati gli ordigni… è più che sufficiente. Per concludere, una ricerca informatica effettuata a Genova sugli indirizzi dei destinatari dev’essere opera del terzo compagno che trascorreva il weekend in quella città con loro, Robert. Quest’è, né più, né meno.
Ora, che le procure di mezza italia amino fare castelli in aria è risaputo, questa volta in aggiunta alla solita mancanza di concretezza hanno sfoderato la vena epica e letteraria. Il mito di Prometeo è noto ai più: ruba il fuoco (la conoscenza) agli dei per farne dono agli uomini, e perciò viene punito. Chi in questa rappresentazione si appropri della e si autoassegni la parte di dio, è evidente. E se su certi sacri ruoli non va posato nemmeno lo sguardo, figuriamoci l’impudicizia di far loro arrivare un messaggio così chiaro come una busta farcita di polvere pirica. Stereotipica di Prometeo è
l’IRRIVERENZA. Egli profana un monopolio, in questo caso quello della giustizia, che non compete agli uomini, e la prometeica punizione è più che severa, è fatidica. E dunque, a prescindere dall’inconcretezza degli indizi, qualcuno va punito, e se sono degli anarchici tanto meglio.
Ad oggi, nessun legislatore ha osato scalfire il sovradimensionamento né l’inconsistenza dell’accusa, d’altronde è nientemeno che dagli dei che arrivano le direttive, e Prometeo è di monito a tutti, servi compresi.

– 2 PICCIONI CON 1 FAVA

L’anarchico, inutile dirlo, ha il fisique du rôle: nel disegno iperbolico degli inquirenti capita a fagiuolo. E infatti, il 90% delle cartacce cui ho avuto accesso (inutile dire che gli atti completi mi sono preclusi, visto che si tratta di più di 200.000 pagine e il carcere dimmerda in cui sono capitata non è attrezzato per consentirmi l’accesso al formato digitale) è la solita solfa su cui imperniano TUTTE le operazioni in chiave anti anarchica degli ultimi anni: criminalizzazione della solidarietà, dei rapporti affettivi, travisamento delle opinioni, fantasie morbose da incasellamento questurino.
Lungi da me volermi lanciare in un afflato vittimistico: l’anarchico dello stato è nemico, con l’autorità in guerra e, si sa, in amore e in guerra tutto vale. Non mi aspetto tenerezza, e sono profondamente convinta che l’espressione “un giusto processo” non sia altro che una circonvoluzione a metà tra l’ossimoro e la sinestesia. Ma è bene, a fini d’analisi, parlare anche di questo. Sulla base delle sparate di Sparagna estrapolate direttamente dagli atti del processo Scripta Manent, i ROS dedicano non poche pagine a quello che vorrebbe essere un diagramma linneano della storia dell’anarchismo, cercando a tutti i costi di inquadrare ciò che inquadrabile non è (e partono nientemeno che da Bakunin… che onore!), e di comprendere ciò che, inutile dirlo, compreso non verrà mai dentro alle mura di una questura.
Allo stesso modo viene trattata la solidarietà ai prigionieri, che in questo caso assurge direttamente a movente, essendo uno dei riceventi le buste incriminate Santi Consolo, ex direttore del DAP. E così interessarsi alle sorti di un compagno, o addirittura di un amico, incappato nelle maglie della giustizia, è fattore incriminante; persino inviare una cartolina (firmata) a chi è detenuto assume l’aura del sospetto.

Altro capitolo intero, se non pensassi di starmi già dilungando troppo, si potrebbe dedicare a quella che viene definita “l’analisi della personalità degli indagati”: i toni passano da fantasiosi a paradossali, letteralmente. La partecipazione a un dibattito acceso e attuale (e non solo in seno al “movimento”) come quello sulle tecniche forensi e d’indagine, in particolare sull’utilizzo del DNA e sulla creazione di una banca dati genetica nazionale e internazionale, si trasforma come per magia nell’ossessione del colpevole, assillato dalla costante paranoia di venire arrestato; ogni parola catturata dai microfoni viene letta come criptica (si sa, sono furbi questi anarchici! Quando dicono “Prendiamoci un caffè” in realtà vogliono dire: “Chi porta il C-4?”); svarioni filosofico-esistenziali senza capo né coda, cui nemmeno i diretti interessati saprebbero dare un senso, offrono lo spunto per interpretazioni di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. E qui mi fermo perché, letteralmente, potrei andare avanti ore, ma dal paradosso non ci sono conclusioni logiche da trarre.

Infine:

– SUI TERMINI DI CUSTODIA CAUTELARE

Parecchie volte, ultimamente, mi è stato domandato per corrispondenza: “Ma come? E i tuoi termini non scadono più? Non esci?”. Giusto per chiarire: il termine indicato dal codice penale per questo tipo di reato è di 1 anno, ovvero avrebbe dovuto scadere il 21 maggio 2020. Ma poi, a marzo, il covid. A quel punto escono, a distanza di circa un mese, due Decreti Presidenziali che prorogano di poco più di 30 giorni ciascuno TUTTE le scadenze e le prescrizioni. La GIP di Milano, ad oggi non saprei spiegare il perché, tiene in considerazione solo la prima proroga, e fissa allo scadere del 90° l’udienza preliminare, che congela definitivamente i termini, il 22 giugno.
Nel corso dell’udienza si sentenzia l’incompetenza territoriale della procura milanese in favore di quella di Genova, tutti gli atti vengono inviati a nuovo giudice e… sorpresa! Il conteggio dei termini di custodia cautelare riparte da zero!
Si è poi svolta una prima udienza preliminare a Genova il 29 luglio, con rinvio all’11 novembre. Il ché significa che quando avremo fatto 18 mesi di carcere preventivo sapremo, forse, quanto tempo passerà ancora prima che inizi il processo. Quest’è. Vi rimando alle considerazioni di cui sopra in merito al “giusto processo”.

E su questi tecnicismi chiudo questa lunga ma doverosa disquisizione, con l’idea di renderla “pubblica” attraverso i soliti canali. Molte altre cose vorrei aggiungere, ma non è questa la sede.

Un abbraccio fraterno a tutti i compagni, compreso mio padre, uno più stretto a quelli rinchiusi.

In ogni caso, nessun rimorso.

Salud y Anarquìa

Nat

I 4 morti di Modena esigono verità

L’eco delle proteste e delle rivolte nella primavera del 2020 nelle carceri italiane non si arresta e prosegue nelle carte delle Procure, per i pestaggi avvenuti durante i post-rivolta e per ricostruire i fatti sui nove decessi che pesano come un macigno. Tra questi, 4 detenuti sono usciti vivi dal carcere di Modena e sono morti pochi giorni dopo il trasferimento in altri istituti. Se per 5 di loro i risultati dell’autopsia hanno confermato il decesso per overdose da metadone, per questi ultimi 4 si stanno accavallando ipotesi tra pestaggi e carenze mediche. Cosa sia avvenuto nello spazio temporale tra l’irruzione degli agenti nelle sezioni occupate, la sedazione delle rivolte, il trasferimento in altri istituti e la morte dei prigionieri, se non sarà un’indagine dei tribunali a restituirci verità (cosa per cui siamo già abituati), ce la possiamo comunque immaginare. Diverse testimonianze, ora sotto l’occhio della Procura di Modena, parlano di pestaggi e torture inflitti ai detenuti nel carcere modenese di Sant’Anna.

Sappiamo come troppo spesso “sfugga la mano” al personale in divisa quando vuole riportare sotto il proprio controllo la situazione durante proteste e rivolte, incitati all’abuso dalle istituzioni quando si sentono minacciate o derise, esaltati dall’addestramento vigliacco dove diversi agenti armati picchiano un detenuto inerme e denudato.
Troppo spesso i mass media e “l’orgoglio nazionale”, inoculato dal teatrino istituzionale, vogliono farci apparire l’Italia come una repubblica moderna e civilizzata. Nulla di più diverso dalla realtà: quella di uno Stato di Polizia, di una “democrazia di frontiera”, non diversa dalla Turchia di Erdogan o dal Messico.

La vera immagine del nostro paese sono quegli agenti che, mentre torturano i prigionieri, indossano il passamontagna.

Tortura nel carcere delle Vallette

 

Fatti agghiaccianti emersi dalle denunce di troppi detenuti del carcere delle Vallette di Torino, documentate dalla Procura nell’indagine per tortura contro 21 agenti, tra cui l’ex-direttore e l’ex-comandante delle guardie del carcere torinese, in particolare si rileggono i registri degli incidenti avvenuti tra il gennaio e l’ottobre 2018.
Di 166 incidenti registrati, 75 sono avvenuti in un unico padiglione. Allarme è espresso anche dal Garante Regionale dei detenuti Bruno Mellano, che contesta “leggendo il resoconto di quegli incidenti emerge che si tratta di infortuni raccontati con motivazioni che potrei definire lunari. Denti rotti mangiando una insalata, tumefazioni al naso causate da collanine appuntite, cadute dallo sgabello mentre si gioca al solitario. Tutti episodi che lasciano perplessi”.
E’ certo che gli abusi commessi dentro i nostri istituti penitenziari siano ripetuti e quotidiani, lo dimostrano le continue denunce che periodicamente affiorano, anche se sono solo quelli più plateali a finire sotto la lente dei giudici.
Se a un giovane detenuto che viene obbligato a sottoporsi ad un TSO, il tragitto tra la cella e l’ambulanza viene costretto dalle guardie a percorrerlo scalzo, in mutande e con un bavaglio in bocca, sotto gli occhi degli educatori, significa allora che si è raggiunto un senso di impunità talmente alto che lascia sgomenti. Se dei 166 casi di incidenti registrati in solo 10 mesi una buona parte di questi è legata a “caduta dalle scale”, ci si interroga perché una statistica del genere non avvenga nelle scuole o negli ospedali, o in qualsiasi edificio a più piani: forse in carcere non si riescono più a salire i gradini? Ma ciò che è peggio è che non dovremmo essere noi a farci queste domande: dov’è la Procura? dove sono i magistrati? Perché si è dovuto arrivare a scrivere ben 5800 pagine agli atti dell’indagine? Di quanto sangue grondano quei fogli? Se quindi nelle aule di Giustizia non sono incompetenti, allora sono complici di torturatori stipendiati dall’Amministrazione penitenziaria. Se mai sarà stabilito che è stata commessa tortura nel carcere torinese delle Vallette, allora a risponderne non dovrebbero essere solo quei quattro esaltati in divisa, ma tutta la catena di comando che, se non ha coperto quei fatti, di sicuro ha voltato lo sguardo da un’altra parte.

Madre detenuta uccise i suoi figli. Indagata la psichiatra

E’ indagata anche la psichiatra, ovvero colei che avrebbe potuto, forse, evitare la morte di due bambini. I fatti risalgono al settembre del 2018 quando una madre detenuta nel carcere di Rebibbia di Roma, fa precipitare i suoi due figli di 6 e 18 mesi dalla tromba delle scale mentre è di rientro dalla sezione “nido”, causandone il decesso. Ora la psichiatra dell’ASL è iscritta nel registro degli indagati nell’inchiesta della Procura e dovrà spiegare perché, nonostante le sollecitazioni dell’Amministrazione del carcere romano, non venne mai a visitare la detenuta. Gli allarmi erano tanti destati dal comportamento della giovane tedesca, manifestati anche dalle compagne di sezione, tanto che la stessa Direzione l’aveva sottoposta ad un regime di maggiore sorveglianza, anche a tutela dei bambini, che però non è bastato. Solo dopo questa tragedia è stata riconosciuta dal GIP “non in grado di intendere e volere”, l’ennesima che forse si sarebbe potuta evitare.

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