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Fermiamo le navi-quarantena!

pubblichiamo un documento diffuso in internet

Le navi-quarantena e lo sviluppo di un nuovo dispositivo detentivo

Tutti i dispositivi repressivi hanno una storia; così ogni tecnica, ogni metodo, ogni modalità di contenimento o limitazione del corpo ha una sua evoluzione, quindi un’origine, rintracciabile, con più o meno difficoltà, nello spazio e nel tempo. Il carcere, ad esempio, ha una sua genesi, come tutti ben sappiamo, piuttosto recente. È meno noto tuttavia che molti dei modi per imprigionare e contenere gli esseri umani nascano e si sviluppino fondamentalmente come pratiche emergenziali, pratiche di polizia soprattutto.
Sono le forze dell’ordine, su impulso delle decisioni di questure e prefetture o a volte per semplice decisione dei singoli sottoposti, a provare direttamente sul campo i nuovi dispositivi.

Come nascono tecniche e modalità d’imprigionamento? A volte quasi per caso oppure perché ciò, in quel preciso momento, garantisce una maggiore funzionalità, perché sembra impossibile fare altrimenti, perché, per raggiungere quello scopo specifico, non c’è un altro modo… quindi nascono, diciamo così, “naturalmente” e le mani “artigiane” che le hanno prodotte hanno sempre i guanti di pelle dei funzionari in divisa. Ciò che accade successivamente è storia nota.
Una pratica, un nuovo dispositivo, la cui origine è sempre riconducibile alla prassi poliziesca, alle decisioni dei poteri atti alla repressione, diventa legge: si avvia un processo di normalizzazione, di cristallizzazione e dalla pratica, dall’uso, si passa alla norma e all’istituzione.

Sono tanti gli esempi che si possono tirare in ballo, uno fra tutti, lo sviluppo della detenzione amministrativa per senza documenti in Europa; benché le sue origini siano rintracciabili nella Francia post rivoluzionaria e napoleonica, è fuori da ogni dubbio che parte della preistoria dei Cra francesi e degli attuali Cpr italiani, siano rispettivamente le pratiche di polizia nel porto di Arenc negli anni 70 e nello stadio di Bari nel 1992. I container del porto di Marsiglia e il perimetro sportivo barese, dove in centinaia d’individui furono rinchiusi, sono stati, per così dire, giganteschi centri di contenimento per migranti e gli attuali lager europei, per la legge che ne è scaturita (sic!), sono i loro epigoni. La detenzione amministrativa ha subito negli anni numerose trasformazioni, le sue tecniche d’imprigionamento si sono affinate, per esperienza e a suon di legislazioni emergenziali o meno, i centri di contenimento per senza documenti hanno piano piano assunto forme sempre più complesse. Le rivolte e l’ingestibilità fattuale di questi luoghi hanno di fatto convinto le istituzioni a evolvere sempre di più la loro giurisdizione, a trovarne nuove norme, a stabilire nuovi orizzonti repressivi. Sono nati gli Hotspot al sud d’Italia e sulle coste greche, sono vertiginosamente aumentati i casi in cui un richiedente asilo potrebbe essere “trattenuto” in un Cpr, si è sviluppato l’enorme arcipelago di piccoli e grandi centri della Seconda accoglienza, parte basilare dell’intera logistica migrante e forma edulcorata di controllo e contenimento di parte del flusso migratorio. Insomma i dispositivi repressivi e contenitivi dedicati alle persone migranti continuano inesorabilmente a evolversi, a trovare configurazioni e prospettive sempre più nuove, sempre più articolate. Negli ultimi tempi, queste complessità si stanno evolvendo per le decisioni delle autorità locali e per i famosi decreti emergenziali che hanno posto nelle mani della Protezione Civile ampi poteri.
L’emergenza Covid ha di fatto da un lato accelerato dinamiche già in atto e dall’altro innescato processi senza precedenti.

Nell’emergenza

Dall’aprile 2020, nei porti della Sicilia, della Puglia e della Calabria numerose navi di linea, traghetti e navi da crociera, sono rimaste ormeggiate in mare. La Rubattino (ha trattenuto 183 persone dal 17 aprile e il 5 maggio) della Tirrenia, la Moby Zaza (ha trattenuto 160 persone dal 20 aprile al 30 maggio), la Costa Allegra di Costa Crociere, le navi GNV (https://it.wikipedia.org/wiki/Grandi_Navi_Veloci) Azzurra, Rhapsody (ormeggiata prima di fronte a Palermo, ora nel porto di Bari. Ha capienza di 804 posti no-Covid e 156 per i contagiati), Aurelia (ormeggiata nel porto di Corigliano Calabro – https://www.articolo21.org/2020/08/seconda-nave-quarantena-sbarcata-in-calabriaospitera- i-migranti-positivi-al-virus/), Snav Adriatico (ormeggiata di fronte a Lampedusa) hanno attraccato in molte località del sud. Sono le cosiddette “navi quarantena”, requisite dallo Stato italiano dietro un lauto pagamento alle compagnie marittime (https://www.shipmag.it/gnv-si-aggiudica-il-bando-per-4-navi-quarantena-e-lancia-le-nuove-linee-per-la-sicilia-con-le-ro-paxtenacia-e-forza/).
Difficile al momento capire precisamente a cosa servano e in che modo vengano utilizzate: in generale al loro interno vengono rinchiuse centinaia di persone migranti per effetto della situazione emergenziale legata al Covid19. Nel capire come si siano evolute e come si siano sviluppate delle navi-carcere sul territorio europeo e precisamente, a come si sia arrivati alla sviluppo di un dispositivo così aberrante in Europa, una modalità contenitiva che chiameremo “detenzione amministrativa off-shore”, è fondamentale operare una ricostruzione che sia relativa alla cronaca specifica da un lato, ma che riesca a comprendere l’evoluzione dell’idea stessa di “prigione galleggiante”; rintracciarne cioè le origini e la famigliarità con altri eventi, diremo banalmente scovarne una genealogia.

All’esplodere della pandemia in Italia, svariati decreti hanno iniziato a legiferare sulla vita di tutti e tutte. Le emergenze, si sa, permettono grosse in\evoluzioni per ciò che riguarda il diritto e le libertà personali. La questione migrante, considerata già di per sé un’emergenza (nonostante essa non sia mai stata tale), è stata anch’essa coinvolta sotto differenti punti di vista. Varie questioni sono state toccate, ma più di tutte, l’argomento degli sbarchi e la possibilità dell’arrivo di contagiati dai barconi. Ben inteso, una problematizzazione da applicare solo a chi arrivasse in barca e non, come sappiamo, su aerei di linea. Ciò che si è deciso, facendo storcere il naso anche ai più democratici, è stata di fatto un’ulteriore giurisdizione su base etnica, valida per i migranti sbarcati, nulla per i turisti a cui si chiedeva semplicemente misurazione della temperatura e isolamento fiduciario.

Tutto è iniziato con il Decreto Interministeriale n°150 del 7 aprile 2020 che ha disposto che i porti italiani non potessero essere considerati luoghi sicuri, in gergo “place of safety”, per le procedure d’arrivo dei migranti. Solo qualche giorno dopo, il 12 aprile, con il decreto n°1287/20209, il Capo della Protezione civile ha deciso sulla possibilità dell’utilizzo delle navi in funzione contenitiva9. Il 19 aprile il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha avviato una procedura per il noleggio di unità navali per l’assistenza e la sorveglianza sanitaria.
Secondo i decreti il contenimento sarebbe dovuto avvenire esclusivamente per i migranti appena sbarcati. I migranti recuperati in mare e catturati immediatamente dalle forze dell’ordine verrebbero, dunque, inviati sulle navi quarantena, sottoposti a tampone per chiarire la loro positività al virus; un contenimento quindi prettamente sanitario. Successivamente però il dispositivo ha subito un’ulteriore evoluzione. È sulle navi che, ottenuto o meno il responso dal tampone, viene avviato il procedimento d’identificazione che di norma dovrebbe avvenire nelle strutture Hotspot. Di fatto le attività di riconoscimento e l’iter relativo alle richieste d’asilo e all’espulsione, sono stati di fatto trasferiti completamente sulle navi. Non è la prima volta che ciò accade, già nel 2009, operando un respingimento collettivo, poi giudicato illegale, le autorità italiane avevano identificato sulle navi e successivamente deportato, senza approdare in Italia, centinaia di migranti verso la Libia. Erano tempi tuttavia diversi da quelli attuali e le procedure Hotspot non esistevano ancora. Alla luce di quanto è accaduto e testimoniato dalla cronaca, è lecito dire che le navi quarantena siano di fatto diventate Hotspot galleggianti per migranti appena sbarcati.

Non solo però.

È accaduto poi qualcos’altro. In piena estate 2020 sono iniziati i trasferimenti di migranti dall’Hotspot di Lampedusa11 alle navi quarantena. Allo scopo di decongestionare il Centro detentivo dell’isola, su spinta del presidente della regione, del sindaco e della prefettura locale, centinaia di persone, positive o meno al virus, sono state trasportate su un peschereccio-ponte e rinchiuse sulle navi Adriatica e Rhapsody. La funzione iniziale di navi quarantena viene già superata, al loro interno, benché in parti separate, vengono trasferiti, in barba ad ogni protocollo sanitario, migranti sani, sintomatici e asintomatici. Direttamente dalle “navi quarantena” partono i procedimenti d’identificazione e quindi anche le deportazioni (accade che la nave Rhapsody lascia le acque siciliane e arriva al porto di Bari e dall’aeroporto del capoluogo pugliese parte un volo charter12 per la Tunisia). La funzione Hotspot, anche per i migranti già presenti sul territorio italiano da tempo, viene de facto trasferita sulle navi. È nato l’Hotspot galleggiante.

Le modalità con cui si viene rinchiusi su una nave quarantena, però, si evolvono ancora. Nei primi giorni di ottobre dal Cas “Ninfa Marina” di Amantea in Calabria13 e da alcuni Cas in provincia di Roma (emblematico il racconto di un ragazzo del Centro Porrino all’Infernetto) alcuni migranti risultati positivi al Covid sono stati deportati con i mezzi della Croce Rossa e scortati dalle forze dell’ordine verso le navi quarantena in Puglia e Sicilia. Per giorni è stato messo in atto un vero e proprio schema di deportazione sul territorio nazionale che ha previsto il contenimento sulle navi di richiedenti asilo positivi al Covid presenti nelle strutture della Seconda Accoglienza. In netta contraddizione con qualsiasi logica sanitaria, al di là di qualsiasi legittimità giuridica, le forze dell’ordine, aiutati dalla Croce Rossa, hanno sequestrato persone migranti in giro per l’Italia e le hanno rinchiuse su delle navi. Tale procedura, forse per il momento ancora un po’ troppo anche per la democrazia italiana, si è interrotta per l’intervento indignato delle organizzazioni del di parte del mondo delle associazioni.

Da nave quarantena a nave contenitiva per migranti il passo è stato breve, un Hotspot galleggiante e una struttura off-shore per il contenimento di richiedenti asilo positivi al Covid.
Un’evoluzione rapidissima e agghiacciante. A cosa stiamo andando incontro?

Detenzione amministrativa off-shore

La storia del trattenimento di persone sulle navi è di lunga data. Parlare di detenzione amministrativa off-shore necessita di un piccolo salto nel passato che ci aiuta di fatto però a comprendere come questo dispositivo si sia evoluto nel tempo e nello spazio. Molti sono gli esempi che ne hanno decretato la forma e, almeno lo scorso secolo, il secolo dei CAMPI, ne offre vari casi: la detenzione dei migranti sulle navi a Ellis island nei primi del ‘900, le deportazioni successive al terremoto di Messina del 1908, le navi nel porto di Portsmouth in Gran Bretagna dedicate al contenimento di persone di origine germanica all’esplodere della Prima Guerra Mondiale, il trattenimento dei pirati somali nel golfo di Aden da parte delle marine militari di mezzo mondo, le piattaforme detentive per migranti in Olanda del 2004…

Quelle stesse pratiche, che in alcuni casi sono diventate leggi negli ordinamenti degli stati, sono riemerse, percorrendo chilometri e anni, dalle acque del Mediterraneo centrale. E ciò non è avvenuto ora, ma qualche anno fa. Il legale di uno delle persone deportate dal Cas di Roma: “Mi ha detto che durante la notte, intorno all’una, era stato prelevato da un autobus della Croce Rossa insieme agli altri casi positivi accertati nel centro, per essere condotto su una ’nave quarantena, ma senza conoscerne realmente l’ubicazione, né avere notizie sulle modalità e tempistiche del trasferimento. Solo alle 5 del pomeriggio di quello stesso giorno mi faceva sapere che si trovava al porto di Palermo”.

La rivolta di Lamedeusa e il Caso dei “Cie galleggianti” – 23 settembre 2011

Il 20 settembre del 2011 nell’allora Centro di Prima Accoglienza e Soccorso (CSPA), ora Hotspot, di Contrada Imbriacola sull’isola di Lampedusa iniziò una forte protesta. Le persone presenti nel Centro, 1300 e in buona parte d’origine tunisina, si rivoltarono contro le proprie condizioni e contro la possibile espulsione, si scontrarono con le forze dell’ordine e bruciarono larga parte dell’edificio. Fu una delle rivolte più distruttive che l’isola avesse mai visto. La struttura, tre palazzine ancora utilizzabili malgrado un’altra pesante rivolta nel 2009, fu successivamente dichiarata inagibile e temporaneamente chiusa. Quasi 800 persone scapparono; in tantissimi furono riacciuffati e rinchiusi all’interno del palazzetto dello sport dell’Isola.
“Questo è uno scenario di guerra. C’è una popolazione che non sopporta più, vuole scendere in piazza con i manganelli e difendersi da sola, perché chi doveva tutelarla non l’ha fatto. Nei giorni scorsi, avevo lanciato più volte l’allarme. Adesso basta” dichiarava l’allora sindaco Bernardino De Rubeis. Queste dichiarazioni roboanti non furono però le sole. Il sindaco invitava altresì il premier Berlusconi e il ministro Maroni a “… convocare un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza Lampedusa” e sollecitava “l’invio immediato di navi militari”. Queste navi avrebbero dovuto avere lo scopo di trasferire altrove tutti i tunisini ancora presenti sull’isola.

Detto fatto. Il 22 settembre alcuni aerei militari trasferirono molti migranti a Palermo, trasportandoli proprio nel porto della città. Ad attenderli vi erano alcune navi da crociera che li
avrebbero imprigionati, ammassati nel salone ristorante, dai 6 agli 8 giorni. Cosa stava accadendo in quel momento? Si stava verificando, come prima cosa, una detenzione illegale, superiore al fermo identificativo di massimo 48- 96 ore e in strutture differenti dagli allora Cie – oggi Cpr. In secondo luogo, cosa altrettanto significativa, si stava sperimentando, con l’ombrello dell’emergenza, un nuovo dispositivo contenitivo, cioè l’uso delle navi a scopo di trattenimento. Nascevano quelli che alcuni 16definirono Cie galleggianti.

Le navi, noleggiate appositamente dallo Stato italiano, erano di proprietà della Moby e della GNV, tre traghetti in totale e cioè l’Audacia, la Fantasy e la Vincent. Nonostante l’estetica esterna proponesse le gigantografie di famosi cartoni animati, le navi assunsero di fatto il ruolo di prigioni galleggianti e in quei giorni detennero e smistarono all’incirca 600 persone; chi verso altri luoghi di reclusione amministrativa in Puglia e in Sardegna ( la Moby Fantasy partì il 25 settembre in direzione del centro di Elmas), chi verso il CPSA di Pozzallo, chi, a quanto pare
400 persone, verso l’aeroporto di Palermo per la deportazione.
Infatti alcuni migranti tunisini, una volta trascorso qualche giorno imprigionati sulle navi, tra il 27 e il 28 settembre furono ricondotti in aeroporto e da lì definitivamente espulsi verso la Tunisia. Tale vicenda, come testimoniato dalla famosa sentenza Khlaifia e altri della Corte Europea dei diritti dell’uomo, portò alla condanna dell’Italia per il proprio operato, in particolare per trattamenti inumani e degradanti e per aver attuato un vero e proprio respingimento collettivo.
Nonostante la condanna sulle modalità dell’espulsione e sulle condizioni igienico-sanitarie del Centro di Lampedusa, la Corte accettò invece la versione del governo italiano rispetto al trattenimento sulle navi: vista la situazione d’emergenza era lecito considerare le navi nient’altro che centri d’accoglienza. Malgrado fossero concretamente delle carceri galleggianti, sorvegliate e da cui di fatto era impossibile allontanarsi, malgrado le condizioni interne fossero inaccettabili come testimoniato dai migranti lì rinchiusi ( “…quanto alla successiva detenzione sulle navi, essi contestano le condizioni di sovraffollamento nella quale sono stati costretti a vivere, l’impraticabilità dei servizi igienici, il fatto che i pasti fossero distribuiti gettando il cibo sul pavimento e la limitazione dell’accesso all’aria aperta a soli pochi minuti al giorno”), la Corte si fidò della testimonianza del Gip salito a bordo su sollecitazione di alcune Ong e archiviò il procedimento.
Visto lo stato di necessità, quel trattenimento sulle navi era puramente legato al primo soccorso e all’identificazione e quindi lecito. La Corte, pur condannando l’Italia, stava sdoganando per la prima volta la possibilità della detenzione amministrativa offshore, rendendola possibile, non criticabile dal punto vista umanitario e per questo accettabile nei canoni del diritto.

Genesi di un dispositivo

Nel 2015, a seguito di una delle più gravi tragedie che la storia dell’emigrazione abbia affrontato, più di 800 morti nel Canale di Sicilia, alcuni leader politici iniziarono a parlare di strutture in mare, piattaforme petrolifere in disuso oppure navi che alla bisogna avrebbero avuto il ruolo di contenimento e identificazione dei migranti. Gli Hotspot. galleggianti, nelle parole dei Salvini, Renzi o dell’ex ministro Alfano, benché sin dal 2010 Fincantieri avesse dei progetti pronti per la detenzione off-shore17, rimasero solo parole di semplice propaganda politica. Ma avvenne però qualcosa in più negli anni successivi. Nel 2017 la propaganda contro le navi delle 0ng raggiunse livelli parossistici, la teoria del pull-factor, già utilizzata per l’operazione Mare Nostrum, e le inchieste che presumevano il contatto con i trafficanti, vennero perentoriamente tirate fuori. Le prime navi, su ordine del Ministero dell’Interni, iniziarono ad essere bloccate in mare aperto, in piena contraddizione con le regole del diritto ordinario italiano e internazionale.
I migranti bloccati e impediti in mare si trovavano di fatto in una condizione giuridica prima non esistente, un limbo su cui la legge italiana non aveva mai normato ( proprio per questo l’ex ministro Salvini è sotto inchiesta per sequestro di persona). È per dovere di cronaca che raccontiamo ciò e non per indignazione sull’assenza dello Stato. La Sea watch, la Gregoretti, la Diciotti e le altre navi bloccate al largo delle coste siciliane in quel momento sono diventate di fatto esempi di detenzione amministrativa off-shore, illegale certo, ma funzionale alle necessità di polizia. Cosa era accaduto? Quello stesso dispositivo apparso a Ellis Island, Messina, nel Golfo di Aden, nelle acque olandesi è riemerso al sud di Lampedusa e, assumendo una nuova forma, ha rappresentato un precedente abbastanza importante per ciò che sarebbe accaduto nell’estate 2020.

Se attualmente esistono navi carcere per migranti in Italia, Grecia e Malta è perché queste modalità sono state precedentemente sperimentate nella pratica e forzando il diritto. La genesi delle navi quarantena è rintracciabile nel passato e, tra gli esempi citati precedentemente, nelle prassi ministeriali nei confronti delle navi Ong che, nonostante le difficoltà giuridiche, hanno rappresentato una sorta di laboratorio di reclusione off-shore per migranti. La comprensione della nascita e dell’evolversi di un tale dispositivo ci avrebbe condotto ad analisi più mirate su quale sarebbe stato il futuro e, invece di rimanere attoniti, sconfortati o indignati per Karola Rackete, avremmo potuto intervenire nel tentativo di bloccare tale processo.

È immaginabile che tra qualche anno, o forse solo qualche mese, le sperimentazioni contenitive sulle navi quarantena, alla luce di quanto detto, potrebbero essere tutelate da una legge stabile, e dunque, le galere galleggianti per migranti o, chi non lo può dire?, per detenute\i, diverranno la normalità.

 

Versione stampabile:

Navi in Quarantena.pdf

Tortura nel carcere delle Vallette

 

Fatti agghiaccianti emersi dalle denunce di troppi detenuti del carcere delle Vallette di Torino, documentate dalla Procura nell’indagine per tortura contro 21 agenti, tra cui l’ex-direttore e l’ex-comandante delle guardie del carcere torinese, in particolare si rileggono i registri degli incidenti avvenuti tra il gennaio e l’ottobre 2018.
Di 166 incidenti registrati, 75 sono avvenuti in un unico padiglione. Allarme è espresso anche dal Garante Regionale dei detenuti Bruno Mellano, che contesta “leggendo il resoconto di quegli incidenti emerge che si tratta di infortuni raccontati con motivazioni che potrei definire lunari. Denti rotti mangiando una insalata, tumefazioni al naso causate da collanine appuntite, cadute dallo sgabello mentre si gioca al solitario. Tutti episodi che lasciano perplessi”.
E’ certo che gli abusi commessi dentro i nostri istituti penitenziari siano ripetuti e quotidiani, lo dimostrano le continue denunce che periodicamente affiorano, anche se sono solo quelli più plateali a finire sotto la lente dei giudici.
Se a un giovane detenuto che viene obbligato a sottoporsi ad un TSO, il tragitto tra la cella e l’ambulanza viene costretto dalle guardie a percorrerlo scalzo, in mutande e con un bavaglio in bocca, sotto gli occhi degli educatori, significa allora che si è raggiunto un senso di impunità talmente alto che lascia sgomenti. Se dei 166 casi di incidenti registrati in solo 10 mesi una buona parte di questi è legata a “caduta dalle scale”, ci si interroga perché una statistica del genere non avvenga nelle scuole o negli ospedali, o in qualsiasi edificio a più piani: forse in carcere non si riescono più a salire i gradini? Ma ciò che è peggio è che non dovremmo essere noi a farci queste domande: dov’è la Procura? dove sono i magistrati? Perché si è dovuto arrivare a scrivere ben 5800 pagine agli atti dell’indagine? Di quanto sangue grondano quei fogli? Se quindi nelle aule di Giustizia non sono incompetenti, allora sono complici di torturatori stipendiati dall’Amministrazione penitenziaria. Se mai sarà stabilito che è stata commessa tortura nel carcere torinese delle Vallette, allora a risponderne non dovrebbero essere solo quei quattro esaltati in divisa, ma tutta la catena di comando che, se non ha coperto quei fatti, di sicuro ha voltato lo sguardo da un’altra parte.

Donna si ribella agli abusi: lettera di Elis dal carcere di Torino

Questa lettera che riceviamo da internet con la richiesta di diffonderla è di Elis Gonn, reclusa nel carcere delle Vallette di Torino con l’accusa di tentato omicidio per aver accoltellato l’uomo che, secondo la sua difesa, l’avrebbe molestata sul luogo di lavoro. Elis è conosciuta per essere un’attivista e una femminista di origine russa.

 

“Ciao!
Mi rallegro molto di aver ricevuto la tua lettera mi hanno messo da sola in una cella e sto facendo lo sciopero della fame perché mi mettano con una compagna. Pero adesso che ho ricevuto la tua lettera mi sento meno sola e ho più coraggio ti spiego come veramente sono andate le cose: ho letto un annuncio che in un bar si cercava una barista. Quando sono venuta a fare il colloquio il padrone del bar ha detto di venire a fare la prova in minigonna, vestita così per “ attrarre i clienti”. Quando ero venuta a fare la prova qualche giorno dopo ho scoperto che non dovevo piacere solo ai clienti , pero soprattutto a lui. Nella cucina del bar, lui mi ha chiesto di mostrargli una foto dei miei disegni( sono un’ artista) e mentre gli mostravo le foto mi ha toccato il seno e le parti intime. Mi ha detto che darà il lavoro alla ragazza più “disponibile con lui”. Poi mi ha chiesto d mostrargli altre foto… e mi ha toccata di nuovo. Io provavo schifo però siccome avevo bisogno del lavoro, l’ho lasciato fare. Poi quando lui ha chiuso il bar , mi ha detto: “ te ne vai senza neanche farmi un massaggio?”. A questo punto mi ero ribellata e ho detto che non ero una prostituta. Quando tornavo a casa, ho pensato a tutte le altre ragazza, straniere, povere, di cui lui sicuramente si rea approfittato come ha fatto con me. Soprattutto adesso con il covid quando la gente è disperata per il lavoro. E sono tornata al bar il giorno dopo per accoltellarlo. Era sicuramente un gesto impulsivo che pagherò caro, però l’ho fatto per tutte voi. Perché i porci come lui sono tanti. Sicuramente passerò molti anni in carcere.
Però ti dirò una cosa: sono confortata dal pensiero che almeno lui penserà adesso 2 volte prima di mettere le mani sporche su una ragazza che viene a lavorare. Magari ci penserà 1000 volte. E ho la coscienza pulita. Mi hanno messo tentato omicidio. Pero lui è andato in ospedale in codice giallo….figurati! Sono felice che non è morto. Lui ha due figli e anche se è un porco, i figli hanno diritto al padre. Non lo volevo ammazzare. Volevo solo che smettesse di farlo con le ragazze…..
Perché se fanno questo alle donne è perché pensano che siamo indifese… a un uomo non gli mettono le mani addosso perché di un uomo si aspettano un pugno in faccia mentre una donna….
Mi faresti un grande servizio se racconti questo ai giornalisti. Perché adesso il porco nega tutto, e forse  la mia unica speranza di provare ciò che realmente era successo è se le altre ragazze che hanno fatto la “prova“ vengano fuori e testimoniano contro di lui.
Mi piacerebbe ricevere più lettere da te però devi mettere il mittente sulla busta della lettera se no non me la danno.
Ti saluto! E se puoi, metti dentro una busta per lettere più francobollo.”

 

Elis Gonn
casa circondariale LoRusso Cotugno
via M.A. Aglietta 35
Torino 10151

Documentario: “À l’usage des vivants” di Pauline Fonsny

Nel 1998, Semira Adamu, una giovane di 20 anni in fuga dalla Nigeria, morì soffocata da un cuscino mentre i gendarmi tentavano di espellerla su un volo di linea, per la sesta volta, dal territorio belga.

Il 17 maggio 2018, durante un inseguimento in autostrada, un agente di polizia belga ha aperto il fuoco su un furgone che trasportava migranti. Un proiettile colpì la testa di una bambina di 2 anni, Mawda Shawri, uccidendola. Ad oggi, nessun ministro si è dimesso e nessun agente di polizia è stato indagato.

Un film dedicato a Semira Adamu, a tutte le vittime delle politiche migratorie e a tutti coloro che lottano contro le frontiere.

Premiato al Perugia Social Film Festival nell’edizione del 2019.

1° tempo

https://www.youtube.com/watch?v=QSOqFV8GC4o

2° tempo

https://www.youtube.com/watch?v=lqlFPjXGwI0&t=749s

Audio/video sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

Pestaggi nel carcere di Caserta

Alta tensione nel carcere casertano di Santa Maria Capua Vetere dove vengono riportate notizie di rivolte di detenuti e pestaggi da parte delle guardie. I fatti risalgono a domenica 5 aprile, quando una cinquantina di detenuti hanno iniziato una protesta dopo aver appreso che un detenuto è risultato positivo al COVID-19. E’ stata occupata un’intera sezione, il reparto “Nilo”, alla richiesta di maggiori controlli sanitari per garantire la salute dei prigionieri. Il giorno dopo la risposta delle guardie, feroce e spietata. “Ci picchiano a turno: una volta a uno, una volta un altro … Vengono e dicono che tanto dobbiamo morire tutti prima o poi…” è la drammatica testimonianza di chi sta dentro, più di 200 agenti coinvolti, 150 del reparto G.O.M. in supporto agli agenti di servizio nella struttura. Barbe e capelli tagliati, denti che saltano, contusi e feriti, video-chiamate e colloqui con i parenti sospesi per nascondere e tacere i pestaggi. La stessa Camera Penale del foro casertano solleva la questione e chiede chiarimenti al Direttore del carcere Francesco Uccella, al provveditore dell’amministrazione penitenziaria ed al Garante Samuele Ciambriello. Diversi parenti dei detenuti hanno protestato sotto i cancelli dell’istituto chiedendo verità e garanzie sull’incolumità dei prigionieri.

Questo messaggio è stato inviato tramite WhatsApp da alcuni parenti dei detenuti a testimonianza dell’accaduto:

“#FATEGIRARE
Hanno picchiato i detenuti nel carcere di  Santa Maria Capua Vetere tutto è successo Perché sono stati trovati 3 detenuti positivi al corona virus i detenuti hanno fatto una rivolta per avere tamponi la rivolta inizia dalle 8:30 è finita a mezzanotte i detenuti sono rientrati nella loro celle alle 3 del mattino mentre Stavano dormendo sono stati picchiati da 400 poliziotti penitenziari con caschi blu e Manganelli hanno proibito ai detenuti di fare le videochiamate per non far vedere ai loro familiari che avevano segni in faccia perché sono stati massacrati i detenuti non possono dire di essere stati maltrattati durante la notte perché la Polizia ha minacciato che se usciva qualcosa fuori riguardo a ciò che è successo durante la notte avrebbero preso delle conseguenze ci sono familiari moglie e figli e mamme detenuti che non sanno che fine hanno fatto e come stanno i loro familiari”

Appello dal carcere di Rieti

Pubblichiamo questo drammatico appello lanciato dai parenti dei detenuti del carcere di Rieti, teatro anch’esso di una rivolta nei giorni scorsi.

 

“Mi ha chiamato mio marito dal carcere di Rieti la situazione e’ brutta vengono tutti picchiati, cercano di salvarsi almeno la testa. E mi ha pure detto che non mi può dire tutto, ovviamente, sappiamo che le telefonate sono controllate”

Visto che siamo chiuse in casa, anche distanti da Rieti, tempestiamo la direzione del carcere di mail: Criminali siete voi, giù le mani dai prigionieri!
Facciamolo tutte e tutti, in modo che sappiano che non aspetteremo altri morti e si sentano guardati a vista.

Scriviamo tutt* alla direzione carcere di Rieti: cc.rieti@giustizia.it
Per non essere subito individuat* come spam, consigliamo di cambiare l’oggetto e di evitare account con autistici/inventati

La Pec, per chi ce l’ha, è  cc.rieti@giustiziacert.it

Il taser in Italia

Anche dopo l’approvazione del decreto sicurezza, resta viva la battaglia del sottosegretario alla giustizia, il leghista Jacopo Morrone, che si eccita all’idea che il taser sia tra le dotazioni in forze alla polizia penitenziaria. Non serve elencare gli innumerevoli decessi causati dall’utilizzo della pistola elettrica in uso alle forze di sicurezza di alcuni paesi del mondo, ricordati anche da diverse organizzazioni internazionali. In un delirio psicotico di consensi elettorali; in una situazione esplosiva di sovraffollamento carcerario, dove regnano arroganza e indifferenza delle istituzioni; dove il confine che separa vittime da carnefici è fin troppo sottile; dove un immigrato ha più probabilità di finire in prigione rispetto un italiano; dove intolleranza, razzismo ed emarginazione la fanno da padroni, ci mancava solo questo fottuto taser.
Se in cella hai un diritto te lo devi difendere con le unghie e con i denti, specialmente se ti trovi in una fabbrica di violenza e soprusi che è un carcere italiano, e credere a giornalisti-sciacalli o ad assurdità di sindacati di polizia che, invece di parlare di una popolazione emarginata che non vuole soccombere nel buio e rivendica invece dei diritti, elenca una serie di fantomatiche aggressioni ai danni degli operatori in divisa così da scandalizzare tanto il cittadino preoccupato.
Si può intuire invece che, in uno stato come l’Italia dove la polizia non è certo “democratica” e come hanno dimostrato i casi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi dove ci sono voluti troppi anni ciascuno prima di cominciare ad odorare un po’ di giustizia, che sono riusciti a bucare quel muro di gomma che lascia impuniti i reati degli uomini in divisa, un’arma come il taser possa essere aggiunta all’elenco degli strumenti di tortura. Perché in questo caso non bisogna guardare alle esercitazioni del personale di polizia, o alla gestione dell’ordine pubblico, o all’utilizzo di quest’arma in strada alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, bensì bisogna aspettare il tramonto, quando i cittadini si preparano ad andare a letto e nessuno è lì a vedere, nei turni annoiati delle pattuglie notturne, in quei commissariati e caserme non meno degradati delle periferie che li circondano, in quel miasma di razzismo che avvolge tutte le istituzioni. E’ lì che si sono sempre registrati il maggior numero di casi di abusi e torture.
Il taser quindi non porterà di certo più sicurezza, ora nessuno di noi dorme sonni tranquilli solo perché la polizia ha con sé la pistola elettrica, ma metterà troppe persone, soprattutto sempre le più fragili ed emarginate, esposte a gravi rischi.

Detenuto pestato a S.Vittore

Sono 11, tra agenti di polizia penitenziaria e ispettori del carcere meneghino di S. Vittore, per cui la Procura di Milano ha chiuso le indagini in odore di richiesta di rinvio a giudizio per accuse gravissime. I fatti risalgono al 2016 e al 2017. Ismail Ltaief è un detenuto tunisino che, a quanto emerge dall’inchiesta, ha subito minacce e pestaggi per aver denunciato alcuni agenti per furti alla mensa del carcere e per percosse, avvenuti nel 2011 quando era detenuto nel carcere di Velletri. Pestaggi che avrebbero avuto anche l’intento di impedire la sua testimonianza in aula al processo bis, sempre per quei fatti.
Le accuse fanno tremare i muri: intralcio alla giustizia, lesioni, falso e sequestro di persona. Nell’inchiesta compare anche un secondino arrestato perché avrebbe intimorito un compagno di cella di Ltaief, un sudamericano chiamato a testimoniare davanti al giudice e che ora è parte offesa nel fascicolo.
Aspettiamo con ansia gli sviluppi di questa inchiesta.

Abusi nel carcere di Opera

Riportiamo questa lettera-denuncia pubblicata sull’opuscolo 115 di OLGa, scaricabile dal sito http://www.autprol.org/olga/

Lettera collettiva dal carcere di opera

“Carissimi amici e compagni, siamo un gruppo di detenuti 4° piano 1° padiglione che vogliamo raccontare cosa è successo a salazar (un bravissimo ragazzo filippino che non poteva nuocere ad una mosca) e che quando c’è stata la manifestazione di antigone lui, per questo, aveva bruciato il materasso. Questo dopo che chiedeva da 4 giorni di andare in isolamento, perché ha tre bambini piccolissimi, e non gli danno il lavoro.

Così, dopo l’intervento degli agenti è stato picchiato dal 4° piano fino al 2° piano, un agente gli ha sferrato un pugno, ma salazar si è abbassato, essendo piccolissimo (pesa 40 kg), all’agente si è girato il ginocchio ed è caduto, battendo la fronte sui gradini delle scale. Questi aguzzini non hanno perso tempo a fare pubblicare sul giornale su una pagina intera che “un agente è stato aggredito selvaggiamente da un detenuto”, invece di dire che (il detenuto) è stato picchiato da decine e decine di agenti, perché loro vogliono sempre passare per vittime, invece di dare il lavoro ad un uomo con tre bambini piccoli (uomo mite e sempre sorridente) che noi sappiamo come sono i filippini quando lavorano – anima e corpo. Questa è la verità di quello che è successo e non di quello che hanno scritto i giornalisti in concomitanza con quello che la direzione vuole coprire per giustificare eventuali pestaggi.

Un abbraccio da tutti noi detenuti 1°padiglione 4°piano in solidarietà con salazar vittima di questo sporco e infame sistema.

Grazie di tutto, ciao!”

fine luglio 2016

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