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Inasprito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale

Il decreto sicurezza bis entrato in vigore il 10 di agosto contiene l’inasprimento delle pene per diversi reati tra cui l’oltraggio a pubblico ufficiale. il primo comma dell’art. 339 del codice penale nei reati di violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale e violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti, prevede l’aggravante qualora si commettano durante manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico.
Inasprito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale: ora, chi in luogo pubblico o aperto al pubblico, e in presenza di più persone, offende l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni rischia la reclusione da 6 mesi a 3 anni.
E’ stata inoltre resa inapplicabile la causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto.
Inoltre la generalizzazione su quella che è la figura del funzionario nell’atto di svolgere pubbliche funzioni non è riferita solo agli appartenenti alle forze armate e dell’ordine, ma inserisce un’enorme quantità di persone che vanno dal vigile urbano al docente, dall’impiegato dell’agenzia delle entrate al controllore dei biglietti nelle aziende di trasporto comunali, dagli ufficiali giudiziari ai parlamentari, e così via, rischiando così di creare un caos infinito nei tribunali italiani.

Lo sciopero della fame in cella è sanzionato

Si è pronunciata la Cassazione in merito a chi fa sciopero della fame all’interno del carcere. La vicenda riguarda una protesta avvenuta in un carcere calabrese nel 2015 quando alcuni prigionieri avevano manifestato pacificamente contro la cattiva qualità del vitto fornito da una ditta esterna e per ottenere almeno l’acqua calda per lavarsi. Da qui la decisione di intraprendere uno sciopero della fame. La risposta del tribunale di sorveglianza di Catanzaro fu dura contro due di loro che vennero individuati come i fomentatori: 9 giorni di carcere duro. I due detenuti non si sono arresi e hanno impugnato il provvedimento di fronte alla Cassazione, che ora ha confermato la linea del magistrato di sorveglianza: lo sciopero della fame era un’azione dimostrativa di scontro e di ostilità verso le istituzioni e, dunque, pericolosa e sediziosa, perché idonea in concreto a scuotere e porre in pericolo l’ordine interno all’istituto, a turbare il normale svolgimento della vita carceraria, con il pericolo concreto di degenerare anche in un ingestibile allarme sanitario per il numero delle persone coinvolte nello sciopero della fame.

Risarcimento ai familiari del detenuto suicida

La Corte di Cassazione con sentenza n.30985 del 30/11/2018, ha stabilito che ai familiari del detenuto suicida che aveva manifestato il proprio intento, qualora l’amministrazione penitenziaria non abbia posto in essere tutte le misure idonee a prevenire l’evento, spetta un risarcimento. E’ il caso di un uomo detenuto per presunta violenza sessuale che si è tolto la vita impiccandosi quando già aveva palesato l’intenzione del suo gesto e che, nonostante questo, non era stato sottoposto a regime di vigilanza più stretto. Ai suoi familiari, che si sono rivolti al Tribunale di Catanzaro, spetterebbero quasi 200.000 euro. La Corte di Cassazione, ribaltando l’esito dell’udienza d’appello, ha riconosciuto la responsabilità dell’amministrazione penitenziaria dal momento che non si era mossa per stabilire lo stato psichico del detenuto dal momento che, all’ingresso in carcere, non erano presenti né l’educatore, né lo psicologo. Inoltre l’isolamento in cella, contrario alle disposizioni del PM, ne avrebbe favorito il suicidio. La presenza di altri detenuti avrebbe certamente impedito o almeno reso più arduo il compimento di tale gesto.

Il nuovo ordinamento penitenziario

Ecco a seguire il testo dei tre decreti legislativi che portano dei cambiamenti, alcuni sostanziali, all’attuale ordinamento penitenziario.

DECRETO LEGISLATIVO 2 ottobre 2018, n. 121

DECRETO LEGISLATIVO 2 ottobre 2018, n. 123

DECRETO LEGISLATIVO 2 ottobre 2018, n. 124

 

 

Dichiarazione di Davide Delogu in tribunale

Davide è tornato nella sua Sardegna. Non da uomo libero. Sta venendo processato per un suo tentativo di evasione dal carcere cagliaritano di Buoncammino per cui ha subito il trasferimento nel carcere siculo di Augusta. Durante l’udienza del 10 di ottobre ha letto una sua dichiarazione molto esatta che ora vi proponiamo

Dichiarazione di Davide Delogu letta in aula il 10 ottobre 2018
Processo per le lotte del 2013 al carcere di Buoncammino di Cagliari

Come si sa, inizialmente questo processo è stato bloccato per un anno dal DAP, tentando (fallendo) di imporlo in videoconferenza, abusando l’utilizzo di tale “misura di emergenza” per incatenarmi nel ruolo di ostaggio inerme da una tecnologia insidiosa e prevaricatrice, per fiaccare la volontà del detenuto come strumento per depersonalizzarlo, per chi non resiste, prenderlo per sfinimento, isolarlo dal proprio contesto affettivo e solidale, per far tacere nella rassegnazione la tensione refrattaria e, in particolare, la lotta contro il carcere, realtà invece che non ha mai cessato di esistere-resistere, nonostante tutto. Sono le stesse “misure emergenziali” con cui vengo ingabbiato nelle cloache penitenziarie della Sicilia da anni (deportato come conseguenza repressiva alle lotte intraprese nel carcere di Buoncammino) con l’applicazione di regimi differenziati, tra i quali l’estremizzazione dell’isolamento 14 bis, attuate con arbitrarie, feroci, perverse metodiche sioniste, per abbattere moralmente e fisicamente il detenuto, e, con esso, quella lotta originaria, che non sono riusciti tuttavia a fermare, essendo un’individualità viva, incorreggibile/indomabile e non soggetto ad alienazione/annichilimento carcerario, alimentando invece più rabbia, disprezzo e determinazione nell’affrontare combattendo la tortura bianca degli isolamenti continui e totali in questione, ma anche del carcere in generale, quale strumento vendicativo dello stato, con cui pianifica e sperimenta sulla nostra pelle di dannati, l’evoluzione repressiva sull’ideologia della manipolazione dell’identità e sull’appiattimento delle menti e degli istinti, all’interno di un vivere subumano, da automa, per il mantenimento non solo del potere carcerario (che si più colpire quando si vuole) ma dell’intero dominio imperialistico-capitalista di civilizzazione del sistema di cose esistenti nella società e in tutto ciò che vi è attorno. Dunque la galera è evidente non è un argomento slegato dal contesto sociale che lo genera.
Noi detenuti siamo quella parte di sfruttati, brutalizzati e lasciati in cattività, a cui l’unica cosa che viene garantita è la sottomissione ad un’esistenza miserabile! Lo scenario tra dentro e fuori non cambia, giacché il mercato che subiscono oppressi e sfruttati è indispensabile al sistema securitario dello stato colonialista, affinché tutto si debba mantenere nell’ambito di compatibilità rispetto agli interessi dei padroni, e quando si verificano delle rotture, delle contrapposizioni ad essi, si intensifica l’attacco preventivato della macchina repressiva, così dentro, così fuori. Fatto questo, che non ci ha comunque impedito, a noi detenuti del carcere dell’ex Buoncammino, di mettere questo meccanismo in discussione. Tra maggio e giugno 2013 si erano succeduti nella galera ottocentesca di Cagliari diversi scioperi collettivi (slegati dai radicali di Pannella come è invece stato millantato in quest’aula) del vitto e dell’aria in particolare, ma anche brevi scioperi della spesa e di protesta contro l’oligarchia dell’aria educativa, tutto supportato da continue battiture, le prime due sottoscritte anche da centinaia di detenuti, contro le condizioni disumane e inaccettabili in cui versava la galera, rivendicando migliorie detentive, l’abrogazione di leggi aberranti come l’ergastolo e il 41bis, l’applicazione di una forte amnistia generalizzata, per diffondere la coesione nella lotta con detenuti di altre galere e per sostenere e divulgare la manifestazione nazionale che si svolse a Parma: contro il carcere, la differenziazione, il 41 bis, l’isolamento, in appoggio alla lotta di tutti i prigionieri, indetta dall’ “assemblea di lotta uniti contro la repressione” a cui abbiamo dato il nostro contributo. Come spesso accade, quando si arrivano a realizzare forme di lotta collettive in carcere, coi rapporti di forza messi in campo, l’autorità carceraria (ma anche fuori), qualora non vengano represse nell’immediato, cerca di amministrarle all’interno della gabbia istituzionale, per cadere nella trappola del compromesso, delle strumentalizzazioni, per evitare l’autodeterminazione del corpo detenuto in agitazione, con la minaccia/ricatto sull’utilizzo dell’isolamento, dei trasferimenti punitivi, della perdita dei benefici, della ricerca obbligata del “promotore”, per l’applicazione indegna del 14 bis etc. etc. … Ma noi non abbiamo ceduto a questa logica del premio/castigo, rifiutandoci di farci “gestire” come fantocci, dando così vita ad un ciclo di lotte che non si vedeva da anni all’interno della galera. Eravamo tutti carichi! Dopo 20 giorni di  confronto dallo sciopero del vitto intraprendemmo quello dell’aria, rifiutandoci di recarci, ammassati come “bestiame umano” nei luoghi angusti adibiti a “passeggi”. La direzione del carcere non stette a guardare inerme e attuò lo stesso giorno una repressione anti sciopero, devastando le celle occupate dai detenuti che firmarono il documento di adesione con una perquisizione straordinaria. è in quell’occasione che presero degli oggetti che mi appartenevano (1 coltello, 1 fune, capelli d’angelo) con cui è stata formulata l’accusa deviazionista (tentata evasione) per cui sono stato chiamato a processo, che vuole oscurare e mascherare quella che è stata una realtà di lotta che stava lanciando semi di ribellione e che doveva essere stroncata sul nascere. Quindi, i carcerieri per prima cosa miravano a colpire l’anarchico ribelle (e poi non solo) per la tenacia con cui si portavano avanti le iniziative che prendevano corpo in un contesto più generale, sia fuori con interventi di solidali, sia con le proteste in altre prigioni e anche perché non ho voluto mai subire, ma ho sempre affrontato a konka arta la tirannia con cui ti impongono di barattare la dignità con l’obbedienza all’interno di umilianti e bestiali condizioni galeotte. Nel concreto, oggi si vuole processare la determinazione di un detenuto in lotta che non si piega e non si rassegna alla sbarrocrazia vigente, al meccanismo gerarchizzato di sfruttamento dietro le sbarre, poiché non sono ricattabile con la vostra “merce”, con le vostre punizioni, i vostri compromessi, le vostre ipocrite illusioni. Ma nel periodo in questione a Buoncammino si respirava aria di rivolta, considerando l’inefficacia che hanno avuto gli scioperi pacifici. Ecco, dunque, che arrivò il 9 luglio 2013, giorno in cui esplose una ribellione collettiva, iniziata con detenuti barricati dentro le celle, sabotaggio dell’impianto elettrico delle sezioni, detonazione di decine di bombe di gas artigianali fuori e dentro le sezioni, nel frattempo le guardie scapparono da queste ultime, vi fu un lancio di lenzuola e suppellettili che ardevano, celle mezze distrutte e fuoco alle finestre per richiamare l’attenzione all’esterno anche con degli striscioni posizionati dove accorrevano nel piazzale antistante il muro di cinta parenti, solidali in supporto e la presenza dei giornalisti pretesa dai detenuti. La violenza carceraria non si fece attendere, con isolamenti, trasferimenti punitivi e il pestaggio di un barricato che tentò di impiccarsi nel carcere punitivo in cui approdò, considerata pure la “calorosa” accoglienza riservatagli. *** Si è dunque ancora repressa, punita, la dignità umana che si sollevò con rabbia in un sussulto di rivolta, purtroppo non manifestata nella più ampia potenza distruttiva! Io venni deportato nel lager di Palermo e introdotto nel regime di tortura del 14bis, uno strumento vessatorio, vendicativo e di annichilamento nei confronti di chi non si mantiene addomesticato, non si vuole abbandonare alla rassegnazione e non si genuflette di fronte alla prepotenza aguzzina e alla stessa funzione classista del carcere, dove lo stato opera nei confronti del detenuto la sua eliminazione organizzata, con l’estrema violenza dell’isolamento nell’isolamento, tramite restrizioni maniacali, condizioni brutali di sadismo psicopatico di controllo dei carcerieri, l’assoluta privazione di qualsiasi rapportazione umana all’interno di un accanito potere arbitrario abusato da ogni amministrazione penitenziaria, illimitatamente prorogabile. Tutto è concepito per annientare! Perciò la ribellione contro questo funzionamento egemone è diventata come l’ossigeno che si respira, praticando svariate forme di lotta permanente, portando al fallimento delle intenzioni dell’oppressione carceraria. L’istituzione delle sbarre ci vorrebbe ridurre tutti quanti a burattini consenzienti, tramite le loro miserie e i loro metodi, annullando la dignità del detenuto e stuprandolo dell’integrità fisica, dell’affettività, della sessualità, per assuefarlo all’ideologia sbirrocratica in modo da abituarci a diventare servi e succubi di un genocidio di stato perpetrato impunemente nelle patrie galere, come parte di un progetto di sterminio del mattatoio democratico, collegato per un più esteso e sofisticato mantenimento dell’attuale ordine sociale con cui avanzava e si affina l’evoluzione di insediamento ed espansione del controllo repressivo. Il carcere col suo impianto differenziante come laboratorio della carcerizzazione applicata nelle forme e nei metodi per l’edificazione di una più ampia oppressione della società. L’esportazione del modello carcerario per una più alienante prigione a cielo aperto, in cui vengono radialmente alterate le condizioni della vita umana (del pianeta) al fine di provocarne un surrogato attraverso un sistema poliziesco – digitale – tecno/scientifico, realizzato sulla distruzione dei valori di libertà che ci sta costringendo a mutare in tutti gli aspetti dell’esistenza, come conseguenza alienante delle genti formalizzate dall'”etica” civilizzatrice e dal suo sfrenato collaborazionismo all'”integrazione”. E si potrà comprendere come ogni rinuncia all’attacco contro questa avanzata del dominio si pagherà a caro prezzo! Chiaramente, non sempre avviene come da programma di chi comanda, come è stato dimostrato da tanti percorsi individuali di detenuti e non, che non si apprendono mai! Quando si cercò di sviluppare le lotte nelle carceri italiane con le ultime mobilitazioni anti-carcerarie su appello del “coordinamento dei detenuti”, con l’appoggio di tante realtà all’esterno, non riuscimmo a strappare nulla al potere degli obiettivi rivendicati, però acquisimmo la fondamentale consapevolezza che “se basta volere fermamente una cosa per farla accadere” significa che certi metodi di lotta non si possono arenare, rimanendo solo quelli, senza attaccare materialmente la piovra detentiva, e perlomeno da parte mia, non vi fu quella presunzione di sostenere una sorta di “reclusoretariato” consapevole del proprio essere sfruttati, umiliati, seviziati e abusati alla mercé del dispotismo carcerario, considerando che i detenuti in linea di massima sono gli stessi componenti che fuori, come dentro, sostengono il sistema dei monopoli, al di là e al di qua delle leggi violate, ma il significato e la valutazione che ne uscì con veemenza è sempre quell’urgenza di affermare se stessi, partendo dalla propria rabbia, insofferenza e convinzione da mettere in campo, per sconfiggere la sottomissione agli interessi del sistema che a volte si confondono con i nostri, per assumerci il coraggio di riprenderci/ritrovare i nostri desideri, la nostra dignità e combattività, il rispetto di noi, per condurci ad atti di auto-liberazione dalle gabbie che sappiamo di avere dentro, con le reali forze esistenti, che sono di certo minoritarie rispetto alle forze del nemico, perciò la creatività può conferire alla minoranza combattiva un coefficiente di vigore esplosivo: la dinamite, che ha un valore insostituibile che non si discute. La chimica della distruzione si converte tra le mani in un’alchimia di liberazione, di vendetta contro l’ordine sociale. O ci faremo sopprimere lentamente insieme a tutto ciò che ci circonda, o sopprimeremo noi la megamacchina molto rapidamente nelle parti più vulnerabili, senza aspettare nulla. Non ci sono vie di mezzo! Da parte mia continuerò a seguire la mia istintività selvaggia, battendomi anche soprattutto nelle tenebre degli isolamenti, negando e rifiutando la brutalizzazione e il disciplinarmente che l’autorità carceraria pretende impormi sulla mia mente e il mio corpo, poiché sono soltanto io a decidere come affrontare la galera e lo faccio lottando dietro le sbarre, che è l’unica liberà rimasta a noi detenuti.

Nessuna sbarra è solida come sembra.

W chi le taglia, W chi le brucia, W chi le combatte.

Solidarietà refrattaria agli anarchic* imprigionati nelle sezioni blindate della AS e di altri regimi dello
stato italiano e agli anarchic* in galera negli altri stati. Saluti gioiosi a quegli anarchic* anonim* che
fuori anche in diversi stati attaccano direttamente i settori della civilizzazione più infame, in solidarietà
ai prigionier* anarchic*, riempiendo di forza l’immaginazione guerrigliera.
Sempri innantis per la libertà di ogni giorno!

Deportatu Anarkiku Sardu Impresonau
Davide Delogu

*** Davide fa riferimento a un ragazzo trasferito al carcere S.Daniele a Lanusei, che ha tentato di
impiccarsi nella sua cella. Il trasferimento è avvenuto in maniera coatta dopo la rivolta al carcere del
Buoncammino, alla quale questo ragazzo aveva preso parte, urlando dalla finestra della sua cella tutte
le ingiustizie che gli erano capitate in quel carcere.

https://cordatesa.noblogs.org/post/2013/07/18/tenta-il-suicidio-il-detenuto-che-guido-la-rivolta-a-cagliari-salvato/

Ecco il nuovo decreto “sicurezza”

Un sorriso a 36 denti sfoggia Salvini. A 72 se si considera anche quello del premier Conte quando assieme presentano il frutto della loro politica forcaiola e razzista: il nuovo decreto sicurezza. Un poco diverso ma non troppo da quella linea tracciata dall’allora primo ministro Minniti: “dagli al migrante e a chi gli è solidale”. Non a caso è stato proprio Minniti a iniziare questa pratica inedita mai vista prima in Italia, cioè perseguire con ogni mezzo le organizzazioni che soccorrono i migranti in mare tanto che, e la dice lunga su quali siano oggi i valori in questa Europa Unita, una nave di soccorso con un carico di profughi a bordo deve farsi un bel po’ di miglia nautiche prima di trovare un porto disposto ad accoglierli. E a quelli che ne sono scesi con i loro carichi di esperienze drammatiche cosa mai gli si potrà dire? Tanti di loro sono partiti dai luoghi di origine poco più che ragazzi e a caro prezzo sono diventati troppo presto adulti. A quelle ragazze segregate in Libia per mesi e per otto mesi rinchiuse senza vedere la luce del giorno, otto lunghissimi mesi, cosa le diremo? Le diremo che noi non siamo molto diversi da chi le ha torturate, da chi ha rinchiuso quei corpi in lager nel deserto alla mercede di aguzzini senza scrupoli, siamo della stessa amalgama di odio e indifferenza, siamo vigliacchi che si avventano sugli ultimi. Nemmeno il corpo di un bambino che galleggia accanto a quello della madre ci scuote. Non vediamo niente. Non sentiamo niente. Solo le menzogne e le cattiverie di ci governa e che ci riportano ad un passato ormai troppo presente. Peccato che chi ci governa lo abbiamo scelto noi.
Può essere abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, dice il decreto. E’ più selettivo il rilascio ed affida a sei permessi speciali la tutela del richiedente asilo che deve essere vittima di grave sfruttamento, o per motivi di salute, violenza domestica, calamità nel paese di origine, cure mediche o atti di particolare valore civile. Possibilità di revoca della protezione internazionale a fronte di una condanna di primo grado. Possibilità di revoca anche della cittadinanza per le condanne in definitivo per reati di terrorismo. Modifica del sistema di accoglienza con i centri per l’integrazione e l’inclusione sociale destinati ai soli minori non accompagnati e ai titolari di protezione internazionale. Per tutti gli altri la discarica dei centri per i rimpatri in cui raddoppia la permanenza massima da tre a sei mesi. Aumento dei fondi per l’applicazione delle espulsioni. Ai condannati per terrorismo in via definitiva divieto di partecipare a eventi sportivi, con “daspo urbano” anche per le aree come presidi sanitari, fiere, mercati, luoghi pubblici. Taser in dotazione anche alla polizia municipale in comuni con più di cento mila abitanti. Vengono inasprite le sanzioni rispetto le occupazioni abusive con pena fino a quattro anni per chi le organizza e le promuove.

Detenuto pestato a S.Vittore

Sono 11, tra agenti di polizia penitenziaria e ispettori del carcere meneghino di S. Vittore, per cui la Procura di Milano ha chiuso le indagini in odore di richiesta di rinvio a giudizio per accuse gravissime. I fatti risalgono al 2016 e al 2017. Ismail Ltaief è un detenuto tunisino che, a quanto emerge dall’inchiesta, ha subito minacce e pestaggi per aver denunciato alcuni agenti per furti alla mensa del carcere e per percosse, avvenuti nel 2011 quando era detenuto nel carcere di Velletri. Pestaggi che avrebbero avuto anche l’intento di impedire la sua testimonianza in aula al processo bis, sempre per quei fatti.
Le accuse fanno tremare i muri: intralcio alla giustizia, lesioni, falso e sequestro di persona. Nell’inchiesta compare anche un secondino arrestato perché avrebbe intimorito un compagno di cella di Ltaief, un sudamericano chiamato a testimoniare davanti al giudice e che ora è parte offesa nel fascicolo.
Aspettiamo con ansia gli sviluppi di questa inchiesta.

Detenuto denuncia violenze

Accusa pesantissima di un detenuto tunisino di 50’anni, Ismail Ltaief, a 10 secondini del carcere di S. Vittore: “Pestato per non farmi deporre al processo di Velletri contro le guardie che avevo denunciato”. Ismail non aveva taciuto di fronte alla cresta che alcune guardie facevano alle forniture alimentari nel carcere di Velletri. Siamo nel 2011. Il 25 maggio di quest’anno sarebbe dovuto andare in tribunale proprio a Velletri per testimoniare in quel processo-bis. Sull’accaduto indagano il Gip Chiara Valori e il pm Leonardo Lesti che sembrano raccogliere conferme dalle perizie del medico legale che ha ritenuto compatibili le lesioni con l’aggressione e dalle testimonianze oculari di due detenuti compagni di cella. A mio avviso si dovrebbe procedere con un processo per mafia, dato la gravità dei fatti e delle accuse: 10 guardie che aggrediscono un detenuto per non farlo presenziare ad un processo contro alcuni loro colleghi, sembra addirittura in ben due distinti episodi, il 7 marzo in cella e il 12 aprile in una scala nascosta alle telecamere. Se non vogliamo chiamarla mafia, come vogliamo chiamarla?

Nuovo opuscolo: “Rompere la piazza”

COPERTINA

E’ uscito un nuovo opuscolo dal titolo: “Rompere la piazza”, un lavoro di analisi ben fatto e curato che può aiutare a comprendere sia gli eventi che hanno portato chi ci governa a dotarsi di un reato di “devastazione e saccheggio”, sia a far chiarezza su come ci si può muovere se ci si trova indagati per questo reato.

OPUSCOLO web

Equitalia pignora la diaria ai detenuti

Riportiamo dalla rete l’episodio di un detenuto del carcere di Monteacuto, ad Ancona, condannato per contrabbando di sigarette a cui Equitalia vuole pignorare l’intera diaria giornaliera di 20 euro, guadagnata facendo lavori di giardinaggio all’interno del penitenziario per scopi riabilitativi.

Facendo i conti al centesimo il debito gli è stato calcolato in 12.256 euro: considerando una paga percepita di 500/600 euro mensili, il detenuto dovrebbe lavorare circa due anni gratis.
Si potrebbe quindi parlare di “lavori forzati” direttamente inflitti non da un tribunale ma da Equitalia.
I burocrati dell’ente riscossore non si limiteranno ovviamente a questo singolo caso, ma prevedono di entrare in possesso di tutte le somme percepite dai detenuti in debito col fisco, guadagnati col loro lavoro fuori o dentro le strutture carcerarie.
Si parla di una montagna di soldi, estorti nel modo più vile, che fanno gola ad Equitalia che vedrà così ingrassare i suoi affari.

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