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Archivio della categoria: Tematiche

Ma-la sanità nel Carcere di Monza?

Il passaggio dalla gestione della Medicina Penitenziaria al Servizio
Sanitario Nazionale, venduto come miglioramento per i detenuti e per la
loro salute, si è rivelato fallimentare oltre che creatore di divari tra
le differenti regioni, province e comuni, aumentando gli squilibri tra
territori.
Il numero dei problemi sanitari è aumentato e i medici sono diminuiti,
si parla di presenze di poche ore al giorno da parte di specialisti.
La privatizzazione della sanità colpisce sia dentro che fuori le mura.
Se già per un “libero” cittadino i tempi di attesa sono lunghissimi,
figuriamoci per una persona reclusa, e questo quando c’è un medico che
possa seguirti, dato che uno dei problemi maggiori è anche la carenza di
personale specializzato all’interno delle sezioni.
Attese estenuanti per patologie sia gravi che non, si traducono in un
aumento di disagi fisici e psicologici che rischiano di protrarsi anche
quando il detenuto viene liberato, oltre che i casi delle cosiddette
“morti da accertare” della quale le responsabilità maggiori sono da
attribuire alla malasanità penitenziaria.
I media locali danno solo spazio ai piagnistei delle guardie e dei loro
sindacati mentre il detenuto non ha voce in capitolo, se si eccettuano
rari tentativi malriusciti.

25 aprile contro i CPR corteo a Modena

BASTA LAGER DI STATO

25 APRILE CONTRO IL RAZZISMO E CONTRO I FASCISTI

Se lo Stato avanza la libertà recede.

Lo Stato avanza chiudendo i porti, respingendo alla frontiera chi emigra e finanziando i lager libici, aumentando la ricattabilità degli sfruttati (stranieri o italiani che siano), inasprendo la repressione verso marginali e ribelli, rafforzando i poteri di polizia, allargando e diffondendo sul territorio galere e zone detentive d’eccezione. Lo Stato costruisce consenso intorno a un clima di rancore e paura, garantendo lauti profitti a chi finanzia e gestisce le strutture di controllo.

I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), campi detentivi per emigranti, sono l’espressione più brutale di questo avanzamento: migliaia di persone considerate irregolari saranno internate nei lager di Stato in attesa della deportazione nei presunti luoghi d’origine. L’Europa li ha chiesti, il PD li ha creati e la Lega li riempirà: non c’è governo che si salvi.

Il CPR così come le deportazioni rimangono gli strumenti centrali di deterrenza per le persone emigranti. È l’ultimo anello di un sistema di controllo, sfruttamento e messa a valore degli individui che passa attraverso il costante ricatto dei documenti, le forme di disciplinamento del sistema d’accoglienza e le forme di lavoro gratuito, propagandato dietro false promesse.

A Modena l’ex CIE diverrà il CPR per l’Emilia-Romagna, una struttura già nota per la durezza dei trattamenti riservata agli internati, da questi ultimi definita “peggio della galera” e da essi stessi chiusa a suon di rivolte nel 2013.

È necessario contrastare questa ennesima espressione del razzismo di Stato e ricordare a chi governa che ancora una volta simili strutture troveranno opposizione. Se le nostre condizioni sono miserabili e le nostre libertà sempre più limitate è perché c’è chi, sotto di noi, subisce sfruttamento e privazione della libertà in modo ancora peggiore.

Ci opponiamo ai CPR perché:

SONO ESPRESSIONE DELLA SVOLTA AUTORITARIA

attuata dagli ultimi governi e tesa a colpire chi sta ai margini, chi non si adegua o chi si ribella, avvisaglie di un vero e proprio Stato di polizia.

RENDONO CHIUNQUE PIÙ RICATTABILE

La minaccia dell’espulsione porta ad accettare anche le peggiori condizioni pur di mantenere il lavoro necessario per il rilascio dei documenti, producendo un generale peggioramento delle condizioni lavorative e di vita di tutti.

DIFFONDONO XENOFOBIA E RAZZISMO

Se chi emigra è trattato da nemico, la solidarietà fra sfruttati va in pezzi a tutto vantaggio di chi ci sfrutta e su ciò l’attuale governo continuerà a guadagnare consensi.

E se paura e rancore dilagano il neofascismo prolifera.

A Modena esso gode di luoghi sicuri, come “Terra dei Padri”, dove i fascisti in camicia nera, l’altra faccia del razzismo di Stato, si preparano a venir fuori appena padroni e governanti lasceranno le briglie. Scendere in strada contro lo Stato di polizia significa scendere in strada anche contro i suoi fiancheggiatori.

Scendiamo in strada il 25 aprile contro tutto ciò.

Solidali con chi è prigioniero perché ha lottato e si è ribellato contro tutto ciò.

OPPORSI AI LAGER DI STATO!

OPPORSI AL RAZZISMO E ALLO STATO DI POLIZIA!

OPPORSI AI FASCISTI!

CONTINUARE A LOTTARE!

PIAZZA DELLA POMPOSA – MODENA – H. 15:00

Risarcimento ai familiari del detenuto suicida

La Corte di Cassazione con sentenza n.30985 del 30/11/2018, ha stabilito che ai familiari del detenuto suicida che aveva manifestato il proprio intento, qualora l’amministrazione penitenziaria non abbia posto in essere tutte le misure idonee a prevenire l’evento, spetta un risarcimento. E’ il caso di un uomo detenuto per presunta violenza sessuale che si è tolto la vita impiccandosi quando già aveva palesato l’intenzione del suo gesto e che, nonostante questo, non era stato sottoposto a regime di vigilanza più stretto. Ai suoi familiari, che si sono rivolti al Tribunale di Catanzaro, spetterebbero quasi 200.000 euro. La Corte di Cassazione, ribaltando l’esito dell’udienza d’appello, ha riconosciuto la responsabilità dell’amministrazione penitenziaria dal momento che non si era mossa per stabilire lo stato psichico del detenuto dal momento che, all’ingresso in carcere, non erano presenti né l’educatore, né lo psicologo. Inoltre l’isolamento in cella, contrario alle disposizioni del PM, ne avrebbe favorito il suicidio. La presenza di altri detenuti avrebbe certamente impedito o almeno reso più arduo il compimento di tale gesto.

Il nuovo ordinamento penitenziario

Ecco a seguire il testo dei tre decreti legislativi che portano dei cambiamenti, alcuni sostanziali, all’attuale ordinamento penitenziario.

DECRETO LEGISLATIVO 2 ottobre 2018, n. 121

DECRETO LEGISLATIVO 2 ottobre 2018, n. 123

DECRETO LEGISLATIVO 2 ottobre 2018, n. 124

 

 

Dichiarazione di Davide Delogu in tribunale

Davide è tornato nella sua Sardegna. Non da uomo libero. Sta venendo processato per un suo tentativo di evasione dal carcere cagliaritano di Buoncammino per cui ha subito il trasferimento nel carcere siculo di Augusta. Durante l’udienza del 10 di ottobre ha letto una sua dichiarazione molto esatta che ora vi proponiamo

Dichiarazione di Davide Delogu letta in aula il 10 ottobre 2018
Processo per le lotte del 2013 al carcere di Buoncammino di Cagliari

Come si sa, inizialmente questo processo è stato bloccato per un anno dal DAP, tentando (fallendo) di imporlo in videoconferenza, abusando l’utilizzo di tale “misura di emergenza” per incatenarmi nel ruolo di ostaggio inerme da una tecnologia insidiosa e prevaricatrice, per fiaccare la volontà del detenuto come strumento per depersonalizzarlo, per chi non resiste, prenderlo per sfinimento, isolarlo dal proprio contesto affettivo e solidale, per far tacere nella rassegnazione la tensione refrattaria e, in particolare, la lotta contro il carcere, realtà invece che non ha mai cessato di esistere-resistere, nonostante tutto. Sono le stesse “misure emergenziali” con cui vengo ingabbiato nelle cloache penitenziarie della Sicilia da anni (deportato come conseguenza repressiva alle lotte intraprese nel carcere di Buoncammino) con l’applicazione di regimi differenziati, tra i quali l’estremizzazione dell’isolamento 14 bis, attuate con arbitrarie, feroci, perverse metodiche sioniste, per abbattere moralmente e fisicamente il detenuto, e, con esso, quella lotta originaria, che non sono riusciti tuttavia a fermare, essendo un’individualità viva, incorreggibile/indomabile e non soggetto ad alienazione/annichilimento carcerario, alimentando invece più rabbia, disprezzo e determinazione nell’affrontare combattendo la tortura bianca degli isolamenti continui e totali in questione, ma anche del carcere in generale, quale strumento vendicativo dello stato, con cui pianifica e sperimenta sulla nostra pelle di dannati, l’evoluzione repressiva sull’ideologia della manipolazione dell’identità e sull’appiattimento delle menti e degli istinti, all’interno di un vivere subumano, da automa, per il mantenimento non solo del potere carcerario (che si più colpire quando si vuole) ma dell’intero dominio imperialistico-capitalista di civilizzazione del sistema di cose esistenti nella società e in tutto ciò che vi è attorno. Dunque la galera è evidente non è un argomento slegato dal contesto sociale che lo genera.
Noi detenuti siamo quella parte di sfruttati, brutalizzati e lasciati in cattività, a cui l’unica cosa che viene garantita è la sottomissione ad un’esistenza miserabile! Lo scenario tra dentro e fuori non cambia, giacché il mercato che subiscono oppressi e sfruttati è indispensabile al sistema securitario dello stato colonialista, affinché tutto si debba mantenere nell’ambito di compatibilità rispetto agli interessi dei padroni, e quando si verificano delle rotture, delle contrapposizioni ad essi, si intensifica l’attacco preventivato della macchina repressiva, così dentro, così fuori. Fatto questo, che non ci ha comunque impedito, a noi detenuti del carcere dell’ex Buoncammino, di mettere questo meccanismo in discussione. Tra maggio e giugno 2013 si erano succeduti nella galera ottocentesca di Cagliari diversi scioperi collettivi (slegati dai radicali di Pannella come è invece stato millantato in quest’aula) del vitto e dell’aria in particolare, ma anche brevi scioperi della spesa e di protesta contro l’oligarchia dell’aria educativa, tutto supportato da continue battiture, le prime due sottoscritte anche da centinaia di detenuti, contro le condizioni disumane e inaccettabili in cui versava la galera, rivendicando migliorie detentive, l’abrogazione di leggi aberranti come l’ergastolo e il 41bis, l’applicazione di una forte amnistia generalizzata, per diffondere la coesione nella lotta con detenuti di altre galere e per sostenere e divulgare la manifestazione nazionale che si svolse a Parma: contro il carcere, la differenziazione, il 41 bis, l’isolamento, in appoggio alla lotta di tutti i prigionieri, indetta dall’ “assemblea di lotta uniti contro la repressione” a cui abbiamo dato il nostro contributo. Come spesso accade, quando si arrivano a realizzare forme di lotta collettive in carcere, coi rapporti di forza messi in campo, l’autorità carceraria (ma anche fuori), qualora non vengano represse nell’immediato, cerca di amministrarle all’interno della gabbia istituzionale, per cadere nella trappola del compromesso, delle strumentalizzazioni, per evitare l’autodeterminazione del corpo detenuto in agitazione, con la minaccia/ricatto sull’utilizzo dell’isolamento, dei trasferimenti punitivi, della perdita dei benefici, della ricerca obbligata del “promotore”, per l’applicazione indegna del 14 bis etc. etc. … Ma noi non abbiamo ceduto a questa logica del premio/castigo, rifiutandoci di farci “gestire” come fantocci, dando così vita ad un ciclo di lotte che non si vedeva da anni all’interno della galera. Eravamo tutti carichi! Dopo 20 giorni di  confronto dallo sciopero del vitto intraprendemmo quello dell’aria, rifiutandoci di recarci, ammassati come “bestiame umano” nei luoghi angusti adibiti a “passeggi”. La direzione del carcere non stette a guardare inerme e attuò lo stesso giorno una repressione anti sciopero, devastando le celle occupate dai detenuti che firmarono il documento di adesione con una perquisizione straordinaria. è in quell’occasione che presero degli oggetti che mi appartenevano (1 coltello, 1 fune, capelli d’angelo) con cui è stata formulata l’accusa deviazionista (tentata evasione) per cui sono stato chiamato a processo, che vuole oscurare e mascherare quella che è stata una realtà di lotta che stava lanciando semi di ribellione e che doveva essere stroncata sul nascere. Quindi, i carcerieri per prima cosa miravano a colpire l’anarchico ribelle (e poi non solo) per la tenacia con cui si portavano avanti le iniziative che prendevano corpo in un contesto più generale, sia fuori con interventi di solidali, sia con le proteste in altre prigioni e anche perché non ho voluto mai subire, ma ho sempre affrontato a konka arta la tirannia con cui ti impongono di barattare la dignità con l’obbedienza all’interno di umilianti e bestiali condizioni galeotte. Nel concreto, oggi si vuole processare la determinazione di un detenuto in lotta che non si piega e non si rassegna alla sbarrocrazia vigente, al meccanismo gerarchizzato di sfruttamento dietro le sbarre, poiché non sono ricattabile con la vostra “merce”, con le vostre punizioni, i vostri compromessi, le vostre ipocrite illusioni. Ma nel periodo in questione a Buoncammino si respirava aria di rivolta, considerando l’inefficacia che hanno avuto gli scioperi pacifici. Ecco, dunque, che arrivò il 9 luglio 2013, giorno in cui esplose una ribellione collettiva, iniziata con detenuti barricati dentro le celle, sabotaggio dell’impianto elettrico delle sezioni, detonazione di decine di bombe di gas artigianali fuori e dentro le sezioni, nel frattempo le guardie scapparono da queste ultime, vi fu un lancio di lenzuola e suppellettili che ardevano, celle mezze distrutte e fuoco alle finestre per richiamare l’attenzione all’esterno anche con degli striscioni posizionati dove accorrevano nel piazzale antistante il muro di cinta parenti, solidali in supporto e la presenza dei giornalisti pretesa dai detenuti. La violenza carceraria non si fece attendere, con isolamenti, trasferimenti punitivi e il pestaggio di un barricato che tentò di impiccarsi nel carcere punitivo in cui approdò, considerata pure la “calorosa” accoglienza riservatagli. *** Si è dunque ancora repressa, punita, la dignità umana che si sollevò con rabbia in un sussulto di rivolta, purtroppo non manifestata nella più ampia potenza distruttiva! Io venni deportato nel lager di Palermo e introdotto nel regime di tortura del 14bis, uno strumento vessatorio, vendicativo e di annichilamento nei confronti di chi non si mantiene addomesticato, non si vuole abbandonare alla rassegnazione e non si genuflette di fronte alla prepotenza aguzzina e alla stessa funzione classista del carcere, dove lo stato opera nei confronti del detenuto la sua eliminazione organizzata, con l’estrema violenza dell’isolamento nell’isolamento, tramite restrizioni maniacali, condizioni brutali di sadismo psicopatico di controllo dei carcerieri, l’assoluta privazione di qualsiasi rapportazione umana all’interno di un accanito potere arbitrario abusato da ogni amministrazione penitenziaria, illimitatamente prorogabile. Tutto è concepito per annientare! Perciò la ribellione contro questo funzionamento egemone è diventata come l’ossigeno che si respira, praticando svariate forme di lotta permanente, portando al fallimento delle intenzioni dell’oppressione carceraria. L’istituzione delle sbarre ci vorrebbe ridurre tutti quanti a burattini consenzienti, tramite le loro miserie e i loro metodi, annullando la dignità del detenuto e stuprandolo dell’integrità fisica, dell’affettività, della sessualità, per assuefarlo all’ideologia sbirrocratica in modo da abituarci a diventare servi e succubi di un genocidio di stato perpetrato impunemente nelle patrie galere, come parte di un progetto di sterminio del mattatoio democratico, collegato per un più esteso e sofisticato mantenimento dell’attuale ordine sociale con cui avanzava e si affina l’evoluzione di insediamento ed espansione del controllo repressivo. Il carcere col suo impianto differenziante come laboratorio della carcerizzazione applicata nelle forme e nei metodi per l’edificazione di una più ampia oppressione della società. L’esportazione del modello carcerario per una più alienante prigione a cielo aperto, in cui vengono radialmente alterate le condizioni della vita umana (del pianeta) al fine di provocarne un surrogato attraverso un sistema poliziesco – digitale – tecno/scientifico, realizzato sulla distruzione dei valori di libertà che ci sta costringendo a mutare in tutti gli aspetti dell’esistenza, come conseguenza alienante delle genti formalizzate dall'”etica” civilizzatrice e dal suo sfrenato collaborazionismo all'”integrazione”. E si potrà comprendere come ogni rinuncia all’attacco contro questa avanzata del dominio si pagherà a caro prezzo! Chiaramente, non sempre avviene come da programma di chi comanda, come è stato dimostrato da tanti percorsi individuali di detenuti e non, che non si apprendono mai! Quando si cercò di sviluppare le lotte nelle carceri italiane con le ultime mobilitazioni anti-carcerarie su appello del “coordinamento dei detenuti”, con l’appoggio di tante realtà all’esterno, non riuscimmo a strappare nulla al potere degli obiettivi rivendicati, però acquisimmo la fondamentale consapevolezza che “se basta volere fermamente una cosa per farla accadere” significa che certi metodi di lotta non si possono arenare, rimanendo solo quelli, senza attaccare materialmente la piovra detentiva, e perlomeno da parte mia, non vi fu quella presunzione di sostenere una sorta di “reclusoretariato” consapevole del proprio essere sfruttati, umiliati, seviziati e abusati alla mercé del dispotismo carcerario, considerando che i detenuti in linea di massima sono gli stessi componenti che fuori, come dentro, sostengono il sistema dei monopoli, al di là e al di qua delle leggi violate, ma il significato e la valutazione che ne uscì con veemenza è sempre quell’urgenza di affermare se stessi, partendo dalla propria rabbia, insofferenza e convinzione da mettere in campo, per sconfiggere la sottomissione agli interessi del sistema che a volte si confondono con i nostri, per assumerci il coraggio di riprenderci/ritrovare i nostri desideri, la nostra dignità e combattività, il rispetto di noi, per condurci ad atti di auto-liberazione dalle gabbie che sappiamo di avere dentro, con le reali forze esistenti, che sono di certo minoritarie rispetto alle forze del nemico, perciò la creatività può conferire alla minoranza combattiva un coefficiente di vigore esplosivo: la dinamite, che ha un valore insostituibile che non si discute. La chimica della distruzione si converte tra le mani in un’alchimia di liberazione, di vendetta contro l’ordine sociale. O ci faremo sopprimere lentamente insieme a tutto ciò che ci circonda, o sopprimeremo noi la megamacchina molto rapidamente nelle parti più vulnerabili, senza aspettare nulla. Non ci sono vie di mezzo! Da parte mia continuerò a seguire la mia istintività selvaggia, battendomi anche soprattutto nelle tenebre degli isolamenti, negando e rifiutando la brutalizzazione e il disciplinarmente che l’autorità carceraria pretende impormi sulla mia mente e il mio corpo, poiché sono soltanto io a decidere come affrontare la galera e lo faccio lottando dietro le sbarre, che è l’unica liberà rimasta a noi detenuti.

Nessuna sbarra è solida come sembra.

W chi le taglia, W chi le brucia, W chi le combatte.

Solidarietà refrattaria agli anarchic* imprigionati nelle sezioni blindate della AS e di altri regimi dello
stato italiano e agli anarchic* in galera negli altri stati. Saluti gioiosi a quegli anarchic* anonim* che
fuori anche in diversi stati attaccano direttamente i settori della civilizzazione più infame, in solidarietà
ai prigionier* anarchic*, riempiendo di forza l’immaginazione guerrigliera.
Sempri innantis per la libertà di ogni giorno!

Deportatu Anarkiku Sardu Impresonau
Davide Delogu

*** Davide fa riferimento a un ragazzo trasferito al carcere S.Daniele a Lanusei, che ha tentato di
impiccarsi nella sua cella. Il trasferimento è avvenuto in maniera coatta dopo la rivolta al carcere del
Buoncammino, alla quale questo ragazzo aveva preso parte, urlando dalla finestra della sua cella tutte
le ingiustizie che gli erano capitate in quel carcere.

https://cordatesa.noblogs.org/post/2013/07/18/tenta-il-suicidio-il-detenuto-che-guido-la-rivolta-a-cagliari-salvato/

Ecco il nuovo decreto “sicurezza”

Un sorriso a 36 denti sfoggia Salvini. A 72 se si considera anche quello del premier Conte quando assieme presentano il frutto della loro politica forcaiola e razzista: il nuovo decreto sicurezza. Un poco diverso ma non troppo da quella linea tracciata dall’allora primo ministro Minniti: “dagli al migrante e a chi gli è solidale”. Non a caso è stato proprio Minniti a iniziare questa pratica inedita mai vista prima in Italia, cioè perseguire con ogni mezzo le organizzazioni che soccorrono i migranti in mare tanto che, e la dice lunga su quali siano oggi i valori in questa Europa Unita, una nave di soccorso con un carico di profughi a bordo deve farsi un bel po’ di miglia nautiche prima di trovare un porto disposto ad accoglierli. E a quelli che ne sono scesi con i loro carichi di esperienze drammatiche cosa mai gli si potrà dire? Tanti di loro sono partiti dai luoghi di origine poco più che ragazzi e a caro prezzo sono diventati troppo presto adulti. A quelle ragazze segregate in Libia per mesi e per otto mesi rinchiuse senza vedere la luce del giorno, otto lunghissimi mesi, cosa le diremo? Le diremo che noi non siamo molto diversi da chi le ha torturate, da chi ha rinchiuso quei corpi in lager nel deserto alla mercede di aguzzini senza scrupoli, siamo della stessa amalgama di odio e indifferenza, siamo vigliacchi che si avventano sugli ultimi. Nemmeno il corpo di un bambino che galleggia accanto a quello della madre ci scuote. Non vediamo niente. Non sentiamo niente. Solo le menzogne e le cattiverie di ci governa e che ci riportano ad un passato ormai troppo presente. Peccato che chi ci governa lo abbiamo scelto noi.
Può essere abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, dice il decreto. E’ più selettivo il rilascio ed affida a sei permessi speciali la tutela del richiedente asilo che deve essere vittima di grave sfruttamento, o per motivi di salute, violenza domestica, calamità nel paese di origine, cure mediche o atti di particolare valore civile. Possibilità di revoca della protezione internazionale a fronte di una condanna di primo grado. Possibilità di revoca anche della cittadinanza per le condanne in definitivo per reati di terrorismo. Modifica del sistema di accoglienza con i centri per l’integrazione e l’inclusione sociale destinati ai soli minori non accompagnati e ai titolari di protezione internazionale. Per tutti gli altri la discarica dei centri per i rimpatri in cui raddoppia la permanenza massima da tre a sei mesi. Aumento dei fondi per l’applicazione delle espulsioni. Ai condannati per terrorismo in via definitiva divieto di partecipare a eventi sportivi, con “daspo urbano” anche per le aree come presidi sanitari, fiere, mercati, luoghi pubblici. Taser in dotazione anche alla polizia municipale in comuni con più di cento mila abitanti. Vengono inasprite le sanzioni rispetto le occupazioni abusive con pena fino a quattro anni per chi le organizza e le promuove.

Statistiche aggiornate a settembre 2018

Facciamo il punto della situazione al 30 settembre 2018 e spulciamo i dati statistici forniti dal Ministero della Giustizia. Ad oggi abbiamo 59.275 persone detenute negli istituti italiani, un terzo (cioè 20.098) sono stranieri. Le donne sono 2.556. Prima per presenze si colloca la Lombardia con 8.439 reclusi, seguita dalla Campania con 7.515, dalla Sicilia con 6.413, poi in ordine dal Lazio, dal Piemonte e dalla Puglia. Settima troviamo la nostra regione con 3.584 prigionieri, al quarto posto per presenza femminile con 166 recluse ma tra i primi posti per percentuale di popolazione detenuta straniera rispetto il totale. Infatti più del doppio dei detenuti non è italiano.
Ma vediamo in dettaglio la nostra regione: nella C.C. di Bologna vi sono 806 prigionieri a fronte di una capienza regolamentare di 500. 82 sono le donne e 449 gli stranieri, cioè il 55% circa. Segue Parma con 580 detenuti rispetto i 467 consentiti ma “solo” il 35% non è italiano anche dovuto al fatto che vi si trova la sezione a regime di 41bis, dove la maggior parte dei detenuti è di nazionalità italiana. Terze con 477 prigionieri sono Modena e Piacenza che vantano però il primato regionale di presenza straniera con ben il 65% della popolazione. La scolarizzazione dei detenuti emiliano-romagnoli è in linea con il resto del Paese: la stragrande maggioranza si è fermato alla terza media, seguito da chi non è andato oltre la quinta elementare e al terzo posto troviamo invece chi ha conseguito un diploma.
Rispetto un anno fa il trend è di una popolazione carceraria in crescita: ad oggi 59.275 persone rispetto le 57.994 di fine ottobre 2017.
Nel 2018 i reati commessi sono stati per la maggior parte contro il patrimonio (il 25% dei detenuti), contro la persona (il 17%) e inerenti la legge sulle droghe (il 15%). Bè, un quadro nei dettagli già atteso e ripetitivo rispetto gli anni passati, se non per il numero di popolazione detenuta che può variare secondo decreti “svuota-carceri” emessi piuttosto che giri di vite più repressivi relativi a sicurezza, immigrazione o pene alternative al carcere.
Ultima e forse più triste statistica, i bambini detenuti assieme le madri quest’anno sono 62 a cui vanno tolti la piccola Faith di 7 mesi e suo fratello Divine di 19 mesi, uccisi il 18 settembre dalla madre detenuta nel carcere romano di Rebibbia.
La lettura dei dati statistici forniti dal ministero è importante poiché ci aiuta a conoscere un fenomeno sociale così vasto e complesso come l’universo carcerario e ci dà modo di fare delle previsioni per i tempi che seguiranno. Per ulteriori approfondimenti potete informarvi direttamente sul sito del Ministero.

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page

Puntata del 6 ottobre 2018

Il carcere è blindato

Sono state approvate le modifiche all’ordinamento penitenziario in consiglio dei ministri giovedì 27 settembre e, come annunciato anche dagli stessi relatori, si va in una direzione decisamente opposta rispetto le linee tracciate dal precedente guardasigilli Orlando. Da una parte si vuole migliorare (almeno a parole) la situazione della salute in carcere, sia sotto l’aspetto medico che sotto l’aspetto di più spazi e maggiori ore d’aria. Questo in odore dei richiami della corte europea in materia dei diritti dei detenuti e per arginare la valanga di azioni legali intraprese da ex-prigionieri che denunciano un trattamento inumano subito in cella. Dall’altra parte si vuole sprangare i portoni degli istituti di pena rendendo sempre più arduo uscirne ottenendo benefici e misure alternative al carcere, rendendo più difficile il lavoro di volontari e associazioni, abbandonando il dibattito sul diritto all’affettività, alle misure alternative finalizzate alla tutela del rapporto tra detenute e figli minori. Insomma per tutta quella fetta di società che vive la quotidianità del carcere, ciascuno con le sue problematiche ed esigenze, sembra dunque un arretramento di tutta una serie di dispositivi e automatismi che dovrebbero altre sì garantire un minimo di speranza e reinserimento della popolazione detenuta.
Si parla della possibilità di ricevere trattamenti sanitari a proprie spese, addirittura interventi chirurgici in reparti interni agli istituti. Si parla di maggiori garanzie verso la popolazione straniera con l’inserimento di diete rispettose dei diversi credi religiosi e la presenza di mediatori ed interpreti. Si parla di maggiori tutele per coloro che sono più esposti per il loro orientamento sessuale a soprusi e maltrattamenti. Si parla di maggiori attenzione alle richieste di trasferimento in carceri più vicini alle famiglie dei reclusi. Si parla di aumento del minimo di ore che i prigionieri possono passare all’aperto. Si parla di lavoro e si autorizzano le amministrazioni degli istituti a stipulare direttamente accordi con le aziende esterne. A questo ovviamente sono esclusi i condannati per reati legati all’articolo 4 bis.
Si parla insomma di un carcere nuovo, più moderno, più attento ai diritti di chi è rinchiuso (e soprattutto ai richiami della corte europea) ma che comunque, da lì, è sempre più difficile uscirne. C’è il dubbio che rimanga tutto, come accade sempre in Italia in tema diritti, soltanto sulla carta.

Il taser in Italia

Anche dopo l’approvazione del decreto sicurezza, resta viva la battaglia del sottosegretario alla giustizia, il leghista Jacopo Morrone, che si eccita all’idea che il taser sia tra le dotazioni in forze alla polizia penitenziaria. Non serve elencare gli innumerevoli decessi causati dall’utilizzo della pistola elettrica in uso alle forze di sicurezza di alcuni paesi del mondo, ricordati anche da diverse organizzazioni internazionali. In un delirio psicotico di consensi elettorali; in una situazione esplosiva di sovraffollamento carcerario, dove regnano arroganza e indifferenza delle istituzioni; dove il confine che separa vittime da carnefici è fin troppo sottile; dove un immigrato ha più probabilità di finire in prigione rispetto un italiano; dove intolleranza, razzismo ed emarginazione la fanno da padroni, ci mancava solo questo fottuto taser.
Se in cella hai un diritto te lo devi difendere con le unghie e con i denti, specialmente se ti trovi in una fabbrica di violenza e soprusi che è un carcere italiano, e credere a giornalisti-sciacalli o ad assurdità di sindacati di polizia che, invece di parlare di una popolazione emarginata che non vuole soccombere nel buio e rivendica invece dei diritti, elenca una serie di fantomatiche aggressioni ai danni degli operatori in divisa così da scandalizzare tanto il cittadino preoccupato.
Si può intuire invece che, in uno stato come l’Italia dove la polizia non è certo “democratica” e come hanno dimostrato i casi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi dove ci sono voluti troppi anni ciascuno prima di cominciare ad odorare un po’ di giustizia, che sono riusciti a bucare quel muro di gomma che lascia impuniti i reati degli uomini in divisa, un’arma come il taser possa essere aggiunta all’elenco degli strumenti di tortura. Perché in questo caso non bisogna guardare alle esercitazioni del personale di polizia, o alla gestione dell’ordine pubblico, o all’utilizzo di quest’arma in strada alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, bensì bisogna aspettare il tramonto, quando i cittadini si preparano ad andare a letto e nessuno è lì a vedere, nei turni annoiati delle pattuglie notturne, in quei commissariati e caserme non meno degradati delle periferie che li circondano, in quel miasma di razzismo che avvolge tutte le istituzioni. E’ lì che si sono sempre registrati il maggior numero di casi di abusi e torture.
Il taser quindi non porterà di certo più sicurezza, ora nessuno di noi dorme sonni tranquilli solo perché la polizia ha con sé la pistola elettrica, ma metterà troppe persone, soprattutto sempre le più fragili ed emarginate, esposte a gravi rischi.

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