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Archivio della categoria: Scrivere ai detenuti

Buttamedi Roberto

Casa Circondariale Brescia Canton Mombello
Via Spalto S. Marco, 20
25100 Brescia (BS)

 

Militante anarchico arrestato in Trentino il 19/02/2019 nell’Operazione Renata assieme ad altri sette compagni.

Ruggeri Silvia

Altoè Daniele

Attivista arrestato il 19 aprile 2020 a Torino, quando, per difendere dal brutale arresto due immigrati raggiunti dalle forze di Polizia davanti l’ingresso di uno spazio occupato in Corso Giulio Cesare, si sono vissuti momenti di tensione in seguito alle provocazioni degli agenti giunti sul posto. E’ accusato di favoreggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Assieme a lui sono stati arrestati anche altri 3 attivisti: Giordana Laera, Maria Francesca Giordano, Samuele Cattini.

Pasquale de Feo

Dal carcere di Massama (Oristano) è uscito un libro

“Ciao compagni, vi mando la locandina del libro che è uscito in questi giorni. Non si perda la memoria di questa pagina buia del paese, in modo che non venga manipolata la storia da parte dello Stato.

“Le Cayenne italiane – Piano e Asinara: il regime di tortura del 41bis”

Il libro è composto da un’ampia introduzione e da una nota autobiografica di Pasquale De Feo che ha avuto anche l’idea di dedicare questa speciale edizione alle violenze avvenute a Pianosa e all’Asinara (1992/2001). Su queste torture scrivono soprattutto i detenuti che le hanno provate sulla propria pelle, ma anche i loro parenti, magistrati, avvocati e uomini politici.…

Chi vuole avere una o più copie di questo libro scriva a: Associazione Liberarsi – Casella Postale 30 – 50012 Grassina (Firenze). Chi può mandi 10 euro sul c/c postale 92826684 intestato a:

Associazione Liberarsi Firenze.

Un abbraccio a voi tutti con sincero affetto Pasquale.

24 agosto 2016

Lettera dal carcere di Parma

Cari amici,
mi chiamo De Feo Pasquale sono in carcere a Parma. Sto scontando l’ergastolo da tantissimi anni: sono entrato in carcere che ero un ragazzo e ora viaggio verso i 50 anni. Sono nato e cresciuto in provincia di Salerno. Ho girato molti carceri e da 15 anni giro nei vari gironi infernali degli speciali.
Attualmente sono da 4 mesi sottoposto al regime di tortura del 14 bis con la motivazione: “ha turbato l’ordine costituito”. Solo per avere reclamato i miei diritti mi hanno punito sottoponendomi a questo regime infame. Inizio a parlare dell’ergastolo perchè è la ferita che più sanguina: l’ergastolo è una pena di morte diluita nel tempo.
Questo era molto chiaro ai compilatori del codice penale francese del 28 settembre del 1791 che pur prevedendo la pena di morte avevano abolito l’ergastolo perchè ritenuto peggiore della pena capitale. L’ergastolo è disumano, illegittimo, inaccettabile. E’ solo legittimato in nome di una pretesa superiore ed inevitabile ragion di Stato della nostra presunta “moderna democrazia”.
Credo che già sapete che il 1° di dicembre tutti gli ergastolani protesteremo con uno sciopero della fame per l’abolizione dell’ergastolo e contiamo che buona parte della società esterna digiuna qualche giorno insieme a noi. (Si può avere un ampia documentazione andando sul sito www.informacarcere.it nella sezione “mai dire mai”).
La nostra idea folle è che dietro questo progetto nasca un movimento di centomila persone (ovviamente anche grazie ai nostri familiari) che appoggiano un gruppo di ergastolani così che qualche partito capisca che con l’abolizione dell’ergastolo i voti non li perde ma li guadagna. Dove vogliamo arrivare? Non pretendiamo che facendo lo sciopero della fame aboliscano l’ergastolo ma pretendiamo che siano rispettate le regole dello Stato di diritto e della democrazia. Da un importante partito che sta sostenendo questo governo sono stati presentati due disegni di legge, uno alla camera ed uno al senato, ebbene vogliamo che siano discussi.
Non sono mai stato in regime di art.90, che fu abrogato nel 1986. Nel 1992 mi fu applicato l’art. 41 bis e trasferito all’isola dell’Asinara. Quelli furono tempi duri, un vero e proprio lager anche il cibo e l’acqua erano
insufficienti e con il caldo soffrivamo persino la sete. Incredibilmente, dato che al peggio non c’era mai fine, ci consolavamo pensando che nel carcere dell’isola della Pianosa i nostri compagni stavano peggio di noi
perchè prendevano botte tutti i giorni. Infatti, nel 1998/99 la commissione per la prevenzione della tortura non condannò l’Italia per un solo voto: Luigi Manconi, deputato di quella legislatura e attuale sottosegretario alla Giustizia, dichiarò: “Moralmente l’Italia è stata condannata. A Pianosa sono sicuramente successe
cose gravissime”.
Non si sbagliava, c’era mio fratello e mi ha raccontato in che abisso di barbarie vivevano. Il regime del 41 bis è un regime indegno di un paese civile, una tortura “democratica”, censurato anche dalla Commissione Europea dei diritti
dell’uomo.
Il regime del 41 bis è stato fatto diventare un totem, come se fosse la soluzione a tutti i problemi d’Italia, ma lo Stato, con questa repressione barbara, inumana e inaccettabile per la “patria del diritto”, dovrebbe spiegare cosa hanno risolto dal 1992 ad oggi? Ormai è diventato anche un business, pertanto l’interesse sulla carne umana non può essere toccato. Ma questo non è tutto, quando il tribunale di sorveglianza o in rari casi il ministero della giustizia revoca il 41 bis, si viene trasferiti nelle sezioni a regime e.i.v. (Elevato indice di vigilanza). In questo modo si cade dalla padella alla brace, perchè il regime e.i.v. è uguale al 41 bis, tranne per alcune cose come il colloquio senza vetro e il numero di colloqui che da uno al mese passano a 4 mensili. Riguardo alla vivibilità dipende dagli umori dei vari direttori di turno.
In certi carceri il regime e.i.v. è peggio del 41 bis.
In tutti e due i regimi l’accesso ai benefici è praticamente impossibile. Mentre il regime del 41 bis ha tutela giurisdizionale, con l’e.i.v. non puoi rivolgerti da nessuna parte perchè è un atto amministrativo penitenziario,
pertanto sogetto all’arbitrio dell’amministrazione penitenziaria, insomma: una sorta di ergastolo in bianco.
Come recita la circolare DAP 9 luglio 1998 n. 3479/5929 il regime e.i.v. è una continuazione storica dell’art. 90, ma nell’insieme tutto è lasciato alla discrezionalità delle direzione e la vivibilità viene ristretta e limitata secondo il loro arbitrio, con situazioni paradossali e di cecità che sfocia in alcuni casi nella cattiveria gratuita. Il ministero della giustizia conosce la situazione, ma non interviene, lo fa solo in rari casi di proteste e scioperi collettivi. Normalmente sfrutta questa situazione con il metodo del bastone e la carota: se ti adatti, ti lasciano tranquillo, in caso contrario ti mandano in un carcere che “interpreta” arbitrariamente i diritti dei detenuti.
Il governo dei carceri è come il doppio consolato dell’antica repubblica romana: il direttore e il comandante della polizia penitenziaria comandano insieme. L’uno senza l’altro non possono prendere decisioni incisive e quindi sono
costretti a scendere a compromesso, ciò comporta la restrizione e la limitazione nei confronti dei detenuti: i doveri ci sono tutti ma i diritti diventano concessioni. I detenuti nel constatare che i responsabili del governo dei carceri non rispettano le loro regole e le infrangono senza remore, sicuri della loro immunità, metabolizzano che il potere può tutto. Questo comporta non un insegnamento delle regole ma una scuola criminale che diventa odio e rabbia verso la Stato. In questo modo, non si rende un buon servizio alla società, perchè un giorno questi detenuti finiranno di scontare la pena e molti scaricheranno l’odio e la rabbia, derivati dalle ingiustizie e dalle frustrazioni subite, sulla società.
L’articolo 41 bis mi fu revocato nel 1996 dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari, all’epoca si veniva allocati nel regime A.S., due anni dopo nel 1998 fu emanata la circolare e.i.v.. L’A.S. (alta sorveglianza) è una sorta di scatola cinese perchè ogni carcere decide come gli pare. Questo regime viene applicato in base ai reati dell’art. 4
bis. Quando si finisce di scontare il reato ostativo dell’art 4 bis, ci sono carceri che declassificano automaticamente, altri no. Purtroppo c’è un’ottusa burocrazia dell’amministrazione penitenziaria che dispoticamente impera.
In questi regimi non esiste nessuna forma di recupero, la riabilitazione consiste ad adattarsi alle regole imposte, in caso contrario si è pericolosi perchè si è destabilizzatori, sobillatori e facinorosi. Chi non si adatta alle regole delle singole direzioni e chiede i propri diritti per educare gli altri detenuti gli viene applicato il 14 bis.
La direzione propone e il ministero burocraticamente firma l’autorizzazione.
Il regime 14 bis restringe ancora di più la vivibilità: si viene esclusi da qualsiasi attività in comune, tolgono lo specchio per farti sentire un ombra, ti tolgono il fornello e la macchinetta del caffè, come se ti facessi un caffè
al giorno può essere pericoloso.  Ti censurano la posta per toglierti la solidarietà esterna e l’intimità dei
tuoi sentimenti. Il regime 14 bis è un arma nelle mani del direttore per minacciarti e farti diventare un suo schiavo per meglio governare il suo carcere.
La commissione dei diritti dell’uomo a gennaio 2006 ha emanato una sentenza che condanna l’Italia per i regimi di e.i.v. e il regime 41 bis: è passato un anno e mezzo e gli organi competenti non hanno fatto niente.
Alcuni mesi fa il senatore Fosco Giannini ha presentato un’interrogazione parlamentare sul regime e.i.v. ma anche la parte buona della politica nulla può contro l’illegalismo del sistema penitenziario. Purtroppo non esiste nessuna forma di controllo e di intervento reale sul sistema penitenziario, governato da un potere apparato burocratico che agisce in modo assolutamente discrezionale e illegale (in violazione delle norme e delle leggi) costituito dalla direzione del DAP e dalle singole direzioni penitenziarie, nonchè dalla piramide di comando della polizia penitenziaria.
Mentre la politica non si interroga della condizione dei detenuti e delle carceri, i detenuti che osano denunciare carenze, abusi e vessazioni subiscono la dura vendetta delle direzioni e del DAP.
La pena secondo la costituzione non deve essere nè afflittiva nè vendicativa invece continua a essere la vendetta dei forti.

Carcere di Parma. Settembre 2007
Pasquale De Feo.

 

controllato il 3/12/2019

Claudio Perrone

  • Lettera di Claudio dal Mammagialla di Viterbo - È Ora di Liberarsi dalle Galere (OLGa) olga2005@autistici.org – http://www.autprol.org/olga/ Lettera dal carcere di Viterbo Ciao carissimi amici e compagni/i, mi diletto a farvi sapere cosa succede qui a Viterbo, e quello che ho letto sull’opuscolo è veramente brutto che al giorno d’oggi e specialmente nel nostro paese: anzi in Italia, ci sono tanti problemi, ...

Carmelo Musumeci

Desdemona Lioce Nadia

Delogu Davide

“Siamo Anarchici in galera, chi da anni, chi da meno, e combattiamo quotidianamente la guerra contro la dominazione, faccia a faccia col nemico, dentro le loro gabbie. Conviviamo il rifiuto e il disprezzo, scontrandoci con l’autorità carceraria e il suo disciplinamento sbarrocratico ogni giorno.

Siamo perciò mine che non vagano (per ora…), le cui deflagrazioni, come i fatti recenti e passati insegnano, creano scompiglio, danni materiali e la frantumazione della logica carceraria (che in quanto anarchici è già stata demolita!). Trasmettendo certamente importanti stimoli vitali d’azione all’interno di una complessa palude desolante, per viversi la propria anarchia, qui, ora, subito!

Nel mio continuare a viverla come mina che non vaga (…forse…), apro con i fatti una campagna (per chi vuole accoglierla, altrimenti faccio da solo come ho sempre fatto) di autoliberazione che parta da se stessi, dalle proprie paure, dai dogmatismi, dall’indignazione, dai chiacchiericci, dai compromessi, dalla rassegnazione, dalle sbarre, dall’apatia e dalla desolidarizzazione, che fuori da queste mura sono troppo tangibili e dannose per restare “indifferenti”. Non credo vi sia bisogno di spiegare un’azione dignitosa fatta per riprendere la vita nelle proprie mani.”…..

Comunicato del 25/4/2017

 

Per sostenere la Cassa di solidarietà per Davide:

Il conto è intestato a: Laura Gargiulo
IBAN: IT27E0306967684510327514549

Alfieri Maurizio

  • Lettera di Maurizio Alfieri - Maurizio dal carcere di Opera su i pennivendoli (metà ottobre 2016)
  • Maurizio Alfieri picchiato nel carcere di Opera - APPELLO URGENTE ALLA SOLIDARIETÀ Il detenuto in lotta Maurizio Alfieri è riuscito a farci sapere che dal 4 novembre si trova, per l’ennesima volta, in isolamento. In seguito alle sue proteste per il trattamento riservato ad altri detenuti, un agente lo ha colpito a tradimento. Il compagno ha reagito; poi è stato immobilizzato e aggredito ...
  • Lettera di Maurizio Alfieri da Opera - Il 21 luglio ricorre l’anniversario dell’assassinio di Stefano Frapporti (5 anni) e Stefano è sempre in tutte le nostre lotte, vive con noi! Ciao fratello! Carissime/i compagne/i, dopo la fine del 14bis ho preso una forte contrazione alla schiena e un’allergia che ancora oggi mi chiude le narici … Questa è la (Macumba) che mi ...
  • Lettera di Maurizio Alfieri, inizio di marzo, dall’isolamento di Opera - Ciao, scrivo a te e tutti/e le compagne e i compagni, per pubblicare quanto è successo, avvisate Massimo che neanche il telex a loro mi hanno fatto partire, lo hanno bloccato con i soliti motivi di “ordine e sicurezza dell’istituto”. Come saprete (ed era scontato) sono in isolamento per le solte ritorsioni per aver pubblicato ...

Rossetti Busa Mauro

Aggiornamento del 1/2/2020:

12 anni di reclusione dal Tribunale di Lucca per incendio, evasione e fabbricazione di materiale esplodente equiparato ad arma da guerra (lanciò delle molotov), minacce e con l’aggravante della recidiva e della pericolosità sociale: questo è quanto hanno deciso i giudici dopo l’udienza di primo grado a Mauro, 61 anni, che ha rivendicato gli attacchi con bottiglie incendiarie del primo febbraio 2018 contro la sede di Casapound e un distributore Eni di Lucca. Il Pubblico Ministero aveva chiesto 9 anni, ma la corte ha deciso per il massimo della pena contestandogli le aggravanti della recidiva e dell’evasione dagli arresti domiciliari di cui beneficiava al momento delle azioni.

 

Mi chiamo Rossetti Busa Mauro, provengo da una famiglia di ex operai che da due anni vive in una casa popolare dove è stata sospesa l’erogazione del gas, dei riscaldamenti e persino dell’acqua, il tutto perché siamo debitori di trenta milioni delle vecchie lire.
Paghiamo al comune un filo d’acqua che arriva sul terrazzo e la luce per una somma di quindici euro. Per risanare tutti questi debiti bisognerebbe ricorrere ad un “esproprio” bancario, tranne che un Berlusconi o un Bertinotti non si faccia carico di questo nostro problema, cosa che credo difficile per un comunista come Bertinotti, figurarsi per Berlusconi.
I miei nonni paterni sono stati partigiani, mia nonna ha prestato servizio come infermiera. I genitori di quella buonanima di mia mamma vennero uccisi dai tedeschi perché si rifiutarono di consegnargli l’unico cavallo stallone che avevano.
Quando le uccisero i genitori mia madre era una bambina, col tempo divenne comunista ed operaia presso una fabbrica dove regnava il modello fascista, dove sarà poi licenziata per motivi di salute.
Alla fine della guerra conobbe mio padre, lui era un muratore e la paga era appena sufficiente per mangiare in una situazione di chiara povertà.
Dopo molti anni nacqui io e sembrerebbe che mia madre mi abbia concepito non con un secondo uomo ma bensì con il primo. Così venni messo in un orfanotrofio di Modena, ancora non avevo un cognome ma solo un nome. Negli anni ’70 lasciai l’orfanotrofio perché mia nonna mi dette il suo cognome (Rossetti), successivamente mia madre ebbe altri figli, per me fratellastri, dal secondo uomo e a questi diede il suo cognome (Mazzei).
L’unica scuola che frequentavamo era quella comunale, essa era frequentata dai sinti (minoranza etnica di zingari) e da noi, figli di famiglie povere e disagiate.
All’età di quattordici anni cominciai a rubare, scippare e cominciai ad avere esperienza del carcere minorile, case di reclusione e riformatori dai quali riuscii ad evadere.
Ritornai in carcere ma questa volta con una pistola di calibro 38 e diversi proiettili che conservavo in una tasca della camicia, gli agenti forse per la troppa fretta di buttarmi in galera si dimenticarono di perquisirmi. Così, nel carcere minorile, acquistai la fama di Pistolero, soprannome datomi sia dagli altri prigionieri che dal maresciallo responsabile del carcere. Proprio al maresciallo fece un certo effetto vedermi, dopo che era stata tolta la maglietta, in possesso di una pistola e per giunta carica tenuta all’altezza della cintura.
All’età di tredici anni bruciai alcune macchine dei carabinieri dopo che questi avevano arrestato mio padre, era stato condannato a sette anni per una rapina in un convento di frati.
All’età di quindici anni venni arrestato a Pisa per un tentato furto e, invece di portarmi in un istituto per minorenni, fui tradotto nel carcere per maggiorenni in Via Don Bosco n 43, Pisa.
Il giorno dopo i detenuti diedero vita ad una rivolta dove venne spaccato di tutto, io mi trovato in isolamento in quanto minorenne ma comunque cercai di contribuire rompendo il tubo dell’acqua del rubinetto presente nella cella mentre gli altri detenuti cercavano di buttare giù, riuscendoci alla fine, la cancellata della mia cella per liberarmi.
Dalle finestre non volavano solo slogan ma anche bombe rudimentali fatte con le basi delle caffettiere, la rivolta che era in atto si ricollegava alla questione della riforma carceraria.
Il tutto durò fino a tarda sera, poi ci fu un’irruzione della celere e iniziarono le manganellate e i trasferimenti, rischiai di prenderle anche io ma un tempestivo intervento del maresciallo bloccò l’agire dei malintenzionati.
Mi venne data una coperta ed una candela per affrontare la notte, mancavano luce ed acqua proprio perché nulla era stato risparmiato dai prigionieri ribelli, alla rivolta partecipò anche mio zio.
Questo evento per me non fu uno spavento, anzi feci mia una bella esperienza “impara l’arte e mettila da parte“, anche se credo di aver imparato troppo velocemente ad essere un rivoltoso e ribelle.
Nel 1978, all’età di venti anni, venivo arrestato con l’accusa di omicidio di un carabiniere, attentato ad un distributore di benzina con l’aggravante di terrorismo (rosso) e tentata strage, iniziai così ad essere sballottato da un carcere all’altro.
Venni accusato di tali reati perché, durante la perquisizione in casa mia alla ricerca di armi, trovarono sul tavolo della cucina il giornale che riportava l’articolo, cerchiato, del carabiniere ucciso. La perquisizione non mi venne fatta in merito all’omicidio riportato nell’articolo ma per i fatti compiuti, mi trovarono in casa vari volantini, alcune divise della polizia e una carta geografica con appunti puntellati.
Nel 1978, nel carcere delle murante di Firenze, prendevo parte insieme ad altri prigionieri ad una rivolta per la riforma carceraria, per un vitto migliore ed altri accorgimenti. Venni quindi trasferito nel carcere penale di Volterra (Pisa), lì sequestrai una guardia carceraria per un paio d’ore, alla fine mi arresi per volontà degli altri prigionieri. Ciò mi costò il trasferimento in un manicomio criminale dove rimasi un mese, uscito da lì iniziarono a non farmi stare più di due mesi nello stesso carcere e ne iniziai a girare diversi della Toscana. Divenni consapevole del perché di tutti questi trasferimenti, me ne sono sempre fregato visto che per me un carcere valeva l’altro.
Nell’80 venivo assolto con formula dubitativa riguardo all’omicidio del carabiniere ma non per l’attentato al benzinaio così come venni assolto per la tentata strage.
Nell’81 venivo nuovamente arrestato per rapina, sequestro di persona e detenzione di armi, queste non vennero mai rinvenute. Sempre nell’81 fui promotore di una rivolta in carcere.
Nell’82 venivo condannato a cinque anni e mezzo e due anni di libertà vigilata. Mentre scontavo la condanna in carcere, avevo accumulato quindici anni di carcere tra denunce per danneggiamenti, oltraggi, minacce, detenzione e fabbricazione di bombolette da camping, iniziai a dinteressarmi di politica. Leggevo libri anarchici e comunisti, ero affamato di conoscenza e volevo a tutti i costi conoscere l’ideologia politica.
Con gli anni ho mantenuto corrispondenze con i/le compagni/e delle BR incarcere, era una corrispondenza di solidarietà più che una dialettica politica proprio perché non ero ancora pronto per un confronto politico e sarei stato svantaggiato ad aprirne uno della loro portata. Ma nutrivo, come continuo a nutrire ancora oggi, una forte simpatia per questi compagni.
Dopo essere uscito dal carcere nel 1988 venivo nuovamente arrestato conl’accusa di detenzione e fabbricazione di bombe molotov, attentati incendiari contro mezzi televisivi della Fininvest, contro la ditta di armamenti Panerai, e la Fincommercio Valentino Giannotti, il tutto era stato rivendicato a nome dei Nuclei Proletari Resistenza Attacco (NPRA), sempre nel 1988 mi avvicinavo al CSA l’Indiano di Firenze.
Da un centro sociale presi due opuscoli intitolati “oltre la frontiera”, li portai a casa ma non li lessi.
La mattina seguente ci fu una perquisizione dei Ros dove mi venne sottratto tutto il materiale in mio possesso, dopo due giorni fui arrestato, su ordine del procuratore Piero Luigi Vigna, con l’accusa dei reati sopraccitati, l’aver preso parte ad una associazione clandestina chiamata Nuclei Proletari Resistenza Attacco.
Il teorema di Vigna ci descriveva come i “nipotini di Curcio del‘68” per le modalità “mordi e fuggi” usate.
Io non rivendicai quanto mi veniva contestato, ma rivendicai il mio essere comunista, un comunista libertario, e la mia solidarietà a quei compagni che rimasero fuori liberi.

 

Lettera di Mauro da carcere di La Spezia del 16/12/2019 dopo l’udienza:

Lettera del 16-12-2019

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