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Non dimentichiamo Egidio

Egidio è morto a 82 anni nel carcere duro di Parma dopo un anno di reclusione: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La drammatica vicenda risale a poco più di un anno fa, quando Egidio si ritrova a varcare le porte del carcere parmense perché nel 2012 aiutò un migrante dell’est a varcare il confine italiano. Non era un trafficante di esseri umani, non aveva guadagnato niente da quell’episodio se non il piacere di aver dato una mano a qualcuno che aveva bisogno di aiuto. Egidio è un migrante da quando aveva 17 anni, da quando partì per andare a fare il saldatore in Argentina. Lui sapeva cosa erano le frontiere. Tornato in Italia, chi lo conosceva bene ci parla di un’esistenza ai margini della società vissuta sempre con dignità. Grazie ad una associazione che promuove lotte per il diritto di tutti ad avere una casa, finalmente l’aveva ottenuta dal comune di Parma. Ma la condanna per quel reato continuava a covare sepolta sotto di lui e a dicembre del 2018 è stato arrestato e condannato al regime 4bis come un pericoloso criminale. Anziano e senza avvocati, alcuni attivisti erano riusciti, trovandogli un avvocato di fiducia, a fargli ottenere gli arresti domiciliari grazie al ricovero ospedaliero. Tutto vano. Si è spento il 6 di settembre dopo appena una settimana di ricovero, ucciso da un tumore ai polmoni.

Un ricordo per Mario

Apprendiamo della triste notizia che pochi giorni fa è morto in ospedale Mario Trudu, detenuto in ergastolo ostativo dal 1979, esclusa una “pausa per latitanza” di dieci mesi nel 1986. Lo abbiamo conosciuto grazie ai suoi libri che ci proiettano in un’esperienza di vita drammatica e al limite, e di una terra ruvida, l’Ogliastra, carica di odori, di suoni e di colori. Questo regime, il 41bis, non lo ha mai abbandonato e per 41 anni è stato il suo duro pane quotidiano, lo ha sepolto fino a Massama quando è finalmente riuscito ad ottenere il permesso di curarsi fuori dal carcere. Dopo pochi giorni si è spento nell’ospedale di Oristano. Ti abbiamo voluto bene, Mario, e continueremo a farlo tra le righe delle tue pagine.

…”Occorre prendere coscienza che l’ergastolano ha una vita uguale al nulla e che volendo spingere la fantasia verso previsioni future, resta tutto più cupo del nulla”….

Totu Liberos!!

 

Ragazza muore in ospedale a Bergamo

Orrore nel reparto psichiatrico di Bergamo dove una ragazza di soli 19 anni, Elena, è deceduta il 13 agosto in seguito le ustioni riportate in un incendio nella struttura. Era legata ad un letto di contenzione e non ha potuto trovare scampo dalle fiamme. Si riaccende così il dibattito sull’uso dei letti di contenzione, pratica violenta ancora troppo spesso utilizzata in ospedali, cliniche private e REIMS. Ben l’85% sembra che oggi ne faccia ancora uso. Intendiamo sicuramente approfondire questa terribile vicenda nelle prossime puntate.

Inasprito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale

Il decreto sicurezza bis entrato in vigore il 10 di agosto contiene l’inasprimento delle pene per diversi reati tra cui l’oltraggio a pubblico ufficiale. il primo comma dell’art. 339 del codice penale nei reati di violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale e violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti, prevede l’aggravante qualora si commettano durante manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico.
Inasprito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale: ora, chi in luogo pubblico o aperto al pubblico, e in presenza di più persone, offende l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni rischia la reclusione da 6 mesi a 3 anni.
E’ stata inoltre resa inapplicabile la causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto.
Inoltre la generalizzazione su quella che è la figura del funzionario nell’atto di svolgere pubbliche funzioni non è riferita solo agli appartenenti alle forze armate e dell’ordine, ma inserisce un’enorme quantità di persone che vanno dal vigile urbano al docente, dall’impiegato dell’agenzia delle entrate al controllore dei biglietti nelle aziende di trasporto comunali, dagli ufficiali giudiziari ai parlamentari, e così via, rischiando così di creare un caos infinito nei tribunali italiani.

Lo sciopero della fame in cella è sanzionato

Si è pronunciata la Cassazione in merito a chi fa sciopero della fame all’interno del carcere. La vicenda riguarda una protesta avvenuta in un carcere calabrese nel 2015 quando alcuni prigionieri avevano manifestato pacificamente contro la cattiva qualità del vitto fornito da una ditta esterna e per ottenere almeno l’acqua calda per lavarsi. Da qui la decisione di intraprendere uno sciopero della fame. La risposta del tribunale di sorveglianza di Catanzaro fu dura contro due di loro che vennero individuati come i fomentatori: 9 giorni di carcere duro. I due detenuti non si sono arresi e hanno impugnato il provvedimento di fronte alla Cassazione, che ora ha confermato la linea del magistrato di sorveglianza: lo sciopero della fame era un’azione dimostrativa di scontro e di ostilità verso le istituzioni e, dunque, pericolosa e sediziosa, perché idonea in concreto a scuotere e porre in pericolo l’ordine interno all’istituto, a turbare il normale svolgimento della vita carceraria, con il pericolo concreto di degenerare anche in un ingestibile allarme sanitario per il numero delle persone coinvolte nello sciopero della fame.

Aggiornamento dei morti in carcere

In cella si continua a morire. Troppo lunga la lista dei decessi e dei suicidi avvenuti questa estate negli istituti di pena italiani.
17 suicidi da metà giugno a fine settembre, 6 morti per malattia e un caso ancora da accertare. Siamo a Bologna. Il 19 giugno si impicca in cella un detenuto di 59 anni accusato di aver commesso un omicidio nel 1999, delitto per molto tempo rimasto irrisolto seguito da indagini complesse ancora da definire. L’11 di luglio: stavolta è un detenuto del carcere di Ferrara a togliersi la vita impiccandosi. Il 16 settembre un detenuto di 20’anni si toglie la vita nell’ex ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Grotto. Il 14 muore annodandosi un lenzuolo al collo un detenuto 29’enne, nonostante i tentativi di rianimazione fatti dai suoi compagni di cella. Era da un mese in carcere per rapina impropria e stalking. I prigionieri dell’istituto ravennate decidono uno sciopero della fame in rispetto del ragazzo deceduto. Mistero invece sulla morte di un ragazzo iracheno di 21 anni il 15 sempre di settembre, trovato esanime da altri detenuti nel carcere del Coroneo a Trieste. Il ragazzo era in isolamento. I risultati delle prime indagini escludono una morte violenta. Si ipotizza un’overdose di farmaci, forse tranquillanti. A fine agosto un altro detenuto in isolamento si toglie la vita stavolta nel carcere di Perugia. Si tratta di un tunisino di 37 anni arrestato per tentata rapina, avrebbe visto la fine della pena nel 2020. In seguito a questo tragico fatto inizia la protesta di alcuni prigionieri che hanno appiccato il fuoco ai materassi e hanno fatto la battitura.

Torture nel carcere di San Gimignano (SI)

15 agenti di custodia indagati con l’accusa di tortura, è il primo caso in Italia contestato a personale in divisa dall’entrata in vigore nel 2017 della nuova legge. Siamo nel carcere senese di massima sicurezza di San Gimignano. I fatti risalgono all’11 ottobre 2018 quando un detenuto viene prelevato dalle guardie e, credendo di andare a fare la doccia, prende con sé accappatoio e ciabatte. La realtà è ahimè diversa. Una volta lì viene accerchiato da 15 agenti e pestato fino a perdere conoscenza. Il fatto è stato ripreso anche dalle telecamere dell’istituto, in parte schermate volutamente dai corpi degli stessi agenti. L’accaduto è emerso solo ora dopo che le varie testimonianze degli altri prigionieri sono arrivate alle orecchie, troppo frequentemente con gravi problemi di udito, della magistratura. Nessun arresto: in 4 sono sospesi dal servizio e in tutto 15 sono gli indagati per lesioni e minacce, falso ideologico e, appunto, tortura.

Ecco il nuovo decreto “sicurezza”

Un sorriso a 36 denti sfoggia Salvini. A 72 se si considera anche quello del premier Conte quando assieme presentano il frutto della loro politica forcaiola e razzista: il nuovo decreto sicurezza. Un poco diverso ma non troppo da quella linea tracciata dall’allora primo ministro Minniti: “dagli al migrante e a chi gli è solidale”. Non a caso è stato proprio Minniti a iniziare questa pratica inedita mai vista prima in Italia, cioè perseguire con ogni mezzo le organizzazioni che soccorrono i migranti in mare tanto che, e la dice lunga su quali siano oggi i valori in questa Europa Unita, una nave di soccorso con un carico di profughi a bordo deve farsi un bel po’ di miglia nautiche prima di trovare un porto disposto ad accoglierli. E a quelli che ne sono scesi con i loro carichi di esperienze drammatiche cosa mai gli si potrà dire? Tanti di loro sono partiti dai luoghi di origine poco più che ragazzi e a caro prezzo sono diventati troppo presto adulti. A quelle ragazze segregate in Libia per mesi e per otto mesi rinchiuse senza vedere la luce del giorno, otto lunghissimi mesi, cosa le diremo? Le diremo che noi non siamo molto diversi da chi le ha torturate, da chi ha rinchiuso quei corpi in lager nel deserto alla mercede di aguzzini senza scrupoli, siamo della stessa amalgama di odio e indifferenza, siamo vigliacchi che si avventano sugli ultimi. Nemmeno il corpo di un bambino che galleggia accanto a quello della madre ci scuote. Non vediamo niente. Non sentiamo niente. Solo le menzogne e le cattiverie di ci governa e che ci riportano ad un passato ormai troppo presente. Peccato che chi ci governa lo abbiamo scelto noi.
Può essere abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, dice il decreto. E’ più selettivo il rilascio ed affida a sei permessi speciali la tutela del richiedente asilo che deve essere vittima di grave sfruttamento, o per motivi di salute, violenza domestica, calamità nel paese di origine, cure mediche o atti di particolare valore civile. Possibilità di revoca della protezione internazionale a fronte di una condanna di primo grado. Possibilità di revoca anche della cittadinanza per le condanne in definitivo per reati di terrorismo. Modifica del sistema di accoglienza con i centri per l’integrazione e l’inclusione sociale destinati ai soli minori non accompagnati e ai titolari di protezione internazionale. Per tutti gli altri la discarica dei centri per i rimpatri in cui raddoppia la permanenza massima da tre a sei mesi. Aumento dei fondi per l’applicazione delle espulsioni. Ai condannati per terrorismo in via definitiva divieto di partecipare a eventi sportivi, con “daspo urbano” anche per le aree come presidi sanitari, fiere, mercati, luoghi pubblici. Taser in dotazione anche alla polizia municipale in comuni con più di cento mila abitanti. Vengono inasprite le sanzioni rispetto le occupazioni abusive con pena fino a quattro anni per chi le organizza e le promuove.

Statistiche aggiornate a settembre 2018

Facciamo il punto della situazione al 30 settembre 2018 e spulciamo i dati statistici forniti dal Ministero della Giustizia. Ad oggi abbiamo 59.275 persone detenute negli istituti italiani, un terzo (cioè 20.098) sono stranieri. Le donne sono 2.556. Prima per presenze si colloca la Lombardia con 8.439 reclusi, seguita dalla Campania con 7.515, dalla Sicilia con 6.413, poi in ordine dal Lazio, dal Piemonte e dalla Puglia. Settima troviamo la nostra regione con 3.584 prigionieri, al quarto posto per presenza femminile con 166 recluse ma tra i primi posti per percentuale di popolazione detenuta straniera rispetto il totale. Infatti più del doppio dei detenuti non è italiano.
Ma vediamo in dettaglio la nostra regione: nella C.C. di Bologna vi sono 806 prigionieri a fronte di una capienza regolamentare di 500. 82 sono le donne e 449 gli stranieri, cioè il 55% circa. Segue Parma con 580 detenuti rispetto i 467 consentiti ma “solo” il 35% non è italiano anche dovuto al fatto che vi si trova la sezione a regime di 41bis, dove la maggior parte dei detenuti è di nazionalità italiana. Terze con 477 prigionieri sono Modena e Piacenza che vantano però il primato regionale di presenza straniera con ben il 65% della popolazione. La scolarizzazione dei detenuti emiliano-romagnoli è in linea con il resto del Paese: la stragrande maggioranza si è fermato alla terza media, seguito da chi non è andato oltre la quinta elementare e al terzo posto troviamo invece chi ha conseguito un diploma.
Rispetto un anno fa il trend è di una popolazione carceraria in crescita: ad oggi 59.275 persone rispetto le 57.994 di fine ottobre 2017.
Nel 2018 i reati commessi sono stati per la maggior parte contro il patrimonio (il 25% dei detenuti), contro la persona (il 17%) e inerenti la legge sulle droghe (il 15%). Bè, un quadro nei dettagli già atteso e ripetitivo rispetto gli anni passati, se non per il numero di popolazione detenuta che può variare secondo decreti “svuota-carceri” emessi piuttosto che giri di vite più repressivi relativi a sicurezza, immigrazione o pene alternative al carcere.
Ultima e forse più triste statistica, i bambini detenuti assieme le madri quest’anno sono 62 a cui vanno tolti la piccola Faith di 7 mesi e suo fratello Divine di 19 mesi, uccisi il 18 settembre dalla madre detenuta nel carcere romano di Rebibbia.
La lettura dei dati statistici forniti dal ministero è importante poiché ci aiuta a conoscere un fenomeno sociale così vasto e complesso come l’universo carcerario e ci dà modo di fare delle previsioni per i tempi che seguiranno. Per ulteriori approfondimenti potete informarvi direttamente sul sito del Ministero.

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page

Il carcere è blindato

Sono state approvate le modifiche all’ordinamento penitenziario in consiglio dei ministri giovedì 27 settembre e, come annunciato anche dagli stessi relatori, si va in una direzione decisamente opposta rispetto le linee tracciate dal precedente guardasigilli Orlando. Da una parte si vuole migliorare (almeno a parole) la situazione della salute in carcere, sia sotto l’aspetto medico che sotto l’aspetto di più spazi e maggiori ore d’aria. Questo in odore dei richiami della corte europea in materia dei diritti dei detenuti e per arginare la valanga di azioni legali intraprese da ex-prigionieri che denunciano un trattamento inumano subito in cella. Dall’altra parte si vuole sprangare i portoni degli istituti di pena rendendo sempre più arduo uscirne ottenendo benefici e misure alternative al carcere, rendendo più difficile il lavoro di volontari e associazioni, abbandonando il dibattito sul diritto all’affettività, alle misure alternative finalizzate alla tutela del rapporto tra detenute e figli minori. Insomma per tutta quella fetta di società che vive la quotidianità del carcere, ciascuno con le sue problematiche ed esigenze, sembra dunque un arretramento di tutta una serie di dispositivi e automatismi che dovrebbero altre sì garantire un minimo di speranza e reinserimento della popolazione detenuta.
Si parla della possibilità di ricevere trattamenti sanitari a proprie spese, addirittura interventi chirurgici in reparti interni agli istituti. Si parla di maggiori garanzie verso la popolazione straniera con l’inserimento di diete rispettose dei diversi credi religiosi e la presenza di mediatori ed interpreti. Si parla di maggiori tutele per coloro che sono più esposti per il loro orientamento sessuale a soprusi e maltrattamenti. Si parla di maggiori attenzione alle richieste di trasferimento in carceri più vicini alle famiglie dei reclusi. Si parla di aumento del minimo di ore che i prigionieri possono passare all’aperto. Si parla di lavoro e si autorizzano le amministrazioni degli istituti a stipulare direttamente accordi con le aziende esterne. A questo ovviamente sono esclusi i condannati per reati legati all’articolo 4 bis.
Si parla insomma di un carcere nuovo, più moderno, più attento ai diritti di chi è rinchiuso (e soprattutto ai richiami della corte europea) ma che comunque, da lì, è sempre più difficile uscirne. C’è il dubbio che rimanga tutto, come accade sempre in Italia in tema diritti, soltanto sulla carta.

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