Ultime notizie
Home » Archivio » Notizie

Archivio della categoria: Notizie

Lettera di Enrik dal carcere di Busto Arsizio

Riceviamo da internet questa lettera scritta dal carcere di Busto Arsizio:

(11 febbraio 2021)

Buongiorno a tutti voi
Come prima cosa vorremmo ringraziarvi per la vostra lettera, ci ha tirato molto su di morale sapere che là fuori c’è qualcuno che ha molto a cuore le nostre condizioni e la nostra causa.
Vorrei come prima cosa scusarmi in anticipo per il mio italiano non perfetto, e spiegarvi i motivi per i quali si è arrivati alla protesta nel carcere di Varese.
Il primo episodio avviene ai primi di ottobre dove un uomo viene trovato morto suicida nella sua cella singola, non voglio entrare in merito ai motivi i quali lo hanno spinto a questa estrema decisione, ma sappiamo per certo che alcuni sintomi c’erano, nonché la mancanza di sorveglianza. Quello che vorremmo far notare è che la notizia non è uscita, almeno per ciò che sappiamo, né sui giornali o altro, e anche che il carcere se ne è ben presto dimenticato.
Il secondo episodio riguarda (Pasquale Siciliano) un uomo e amico di 50 anni che muore precocemente dopo appena un giorno dalla notizia di essere diventato nonno. (Siamo ai primi di settembre). Premetto che a Varese, essendo un carcere piccolo, il sistema sanitario funzionava in questo modo che: alle 18.00 il medico finisce il suo turno lavorativo e fino alle 08:00 del mattino non c’è personale sanitario.
Sono le 21.00 circa, e Pasquale si sente poco bene lamentando dolori all’addome all’altezza del cuore ed un formicolio al braccio, per questo gli viene data la medicina magica che secondo loro cura ogni cosa e che viene data veramente come cura ad ogni malessere, a questo punto, dopo aver preso la TACCHIPIRINA viene rimandato in cella.
Verso le 24:30/01.00 non si sente bene chiede aiuto e viene portato dalle guardie in infermeria, e dopo un’attenta valutazione medica di un’ora e mezza, dalle guardie viene rimandato in cella, sono le 02:30 circa. 10 minuti più tardi dalla sua cella si leva un grido di aiuto suo e del suo concellino al quale si sente rispondere dal capoposto di turno (FINISCILA DI SCASSARE). Sembra una storia da film, ma qui al carcere di Varese è realtà perché sotto atroci dolori Pasquale muore verso le 03:00 del mattino. Lo chiamano infarto o morte naturale, ma non è così: Pasquale muore per la negligenza e l’omissione di soccorso delle guardie di turno, situazione che per noi non si può chiamare morte naturale ma assassinio senza ancora un colpevole.
Il giorno dopo tutti i detenuti ci siamo recati fuori all’aria dove al grido di “SIETE ASSASSINI” chiediamo spiegazioni, chiediamo di poter parlare con il magistrato di sorveglianza e ci rifiutiamo di entrare. Bhè non avevamo fatto i conti che era domenica e come normale che anche il magistrato ha di meglio da fare. A quel punto arriva il comandante che dà rassicurazioni: che avrebbe preso le nostre testimonianze e che non avrebbe più fatto rientrare in sezione il capoposto, rientriamo. Quel giorno abbiamo richiamato l’avvocato di Pasquale e ci siamo messi a disposizione per qualsiasi cosa, inoltre sappiamo che era presente a quell’ora anche un parente di Pasquale. Se avete possibilità di contattare la sua famiglia, siamo di nuovo a disposizione per ciò che necessitano e di fare le nostre più sentite condoglianze alla famiglia.
L’ultimo episodio, il quale ha portato poi alla rivolta, riguarda LONGO FRANCESCO.
Longo è colpevole di essere andato dal capoposto a chiedere la sostituzione del televisore perché rotto, viene invitato ad entrare nell’ufficio del capoposto dove era presente anche l’ispettore del MOF, chiudono la porta e viene malmenato selvaggiamente a calci e pugni. Premetto che Francesco entra senza segni in un ufficio chiuso e senza telecamere, e dopo le grida che vengono da dentro, lo vediamo uscire con segni sulla faccia e sulle costole.
Frastornati da ciò ed essendo l’ora di rientrare nelle celle per la conta, ci rifiutiamo di rientrare perché pretendiamo risposte e spiegazioni. Si sussegue un via vai di agenti, ispettori e comandante che vengono a parlare con noi negando e cercando di insabbiare ciò che è successo, promettendo che avrebbero fatto chiarezza e giustizia. Longo viene portato in infermeria e scrivono che non ha segni, che sta bene e che il fatto non sussiste.
Passa mezz’ora nel trambusto di chiunque ha qualcosa da dire e pensieri e richieste diverse, a quel punto Longo si accascia al suolo, chiediamo l’intervento dell’ambulanza a gran voce, ci vediamo arrivare il medico dell’istituto (il quale aveva detto che non avesse nulla) e delle guardie che vogliono portarlo in infermeria, non glielo permettiamo perché ha segni alle costole e può essere nocivo e che vogliamo l’ambulanza. Aspettiamo 5-10-20-30 minuti ma l’ambulanza non arriva.
Dovete pensare che le carceri sono come le leggi massoniche, che tutto deve rimanere tra loro insabbiato, non deve uscire, perché nessuno deve pagare. E pensare che la nostra richiesta è semplice, ossia che Francesco venga portato in ospedale curato e refertato per i danni provocati dall’ispettore. A quel punto sentendoci presi per il culo inizia la rivolta del carcere di Varese.
Qualcuno allaga l’istituto con gli idranti e qualcuno spacca le telecamere, luci, reti, porte, finestre, blindi, ufficio capoposto, gabbiotto blindato delle guardie, quadri elettrici. A questo punto arriva una squadretta. La chiamano squadretta, ma entrano in 30 armati con manganelli, armi, caschi, scudi, lacrimogeni. (Polizia penitenziaria, carabinieri, polizia), mancava la forestale. Non essendo in grado di entrare fanno uso di lacrimogeni e gas di estintori, essendo presenti in sezione e nell’istituto anziani, persone con problemi di ansia ecc., decidiamo di rientrare. In tutto ciò rimane ferito per modo di dire un detenuto che dentro la cella, avendo aspirato i gas, ha problemi respiratori e si accascia al suolo, soccorso dopo 10 minuti da una guardia folgorata dalla presenza di acqua e cavi di corrente aperti.
Da questa situazione ci arrestano in 6 i quali siamo tutti stati portati in carcere a Busto Arsizio, sappiamo che ci sono stati altri 31 trasferimenti a Como-Monza-Sondrio-Pavia-Vigevano, ma purtroppo di loro non sappiamo nulla e non abbiamo notizie.
Possiamo dire di noi 6: nessuno fino ad oggi ha subito problemi fisici, torture o altro, anche perché hanno fatto abbastanza, essendo che ci contestano reati di danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e devastazione (che prevede pena minima di 8 anni).
Per quanto riguarda noi a Busto Arsizio, nei nostri confronti c’è un clima ostile da parte delle guardie: è 3 settimane che siamo qui e c’è ancora chi non riesce a parlare con la famiglia, siamo in Sezione Covid dove tutti fanno 14 giorni e dopo il secondo tampone negativo li spostano in sezione, per noi no. Ci hanno dato 10 giorni di isolamento da fare che faremo più avanti perché siamo ancora pieni.
Noi siamo gli arrestati per la rivolta di Varese e vogliamo anche firmarci su chi siamo:

Lenkstakas Enrik (Albania); Younas Waqar (Pakistan); Vyzas Rudin (Albania); Tutino Stefano (Italia); Abubakar Mustapha (Ghana); Konrad Lofti (Tunisia).

Per quanto riguarda i problemi di altri detenuti qui a Busto, che vogliono rimanere anonimi, posso dirvi: l’area trattamentale non funziona anche se continui a iscriverti nessuno ti chiama.
– Ti segni in sorveglianza ma funziona uguale o non ti chiamano o dopo molto tempo;
– Fai le richieste tramite domandine (mod.393) e spariscono, questo sia per quelli già qua che per noi che veniamo da Varese;
– Chiedi di lavorare, ma le condizioni sono due o devi cominciare a fare l’infame o devi stargli simpatico. Hanno un criterio tutto loro per decidere;
– Le linee telefoniche non vanno e il centralinista non c’è mai per recuperare una chiamata;
– Il mangiare addirittura a volte è arrivato con la muffa, per non parlare della frutta sempre marcia di routine.

E con questo vi ringrazio per le lettere (buste) e per volerci dare voce, vi prego di risponderci se mai questa lettera vi arriverà, se non sarà cestinata, letta da loro (ma non mi interessa) o chissà.
Vi ringraziamo e vi mandiamo un caloroso abbraccio, i detenuti di Varese e Busto Arsizio.

 

Per dimostrare solidarietà e supportare i detenuti potete scrivere il loro nome seguito da:

Casa Circondariale – Via Cassano Magnago 102 – 21052 Busto Arsizio (VA)

Verità e giustizia per la strage del Sant’Anna!

INTIMIDAZIONI IN CARCERE DOPO L’ESPOSTO IN PROCURA SULLE VIOLENZE A MODENA E AD ASCOLI PICENO

MARZO 2020: in una trentina di carceri scoppiano rivolte per chiedere rassicurazioni sulla gestione dell’emergenza COVID dietro le sbarre, salute e tutele adeguate. Lo Stato risponde con manganelli, spari, 14 morti.

NOVEMBRE 2020: 5 detenuti raccontano ufficialmente quanto avvenuto l’8 marzo e il 9 marzo tra le carceri di Modena e Ascoli Piceno: le botte, la noncuranza delle guardie e dei medici, la morte di Salvatore Piscitelli.

I 5 detenuti vengono trasferiti a titolo chiaramente intimidatorio nel carcere di Modena, vengono interrogati. Poi vengono dispersi in 5 carceri differenti. Da quel giorno le autorità giudiziarie e penitenziarie continuano ad esercitare forti pressioni nei loro confronti. La solidarietà che intorno a loro si è creata dà fastidio, perché smaschera quelle che sono le vere responsabilità dell’apparato statale e sanitario

Mattia, uno dei 5 detenuti, compagno di cella di Sasà Piscitelli è stato trasferito nel carcere di Ancona.
Il 21 gennaio è stato sottoposto a nuovo interrogatorio da parte della Procura di Ancona. Vogliono che ritratti la sua versione, lo minacciano di denuncia per mancato soccorso, quando sappiamo bene che sono le guardie a non aver soccorso Sasà. Gli dicono di non parlare di questo secondo interrogatorio, gli bloccano la posta, soldi, pacchi, gli vietano le cure mediche di cui ha bisogno. Mattia non abbassa la testa.

A LUI E AGLI ALTRI 4 DETENUTI CHE HANNO DETTO LA VERITÀ CONTINUIAMO A PORTARE LA NOSTRA SOLIDARIETÀ!

RINNOVIAMO L’INVITO A SCRIVERE E A SOSTENERLI!
SE LE MURA SONO ALTE, LA SOLIDARIETÀ LE SUPERA.

Mattia Palloni
C.C. Ancona Montacuto
via Montecavallo 73 A, 60129 Ancona

Claudio Cipriani
C.C. Parma
strada Burla 57, 43122 Parma

Ferruccio Bianco
C.C. Reggio Emilia
via Luigi Settembrini 9, 42123 Reggio Emilia

Belmonte Cavazza
C.C. Piacenza
strada delle Novate 65, 29122 Piacenza

Francesco D’Angelo
C.C. Ferrara
via Arginone 327, 44122 Ferrara

Arrestato attivista a Genova

Francesco Carrieri, attivista anarchico di lungo corso, 37’enne, è stato arrestato dalla Digos di Genova il 21 gennaio 2021 e condannato a scontare circa quattro anni di reclusione per un residuo di pena. E’ stato già arrestato in passato anche per occupazioni abusive, devastazione e saccheggio, blocco ferroviario e scontri di piazza.

Per scrivergli:

Carrieri Francesco

C.C. di Marassi

Piazzale Marassi 2

16139 Genova

Sulla morte di Valerio Guerrieri

Guai giudiziari per la direttrice di Regina Coeli, Silvana Sergi, che si trova ora a dover rispondere di omissione di atti d’ufficio, morte come conseguenza di un altro delitto e indebita limitazione della libertà personale. I fatti risalgono al 24 febbraio 2017 quando un ragazzo di 21 anni, con già alcuni piccoli problemi con la giustizia e dichiarato nel 2014 dal Tribunale dei minori “incapace di intendere e di volere”, si suicida nel carcere romano di Regina Coeli, nonostante 10 giorni prima il giudice Anna Maria Pazienza, pur condannandolo alla pena di 4 mesi, ne ordina l’immediata scarcerazione e affidamento ad una Rems considerandolo “paziente è ad alto rischio suicidario”. Dopo una prima ricerca da parte di una funzionaria, anch’essa indagata, che ha avuto esito negativo poiché la struttura non aveva posti disponibili, non ne sono seguite altre. Gli stessi 7 agenti, finiti poi sotto inchiesta, che avevano il dovere di sorvegliarlo ogni 15 minuti non si erano neanche accorti che già dal giorno prima il ragazzo si era impiccato nel bagno della cella con un lenzuolo. Siamo certi che nessun tribunale arriverà a punire tutti gli attori in questa tragedia, non si conosce una Giustizia che abbia mai condannato se stessa, e certo nessuno potrebbe riportare in vita Valerio Guerrieri, un ragazzo che ha pagato caro essere diventato uno dei tanti “invisibili” nei penitenziari italiani.

 

https://www.youtube.com/watch?v=l62pk4QzXxE

 

Lettera di Paolo dal carcere di Uta (CA)

Diffondiamo questa lettera di Paolo Todde che racconta la situazione nel carcere cagliaritano di Uta dopo le proteste e le rivolte di questa primavera.

SARDINNA NO EST ITALIA 15/09/2020

Saluti a totus.

Non che le cose andassero poi così bene nel carcere di Uta prima del COVID 19, anzi, tra pestaggi razzistici, minacce più o meno velate… e di converso miserie umane, ruffianerie e codardie varie… le prime dei secondini, le seconde da parte nostra… questo era all’incirca l’andazzo in questo carcere, dove da quel che ricordo io (ci sono 35 mesi) solo e soltanto una volta c’è stata una protesta generalizzata (fine 2017, inizi 2018) perché da giorni non consegnavano il tabacco, perché se no la regola in quasi tutti i casi è sempre stata quella di -TOKAD A FAI SU SHINPRU PO NO PAGAI DATZIU- cioè, bisogna fare i tonti per non pagare pegno. Sia chiaro, non tutti erano e sono così, però nella stragrande maggioranza così è se vi pare… non solo, coloro che invece sfuggono a questo andazzo sono ben conosciuti da tutte le componenti carcerarie e pertanto vige una regola non scritta che dice che si faccia di tutto affinché non si incontrino fra loro. E questo è un carcere dove la separazione abbastanza rigida della componente prigioniera è una prassi, accettata passivamente da tutti noi, anche perché in un luogo come questo tipo di carcere, uno dei pochi motivi di uscita dalle sezioni è più che altro fatto per “esigenze” da tossicodipendente.

Invece l’arrivo del ciclone COVID 19 ha portato un po’ di verve all’atteggiamento dei prigionieri alla/nella loro carcerazione, i primi sintomi di cambiamento si sono visti con il blocco dei colloqui in maniera repentina, lì ci sono state resistenze generalizzate con rifiuti al rientro in cella e poco più. In quella fase l’amministrazione carceraria (eravamo nella prima metà di marzo 2020) ha cercato di utilizzare la carota spacciando questa immotivata chiusura come temporanea, come un atto dovuto per difendere l’integrità sanitaria di tutti noi, visto che il problema di tutto ciò erano i nostri parenti, mentre tutti quanti loro (secondini, educatori, sanitari) entravano senza nessun tipo di protezione, e quindi i più presenti in carcere, però a detta loro -con fare strafottente- immuni dal COVID 19. Quando poi questo viene presentato al direttore, questi non sa che dire e fare… ci deve pensare… salvo poi (dopo uno scontro verbale con me) decidere che tutti loro dovranno potare le mascherine.

Questo viene imposto anche a noi, tanto che decidiamo che verranno date due mascherine alla settimana per tutti quanti… anche qui c’è un “rincorrersi” fra i prigionieri nel rispettare le regole, fra le poche eccezioni ci sono io che rifiuto di utilizzarla / indossarla… abdicherò soltanto quando verrà a colloquio L. nel mese di maggio, ma in tutte le altre situazioni terrò duro mai indossandola, perché poi quando fai colloquio con gli avvocati, tutte quelle rigide disposizioni anticontagio utilizzate nei colloqui con i familiari, vengono meno… pertanto, perché utilizzare le mascherine?

In quella fase di chiusura dei colloqui vengono allestite postazioni per le videochiamate, viene aumentato il numero di telefonate senza che non si creino momenti di attrito con alcuni secondini che pretendono di presenziare all’interno dei gabbiotti, per ascoltare ciò che si dicono in quel momento le persone in videocollegamento… questo, sia chiaro, non con la maggioranza dei prigionieri, ma con un’infima minoranza… almeno qui io ne sono fuori, visto che rifiuto di fare telefonate e videochiamate, penso di essere uno dei pochi, ma se non altro questo mi avvicina a tutti quei prigionieri maghrebini, di colore ed extracomunitari che non avendo utenze telefoniche a casa loro (Asia, Africa, Americhe ed Europa) sono privati i qualsiasi affettività.

Con la riapertura dei colloqui piano piano viene tagliato il numero di telefonate e videochiamate, da qui si risolleva la tensione e, a fine luglio, c’è un rifiuto di rientro nelle celle, come al solito l’ufficiale più alto in grado arriva con il suo codazzo di servi… ed anche in quella occasione ripartono con la solita tiritera che anche loro sono comandati, non possono venir meno a degli ordini superiori, però nel possibile cercheranno di esaudire le situazioni più complicate, e qui la componente prigioniera comincia ad ondeggiare. C’è qualcuno che fa finta di niente e cerca di mostrarsi duro e crudo, e altri invece pronti a rinchiudersi da soli in cella… è un teatrino il DIVIDE ET IMPERA ha fatto il suo effetto tanto che anche lì sono l’unico (nella mia sezione) ad avere uno scontro verbale con i guitti. Nella serata (questo lo saprò molti giorni dopo) un po’ di prigionieri alla coatta verranno prelevati per poter fare una videochiamata (pacificazione nel carcere) con i parenti.

E non pensiate che io non abbia sempre detto a tutti quanti che questo ondeggiare fra di noi non sia deleterio per una lotta comune (tra l’altro molto riformista)… a parole tutti ti danno ragione, ma nei fatti l’egoismo, la ruffianeria sono ben più forti di tutto quello che potresti “rubare” con una lotta (ripeto, riformista, di circostanza) a ranghi compatti.

Qua un po’ di prigionieri mi esortavano a scrivere una lettera da spedire al quotidiano di Cagliari (L’unione sarda), cosa che io ho fatto (anche lì, a malavoglia) e che è stata controfirmata da oltre 50 prigionieri di varie sezioni… ebbene quella lettera è sparita, non è stata spedita e non so che fine abbia fatto. Piuttosto, chi doveva spedirla, ad un certo punto è stato messo a lavorare, ed oggi le poche volte che mi capita di vederlo, il tipo sfugge il mio sguardo pieno di astio. In tutte queste situazioni non è che siano mancate anche delle soddisfazioni, l’imparare a conoscere più a fondo le persone e pescarne (brutto termine) quelle ferme nelle loro convinzioni e per nulla pronti a tradire la parola data… certo, sono arrivate le minacce (non solo a me) di finire in 14bis, però anche questo si può risolvere.

Adesso la situazione è quella di un’attesa e penso che qualcuno stia covando qualche altra protesta… i motivi sono sempre gli stessi, molto personali, che in qualche modo cercano di rendere generali. Non so quanto tempo ci vorrà prima che il tutto riesploda, io cercherò di essere spettatore (dopotutto personalmente disinteressato) e so che come sempre ci ricascherò (è più forte di me), ma ormai ho fatto il callo a tutto… in tutto questo non mi aspetto nulla e so (almeno per ora) che i 5 anni di condanna li sconterò del tutto. Intanto nell’autunno e nell’inverno entranti come si evolverà la situazione fuori? Se, come penso io, la situazione andrà a peggiorare con il COVID 19, e quindi qua dentro la situazione riprecipiterà come nei mesi di marzo/aprile/maggio scorsi, in che maniera risponderà la componente prigioniera qua ad Uta? Non ho la sfera di cristallo, non credo alle carte, a maghi ed illusionisti da strapazzo, per tanto per ora mi tengo sulle mie, in seguito si vedrà.

Paulu Todde Fois

Presoneri Indhipendhentista sardu

I 4 morti di Modena esigono verità

L’eco delle proteste e delle rivolte nella primavera del 2020 nelle carceri italiane non si arresta e prosegue nelle carte delle Procure, per i pestaggi avvenuti durante i post-rivolta e per ricostruire i fatti sui nove decessi che pesano come un macigno. Tra questi, 4 detenuti sono usciti vivi dal carcere di Modena e sono morti pochi giorni dopo il trasferimento in altri istituti. Se per 5 di loro i risultati dell’autopsia hanno confermato il decesso per overdose da metadone, per questi ultimi 4 si stanno accavallando ipotesi tra pestaggi e carenze mediche. Cosa sia avvenuto nello spazio temporale tra l’irruzione degli agenti nelle sezioni occupate, la sedazione delle rivolte, il trasferimento in altri istituti e la morte dei prigionieri, se non sarà un’indagine dei tribunali a restituirci verità (cosa per cui siamo già abituati), ce la possiamo comunque immaginare. Diverse testimonianze, ora sotto l’occhio della Procura di Modena, parlano di pestaggi e torture inflitti ai detenuti nel carcere modenese di Sant’Anna.

Sappiamo come troppo spesso “sfugga la mano” al personale in divisa quando vuole riportare sotto il proprio controllo la situazione durante proteste e rivolte, incitati all’abuso dalle istituzioni quando si sentono minacciate o derise, esaltati dall’addestramento vigliacco dove diversi agenti armati picchiano un detenuto inerme e denudato.
Troppo spesso i mass media e “l’orgoglio nazionale”, inoculato dal teatrino istituzionale, vogliono farci apparire l’Italia come una repubblica moderna e civilizzata. Nulla di più diverso dalla realtà: quella di uno Stato di Polizia, di una “democrazia di frontiera”, non diversa dalla Turchia di Erdogan o dal Messico.

La vera immagine del nostro paese sono quegli agenti che, mentre torturano i prigionieri, indossano il passamontagna.

15/8/2020 Tensione nel lager di Gradisca

Ennesima notte di tensione in un CPR, stavolta in quello di Gradisca d’Isonzo (GO), dove la ricostruzione dell’accaduto da parte della questura, parla di alcuni prigionieri della struttura che hanno cercato di evadere, respinti dagli agenti antisommossa. Al momento tre migranti tunisini sono stati arrestati con l’accusa di danneggiamento, resistenza, lesioni e incendio. Questo a riprova che le tensioni in quei lager non cessano anche se le telecamere e i “social” sono puntati altrove.

Tortura nel carcere delle Vallette

 

Fatti agghiaccianti emersi dalle denunce di troppi detenuti del carcere delle Vallette di Torino, documentate dalla Procura nell’indagine per tortura contro 21 agenti, tra cui l’ex-direttore e l’ex-comandante delle guardie del carcere torinese, in particolare si rileggono i registri degli incidenti avvenuti tra il gennaio e l’ottobre 2018.
Di 166 incidenti registrati, 75 sono avvenuti in un unico padiglione. Allarme è espresso anche dal Garante Regionale dei detenuti Bruno Mellano, che contesta “leggendo il resoconto di quegli incidenti emerge che si tratta di infortuni raccontati con motivazioni che potrei definire lunari. Denti rotti mangiando una insalata, tumefazioni al naso causate da collanine appuntite, cadute dallo sgabello mentre si gioca al solitario. Tutti episodi che lasciano perplessi”.
E’ certo che gli abusi commessi dentro i nostri istituti penitenziari siano ripetuti e quotidiani, lo dimostrano le continue denunce che periodicamente affiorano, anche se sono solo quelli più plateali a finire sotto la lente dei giudici.
Se a un giovane detenuto che viene obbligato a sottoporsi ad un TSO, il tragitto tra la cella e l’ambulanza viene costretto dalle guardie a percorrerlo scalzo, in mutande e con un bavaglio in bocca, sotto gli occhi degli educatori, significa allora che si è raggiunto un senso di impunità talmente alto che lascia sgomenti. Se dei 166 casi di incidenti registrati in solo 10 mesi una buona parte di questi è legata a “caduta dalle scale”, ci si interroga perché una statistica del genere non avvenga nelle scuole o negli ospedali, o in qualsiasi edificio a più piani: forse in carcere non si riescono più a salire i gradini? Ma ciò che è peggio è che non dovremmo essere noi a farci queste domande: dov’è la Procura? dove sono i magistrati? Perché si è dovuto arrivare a scrivere ben 5800 pagine agli atti dell’indagine? Di quanto sangue grondano quei fogli? Se quindi nelle aule di Giustizia non sono incompetenti, allora sono complici di torturatori stipendiati dall’Amministrazione penitenziaria. Se mai sarà stabilito che è stata commessa tortura nel carcere torinese delle Vallette, allora a risponderne non dovrebbero essere solo quei quattro esaltati in divisa, ma tutta la catena di comando che, se non ha coperto quei fatti, di sicuro ha voltato lo sguardo da un’altra parte.

Madre detenuta uccise i suoi figli. Indagata la psichiatra

E’ indagata anche la psichiatra, ovvero colei che avrebbe potuto, forse, evitare la morte di due bambini. I fatti risalgono al settembre del 2018 quando una madre detenuta nel carcere di Rebibbia di Roma, fa precipitare i suoi due figli di 6 e 18 mesi dalla tromba delle scale mentre è di rientro dalla sezione “nido”, causandone il decesso. Ora la psichiatra dell’ASL è iscritta nel registro degli indagati nell’inchiesta della Procura e dovrà spiegare perché, nonostante le sollecitazioni dell’Amministrazione del carcere romano, non venne mai a visitare la detenuta. Gli allarmi erano tanti destati dal comportamento della giovane tedesca, manifestati anche dalle compagne di sezione, tanto che la stessa Direzione l’aveva sottoposta ad un regime di maggiore sorveglianza, anche a tutela dei bambini, che però non è bastato. Solo dopo questa tragedia è stata riconosciuta dal GIP “non in grado di intendere e volere”, l’ennesima che forse si sarebbe potuta evitare.

Bambina detenuta alla Dozza di Bologna

BASTA BAMBINI IN CARCERE!!

Ci è giunta all’orecchio la notizia che all’inizio di agosto, nel carcere bolognese della Dozza, è stata detenuta una bambina di 4 anni assieme alla madre migrante per ben quattro giorni prima di essere scarcerata dal tribunale del riesame. Siamo inorriditi dal fatto che possa riaccadere, nonostante le numerose polemiche e i diversi tentativi di rimediare a questi orrori giudiziari, che ancora nel 2020 un bambino possa vivere in carcere, ancora di più se in isolamento come in questo caso dovuto alle misure anti-COVID. Ad oggi la legge proibisce l’internamento di bambini di età superiore ai tre anni che anzi devono essere collocati assieme al genitore in sezioni del carcere dedicate come gli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per detenute Madri) o in case-famiglia. Al momento sono presenti cinque ICAM sul territorio nazionale: alle Vallette di Torino, a San Vittore-Milano, a Cagliari, a Lauro e alla Giudecca di Venezia. Troppi bambini vivono oggi dietro le sbarre: 33 sparsi sul territorio nazionale di cui uno nel carcere di Forlì.

Scroll To Top