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Archivio della categoria: Libri e Film

Documentario: “À l’usage des vivants” di Pauline Fonsny

Nel 1998, Semira Adamu, una giovane di 20 anni in fuga dalla Nigeria, morì soffocata da un cuscino mentre i gendarmi tentavano di espellerla su un volo di linea, per la sesta volta, dal territorio belga.

Il 17 maggio 2018, durante un inseguimento in autostrada, un agente di polizia belga ha aperto il fuoco su un furgone che trasportava migranti. Un proiettile colpì la testa di una bambina di 2 anni, Mawda Shawri, uccidendola. Ad oggi, nessun ministro si è dimesso e nessun agente di polizia è stato indagato.

Un film dedicato a Semira Adamu, a tutte le vittime delle politiche migratorie e a tutti coloro che lottano contro le frontiere.

Premiato al Perugia Social Film Festival nell’edizione del 2019.

1° tempo

https://www.youtube.com/watch?v=QSOqFV8GC4o

2° tempo

https://www.youtube.com/watch?v=lqlFPjXGwI0&t=749s

Film: “LA LUCE DENTRO” di Luciano Toriello

Essere padre è tra i più ardui compiti ai quali un uomo possa assolvere. Ma quanto è più complessa la genitorialità quando deve essere vissuta al di qua delle sbarre di un istituto penitenziario? D’altro canto, a quale destino vanno incontro i figli dei detenuti, dolorosamente privati della presenza fisica e quotidiana della figura paterna ed esposti all’emulazione di modelli negativi? Quali le loro esigenze affettive ed educative? Girato tra le mura della Casa Circondariale di Lucera e quelle delle case delle famiglie dei detenuti, “La luce dentro “ è il racconto di una presa di consapevolezza individuale e di un desiderio di cambiamento che unisce genitori e figli: insieme in un percorso in cui ci si pensa – o ripensa – come persone e come parte di una comunità.

 

https://www.madproduzioni.it/portfolio/la-luce-dentro/

“Diversamente vivo” libro di Davide Emmanuello e Pino Roveredo

DIVERSAMENTE VIVO

«Caro fratello noi prigionieri in fondo possiamo definirci “diversamente in vita” o “diversamente liberi”, e snaturati dal vivere e privati della libertà siamo stati dai giusti giustiziati nell’essenza di esistere. In noi ormai l’esserci non ha più dimora nella parola; esistiamo perché presenti in quanto corpi, e proprio perché ridotti a sola materia, non comunichiamo più attraverso la parola quell’esserci nel mondo in quanto presenza pensante.

Così come l’inchiostro al servizio della mano scrive di noi sul foglio, così noi privati dell’inchiostro e senza foglio non esistiamo. Cioè il nostro esserci non dimora più nella parola.

Diversamente vivi perché prigionieri e perché diversamente liberi, regrediamo nel nostro interiore progredendo nel risveglio della coscienza, e nel sé ritrova dimora il nostro esserci.

Caro fratello spesso guardo il mio pensare intrappolato nel corpo, e dico con tristezza all’anima mia che le lacrime dei pensieri nel silenzio urlano al cielo la loro condanna.

I pensieri incarcerati fanno soffrire assai più del corpo in catene. Questo è il vero orrore, e ciò è risaputo da quanti scientificamente tumulano i prigionieri nel cemento […]»

Davide Emmanuello

https://www.libriliberieditore.it/prodotto/diversamente-vivo/

Letture: “Già fantasmi prima di morire” di Monica Scaglia

MONICA SCAGLIA

PREFAZIONE DI SANDRA BERARDI 

INTRODUZIONE DI DOMENICO BILOTTI 

POSTFAZIONE DI FRANCESCA DE CAROLIS 

Questo libro racconta cosa significa essere persone malate in carcere. Si è già fantasmi agli occhi degli operatori carcerari e sanitari in un contesto che di per sé produce malattia piuttosto che curarla. Si è già fantasmi per la società, che non ritiene di dover gettare lo sguardo di là dalle sbarre. I dati noti documentano che i due terzi dei detenuti in Italia soffrono di qualche patologia e che ogni anno muoiono una media di cento persone nelle patrie galere. Monica Scaglia, “detenuta oncologica” per cinque anni, in carceri del Nord, descrive alcuni fatti, momenti della sua esperienza. Una drammatica testimonianza, ma anche un’esplicita accusa che mette a nudo la costante violazione, nelle nostre prigioni, del diritto alla salute che pure la Costituzione prevede per tutti.

Monica Scaglia, attualmente in regime di detenzione domiciliare sanitaria, sta scontando gli ultimi quattro anni di residuo pena. Ha ideato, e ha collaborato alla sua realizzazione nel 2004, il libro S.O.S. fiabe (Editrice Elena Morea, Torino), alla cui traduzione in lingua inglese sta lavorando il dottor Abiodun Ayanru, impiegato presso il Centro Piemontese Studi Africani di Torino. Attualmente si sta dedicando alla scrittura dell’inedito “Il sangue caldo dell’Africa”. 

Sandra Berardi attivista, socia fondatrice e presidente dell’Associazione per i diritti dei detenuti Yairahia Onlus di Cosenza.

Francesca De Carolis giornalista; autrice, su temi affini, di Urla a bassa voce, dal buio del 41bis e del fine pena mai, Stampa Alternativa, 2012. 

Domenico Bilotti docente a contratto di Diritto e Storia delle Religioni, UMG, Università Magna Graecia, Catanzaro. 

https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/dettagli.asp?sid=90933452220190822184425&idp=337&categoria

Da non perdere il libro “Il coraggio e l’amore” di Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo

Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità

Ci sono voluti dieci anni per scoprire la verità sulla morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009 mentre era in stato di arresto per detenzione di stupefacenti. Stefano aveva 31 anni, era un ragazzo sano e frequentava la palestra: nulla poteva far pensare che fosse in pericolo di vita.Il suo decesso fu comunicato alla madre con inqualificabile insensibilità chiedendole di firmare l’autorizzazione all’autopsia. Da quel momento, alla famiglia disperata che esigeva una spiegazione furono date risposte inaccettabili: una caduta dalle scale, la conseguenza di un precedente stato di malattia…La sorella Ilaria non si è mai rassegnata a queste versioni di comodo e, sempre affiancata dall’avvocato Fabio Anselmo, ha intrapreso una battaglia giudiziaria che è già Storia d’Italia. Il coraggio e l’amore documenta ufficialmente questa battaglia, ponendosi come una pietra miliare. Ilaria e Fabio, compagni di lotta e oggi anche di vita, raccontano con le loro vive voci ogni singolo momento del durissimo percorso in cui si sono dovuti districare tra menzogne e depistaggi, trappole e ingiurie. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, rievocano i fatti con estrema lucidità e rigore, ma allo stesso tempo restituendo al lettore tutte le emozioni dirompenti che hanno vissuto nella formidabile prova di tenacia e coraggio affrontata in questi lunghi anni. Solo l’incrollabile amore per Stefano, e per la Verità, hanno dato loro la forza per arrivare fino in fondo, rendendo l’Italia un Paese migliore e dimostrando che la Giustizia è davvero uguale per tutti. Grazie a Ilaria Cucchi – vera eroina del nostro tempo, così come l’ha raffigurata Jorit nel murale in copertina, con il volto segnato dal dolore eppure luminoso e fiero – possiamo sentirci più sicuri, e anche orgogliosi del nostro Stato.

https://rizzoli.rizzolilibri.it/libri/il-coraggio-e-lamore/

Un ricordo per Mario

Apprendiamo della triste notizia che pochi giorni fa è morto in ospedale Mario Trudu, detenuto in ergastolo ostativo dal 1979, esclusa una “pausa per latitanza” di dieci mesi nel 1986. Lo abbiamo conosciuto grazie ai suoi libri che ci proiettano in un’esperienza di vita drammatica e al limite, e di una terra ruvida, l’Ogliastra, carica di odori, di suoni e di colori. Questo regime, il 41bis, non lo ha mai abbandonato e per 41 anni è stato il suo duro pane quotidiano, lo ha sepolto fino a Massama quando è finalmente riuscito ad ottenere il permesso di curarsi fuori dal carcere. Dopo pochi giorni si è spento nell’ospedale di Oristano. Ti abbiamo voluto bene, Mario, e continueremo a farlo tra le righe delle tue pagine.

…”Occorre prendere coscienza che l’ergastolano ha una vita uguale al nulla e che volendo spingere la fantasia verso previsioni future, resta tutto più cupo del nulla”….

Totu Liberos!!

 

Da vedere “La strada dei Samouni”

(Italia-Francia/2018) di Stefano Savona (128′)

Massi e Savona si sono formati lontano dal mondo del cinema romano, con percorsi di ricerca autonomi e lunghi. Tutti e due sono esponenti di un cinema ‘di resistenza’; Massi da eremita nelle sue Marche, Savona da inesausto viaggiatore. I loro percorsi artistici si sono incrociati per raccontare la storia dei Samouni, una famiglia palestinese della periferia rurale di Gaza decimata dai bombardamenti israeliani d’inizio 2009. Documentario e animazione si mescolano: mentre Savona entra nella realtà presente dei sopravvissuti, al chiaroscuro dei disegni di Massi è affidata la rievocazione del tragico passato. Premiato come miglior documentario all’ultimo festival di Cannes.

Attualmente è in programmazione presso la Cineteca di Bologna

“Sulla mia pelle”

La grande assente nella discussione sul film di Cucchi è la legge sulle droghe, non di certo unica responsabile della morte di Stefano, ma sicuramente la principale. Stefano stava fumando una canna in macchina con un amico quando è stato identificato e, successivamente, arrestato.

Un pretesto, certo, la pubblica insicurezza può identificare chiunque e senza doverne giustificare il motivo, ma è indubbio che farsi beccare a fumar una canna può essere causa di piccoli o grossi guai, se non di vere e proprie tragedie come in questo caso, ma anche tanti altri meno noti alle cronache o già finiti nel dimenticatoio, tipo quel ragazzino di 16 anni che si è lanciato dal balcone di casa sua durante una perquisizione per droga sollecitata da sua madre.
Possiamo addebitare alle leggi sulle droghe pure la colpa del recentissimo fatto di cronaca, quello di una donna tossicodipendente, arrestata per uso e spaccio, che ingabbiata a Rebibbia con i suoi due bambini piccoli, li ha lanciati entrambi dalle scale. Posto che né Rebibbia né altri carceri sono adatti ad ospitare nessuno tanto meno due giovani vite, posto che esiste una legge che dovrebbe facilitare i domiciliari per le madri di figli sotto i tre anni, tranne in casi estremi di pericolosità, mi chiedo: cosa potrà mai fare il carcere per coloro che soffrono di problemi di dipendenza da droga o alcol? Cosa potrà mai fare se non dargli il colpo di grazia? se non ucciderli o suicidarli? Ovviamente, si tratta di una domanda retorica, poiché ormai è evidente che il carcere è mero strumento punitivo e mezzo di sterminio della classe povera e/o lavoratrice. Nelle sezioni dei comuni,  la stragrande maggioranza dei reclusi è finita  dentro per reati connessi all’uso di droghe. Un vero e proprio inferno dove sono tutti dei signor nessuno e dove tutti possono fare la fine di Cucchi senza nemmeno l’onore delle cronache o sparire dai giornali nel giro di due trafiletti a fondo pagina fra chi è caduto dalle scale, chi ha avuto un malore, chi aveva certamente usato un mix letale di droga e via dicendo. Titoli e storie tremendamente simili l’uno all’altra. Altro che farci un film! Tuttavia, a mio parere, il film merita di essere visto. Merita perché non mostra e non si sofferma sulla violenza fisica subita da Stefano Cucchi, a differenza del film truculento “Diaz, non lavate questo sangue”, mostra la violenza più silenziosa, una violenza drammaticamente invisibile ai più. La violenza delle domandine inoltrate ripetutamente e sistematicamente ignorate. La violenza di un giudice che a stento alza gli occhi dal fascicolo per guardarti e se lo fa non ti vede e se ti vede se ne fotte se stai male e perché. La violenza dell’avvocato d’ufficio per cui sei l’ennesimo cliente non pagante e magari pure cagacazzo che presenta 30.000 richieste, la violenza del personale sanitario per cui tu sei l’ennesimo tossico o fuori di testa che s’attacca al campanello pure durante il turno notturno. La violenza che manda a destra e a sinistra, su e giù, fra un ufficio e l’altro, fra permessi e carte bollate, i familiari dei detenuti mettendoli in balia di una burocrazia priva di qualsiasi senso logico se non quello di addomesticare, intimorire e punire anche loro, come se fossero in qualche modo corresponsabili del presunto reato commesso dal proprio caro.
Insomma, questo film mostra la violenza più letale: quella della normale quotidianità dell’intero sistema giuridico penale. Quella violenza che molti ignorano totalmente, altri se ne sono assuefatti ed alcuni la scoprono solo quando si tratta della pelle del proprio familiare, mentre, fino a ieri, la giustizia era uguale per tutti e i carabinieri ci difendevano dai cattivi. Ecco perché, secondo me, il film va visto, perché mentre tutti (o quasi) sanno chi sono gli esecutori materiali di questi omicidi, soprusi e violenze, in molti non hanno ancora capito cosa e chi sono i veri mandanti e dove ricercare le responsabilità iniziali. Quelle che stanno a monte, insomma. Certo, bisogna avere la capacità di andare oltre il “povero Stefano” o “verità e giustizia” e iniziare a pensare che per una canna puoi fare una brutta fine o puoi piangere un tuo caro.

“Indagine su un’epidemia” di Robert Whitaker

Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci.

   Se quello che ci è stato raccontato finora è vero, cioè che la psichiatria ha effettivamente fatto grandi progressi nell’identificare le cause biologiche dei disturbi mentali e nello sviluppare trattamenti efficaci per queste patologie allora possiamo con concludere che il rimodellamento delle nostre convinzioni sociali promosso dalla psichiatria è stato positivo.

   … Ma se scopriremo che la storia è diversa – che le cause biologiche dei disturbi mentali sono ancora lontane dall’essere scoperte e che gli psicofarmaci stanno, di fatto, alimentando questa epidemia di gravi disabilità psichiatriche – cosa potremo dire di aver fatto? Avremo documentato una storia che dimostra quanto la nostra società sia stata ingannata e, forse, tradita.

   Robert Whitaker è un noto giornalista statunitense di importanti pubblicazioni scientifiche americane. E’ conoscitore ed accusatore della psichiatria tradizionale tanto da -con questo suo nuovo libro- addossare le cause dei disturbi mentali all’aumento della somministrazione degli psicofarmaci nella medicina moderna.

 Nell’elenco degli eventi del nostro sito trovate la data della presentazione più vicina a voi.

 

“Sembra mio figlio” di Costanza Quatriglio

Il 20 settembre esce nelle sale “Sembra mio figlio”. E’ la nuova realizzazione della regista Costanza Quatriglio, che abbiamo già conosciuto quando ci ha raccontato il calvario in un reparto psichiatrico della Lucania di Francesco Mastrogiovanni con il suo documentario “87 ore”. Questo nuovo docu-film ci racconta con estremo realismo l’esperienza di due uomini, Ismail e Hassan, originari di una popolazione, quella Hazara, decimata da decenni di pulizia etnica a metà tra l’Afghanistan ed il Pakistan, giunti da bambini in Italia per sfuggire ai massacri. E con estremo realismo ci conduce attraverso la solitudine e l’emarginazione di chi soffre di esilio e migrazione, che non ti fa appartenere né ad un popolo, né ad un altro. Il desiderio di recuperare le proprie radici e specialmente il bisogno di ritrovare la madre di cui ne conoscono solamente la voce al telefono, ci trascinano in una realtà feroce e violenta in Pakistan, dove puoi pagare a caro prezzo l’appartenenza ad un’etnia discriminata.
Questo ci deve far riflettere su quanti Ismail e Hassan incontriamo oggi in Italia, dove dietro tanto razzismo e indifferenza troppo diffusi vi sia un’enorme sofferenza di chi fugge da violenza e sfruttamento.

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