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BOLOGNA – RIGUARDO ALLA RIVOLTA NEL CARCERE DELLA DOZZA

Diffondiamo un comunicato che condividiamo pienamente, in analisi e contenuti, dei compagni Bologna. ABBATTIAMO TUTTI I MURI!!
LUNEDI’ 9 MARZO
Nel pomeriggio di lunedì 9 marzo è scoppiata una rivolta dentro il carcere della Dozza di Bologna. 
Tra le cause scatenanti della rivolta, le misure che il  governo e il Dap hanno adottato, a partire dal 25 febbraio, per prevenire la diffusione del Covid-19 nelle galere, quali l’annullamento dei colloqui visivi, la possibilità di fare solamente una telefonata di dieci minuti a settimana, l’impossibilità di far entrare pacchi da fuori, la sospensione dell’ingresso dei volontari, la sospensione della semilibertà, del lavoro all’esterno e dei permessi premio; e in parallelo, le false promesse dell’aumento dei colloqui telefonici o addirittura di poter effettuare video-chiamate skype, quando è noto che queste possibilità non sono garantite nemmeno nella misura in cui ordinariamente dovrebbero esserlo. Queste misure di indurimento si aggiungono alle condizioni, da sempre esistenti, di sovraffollamento, di pessime condizioni igieniche e di una strutturale mancanza di accesso alle cure sanitarie che caratterizzano la Dozza, così come tutte le galere d’Italia. Il 5 marzo veniva annunciato che i colloqui settimanali dal vivo erano nuovamente possibili con l’accesso consentito di un parente maggiorenne per volta, mentre, con lo scoppiare delle rivolte nelle altre carceri, i familiari dei prigionieri non avevano più potuto ricevere notizie dei loro cari e comunicare con loro. 
Pochi giorni dopo, il 9 marzo, la rivolta è scoppiata anche al carcere della Dozza dove un presidio di solidali, amiche/i parenti si è spontaneamente creato davanti all’istituto penitenziario, man mano che la notizia ha cominciato a diffondersi. Ai familiari è stato impedito sin da subito da un enorme dispiegamento di carabinieri e polizia di avvicinarsi all’ingresso del carcere e di ottenere notizie. Circolava l’informazione che alcune sezioni del maschile fossero state occupate, ma si sono susseguite per diverse ore soltanto informazioni incerte. Solo in seguito si è saputo dai giornali che ad essere occupate erano state unicamente le sezioni giudiziarie. Il silenzio assordante del circondario, così come dell’intera città era rotto soltanto dal rumore delle sirene. Il tentativo di avvicinamento del presidio alla sezione maschile, impedito dal dispiegamento di polizia, ha consentito di sentire qualche urla e battitura dall’interno. Il presidio si è poi spostato sulla strada principale creando un blocco del traffico per avvicinarsi al lato della sezione femminile; anche se sul momento  non si sono sentite risposte, in seguito è arrivata la notizia che le detenute hanno dato luogo a una protesta in forma di battitura.
Né le guardie, né i vigili del fuoco -il cui mezzo è stato brevemente bloccato fuori dal carcere- hanno voluto dire nulla, neanche per rassicurare le madri, compagne e sorelle di chi era dentro, nemmeno dopo che due ambulanze erano corse via d’urgenza dal carcere proprio davanti agli occhi di chi era presente all’esterno.
Il silenzio da parte delle autorità alle richieste di notizie da parte di chi ha i propri cari rinchiusi là dentro, lasciava un baratro di incertezze e preoccupazione, alimentato anche dalle notizie del massacro avvenuto nel vicino carcere di Modena, nonché delle rivolte che stavano avvenendo in una trentina di carceri italiane. Ciò non ha fatto altro che montare la rabbia e la voglia di star lì e farsi sentire. Nell’emergenza sanitaria, la solidarietà non va in isolamento. 
Solamente in tarda serata, intorno alle 22 si è iniziata a vedere una densa nube di fumo che fuoriusciva dal blocco maschile contemporaneamente a dei movimenti sul tetto dello stesso blocco. I prigionieri che si erano barricati in sezione ed erano saliti sul tetto hanno quindi iniziato a urlare e a incendiare oggetti, gridando “Libertà!” al gruppo di solidali e parenti che hanno risposto con cori, messaggi di solidarietà e fischi. La rivolta e i fuochi nel blocco maschile sono continuati per tutta la notte, durante la quale sono andate a fuoco 4 macchine della polizia penitenziaria, ed è continuata fino all’ora di pranzo del giorno successivo. 
MARTEDI’ 10 MARZO
Il mattino del giorno seguente, martedì 10, si è nuovamente formato un presidio spontaneo fuori le mura della Dozza. I prigionieri ancora sul tetto avevano appeso striscioni che rivendicavano diritti, libertà e indulto mentre l’edificio rimaneva circondato dagli sbirri. Nuovamente era impossibile ricevere informazioni certe di quanto stesse accadendo all’interno. La notizia che circolava era quella di una trattativa in corso tra i reclusi in rivolta e la direzione del carcere e il capo delle guardie, mentre un altro gruppo di reclusi avrebbe voluto avviare una trattativa unicamente con un magistrato di sorveglianza, arrivato in mattinata.
Dopo che per un paio d’ore non si vedeva più nessuno nè si ricevevano risposte, verso le 15 si sono avvistati gli sbirri in tenuta antisommossa sul tetto, brandire il manganello, nella direzione del gruppo di solidali, in segno di vittoria e al grido di “lo Stato ha vinto”. Abbiamo comunque provato a far arrivare la nostra voce oltre alle mura lontane, per provare a comunicare ai detenuti quanto stava succedendo nelle altre carceri, per esprimere di nuovo la nostra solidarietà augurando a tutte le persone recluse in quella galera di riuscire a prendersi la libertà.
Nel frattempo circolava la notizia che la protesta era rientrata e la trattativa conclusa, ma non è ad oggi possibile conoscerne precisamente le modalità e gli esiti, al di là di quanto trapelato dai media, secondo cui i prigionieri sarebbero rientrati in sezione, con le richieste di consentire il reingresso degli educatori e misure di pena alternative alla detenzione. Sempre secondo i giornali, i detenuti feriti sarebbero 20, di cui 16 medicati sul posto. Le guardie ferite, 2.
Nella mattina di mercoledì 11, si è appresa la notizia certa di almeno un trasferimento nella prima mattinata. Per ora non è dato sapere ai familiari nè agli avvocati l’identità delle persone trasferite, nè la loro destinazione.
Nel pomeriggio si è appreso dai media che due detenuti sono morti per overdose, la stessa versione ufficiale usata per gli altri 13 morti nelle carceri di Modena e Rieti. Resta il fatto che la struttura di Modena è totalmente inagibile grazie alla rivolta e anche quella di Bologna riporta danni ad ora ancora da definire ma sicuramente ingenti. Sempre dai media è stato riportato che <<nel pomeriggio di martedì 10, a poche ore dalla conclusione della rivolta della Dozza, il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, in Viale Vicini è stato danneggiato da “vandali” rompendo i vetri del portone d’ingresso. Gli stessi vandali hanno firmato l’azione lasciando scritte come “Acab”, “Solidarietà ai detenuti in lotta”, “Fuoco alle galere” e “Secondini assassini”.>>
GIOVEDI’ 12 MARZO
Nel pomeriggio di giovedì 12, è stato fatto un veloce saluto al carcere, nel tentativo di raggiungere la sezione maschile e valutando l’inopportunità/inefficacia di una chiamata pubblica vista le incognite della situazione generale attuale legata agli effetti delle ordinanze.Una ventina di persone è riuscita ad arrivare sul posto e a scambiarsi dei saluti con i detenuti, al grido reciproco di “libertà”, in particolare con la sezione di As3 e con altre sezioni più lontane. Chi si trovava in As non ha cognizione di quanto sia accaduto, in quanto isolato, e tra i detenuti delle altre sezioni nessuno ha saputo riportare quale trattamento sia stato riservato ai prigionieri dopo la rivolta, né notizie in merito alla persona morta nel carcere. Da dentro sono provenute nitidamente richieste di aiuto, nonché la richiesta espressa che le guardie debbano mettersi le mascherine e l’affermazione condivisa che Bonafede voglia farli morire lì dentro. È evidente che l’imposizione dell’isolamento ai detenuti, tra loro e con l’esterno, trascende le esigenze reali di prevenzione e contenimento del contagio in carcere, se poi tanto sono le guardie stesse, potenziali veicoli del virus, a non indossare le mascherine. Secondo fonti ufficiali di oggi sembrerebbe che sia morta una persona e non due, come invece riportavano fino a stamane alcuni giornali locali, e che ci siano stati tra ieri e oggi 15 trasferimenti verso altre carceri, ma non sono note né le persone né la destinazione. Ai familiari e avvocati è ancora impedito di avere notizie dei propri cari, né tanto meno di comunicare con loro o di poter inviare pacchi all’interno. I familiari dicono, tuttavia, che li tengono nel carcere distrutto a dormire ammassati per terra, che non si sa se la mensa funziona e che siano stati tutti massacrati di botte.
Le Autorità, sin dalle prime rivolte e dalle notizie delle prime morti hanno continuato a invocare il pugno di ferro nei confronti dei prigionieri, l’isolamento completo dei medesimi, omettendo di fornire ogni notizia a familiari e avvocati su dove sono stati trasferiti e sulle loro condizioni di salute, quindi impedendo di mettersi in contatto con loro, nonché di rendere nota l’identità delle persone morte di carcere nelle mani dello Stato.
Le rivolte nelle carceri di tutta Italia di questi giorni mostrano chiaramente che in situazioni di emergenza i primi che ne fanno le spese sono coloro che ogni giorno vivono le condizioni peggiori, gli stessi che tuttavia hanno deciso di ribellarsi e di scatenare rivolte per far emergere ciò che il carcere è quotidianamente. Non è solo nel momento di eccezione che la galera ci appare come qualcosa di inaccettabile che va distrutto, ora semplicemente qualcuno ha avuto il coraggio di tirare fuori questa realtà ribellandosi con decisione. 
Non crediamo sia possibile mai, ma a maggior ragione di fronte a tutto ciò, limitare le prese di posizione alla richiesta di amnistia per alcuni, lasciando che gli altri prigionieri rischino quotidianamente l’isolamento e la morte nelle infami galere.
Libertà per tutte e tutti i prigionieri, che di ogni galera rimangano solo macerie.
Che le morti di stato non cadano nell’indifferenza!
Solidarietà alle/i prigioniere/i in rivolta!
Finché ci sono prigioni che bruciano lo Stato non ha vinto.

Comunicato dei detenuti dal carcere di Chieti

Il carcere di Madonna del Freddo da oggi 9/3/2020 comincerà uno sciopero
della fame, tutti i lavoratori detenuti non andranno più a lavoro, tutti
i detenuti non faranno la spesa di ogni genere, tutte le spese saranno
distrutte, tutte le sere dalle 20.00 alle 21.00 si farà la battitura
fino a quando non saranno soddisfatte le nostre richieste:
–       tutti i detenuti sotto i termini devono essere mandati immediatamente
nelle misure alternative che spettano per legge
–       immediata chiusura sintesi comportamentale
–       fornitura di mezzi adeguati per sopperire alla sospensione dei
colloqui con i famigliari (skype, telefonate giornaliere 7 a settimana)
–       fornitura di prodotti igienici disinfettanti per cose e persone
–       fornitura di acqua potabile
–       chiusura di tutti gli agenti e addetti ai lavori interni al
penitenziario per tutta la durata della chiusura dei colloqui, in
subordine, accesso dei famigliari alle stesse condizioni degli agenti
penitenziari (con mascherine e controlli medici)
–       per i detenuti senza contratto, fare una autocertificazione per le
chiamate
–       no ritorsioni per i lavoranti che partecipano allo sciopero e
protestanti leader

Volantino distribuito in presidio a Udine

PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ CON I DETENUTI DEL CARCERE DI VIA SPALATO – UDINE

28 GENNAIO 2020

Stamattina ci troviamo qui, presso la Direzione del Distretto sanitario di Udine, in solidarietà con i prigionieri del carcere di via Spalato, che negli scorsi mesi hanno denunciato le gravissime carenze dell’area sanitaria, educativa e psicologica.

CI TROVIAMO PER PROTESTARE QUI AL DISTRETTO SANITARIO PERCHÉ È AL DIRETTORE DI QUESTA STRUTTURA CHE SPETTA LA RESPONSABILITÀ DELLE FUNZIONI DI TUTELA DEI/DELLE PAZIENTI E DI VIGILANZA SULL’OPERA DEL PERSONALE SANITARIO OPERANTE NEL CARCERE.

In particolare i detenuti ci informano che, da parte del personale sanitario interno alla prigione, ci sono GRAVI E IMMOTIVATI RITARDI nell’intervenire tempestivamente, quando cioè ci si sente male, e che l’infermeria non è presidiata sulle 24 ore né sui 7 giorni, e questo significa che chi si sente male fuori dall’orario di apertura deve essere ogni volta accompagnato dalle guardie in ospedale (e di conseguenza, attendere che le guardie siano disponibili). CI SONO DETENUTI CON STOMIA CHE DEVONO ASPETTARE IL RITIRO DELLA SACCA DALLA MATTINA ALLA SERA. VENGONO SOMMINISTRATI PSICOFARMACI SENZA CONSENSO.

UNA SITUAZIONE DI GRAVE CARENZA LA VIVIAMO ANCHE FUORI DALLE MURA DEL CARCERE, NOI “PRIGIONIERI SOCIALI” NON RECLUSI, prigionieri di una società dove il settore sanitario viene chiamato _White Economy_ ed è considerato un settore produttivo a sé stante.

Dove ormai i costi tra prestazioni sanitarie offerte dal settore pubblico con la lievitazione del ticket e dal settore privato sono quasi i medesimi.

LA SANITÀ NON È PIÙ UN APPARATO CHE TENDE A GARANTIRE LA TUTELA DELLA SALUTE A TUTTA LA POPOLAZIONE, IN MODO OMOGENEO E GRATUITO, BENSÌ UN SETTORE DELL’INGRANAGGIO ECONOMICO IN CUI LA FUNZIONE SANITARIA È RIDOTTA E SORRETTA DA FUNZIONI PIÙ REDDITIZIE (RICERCA E UNIVERSITÀ).

Inoltre le persone recluse in via Spalato ci informano che GLI PSICOLOGI E GLI EDUCATORI, FIGURE CHE DOVREBBERO OCCUPARSI DI RENDERE PIÙ VELOCI
LE PRATICHE RELATIVE ALLE MISURE ALTERNATIVE AL CARCERE (RICORDIAMO CHE A UDINE SONO RECLUSE SOLO PERSONE CON PENE INFERIORI AI 5 ANNI) STIANO FACENDO DI TUTTO PER INGANNARE ED IMPAURIRE I DETENUTI APPARTENENTI ALLE FASCE PIÙ DEBOLI DELLA SOCIETÀ, MANIPOLANDO LE RELAZIONI E CONDIZIONANDO IL TRATTAMENTO.

A Udine come anche a Tolmezzo, dalle carceri trapelano squarci di una stessa realtà di repressione e pratiche di tortura (ricordiamo l’esposto del Garante nazionale Mauro Palma per gli abusi che si sono verificati il 19 maggio 2019 nel carcere di alta sicurezza del capoluogo carnico, dove le guardie hanno utilizzato un idrante per oltre un’ora contro un prigioniero là detenuto, lasciandolo nella cella allagata per tutta la notte): e sono frammenti che vanno a comporre UN UNICO
PROCESSO, DI SELEZIONE ED ESCLUSIONE, VOLTO A SPINGERE COSTANTEMENTE VERSO IL BASSO IL COSTO DELLA FORZA-LAVORO: DA UN LATO PRODURRE LARGHE FASCE DI SOCIETÀ UTILIZZABILI COME MANODOPERA PRECARIA E MALPAGATA, DALL’ALTRO GESTIRE LE ECCEDENZE ESCLUSE ATTRAVERSO LA SFERA PENALE, DIVENTATA A SUA VOLTA UN NUOVO CAMPO DI INVESTIMENTO PRODUTTIVO.

OGGI I TASSI DI CARCERAZIONE SONO IN AUMENTO PERCHÉ IL LEGISLATORE HA PRODOTTO NUOVE TIPOLOGIE DI REATO E AGGRAVANTI PER CHI DESTEREBBE ALLARME SOCIALE. In proposito diamo una cifra, relativa certo a una situazione più estrema di quella italiana ma che dà un’idea di ciò di cui stiamo parlando: la popolazione carceraria degli Stati Uniti è di 2 milioni e 300 mila persone… un numero pari al totale dei lavoratori occupati nel settore agricolo (e industrie affini) di quel Paese!

IN QUESTA OTTICA DI SELEZIONE/ESCLUSIONE VANNO INSERITE PURE TUTTE LE STRUTTURE PER INTERNARE GLI IMMIGRATI PRIVI DI DOCUMENTI IN REGOLA, I CENTRI DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO (CPR), AUTENTICI LAGER. E, scendendo a catena, tutta l’ambigua galassia dell’accoglienza ai rifugiati, vera e propria fabbrica di forza-lavoro a costo zero, una sfera dove si sperimentano nuovi obbiettivi di docilità: non solo attraverso il controllo e lo sfruttamento, ma con l’interiorizzazione di norme comportamentali e standard di vita imposti, da rispettare per non ripiombare nel pantano della clandestinità.

CONTRO SFRUTTAMENTO E CONTROLLO! SOLIDARIETÀ AI PRIGIONIERI DELLA GALERA DI UDINE! SANITÀ E CURE PER I PROLETARI E LE PROLETARIE! FUORI  IL CARCERE E IL CAPITALE DALLE NOSTRE VITE! CHIUDERE TUTTI I CPR! SOLIDARIETÀ AI PRIGIONIERI DEL CPR DI GRADISCA! RICORDANDO VAKHTANG ENUKIDZE, PERCHÉ L’ENNESIMA MORTE DI STATO NON PASSI SOTTO SILENZIO!

ASSEMBLEA PERMANENTE CONTRO IL CARCERE E LA REPRESSIONE

Contatti:  liberetutti@autistiche.org

Associazione “Senza Sbarre”    Casella Postale 129    34121 Trieste

Puntata del 30/11/2019: La nuova occupazione a Bologna

Ritorna l’esperienza di XM24

La nuova occupazione a Bologna, sorta dalle ceneri dell’esperienza dopo lo sgombero di XM24, vuole porsi come laboratorio di autogestione per tutte le realtà e individualità bolognesi che vogliano creare una nuova esperienza di lotta che abbatta tutti i muri, fuori e dentro di tutti noi. Gli spazi vastissimi (circa 10 ettari della ex-caserma Sani in via Ferruccio Parri) danno la possibilità di costruire assieme una nuova idea di spazio libero urbano, senza l’obbligatorietà del denaro, senza consumatori né consumati, pieno di progetti e ambizioni. Invitiamo tutti a partecipare attivamente alle iniziative di questa nuova occupazione.

“Vogliono seppellirci vivi, impediamoglielo!”

 

25 aprile contro i CPR corteo a Modena

BASTA LAGER DI STATO

25 APRILE CONTRO IL RAZZISMO E CONTRO I FASCISTI

Se lo Stato avanza la libertà recede.

Lo Stato avanza chiudendo i porti, respingendo alla frontiera chi emigra e finanziando i lager libici, aumentando la ricattabilità degli sfruttati (stranieri o italiani che siano), inasprendo la repressione verso marginali e ribelli, rafforzando i poteri di polizia, allargando e diffondendo sul territorio galere e zone detentive d’eccezione. Lo Stato costruisce consenso intorno a un clima di rancore e paura, garantendo lauti profitti a chi finanzia e gestisce le strutture di controllo.

I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), campi detentivi per emigranti, sono l’espressione più brutale di questo avanzamento: migliaia di persone considerate irregolari saranno internate nei lager di Stato in attesa della deportazione nei presunti luoghi d’origine. L’Europa li ha chiesti, il PD li ha creati e la Lega li riempirà: non c’è governo che si salvi.

Il CPR così come le deportazioni rimangono gli strumenti centrali di deterrenza per le persone emigranti. È l’ultimo anello di un sistema di controllo, sfruttamento e messa a valore degli individui che passa attraverso il costante ricatto dei documenti, le forme di disciplinamento del sistema d’accoglienza e le forme di lavoro gratuito, propagandato dietro false promesse.

A Modena l’ex CIE diverrà il CPR per l’Emilia-Romagna, una struttura già nota per la durezza dei trattamenti riservata agli internati, da questi ultimi definita “peggio della galera” e da essi stessi chiusa a suon di rivolte nel 2013.

È necessario contrastare questa ennesima espressione del razzismo di Stato e ricordare a chi governa che ancora una volta simili strutture troveranno opposizione. Se le nostre condizioni sono miserabili e le nostre libertà sempre più limitate è perché c’è chi, sotto di noi, subisce sfruttamento e privazione della libertà in modo ancora peggiore.

Ci opponiamo ai CPR perché:

SONO ESPRESSIONE DELLA SVOLTA AUTORITARIA

attuata dagli ultimi governi e tesa a colpire chi sta ai margini, chi non si adegua o chi si ribella, avvisaglie di un vero e proprio Stato di polizia.

RENDONO CHIUNQUE PIÙ RICATTABILE

La minaccia dell’espulsione porta ad accettare anche le peggiori condizioni pur di mantenere il lavoro necessario per il rilascio dei documenti, producendo un generale peggioramento delle condizioni lavorative e di vita di tutti.

DIFFONDONO XENOFOBIA E RAZZISMO

Se chi emigra è trattato da nemico, la solidarietà fra sfruttati va in pezzi a tutto vantaggio di chi ci sfrutta e su ciò l’attuale governo continuerà a guadagnare consensi.

E se paura e rancore dilagano il neofascismo prolifera.

A Modena esso gode di luoghi sicuri, come “Terra dei Padri”, dove i fascisti in camicia nera, l’altra faccia del razzismo di Stato, si preparano a venir fuori appena padroni e governanti lasceranno le briglie. Scendere in strada contro lo Stato di polizia significa scendere in strada anche contro i suoi fiancheggiatori.

Scendiamo in strada il 25 aprile contro tutto ciò.

Solidali con chi è prigioniero perché ha lottato e si è ribellato contro tutto ciò.

OPPORSI AI LAGER DI STATO!

OPPORSI AL RAZZISMO E ALLO STATO DI POLIZIA!

OPPORSI AI FASCISTI!

CONTINUARE A LOTTARE!

PIAZZA DELLA POMPOSA – MODENA – H. 15:00

Dichiarazione di Davide Delogu in tribunale

Davide è tornato nella sua Sardegna. Non da uomo libero. Sta venendo processato per un suo tentativo di evasione dal carcere cagliaritano di Buoncammino per cui ha subito il trasferimento nel carcere siculo di Augusta. Durante l’udienza del 10 di ottobre ha letto una sua dichiarazione molto esatta che ora vi proponiamo

Dichiarazione di Davide Delogu letta in aula il 10 ottobre 2018
Processo per le lotte del 2013 al carcere di Buoncammino di Cagliari

Come si sa, inizialmente questo processo è stato bloccato per un anno dal DAP, tentando (fallendo) di imporlo in videoconferenza, abusando l’utilizzo di tale “misura di emergenza” per incatenarmi nel ruolo di ostaggio inerme da una tecnologia insidiosa e prevaricatrice, per fiaccare la volontà del detenuto come strumento per depersonalizzarlo, per chi non resiste, prenderlo per sfinimento, isolarlo dal proprio contesto affettivo e solidale, per far tacere nella rassegnazione la tensione refrattaria e, in particolare, la lotta contro il carcere, realtà invece che non ha mai cessato di esistere-resistere, nonostante tutto. Sono le stesse “misure emergenziali” con cui vengo ingabbiato nelle cloache penitenziarie della Sicilia da anni (deportato come conseguenza repressiva alle lotte intraprese nel carcere di Buoncammino) con l’applicazione di regimi differenziati, tra i quali l’estremizzazione dell’isolamento 14 bis, attuate con arbitrarie, feroci, perverse metodiche sioniste, per abbattere moralmente e fisicamente il detenuto, e, con esso, quella lotta originaria, che non sono riusciti tuttavia a fermare, essendo un’individualità viva, incorreggibile/indomabile e non soggetto ad alienazione/annichilimento carcerario, alimentando invece più rabbia, disprezzo e determinazione nell’affrontare combattendo la tortura bianca degli isolamenti continui e totali in questione, ma anche del carcere in generale, quale strumento vendicativo dello stato, con cui pianifica e sperimenta sulla nostra pelle di dannati, l’evoluzione repressiva sull’ideologia della manipolazione dell’identità e sull’appiattimento delle menti e degli istinti, all’interno di un vivere subumano, da automa, per il mantenimento non solo del potere carcerario (che si più colpire quando si vuole) ma dell’intero dominio imperialistico-capitalista di civilizzazione del sistema di cose esistenti nella società e in tutto ciò che vi è attorno. Dunque la galera è evidente non è un argomento slegato dal contesto sociale che lo genera.
Noi detenuti siamo quella parte di sfruttati, brutalizzati e lasciati in cattività, a cui l’unica cosa che viene garantita è la sottomissione ad un’esistenza miserabile! Lo scenario tra dentro e fuori non cambia, giacché il mercato che subiscono oppressi e sfruttati è indispensabile al sistema securitario dello stato colonialista, affinché tutto si debba mantenere nell’ambito di compatibilità rispetto agli interessi dei padroni, e quando si verificano delle rotture, delle contrapposizioni ad essi, si intensifica l’attacco preventivato della macchina repressiva, così dentro, così fuori. Fatto questo, che non ci ha comunque impedito, a noi detenuti del carcere dell’ex Buoncammino, di mettere questo meccanismo in discussione. Tra maggio e giugno 2013 si erano succeduti nella galera ottocentesca di Cagliari diversi scioperi collettivi (slegati dai radicali di Pannella come è invece stato millantato in quest’aula) del vitto e dell’aria in particolare, ma anche brevi scioperi della spesa e di protesta contro l’oligarchia dell’aria educativa, tutto supportato da continue battiture, le prime due sottoscritte anche da centinaia di detenuti, contro le condizioni disumane e inaccettabili in cui versava la galera, rivendicando migliorie detentive, l’abrogazione di leggi aberranti come l’ergastolo e il 41bis, l’applicazione di una forte amnistia generalizzata, per diffondere la coesione nella lotta con detenuti di altre galere e per sostenere e divulgare la manifestazione nazionale che si svolse a Parma: contro il carcere, la differenziazione, il 41 bis, l’isolamento, in appoggio alla lotta di tutti i prigionieri, indetta dall’ “assemblea di lotta uniti contro la repressione” a cui abbiamo dato il nostro contributo. Come spesso accade, quando si arrivano a realizzare forme di lotta collettive in carcere, coi rapporti di forza messi in campo, l’autorità carceraria (ma anche fuori), qualora non vengano represse nell’immediato, cerca di amministrarle all’interno della gabbia istituzionale, per cadere nella trappola del compromesso, delle strumentalizzazioni, per evitare l’autodeterminazione del corpo detenuto in agitazione, con la minaccia/ricatto sull’utilizzo dell’isolamento, dei trasferimenti punitivi, della perdita dei benefici, della ricerca obbligata del “promotore”, per l’applicazione indegna del 14 bis etc. etc. … Ma noi non abbiamo ceduto a questa logica del premio/castigo, rifiutandoci di farci “gestire” come fantocci, dando così vita ad un ciclo di lotte che non si vedeva da anni all’interno della galera. Eravamo tutti carichi! Dopo 20 giorni di  confronto dallo sciopero del vitto intraprendemmo quello dell’aria, rifiutandoci di recarci, ammassati come “bestiame umano” nei luoghi angusti adibiti a “passeggi”. La direzione del carcere non stette a guardare inerme e attuò lo stesso giorno una repressione anti sciopero, devastando le celle occupate dai detenuti che firmarono il documento di adesione con una perquisizione straordinaria. è in quell’occasione che presero degli oggetti che mi appartenevano (1 coltello, 1 fune, capelli d’angelo) con cui è stata formulata l’accusa deviazionista (tentata evasione) per cui sono stato chiamato a processo, che vuole oscurare e mascherare quella che è stata una realtà di lotta che stava lanciando semi di ribellione e che doveva essere stroncata sul nascere. Quindi, i carcerieri per prima cosa miravano a colpire l’anarchico ribelle (e poi non solo) per la tenacia con cui si portavano avanti le iniziative che prendevano corpo in un contesto più generale, sia fuori con interventi di solidali, sia con le proteste in altre prigioni e anche perché non ho voluto mai subire, ma ho sempre affrontato a konka arta la tirannia con cui ti impongono di barattare la dignità con l’obbedienza all’interno di umilianti e bestiali condizioni galeotte. Nel concreto, oggi si vuole processare la determinazione di un detenuto in lotta che non si piega e non si rassegna alla sbarrocrazia vigente, al meccanismo gerarchizzato di sfruttamento dietro le sbarre, poiché non sono ricattabile con la vostra “merce”, con le vostre punizioni, i vostri compromessi, le vostre ipocrite illusioni. Ma nel periodo in questione a Buoncammino si respirava aria di rivolta, considerando l’inefficacia che hanno avuto gli scioperi pacifici. Ecco, dunque, che arrivò il 9 luglio 2013, giorno in cui esplose una ribellione collettiva, iniziata con detenuti barricati dentro le celle, sabotaggio dell’impianto elettrico delle sezioni, detonazione di decine di bombe di gas artigianali fuori e dentro le sezioni, nel frattempo le guardie scapparono da queste ultime, vi fu un lancio di lenzuola e suppellettili che ardevano, celle mezze distrutte e fuoco alle finestre per richiamare l’attenzione all’esterno anche con degli striscioni posizionati dove accorrevano nel piazzale antistante il muro di cinta parenti, solidali in supporto e la presenza dei giornalisti pretesa dai detenuti. La violenza carceraria non si fece attendere, con isolamenti, trasferimenti punitivi e il pestaggio di un barricato che tentò di impiccarsi nel carcere punitivo in cui approdò, considerata pure la “calorosa” accoglienza riservatagli. *** Si è dunque ancora repressa, punita, la dignità umana che si sollevò con rabbia in un sussulto di rivolta, purtroppo non manifestata nella più ampia potenza distruttiva! Io venni deportato nel lager di Palermo e introdotto nel regime di tortura del 14bis, uno strumento vessatorio, vendicativo e di annichilamento nei confronti di chi non si mantiene addomesticato, non si vuole abbandonare alla rassegnazione e non si genuflette di fronte alla prepotenza aguzzina e alla stessa funzione classista del carcere, dove lo stato opera nei confronti del detenuto la sua eliminazione organizzata, con l’estrema violenza dell’isolamento nell’isolamento, tramite restrizioni maniacali, condizioni brutali di sadismo psicopatico di controllo dei carcerieri, l’assoluta privazione di qualsiasi rapportazione umana all’interno di un accanito potere arbitrario abusato da ogni amministrazione penitenziaria, illimitatamente prorogabile. Tutto è concepito per annientare! Perciò la ribellione contro questo funzionamento egemone è diventata come l’ossigeno che si respira, praticando svariate forme di lotta permanente, portando al fallimento delle intenzioni dell’oppressione carceraria. L’istituzione delle sbarre ci vorrebbe ridurre tutti quanti a burattini consenzienti, tramite le loro miserie e i loro metodi, annullando la dignità del detenuto e stuprandolo dell’integrità fisica, dell’affettività, della sessualità, per assuefarlo all’ideologia sbirrocratica in modo da abituarci a diventare servi e succubi di un genocidio di stato perpetrato impunemente nelle patrie galere, come parte di un progetto di sterminio del mattatoio democratico, collegato per un più esteso e sofisticato mantenimento dell’attuale ordine sociale con cui avanzava e si affina l’evoluzione di insediamento ed espansione del controllo repressivo. Il carcere col suo impianto differenziante come laboratorio della carcerizzazione applicata nelle forme e nei metodi per l’edificazione di una più ampia oppressione della società. L’esportazione del modello carcerario per una più alienante prigione a cielo aperto, in cui vengono radialmente alterate le condizioni della vita umana (del pianeta) al fine di provocarne un surrogato attraverso un sistema poliziesco – digitale – tecno/scientifico, realizzato sulla distruzione dei valori di libertà che ci sta costringendo a mutare in tutti gli aspetti dell’esistenza, come conseguenza alienante delle genti formalizzate dall'”etica” civilizzatrice e dal suo sfrenato collaborazionismo all'”integrazione”. E si potrà comprendere come ogni rinuncia all’attacco contro questa avanzata del dominio si pagherà a caro prezzo! Chiaramente, non sempre avviene come da programma di chi comanda, come è stato dimostrato da tanti percorsi individuali di detenuti e non, che non si apprendono mai! Quando si cercò di sviluppare le lotte nelle carceri italiane con le ultime mobilitazioni anti-carcerarie su appello del “coordinamento dei detenuti”, con l’appoggio di tante realtà all’esterno, non riuscimmo a strappare nulla al potere degli obiettivi rivendicati, però acquisimmo la fondamentale consapevolezza che “se basta volere fermamente una cosa per farla accadere” significa che certi metodi di lotta non si possono arenare, rimanendo solo quelli, senza attaccare materialmente la piovra detentiva, e perlomeno da parte mia, non vi fu quella presunzione di sostenere una sorta di “reclusoretariato” consapevole del proprio essere sfruttati, umiliati, seviziati e abusati alla mercé del dispotismo carcerario, considerando che i detenuti in linea di massima sono gli stessi componenti che fuori, come dentro, sostengono il sistema dei monopoli, al di là e al di qua delle leggi violate, ma il significato e la valutazione che ne uscì con veemenza è sempre quell’urgenza di affermare se stessi, partendo dalla propria rabbia, insofferenza e convinzione da mettere in campo, per sconfiggere la sottomissione agli interessi del sistema che a volte si confondono con i nostri, per assumerci il coraggio di riprenderci/ritrovare i nostri desideri, la nostra dignità e combattività, il rispetto di noi, per condurci ad atti di auto-liberazione dalle gabbie che sappiamo di avere dentro, con le reali forze esistenti, che sono di certo minoritarie rispetto alle forze del nemico, perciò la creatività può conferire alla minoranza combattiva un coefficiente di vigore esplosivo: la dinamite, che ha un valore insostituibile che non si discute. La chimica della distruzione si converte tra le mani in un’alchimia di liberazione, di vendetta contro l’ordine sociale. O ci faremo sopprimere lentamente insieme a tutto ciò che ci circonda, o sopprimeremo noi la megamacchina molto rapidamente nelle parti più vulnerabili, senza aspettare nulla. Non ci sono vie di mezzo! Da parte mia continuerò a seguire la mia istintività selvaggia, battendomi anche soprattutto nelle tenebre degli isolamenti, negando e rifiutando la brutalizzazione e il disciplinarmente che l’autorità carceraria pretende impormi sulla mia mente e il mio corpo, poiché sono soltanto io a decidere come affrontare la galera e lo faccio lottando dietro le sbarre, che è l’unica liberà rimasta a noi detenuti.

Nessuna sbarra è solida come sembra.

W chi le taglia, W chi le brucia, W chi le combatte.

Solidarietà refrattaria agli anarchic* imprigionati nelle sezioni blindate della AS e di altri regimi dello
stato italiano e agli anarchic* in galera negli altri stati. Saluti gioiosi a quegli anarchic* anonim* che
fuori anche in diversi stati attaccano direttamente i settori della civilizzazione più infame, in solidarietà
ai prigionier* anarchic*, riempiendo di forza l’immaginazione guerrigliera.
Sempri innantis per la libertà di ogni giorno!

Deportatu Anarkiku Sardu Impresonau
Davide Delogu

*** Davide fa riferimento a un ragazzo trasferito al carcere S.Daniele a Lanusei, che ha tentato di
impiccarsi nella sua cella. Il trasferimento è avvenuto in maniera coatta dopo la rivolta al carcere del
Buoncammino, alla quale questo ragazzo aveva preso parte, urlando dalla finestra della sua cella tutte
le ingiustizie che gli erano capitate in quel carcere.

https://cordatesa.noblogs.org/post/2013/07/18/tenta-il-suicidio-il-detenuto-che-guido-la-rivolta-a-cagliari-salvato/

Maurizio Alfieri picchiato nel carcere di Opera

APPELLO URGENTE ALLA SOLIDARIETÀ

Il detenuto in lotta Maurizio Alfieri è riuscito a farci sapere che dal 4 novembre si trova, per l’ennesima volta, in isolamento.

In seguito alle sue proteste per il trattamento riservato ad altri detenuti, un agente lo ha colpito a tradimento. Il compagno ha reagito; poi è stato immobilizzato e aggredito da una decina di secondini, che lo hanno portato in una cella liscia. Maurizio ha rotto la telecamera di sorveglianza, quindi è stato trasferito in isolamento per dieci giorni di punizione, a cui se ne aggiungerebbero altri 120 già bell’e pronti nel cassetto.

I suoi compagni di sezione hanno subito dato vita a una sorta di presidio interno. Convocati in una saletta dal comandante, questi ha detto loro che Maurizio salirà in sezione tra una settimana; mentre a Maurizio è stato minacciato il trasferimento con l’ennesimo 14 bis (isolamento punitivo).

Gonfio e pieno di lividi, Maurizio dice: “Piuttosto che piegarmi mi faccio ammazzare”.
Maurizio è uomo di parola.

Per lui e per tutti i detenuti in lotta, che la solidarietà non ci rimanga in tasca.

Maurizio Alfieri
Via Camporgnago 40
20090 Opera (Milano)

LETTERA APERTA DEI DETENUTI IN AS1 DEL CARCERE DI PARMA

Roberto Cavalieri
Parma, 16 giugno 2016

Comune di Parma
SETTORE SOCIALE
Garante dei diritti delle persone private della libertà personale
Largo Torello de Strada, 11/a – 43121 Parma
mail garante.detenuti@comune.parma.it

Ministero della Giustizia
DAP – Capo dipartimento

dr. Santi CONSOLO
Provveditore PRAP ER

dr.ssa Ilse RUSTENI
Direttore IIPP Parma

dr. Carlo BERDINI
Magistrati di Sorveglianza RE

dr.ssa Maria Giovanna SALSI
dr. Paolo DE MEO
Garante nazionale dei detenuti

dr. Mauro PALMA
Al volontariato penitenziario

Alla stampa
Oggetto: Reparto detenuti AS1 – Lettera aperta

Spett.li,

esattamente un anno fa mi indirizzavo a voi sottolineando le criticità del reparto detenuti Alta Sicurezza 1 che vedeva aumentare il numero degli arrivi a Parma a seguito della chiusura di un medesimo circuito presso il carcere di Padova.

Successivamente alla mia comunicazione si sono verificate iniziative apprezzabili sotto il profilo dell’incremento delle proposte trattamentali a questi detenuti, anche se non sempre esaustive per quel che riguarda la loro continuità e significatività dal punto di vista delle ore settimanali di effettivo impegno.

Nel contempo era stato apprezzato anche l’impegno dell’amministrazione nel rivedere la collocazione di questi detenuti al fine di diminuirne il numero a Parma con l’accoglimento di richieste di trasferimenti o con la nuova procedura di declassificazione se e quando applicabile.
Allora, un anno fa, si parlava di 29 detenuti che vivevano, in gran parte scontando pene all’ergastolo ostativo e quindi senza alcuna speranza di benefici, più due detenuti, sempre AS1, ricoverati presso il centro clinico.

Constato invece che il numero degli arrivi in verità non si è mai arrestato e oggi si contano 36 detenuti in totale appartenenti al circuito AS1. Di questi 3 si trovano in isolamento perché rifiutano di essere collocati in sezione in cella con gli altri detenuti in quanto di diritto (spesso per problematiche sanitarie) spetta a loro una cella singola. Altri 3 si trovano ricoverati presso il centro clinico penitenziario – SAI. In sezione 5 celle sono occupate da detenuti in condivisione con un altro compagno che, nonostante l’età avanzata e magari ultra settantenne, viene fatto dormire sul letto rialzato di una disposizione a “castello”.

Cinque detenuti sono iscritti a corsi universitari mentre due sono studenti privatisti di scuola superiore: per loro la cella singola diventa garanzia del mantenimento di un contesto favorevole allo studio non potendo trovare altra medesima soddisfazione nel corso delle ore di accesso alla sala PC dove si accede per 4 ore al giorno, magari sacrificando le ore d’aria.

La procedura per la declassificazione non ha praticamente portato, ad oggi, alcun effetto per questi detenuti che si vedono respinto il riconoscimento ancora, almeno in un caso da me verificato, con informazioni della DDA che risultano essere datate nel tempo se non addirittura contraddittorie rispetto a provvedimenti di decadimento del regime del 41 bis somministrato precedentemente oppure di riconoscimento dei giorni di liberazione anticipata.

Chiedo apertamente alle SS.VV. di volere prendere in considerazione il reparto in questione come un luogo di applicazione, vera, dei principi ispiratori non solo delle norme che regolano la vita detentiva e che riconoscono ai detenuti diritti inalienabili ma anche di questo “nuovo” corso voluto dalla Amministrazione penitenziaria e dal Ministero della Giustizia oramai varato con i risultati ottenuti dal lavoro degli Stati generali dell’esecuzione penale.

A tal fine si chiede di volere interrompere la destinazione di altri detenuti a questo reparto e nel contempo di voler considerare con la massima disponibilità le istanze di trasferimento presentate dai detenuti finalizzando queste azioni alla riduzione del numero dei reclusi e al conseguente miglioramento delle condizioni di vita degli altri detenuti e del personale coinvolto nella loro gestione.

Si allega l’elenco di richiesta di attenzione firmata dai detenuti AS1 del carcere di Parma.

In attesa di cordiale riscontro si porgono distinti saluti.
Roberto Cavalieri

Protesta nel carcere di Opera (MI)

“Dalla Caienna di Opera”

Noi sottoscritti detenuti di Opera del 1° Padiglione Sezioni A-B-C quarto piano, con la seguente vogliamo rendere pubblica ogni violazione sui diritti dei detenuti a cui siamo sottoposti attraverso abusi-umiliazioni-ricatti e falsi rapporti …

chiediamo che:

  • 1. ci venga dato il diritto di avere una commissione di detenuti per il controllo del vitto come previsto dagli art. 12 e 27 o.p. perché oltre questo non vengono rispettate le tabelle ipocaloriche e la maggior parte dei detenuti sono costretti allo sciopero della fame forzato e il vitto da anni è sempre uguale …

chiediamo che:

  • 2. ci sia garantito il diritto alla salute così come sancito dall’art. 32 stabilito dalla Costituzione della Repubblica italiana per la tutela e il diritto alla salute dell’individuo e della collettività. Qui ci negano il diritto alla salute e per un semplice Aulin o Tachipirina dobbiamo chiederne la prescrizione medica (prima di ammalarci), senza contare i lunghi mesi di attesa per visite specialistiche a persone gravemente ammalate e con gravi patologie tutto questo è inaccettabile …

chiediamo che:

  • 3. noi detenuti del 1° Padiglione di avere il diritto di usufruire dei colloqui estivi all’aria aperta come il 2° Padiglione perché tutti i bambini e famigliari sono uguali e invece la direzione usa i colloqui estivi come un’arma di “premio-ricatto”…

chiediamo che:

  • 4. venga abolito l’art. 41 o.p. dove il seguente art. dice che: si richiede l’impiego della forza fisica e dei mezzi di coercizione verso i detenuti. Questo ignobile articolo giustifica e rende impuniti abusi-violenze e pestaggi sia a Opera che in tutti i penitenziari italiani …

chiediamo che:

  • 5. la direzione la finisca ci non concedere l’uso dell’ascensore ai lavoranti spesini-portavitto e costringerli (come schiavi) a trasportare centinaia di chili per le scale sino al 4° piano dato che veniamo pagati con 60 miseri euro mensili.

Per concludere:

abbiamo mille ragioni per rappresentare e scrivere il trattamento discriminatorio e disumano a cui siamo sottoposti al 1° Padiglione. Questo nostro comunicato vuole essere solo l’inizio di una serie di iniziative volte ad ottenere i nostri diritti e il ripristino di quel trattamento che non cade in condizioni disumane e degradanti come quello attuale.

In fede, i detenuti

(seguono le raccolte di firme – qui raccolte in 3 fotocopie, rispettivamente delle sezioni A-B-C – la cui somma totale è 128)…

Fine febbraio 2016

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