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“Vogliono seppellirci vivi, impediamoglielo!”

 

25 aprile contro i CPR corteo a Modena

BASTA LAGER DI STATO

25 APRILE CONTRO IL RAZZISMO E CONTRO I FASCISTI

Se lo Stato avanza la libertà recede.

Lo Stato avanza chiudendo i porti, respingendo alla frontiera chi emigra e finanziando i lager libici, aumentando la ricattabilità degli sfruttati (stranieri o italiani che siano), inasprendo la repressione verso marginali e ribelli, rafforzando i poteri di polizia, allargando e diffondendo sul territorio galere e zone detentive d’eccezione. Lo Stato costruisce consenso intorno a un clima di rancore e paura, garantendo lauti profitti a chi finanzia e gestisce le strutture di controllo.

I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), campi detentivi per emigranti, sono l’espressione più brutale di questo avanzamento: migliaia di persone considerate irregolari saranno internate nei lager di Stato in attesa della deportazione nei presunti luoghi d’origine. L’Europa li ha chiesti, il PD li ha creati e la Lega li riempirà: non c’è governo che si salvi.

Il CPR così come le deportazioni rimangono gli strumenti centrali di deterrenza per le persone emigranti. È l’ultimo anello di un sistema di controllo, sfruttamento e messa a valore degli individui che passa attraverso il costante ricatto dei documenti, le forme di disciplinamento del sistema d’accoglienza e le forme di lavoro gratuito, propagandato dietro false promesse.

A Modena l’ex CIE diverrà il CPR per l’Emilia-Romagna, una struttura già nota per la durezza dei trattamenti riservata agli internati, da questi ultimi definita “peggio della galera” e da essi stessi chiusa a suon di rivolte nel 2013.

È necessario contrastare questa ennesima espressione del razzismo di Stato e ricordare a chi governa che ancora una volta simili strutture troveranno opposizione. Se le nostre condizioni sono miserabili e le nostre libertà sempre più limitate è perché c’è chi, sotto di noi, subisce sfruttamento e privazione della libertà in modo ancora peggiore.

Ci opponiamo ai CPR perché:

SONO ESPRESSIONE DELLA SVOLTA AUTORITARIA

attuata dagli ultimi governi e tesa a colpire chi sta ai margini, chi non si adegua o chi si ribella, avvisaglie di un vero e proprio Stato di polizia.

RENDONO CHIUNQUE PIÙ RICATTABILE

La minaccia dell’espulsione porta ad accettare anche le peggiori condizioni pur di mantenere il lavoro necessario per il rilascio dei documenti, producendo un generale peggioramento delle condizioni lavorative e di vita di tutti.

DIFFONDONO XENOFOBIA E RAZZISMO

Se chi emigra è trattato da nemico, la solidarietà fra sfruttati va in pezzi a tutto vantaggio di chi ci sfrutta e su ciò l’attuale governo continuerà a guadagnare consensi.

E se paura e rancore dilagano il neofascismo prolifera.

A Modena esso gode di luoghi sicuri, come “Terra dei Padri”, dove i fascisti in camicia nera, l’altra faccia del razzismo di Stato, si preparano a venir fuori appena padroni e governanti lasceranno le briglie. Scendere in strada contro lo Stato di polizia significa scendere in strada anche contro i suoi fiancheggiatori.

Scendiamo in strada il 25 aprile contro tutto ciò.

Solidali con chi è prigioniero perché ha lottato e si è ribellato contro tutto ciò.

OPPORSI AI LAGER DI STATO!

OPPORSI AL RAZZISMO E ALLO STATO DI POLIZIA!

OPPORSI AI FASCISTI!

CONTINUARE A LOTTARE!

PIAZZA DELLA POMPOSA – MODENA – H. 15:00

Dichiarazione di Davide Delogu in tribunale

Davide è tornato nella sua Sardegna. Non da uomo libero. Sta venendo processato per un suo tentativo di evasione dal carcere cagliaritano di Buoncammino per cui ha subito il trasferimento nel carcere siculo di Augusta. Durante l’udienza del 10 di ottobre ha letto una sua dichiarazione molto esatta che ora vi proponiamo

Dichiarazione di Davide Delogu letta in aula il 10 ottobre 2018
Processo per le lotte del 2013 al carcere di Buoncammino di Cagliari

Come si sa, inizialmente questo processo è stato bloccato per un anno dal DAP, tentando (fallendo) di imporlo in videoconferenza, abusando l’utilizzo di tale “misura di emergenza” per incatenarmi nel ruolo di ostaggio inerme da una tecnologia insidiosa e prevaricatrice, per fiaccare la volontà del detenuto come strumento per depersonalizzarlo, per chi non resiste, prenderlo per sfinimento, isolarlo dal proprio contesto affettivo e solidale, per far tacere nella rassegnazione la tensione refrattaria e, in particolare, la lotta contro il carcere, realtà invece che non ha mai cessato di esistere-resistere, nonostante tutto. Sono le stesse “misure emergenziali” con cui vengo ingabbiato nelle cloache penitenziarie della Sicilia da anni (deportato come conseguenza repressiva alle lotte intraprese nel carcere di Buoncammino) con l’applicazione di regimi differenziati, tra i quali l’estremizzazione dell’isolamento 14 bis, attuate con arbitrarie, feroci, perverse metodiche sioniste, per abbattere moralmente e fisicamente il detenuto, e, con esso, quella lotta originaria, che non sono riusciti tuttavia a fermare, essendo un’individualità viva, incorreggibile/indomabile e non soggetto ad alienazione/annichilimento carcerario, alimentando invece più rabbia, disprezzo e determinazione nell’affrontare combattendo la tortura bianca degli isolamenti continui e totali in questione, ma anche del carcere in generale, quale strumento vendicativo dello stato, con cui pianifica e sperimenta sulla nostra pelle di dannati, l’evoluzione repressiva sull’ideologia della manipolazione dell’identità e sull’appiattimento delle menti e degli istinti, all’interno di un vivere subumano, da automa, per il mantenimento non solo del potere carcerario (che si più colpire quando si vuole) ma dell’intero dominio imperialistico-capitalista di civilizzazione del sistema di cose esistenti nella società e in tutto ciò che vi è attorno. Dunque la galera è evidente non è un argomento slegato dal contesto sociale che lo genera.
Noi detenuti siamo quella parte di sfruttati, brutalizzati e lasciati in cattività, a cui l’unica cosa che viene garantita è la sottomissione ad un’esistenza miserabile! Lo scenario tra dentro e fuori non cambia, giacché il mercato che subiscono oppressi e sfruttati è indispensabile al sistema securitario dello stato colonialista, affinché tutto si debba mantenere nell’ambito di compatibilità rispetto agli interessi dei padroni, e quando si verificano delle rotture, delle contrapposizioni ad essi, si intensifica l’attacco preventivato della macchina repressiva, così dentro, così fuori. Fatto questo, che non ci ha comunque impedito, a noi detenuti del carcere dell’ex Buoncammino, di mettere questo meccanismo in discussione. Tra maggio e giugno 2013 si erano succeduti nella galera ottocentesca di Cagliari diversi scioperi collettivi (slegati dai radicali di Pannella come è invece stato millantato in quest’aula) del vitto e dell’aria in particolare, ma anche brevi scioperi della spesa e di protesta contro l’oligarchia dell’aria educativa, tutto supportato da continue battiture, le prime due sottoscritte anche da centinaia di detenuti, contro le condizioni disumane e inaccettabili in cui versava la galera, rivendicando migliorie detentive, l’abrogazione di leggi aberranti come l’ergastolo e il 41bis, l’applicazione di una forte amnistia generalizzata, per diffondere la coesione nella lotta con detenuti di altre galere e per sostenere e divulgare la manifestazione nazionale che si svolse a Parma: contro il carcere, la differenziazione, il 41 bis, l’isolamento, in appoggio alla lotta di tutti i prigionieri, indetta dall’ “assemblea di lotta uniti contro la repressione” a cui abbiamo dato il nostro contributo. Come spesso accade, quando si arrivano a realizzare forme di lotta collettive in carcere, coi rapporti di forza messi in campo, l’autorità carceraria (ma anche fuori), qualora non vengano represse nell’immediato, cerca di amministrarle all’interno della gabbia istituzionale, per cadere nella trappola del compromesso, delle strumentalizzazioni, per evitare l’autodeterminazione del corpo detenuto in agitazione, con la minaccia/ricatto sull’utilizzo dell’isolamento, dei trasferimenti punitivi, della perdita dei benefici, della ricerca obbligata del “promotore”, per l’applicazione indegna del 14 bis etc. etc. … Ma noi non abbiamo ceduto a questa logica del premio/castigo, rifiutandoci di farci “gestire” come fantocci, dando così vita ad un ciclo di lotte che non si vedeva da anni all’interno della galera. Eravamo tutti carichi! Dopo 20 giorni di  confronto dallo sciopero del vitto intraprendemmo quello dell’aria, rifiutandoci di recarci, ammassati come “bestiame umano” nei luoghi angusti adibiti a “passeggi”. La direzione del carcere non stette a guardare inerme e attuò lo stesso giorno una repressione anti sciopero, devastando le celle occupate dai detenuti che firmarono il documento di adesione con una perquisizione straordinaria. è in quell’occasione che presero degli oggetti che mi appartenevano (1 coltello, 1 fune, capelli d’angelo) con cui è stata formulata l’accusa deviazionista (tentata evasione) per cui sono stato chiamato a processo, che vuole oscurare e mascherare quella che è stata una realtà di lotta che stava lanciando semi di ribellione e che doveva essere stroncata sul nascere. Quindi, i carcerieri per prima cosa miravano a colpire l’anarchico ribelle (e poi non solo) per la tenacia con cui si portavano avanti le iniziative che prendevano corpo in un contesto più generale, sia fuori con interventi di solidali, sia con le proteste in altre prigioni e anche perché non ho voluto mai subire, ma ho sempre affrontato a konka arta la tirannia con cui ti impongono di barattare la dignità con l’obbedienza all’interno di umilianti e bestiali condizioni galeotte. Nel concreto, oggi si vuole processare la determinazione di un detenuto in lotta che non si piega e non si rassegna alla sbarrocrazia vigente, al meccanismo gerarchizzato di sfruttamento dietro le sbarre, poiché non sono ricattabile con la vostra “merce”, con le vostre punizioni, i vostri compromessi, le vostre ipocrite illusioni. Ma nel periodo in questione a Buoncammino si respirava aria di rivolta, considerando l’inefficacia che hanno avuto gli scioperi pacifici. Ecco, dunque, che arrivò il 9 luglio 2013, giorno in cui esplose una ribellione collettiva, iniziata con detenuti barricati dentro le celle, sabotaggio dell’impianto elettrico delle sezioni, detonazione di decine di bombe di gas artigianali fuori e dentro le sezioni, nel frattempo le guardie scapparono da queste ultime, vi fu un lancio di lenzuola e suppellettili che ardevano, celle mezze distrutte e fuoco alle finestre per richiamare l’attenzione all’esterno anche con degli striscioni posizionati dove accorrevano nel piazzale antistante il muro di cinta parenti, solidali in supporto e la presenza dei giornalisti pretesa dai detenuti. La violenza carceraria non si fece attendere, con isolamenti, trasferimenti punitivi e il pestaggio di un barricato che tentò di impiccarsi nel carcere punitivo in cui approdò, considerata pure la “calorosa” accoglienza riservatagli. *** Si è dunque ancora repressa, punita, la dignità umana che si sollevò con rabbia in un sussulto di rivolta, purtroppo non manifestata nella più ampia potenza distruttiva! Io venni deportato nel lager di Palermo e introdotto nel regime di tortura del 14bis, uno strumento vessatorio, vendicativo e di annichilamento nei confronti di chi non si mantiene addomesticato, non si vuole abbandonare alla rassegnazione e non si genuflette di fronte alla prepotenza aguzzina e alla stessa funzione classista del carcere, dove lo stato opera nei confronti del detenuto la sua eliminazione organizzata, con l’estrema violenza dell’isolamento nell’isolamento, tramite restrizioni maniacali, condizioni brutali di sadismo psicopatico di controllo dei carcerieri, l’assoluta privazione di qualsiasi rapportazione umana all’interno di un accanito potere arbitrario abusato da ogni amministrazione penitenziaria, illimitatamente prorogabile. Tutto è concepito per annientare! Perciò la ribellione contro questo funzionamento egemone è diventata come l’ossigeno che si respira, praticando svariate forme di lotta permanente, portando al fallimento delle intenzioni dell’oppressione carceraria. L’istituzione delle sbarre ci vorrebbe ridurre tutti quanti a burattini consenzienti, tramite le loro miserie e i loro metodi, annullando la dignità del detenuto e stuprandolo dell’integrità fisica, dell’affettività, della sessualità, per assuefarlo all’ideologia sbirrocratica in modo da abituarci a diventare servi e succubi di un genocidio di stato perpetrato impunemente nelle patrie galere, come parte di un progetto di sterminio del mattatoio democratico, collegato per un più esteso e sofisticato mantenimento dell’attuale ordine sociale con cui avanzava e si affina l’evoluzione di insediamento ed espansione del controllo repressivo. Il carcere col suo impianto differenziante come laboratorio della carcerizzazione applicata nelle forme e nei metodi per l’edificazione di una più ampia oppressione della società. L’esportazione del modello carcerario per una più alienante prigione a cielo aperto, in cui vengono radialmente alterate le condizioni della vita umana (del pianeta) al fine di provocarne un surrogato attraverso un sistema poliziesco – digitale – tecno/scientifico, realizzato sulla distruzione dei valori di libertà che ci sta costringendo a mutare in tutti gli aspetti dell’esistenza, come conseguenza alienante delle genti formalizzate dall'”etica” civilizzatrice e dal suo sfrenato collaborazionismo all'”integrazione”. E si potrà comprendere come ogni rinuncia all’attacco contro questa avanzata del dominio si pagherà a caro prezzo! Chiaramente, non sempre avviene come da programma di chi comanda, come è stato dimostrato da tanti percorsi individuali di detenuti e non, che non si apprendono mai! Quando si cercò di sviluppare le lotte nelle carceri italiane con le ultime mobilitazioni anti-carcerarie su appello del “coordinamento dei detenuti”, con l’appoggio di tante realtà all’esterno, non riuscimmo a strappare nulla al potere degli obiettivi rivendicati, però acquisimmo la fondamentale consapevolezza che “se basta volere fermamente una cosa per farla accadere” significa che certi metodi di lotta non si possono arenare, rimanendo solo quelli, senza attaccare materialmente la piovra detentiva, e perlomeno da parte mia, non vi fu quella presunzione di sostenere una sorta di “reclusoretariato” consapevole del proprio essere sfruttati, umiliati, seviziati e abusati alla mercé del dispotismo carcerario, considerando che i detenuti in linea di massima sono gli stessi componenti che fuori, come dentro, sostengono il sistema dei monopoli, al di là e al di qua delle leggi violate, ma il significato e la valutazione che ne uscì con veemenza è sempre quell’urgenza di affermare se stessi, partendo dalla propria rabbia, insofferenza e convinzione da mettere in campo, per sconfiggere la sottomissione agli interessi del sistema che a volte si confondono con i nostri, per assumerci il coraggio di riprenderci/ritrovare i nostri desideri, la nostra dignità e combattività, il rispetto di noi, per condurci ad atti di auto-liberazione dalle gabbie che sappiamo di avere dentro, con le reali forze esistenti, che sono di certo minoritarie rispetto alle forze del nemico, perciò la creatività può conferire alla minoranza combattiva un coefficiente di vigore esplosivo: la dinamite, che ha un valore insostituibile che non si discute. La chimica della distruzione si converte tra le mani in un’alchimia di liberazione, di vendetta contro l’ordine sociale. O ci faremo sopprimere lentamente insieme a tutto ciò che ci circonda, o sopprimeremo noi la megamacchina molto rapidamente nelle parti più vulnerabili, senza aspettare nulla. Non ci sono vie di mezzo! Da parte mia continuerò a seguire la mia istintività selvaggia, battendomi anche soprattutto nelle tenebre degli isolamenti, negando e rifiutando la brutalizzazione e il disciplinarmente che l’autorità carceraria pretende impormi sulla mia mente e il mio corpo, poiché sono soltanto io a decidere come affrontare la galera e lo faccio lottando dietro le sbarre, che è l’unica liberà rimasta a noi detenuti.

Nessuna sbarra è solida come sembra.

W chi le taglia, W chi le brucia, W chi le combatte.

Solidarietà refrattaria agli anarchic* imprigionati nelle sezioni blindate della AS e di altri regimi dello
stato italiano e agli anarchic* in galera negli altri stati. Saluti gioiosi a quegli anarchic* anonim* che
fuori anche in diversi stati attaccano direttamente i settori della civilizzazione più infame, in solidarietà
ai prigionier* anarchic*, riempiendo di forza l’immaginazione guerrigliera.
Sempri innantis per la libertà di ogni giorno!

Deportatu Anarkiku Sardu Impresonau
Davide Delogu

*** Davide fa riferimento a un ragazzo trasferito al carcere S.Daniele a Lanusei, che ha tentato di
impiccarsi nella sua cella. Il trasferimento è avvenuto in maniera coatta dopo la rivolta al carcere del
Buoncammino, alla quale questo ragazzo aveva preso parte, urlando dalla finestra della sua cella tutte
le ingiustizie che gli erano capitate in quel carcere.

https://cordatesa.noblogs.org/post/2013/07/18/tenta-il-suicidio-il-detenuto-che-guido-la-rivolta-a-cagliari-salvato/

Maurizio Alfieri picchiato nel carcere di Opera

APPELLO URGENTE ALLA SOLIDARIETÀ

Il detenuto in lotta Maurizio Alfieri è riuscito a farci sapere che dal 4 novembre si trova, per l’ennesima volta, in isolamento.

In seguito alle sue proteste per il trattamento riservato ad altri detenuti, un agente lo ha colpito a tradimento. Il compagno ha reagito; poi è stato immobilizzato e aggredito da una decina di secondini, che lo hanno portato in una cella liscia. Maurizio ha rotto la telecamera di sorveglianza, quindi è stato trasferito in isolamento per dieci giorni di punizione, a cui se ne aggiungerebbero altri 120 già bell’e pronti nel cassetto.

I suoi compagni di sezione hanno subito dato vita a una sorta di presidio interno. Convocati in una saletta dal comandante, questi ha detto loro che Maurizio salirà in sezione tra una settimana; mentre a Maurizio è stato minacciato il trasferimento con l’ennesimo 14 bis (isolamento punitivo).

Gonfio e pieno di lividi, Maurizio dice: “Piuttosto che piegarmi mi faccio ammazzare”.
Maurizio è uomo di parola.

Per lui e per tutti i detenuti in lotta, che la solidarietà non ci rimanga in tasca.

Maurizio Alfieri
Via Camporgnago 40
20090 Opera (Milano)

LETTERA APERTA DEI DETENUTI IN AS1 DEL CARCERE DI PARMA

Roberto Cavalieri
Parma, 16 giugno 2016

Comune di Parma
SETTORE SOCIALE
Garante dei diritti delle persone private della libertà personale
Largo Torello de Strada, 11/a – 43121 Parma
mail garante.detenuti@comune.parma.it

Ministero della Giustizia
DAP – Capo dipartimento

dr. Santi CONSOLO
Provveditore PRAP ER

dr.ssa Ilse RUSTENI
Direttore IIPP Parma

dr. Carlo BERDINI
Magistrati di Sorveglianza RE

dr.ssa Maria Giovanna SALSI
dr. Paolo DE MEO
Garante nazionale dei detenuti

dr. Mauro PALMA
Al volontariato penitenziario

Alla stampa
Oggetto: Reparto detenuti AS1 – Lettera aperta

Spett.li,

esattamente un anno fa mi indirizzavo a voi sottolineando le criticità del reparto detenuti Alta Sicurezza 1 che vedeva aumentare il numero degli arrivi a Parma a seguito della chiusura di un medesimo circuito presso il carcere di Padova.

Successivamente alla mia comunicazione si sono verificate iniziative apprezzabili sotto il profilo dell’incremento delle proposte trattamentali a questi detenuti, anche se non sempre esaustive per quel che riguarda la loro continuità e significatività dal punto di vista delle ore settimanali di effettivo impegno.

Nel contempo era stato apprezzato anche l’impegno dell’amministrazione nel rivedere la collocazione di questi detenuti al fine di diminuirne il numero a Parma con l’accoglimento di richieste di trasferimenti o con la nuova procedura di declassificazione se e quando applicabile.
Allora, un anno fa, si parlava di 29 detenuti che vivevano, in gran parte scontando pene all’ergastolo ostativo e quindi senza alcuna speranza di benefici, più due detenuti, sempre AS1, ricoverati presso il centro clinico.

Constato invece che il numero degli arrivi in verità non si è mai arrestato e oggi si contano 36 detenuti in totale appartenenti al circuito AS1. Di questi 3 si trovano in isolamento perché rifiutano di essere collocati in sezione in cella con gli altri detenuti in quanto di diritto (spesso per problematiche sanitarie) spetta a loro una cella singola. Altri 3 si trovano ricoverati presso il centro clinico penitenziario – SAI. In sezione 5 celle sono occupate da detenuti in condivisione con un altro compagno che, nonostante l’età avanzata e magari ultra settantenne, viene fatto dormire sul letto rialzato di una disposizione a “castello”.

Cinque detenuti sono iscritti a corsi universitari mentre due sono studenti privatisti di scuola superiore: per loro la cella singola diventa garanzia del mantenimento di un contesto favorevole allo studio non potendo trovare altra medesima soddisfazione nel corso delle ore di accesso alla sala PC dove si accede per 4 ore al giorno, magari sacrificando le ore d’aria.

La procedura per la declassificazione non ha praticamente portato, ad oggi, alcun effetto per questi detenuti che si vedono respinto il riconoscimento ancora, almeno in un caso da me verificato, con informazioni della DDA che risultano essere datate nel tempo se non addirittura contraddittorie rispetto a provvedimenti di decadimento del regime del 41 bis somministrato precedentemente oppure di riconoscimento dei giorni di liberazione anticipata.

Chiedo apertamente alle SS.VV. di volere prendere in considerazione il reparto in questione come un luogo di applicazione, vera, dei principi ispiratori non solo delle norme che regolano la vita detentiva e che riconoscono ai detenuti diritti inalienabili ma anche di questo “nuovo” corso voluto dalla Amministrazione penitenziaria e dal Ministero della Giustizia oramai varato con i risultati ottenuti dal lavoro degli Stati generali dell’esecuzione penale.

A tal fine si chiede di volere interrompere la destinazione di altri detenuti a questo reparto e nel contempo di voler considerare con la massima disponibilità le istanze di trasferimento presentate dai detenuti finalizzando queste azioni alla riduzione del numero dei reclusi e al conseguente miglioramento delle condizioni di vita degli altri detenuti e del personale coinvolto nella loro gestione.

Si allega l’elenco di richiesta di attenzione firmata dai detenuti AS1 del carcere di Parma.

In attesa di cordiale riscontro si porgono distinti saluti.
Roberto Cavalieri

Protesta nel carcere di Opera (MI)

“Dalla Caienna di Opera”

Noi sottoscritti detenuti di Opera del 1° Padiglione Sezioni A-B-C quarto piano, con la seguente vogliamo rendere pubblica ogni violazione sui diritti dei detenuti a cui siamo sottoposti attraverso abusi-umiliazioni-ricatti e falsi rapporti …

chiediamo che:

  • 1. ci venga dato il diritto di avere una commissione di detenuti per il controllo del vitto come previsto dagli art. 12 e 27 o.p. perché oltre questo non vengono rispettate le tabelle ipocaloriche e la maggior parte dei detenuti sono costretti allo sciopero della fame forzato e il vitto da anni è sempre uguale …

chiediamo che:

  • 2. ci sia garantito il diritto alla salute così come sancito dall’art. 32 stabilito dalla Costituzione della Repubblica italiana per la tutela e il diritto alla salute dell’individuo e della collettività. Qui ci negano il diritto alla salute e per un semplice Aulin o Tachipirina dobbiamo chiederne la prescrizione medica (prima di ammalarci), senza contare i lunghi mesi di attesa per visite specialistiche a persone gravemente ammalate e con gravi patologie tutto questo è inaccettabile …

chiediamo che:

  • 3. noi detenuti del 1° Padiglione di avere il diritto di usufruire dei colloqui estivi all’aria aperta come il 2° Padiglione perché tutti i bambini e famigliari sono uguali e invece la direzione usa i colloqui estivi come un’arma di “premio-ricatto”…

chiediamo che:

  • 4. venga abolito l’art. 41 o.p. dove il seguente art. dice che: si richiede l’impiego della forza fisica e dei mezzi di coercizione verso i detenuti. Questo ignobile articolo giustifica e rende impuniti abusi-violenze e pestaggi sia a Opera che in tutti i penitenziari italiani …

chiediamo che:

  • 5. la direzione la finisca ci non concedere l’uso dell’ascensore ai lavoranti spesini-portavitto e costringerli (come schiavi) a trasportare centinaia di chili per le scale sino al 4° piano dato che veniamo pagati con 60 miseri euro mensili.

Per concludere:

abbiamo mille ragioni per rappresentare e scrivere il trattamento discriminatorio e disumano a cui siamo sottoposti al 1° Padiglione. Questo nostro comunicato vuole essere solo l’inizio di una serie di iniziative volte ad ottenere i nostri diritti e il ripristino di quel trattamento che non cade in condizioni disumane e degradanti come quello attuale.

In fede, i detenuti

(seguono le raccolte di firme – qui raccolte in 3 fotocopie, rispettivamente delle sezioni A-B-C – la cui somma totale è 128)…

Fine febbraio 2016

Appello per la campagna “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

“PAGINE CONTRO LA TORTURA”

Circa il divieto di ricevere dall’esterno libri e stampe d’ogni genere nelle sezioni 41bis

Nel tempo le istituzioni hanno allevato funzionari che ritengono naturale questo sistema di barbarie. Quando si eleva il meccanismo della mostrificazione a ’normale’ strumento di repressione, la tortura di varia natura diventa burocrazia quotidiana”. (Da una lettera di un detenuto rinchiuso nel nuovo carcere di Massama, Oristano, giugno 2015).

Da alcuni mesi chi è sottoposto al regime previsto dall’art. 41bis dell’ordinamento penitenziario (o.p.) non può più ricevere libri, né qualsiasi altra forma di stampa, attraverso la corrispondenza e i colloqui sia con parenti sia con avvocati: i libri e la stampa in genere si possono solo acquistare tramite autorizzazione dell’amministrazione. È un’ulteriore censura, una potenziale forma di ricatto, in aggiunta alle restrizioni sul numero di libri che è consentito tenere in cella: solo tre.

Nel novembre 2011 una circolare del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: il dipartimento del ministero della Giustizia preposto al governo delle carceri italiane) impose questa restrizione, ma fu bloccata da reclami di alcuni prigionieri e prigioniere accolti nelle ordinanze di alcuni giudici di sorveglianza. I ricorsi opposti da almeno tre pubblici ministeri contro queste ordinanze furono confermati in Cassazione. Infine una sentenza della suprema Corte del 16 ottobre 2014 ha dato ragione al DAP, rendendo così definitiva questa nuova odiosa restrizione.

Il regime di 41bis è il punto più rigido della scala del trattamento differenziato che regola il sistema carcerario italiano.

Adottato trent’anni fa come provvedimento temporaneo, di carattere emergenziale, si è via via stabilizzato e inasprito. In questa condizione detentiva ci sono oggi ben oltre 700 prigionieri  e prigioniere, fra i quali una compagna e due compagni rivoluzionari, trasferiti in queste sezioni da dieci anni. Il 41bis è attualmente in vigore in 13 sezioni all’interno di carceri sparse in tutt’Italia: Cuneo, Novara, Parma, Opera-Milano, Tolmezzo-Udine, Ascoli Piceno, Viterbo, Secondigliano-Napoli, Terni, Spoleto, L’Aquila, Rebibbia-Roma, Bancali-Sassari (entrata in funzione all’inizio di luglio 2015).

Il 41bis prevede:

– isolamento per 23 ore al giorno (soltanto nell’ora d’aria è possibile incontrare altri/e prigionieri/e, comunque al massimo tre, e solo con questi è possibile parlare);

– colloquio con i soli familiari diretti (un’ora al mese) che impedisce per mezzo di vetri, telecamere e citofoni ogni contatto diretto;

– esclusione a priori dall’accesso ai “benefici”;

– utilizzo dei Gruppi Operativi Mobili (GOM), il gruppo speciale della polizia penitenziaria, tristemente conosciuto per i pestaggi nelle carceri e per i massacri compiuti a Genova nel 2001;

– “processo in videoconferenza”: l’imputato/a detenuto/a segue il processo da solo/a in una cella attrezzata del carcere, tramite un collegamento video gestito a discrezione da giudici, pm, forze dell’ordine, quindi privato/a della possibilità di essere in aula;

– la censura-restringimento nella consegna di posta, stampe, libri.

Questa tortura quotidiana è finalizzata a strappare una “collaborazione”, cioè a costringere, chi la subisce, alla delazione. Nessun fine, quindi, legato alla sicurezza quanto piuttosto all’annientamento dell’identità e personalità. Ciò è ancora una volta dimostrato attraverso l’applicazione di quest’ultima ennesima restrizione, visto che leggere e scrivere rappresenta  da sempre l’unica forma di resistenza alla deprivazione sensoriale a cui sono quotidianamente sottoposti tutti e tutte le detenute.

Le leggi e le norme di natura emergenziale, col passare del tempo, si estendono cosicché ogni restrizione adottata nelle sezioni a 41bis prima o poi, con nomi e forme diverse, penetra nelle sezioni dell’Alta Sicurezza e in quelle “comuni”, contro chi osa alzare la testa.

Lo dimostra la generalizzazione di norme “trattamentali” eccezionali, quali per esempio: l’uso massiccio dell’isolamento punitivo disposto dall’art. 14-bis o.p. (*), che può essere prorogato anche per parecchi mesi consecutivi, in “celle lisce” e spesso isolate all’interno dell’istituto; o la “collaborazione” (di fatto) quale condizione essenziale per poter accedere a un minimo di possibilità “trattamentali” (socialità, scuola, lavoro); oppure la censura (di fatto) della corrispondenza e la limitazione del numero di libri o vestiti che è possibile tenere in cella.

Una società che sottostà al ricatto della perenne emergenza, alimentata da banalizzazioni ed allarmismi, si rende consenziente alle vessazioni e torture di cui il blocco dei libri è solo l’ultimo, più recente tassello. Individuiamo nel Dap il diretto responsabile e l’obbiettivo verso cui indirizzare le proteste: D.A.P. – Largo Luigi Daga n. 2 – 00164 Roma; centralino: 06 665911; Ufficio detenuti alta sicurezza mail: dg.detenutietrattamento.dap@giustizia.it telefono: 06 665911 fax: 0666156475. Tartassiamoli di telefonate, email, cartoline…e chi più ne ha, più ne metta! Chiediamogli conto di quanto hanno messo in pratica!

È altresì importante promuovere una campagna di sensibilizzazione e iniziativa di tutte e tutti coloro che operano nel mondo della cultura: librerie, case editrici, di appassionati/e della lettura, scrittori e scrittrici, viaggiatori tra le pagine, ecc., volta al ritiro del vessatorio divieto di ricevere libri.

In particolare, al fine di fare pressione sulle autorità competenti ed estendere la solidarietà, invitiamo tutte le realtà a spedire cataloghi, libri, riviste, ecc, presso le biblioteche delle carceri in cui sono presenti le sezioni a 41bis (per gli indirizzi delle carceri clicca qui)  e ai detenuti e alle detenute che di volta in volta ne faranno richiesta.

Informazioni utili allo sviluppo della campagna si trovano in rete a questo indirizzo:

http:/paginecontrolatortura.noblogs.org/. Il blog servirà da strumento di aggiornamento, coordinamento e documentazione. Chiunque aderirà alla campagna, per esempio con la spedizione di libri, ma anche con iniziative autonome, sarà bene che lo comunichi al seguente indirizzo di posta elettronica, cosicché sarà più semplice avere il polso della situazione su ciò che si sta, o meno, muovendo: paginecontrolatortura@inventati.org

Un’esperienza simile fu fatta nel 2005, quando l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli limitò il numero di libri tenibili in cella, nella sezione a “Elevato Indice di Vigilanza” (equivalente all’attuale “Alta Sicurezza 2”) del carcere di Biella. Grazie alla campagna “Un libro in più di Castelli” si sviluppò un’intensa attività che interessò numerose città italiane, basata sulla raccolta e la spedizione di libri nel carcere piemontese, che sfociò in una partecipata manifestazione sotto le sue mura. La limitazione dei libri fu infine ritirata.

Quest’appello vuole essere diretto e ampio, tanto quanto reclama la libertà, la lotta per viverla, nemica di ogni forma di prevaricazione e sfruttamento.

Il carcere non è la soluzione, ma parte del problema.

Sommergiamo di libri le carceri, evitiamo che si metta in catene la cultura!

AGOSTO 2015 – CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

 

(*) Art.14-bis
Regime di sorveglianza particolare.

  1. Possono essere sottoposti a regime di sorveglianza particolare per un periodo non superiore a sei mesi, prorogabile anche più volte in misura non superiore ogni volta a tre mesi, i condannati, gli internati e gli imputati:
  2. a) che con i loro comportamenti compromettono la sicurezza ovvero turbano l’ordine negli istituti;
  3. b) che con la violenza o minaccia impediscono le attività degli altri detenuti o internati;
  4. c) che nella vita penitenziaria si avvalgono dello stato di soggezione degli altri detenuti nei loro confronti. …

 

Art.14-quater
Contenuti del regime di sorveglianza particolare

  1. Il regime di sorveglianza particolare comporta le restrizioni strettamente necessarie per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, all’esercizio dei diritti dei detenuti e degli internati e alle regole di trattamento previste dall’ordinamento penitenziario.
  2. L’amministrazione penitenziaria può adottare il visto di controllo sulla corrispondenza, previa autorizzazione motivata dell’autorità giudiziaria competente.
  3. Le restrizioni di cui ai commi precedenti sono motivatamente stabilite nel provvedimento che dispone il regime di sorveglianza particolare.
  4. In ogni caso le restrizioni non possono riguardare: l’igiene e le esigenze della salute; il vitto; il vestiario ed il corredo; il possesso, l’acquisto e la ricezione di generi ed oggetti permessi dal regolamento interno, nei limiti in cui ciò non comporta pericolo per la sicurezza; la lettura di libri e periodici; le pratiche di culto; l’uso di apparecchi radio del tipo consentito; la permanenza all’aperto per almeno due ore al giorno salvo quanto disposto dall’articolo 10; i colloqui con i difensori, nonché quelli con il coniuge, il convivente, i figli, i genitori, i fratelli.

(Non cita mai la “misura” dell’isolamento, che invece è la prima ad essere impiegata e la più grave.)

Appello in arabo clicca

Ancora manicomi

R.E.M.S. in via Terracini 31 – Bologna

Nel 2011 la degradante situazione che vivevano gli internati dei  sei ospedali psichiatrici giudiziari(O.P.G),è fuoriuscita da quelle mortificanti strutture “terapeutiche”,rompendo quell’agghiacciante silenzio imposto da gran parte della psichiatria e della magistratura,complice una società”civile” per lo più indifferente e ancora pronta  a legittimare le innumerevoli atrocità che tuttora compie professionalmente la pseudo-scienza psichiatrica all’interno dei propri servizi manicomiali gestiti autonomamente dai D.S.M (dipartimenti di salute mentale)o da compiacenti  cooperative sociali(tra cui comunità,reparti ospedalieri,centri diurni e ambulatoriali).

L’impatto mediatico ottenuto dalle riprese effettuate all’interno dei vari O.P.G ha certamente favorito l’approvazione  della legge 81, la quale sancisce in data 31.3.2015 la chiusura dei sei manicomi giudiziari(cinque tuttora funzionanti) e obbliga  ogni Regione a predisporre sul proprio territorio  nuove strutture,le R.E.M.S(residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza).

Ma fin quando non si avrà la volontà di cancellare dal codice penale la cosiddetta “pericolosità sociale”, i  giudici sulla base dell’”incapacità di intendere e volere” definita da un perito psichiatra all’interno di un processo penale, applicheranno una “misura di sicurezza detentiva”, ovverosia un internamento nelle R.E.M.S o “non detentiva”(libertà vigilata) con la presa in carico troppo spesso vitalizia e asfissiante dei servizi psichiatrici territoriali.

Sostituire la targa esterna del manicomio(vedi“ex”-O.P.G di Castiglione delle Stiviere ora R.E.M.S), rimbiancare le pareti o le mura di cinta, sostituire le inferiate con vetri antisfondamento e capillari sistemi di sorveglianza, sostituire le porte blindate con alti dosi di psicofarmaci e l’uso dei letti di contenzione, diminuire il numero delle persone internate, sostituire l’”ergoterapia” ovverosia il lavoro imposto nei vecchi manicomi con le “attività occupazionali terapeutiche”(solo efficaci nel sopportare il misero e lento trascorrere del tempo),sostituire le divise della polizia penitenziaria con le divise della sicurezza privata,con i camici bianchi dei “medici” e degli operatori sanitari(oltre a un numero insignificante di figure educative troppo spesso appartenenti alla ciurma dei sorveglianti),sono tutte misure utili a mistificare la conservazione dello status quo.

Cambiare tutto per non cambiare nulla…

Anche a Bologna AUSL,magistratura di sorveglianza e compiacenti giornalisti,hanno il coraggio e l’arroganza di  presentare il neo-manicomio di via Terracini come un luogo nel quale  si concretizza un reale percorso di “superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari”.

Le testimonianze e le regole imposte dai vari responsabili/carcerieri, presentano una situazione ben distinta dall’immagine che in questi mesi si è forzatamente costruita. Purtroppo per loro ci sono persone che non si sottomettono a  questo stato di cose e denunciano l’esistenza di regole  di natura esclusivamente carceraria e manicomiale.
Le visite dei parenti  possono essere effettuate solo una ogni due settimane(mentre nell’O.P.G di Reggio Emilia sono concesse sei visite ogni mese),ogni internato può ricevere ed effettuare  solo una telefonata alla settimana e solo a numeri autorizzati dai responsabili i quali non sono certamente propensi a richiedere,al magistrato di sorveglianza,“permessi di uscita”dal neo-manicomio(all’O.P.G di Castiglione delle Stiviere si concedono “permessi di uscita” con più frequenza e per più ore o giorni).

Altro che superamento degli O.P.G…
Altro che reinserimento sociale…

In tale struttura l’approccio degli operatori non valorizza le diversità ma le patologizza secondo i loro ristretti parametri di giudizio. La loro misera e “indiscutibile” Normalità. L’autorità di chi si autoproclama “terapeuta”.
Le logiche manicomiali,in grado di creare stigma e isolamento dal mondo esterno sono ben radicate in questa struttura a loro dire“di cura e custodia”.Ma sappiamo bene che tutti i castelli di sabbia,presto o tardi crollano inesorabilmente.

Impediamo che i tentacoli asfissianti della psichiatria continuino ad allargarsi in ogni dove, violentando la sfera spirituale, umana, sociale, del disagio, della sofferenza, del proprio essere… della vita.
I Telefoni Viola con le realtà con cui collaborano, continueranno a porre impegno nel rendere sempre più agibili i percorsi di  chi esprime la volontà di liberarsi una volta per tutte dalla morsa  psichiatrica. Continueremo sempre con maggior tenacia  ad offrire un concreto sostegno umano,medico e legale a chi lo riterrà opportuno in pieno rispetto della libertà e della dignità dell’individuo.  

Telefono Viola di Piacenza,Reggio Emilia e Bergamo
Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa
Centro Relazioni umane – Bologna
Collettivo antipsichiatrico Camap – Brescia

Proposte pratiche per un reale superamento dell’O.P.G/R.E.MS e dai servizi psichiatrici territoriali :

leggi il Comunicato: ”Siamo tutti socialmente pericolosi

1.1.2016

per contatti: antipsichiatriapc[at]autistici.org    www.telefonoviola.tracciabi.li

Testo collettivo dei detenuti sulla fermata all’aria di Novembre

Alla direzione C.C. Agrigento, ai mezzi di informazione di tutti i tipi, alle associazioni pro-detenuti, al garante dei detenuti, al ministro della giustizia, al magistrato di sorveglianza.

Noi detenuti a partire da oggi, domenica 29 novembre, entriamo in sciopero che manifestiamo nel rimanere al passeggio a tempo indeterminato, perché si è già oltrepassato il limite della disumanità  che il carcere di Agrigento produce. Ci sono dei principi di civiltà e dignità che devono separare la pena da scontare dalla tortura e questo non potete non saperlo e lo stato è nella piena violazione dei più elementari diritti dell’essere umano.

Il detenuto ha diritto a un trattamento giusto e umano e deve lottare per migliorare le proprie condizioni. Non sopportiamo più il trattamento bestiale, umiliante, degradante e di tortura che le condizioni detentive ci infliggono ogni giorno, sia a livello di struttura fatiscente e non a norma di legge, che di regolamento interno, che annulla tutti i nostri diritti, la nostra umanità, che ci farà uscire di prigione ammalati, disturbati, abbruttiti con una rivalsa vendicativa nei confronti della società perché è il carcere mera vendetta che non risponde al dettato costituzionale ed è perciò un’istigazione al suicidio, all’autolesionismo, alla castrazione chimica.

Vi ricordiamo i fatti: non esiste il diritto alla salute per carenza di farmaci e di cure adeguate, un esempio è il Sig. Angelo Castagna che da 20 giorni ha estrema difficoltà a camminare (si fa la doccia seduto) e  ha perso già 35 kg di peso nel giro di 2 mesi. Non c’é mai stata una disinfestazione. Pericolo di malattie infettive, con blatte, piattole e topi in libera circolazione. Non esiste neanche un defribillatore in infermeria, uno strumento che pensiamo avrebbe salvato la vita a Mohamed, il ragazzo algerino morto in questo carcere due mesi fa. L’ennesima vittima che miete lo stato nelle sue patrie galere.

Sovraffollamento nelle celle insostenibile, dove non esistono riscaldamenti, senza acqua calda, neanche nelle uniche due docce, ridotte male, presenti in sezione; e quando capita per un breve lasso di tempo che esce acqua calda, è vietato riempire un secchio per portarselo in cella, pena rapporto disciplinare e soppressione del proprio turno doccia (3 volte a settimana).

Il freddo è pungente ma ci proibiscono di avere guanti di lana o cuffiette o un maglione in più per proteggerci dal gelo.

Nel carcere piove dentro dappertutto. Le tubature delle celle sono marce in quanto anche dall’acqua fredda che scorre dai rubinetti, esce odore di fogna e quindi non è potabile.

I bagni minuscoli privi di finestra, hanno un aspiratore che non ha mai funzionato, costringendoci a respirare i maleodoranti bisogni fisiologici quotidiani dei propri compagni di cella, e non c’é areazione per consentire una rapida evacuazione. La situazione diventa sempre più nauseabonda!

Ci chiudono il blindo e ci spengono i televisori in violazione della legge. Neanche il magistrato di sorveglianza è garante dei nostri diritti. Non possiamo neppure accenderci e spegnerci la luce autonomamente in quanto la cella è priva di interruttore. Non c’é lavoro e il criterio con cui lo gestiscono è tutto sballato.

Agli stranieri che non hanno niente non gli viene garantito un sussidio periodico (neppure uno) per un minimo di sopravvivenza dignitosa, rendendo la galera tripla! L’area trattamentale non esiste. Ci sono detenuti che da anni non conoscono l’educatore, e quelli che sono definitivi da tanto tempo non hanno ancora lavorato.

Siamo nell’ozio forzato più assoluto, senza senso, sempre chiusi tra angoscia, stress, soprusi, ingiustizie che la fanno da padrona. Senza barbiere da tempo, non ci garantiscono nemmeno un minimo di decoro
verso noi stessi e le persone con cui facciamo colloquio, per non parlare della frantumazione del rapporto affettivo per chi ha la famiglia lontana.

La lista sarebbe ancora lunga delle nefande condizioni cui versala galera e ci sembra inutile proseguire.

Col nostro sciopero non chiediamo di risolvere tutti questi violenti “problemi”, perché siamo realisti e sappiamo già che niente cambierà!

Quello che vogliamo invece è la libertà immediata fino a quando non ci sarà una prigione che rispetti i diritti.

“La dignità umana è inviolabile, essa deve essere tutelata e rispettata”.

novembre 2015
Seguono firme di un gruppo di detenuti.

Comunicato dei compagni greci colpiti da richiesta di estradizione

traduzione da atenecalling – fonte: indymedia athens

Il 1/5/2015, durante un viaggio in Italia, abbiamo partecipato al corteo del 1 maggio a Milano e alla contestazione della Fiera Internazionale Expo 2015, che avrebbe avuto luogo nella città, e che creava un clima economico e sociale asfissiante per gli strati sociali più bassi di Milano.

Il 2/5/2015, il giorno dopo la manifestazione, siamo stati fermati dalla polizia italiana nell’ambito di un’operazione di fermi di massa, solo perché stavamo uscendo da un centro sociale occupato. Dopo essere stati fermati per molte ore e senza la presenza di un interprete, siamo stati rimessi in libertà senza alcuna accusa.

Giovedì 12/11/2015
le autorità greche hanno fatto irruzione nelle nostre case e ci hanno arrestato con un mandato di cattura europeo, rilasciato dalla Procura di Milano, con cui veniva richiesto il nostro arresto e la nostra estradizione in Italia per aver partecipato alla manifestazione. Secondo quanto riportato nel mandato «siamo stati visti» partecipare agli scontri.

La solidarietà concreta del movimento è riuscita ad evitare la nostra carcerazione, ma è ancora in pendenza la decisione del Consiglio Giudiziario che dovrà stabilire se autorizzare la nostra estradizione in Italia, dove non dovremo nemmeno scontare un periodo minimo di carcerazione fino allo svolgimento del processo. Da quando è stato istituito il Mandato di Cattura Europeo, è la prima volta che viene richiesta l’estradizione di cittadini da uno stato membro ad un altro per motivi attinenti alla loro attività politica.

Come studenti che partecipano al movimento studentesco e alle sue lotte, alle assemblee di quartiere, alle rivendicazioni dei lavoratori, rivolgiamo un appello a tutto il movimento antagonista affinché si opponga alla nostra estradizione in Italia, che è un rischio concreto. Quando i movimenti “dal basso” scelgono di unirsi contro le politiche internazionali di austerità, allora gli stati scelgono di collaborare contro di loro per reprimere le lotte, perseguendo l’attività politica. Il risultato è questa situazione inaudita, che oltrepassa i confini nazionali e crea un precedente pericoloso per ogni militante.

BLOCCHIAMO CON TUTTE LE NOSTRE FORZE L’ESTRADIZIONE IN ITALIA

I cinque studenti ricercati dalle autorità italiane

Atene, 14/11/2015

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