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Strage di Modena: il rischio di un colpo di spugna

Pubblichiamo una puntuale ricostruzione dei fatti che ruotano, da un anno a questa parte, attorno la “strage del Sant’Anna” con la convocazione al presidio, davanti il Tribunale modenese, di lunedì 7 giugno

 

di Alexik

E’ prevista per lunedì prossimo presso il Tribunale di Modena l’udienza per decidere dell’archiviazione del fascicolo riguardante la morte di otto detenuti nella rivolta del carcere Sant’Anna.
Tre mesi fa il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio, assieme alle PM Lucia De Santis e Francesca Graziano, ha chiesto di passare un bel colpo di spugna sulla peggiore strage carceraria della storia della Repubblica, e in particolare sulla fine di Chouchane Hafedh, Methani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lofti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur, Rouan Abdellha.
La procura di Modena ha motivato la richiesta di archiviazione addebitando i decessi “alle complicazioni respiratorie causate dall’assunzione massiccia di metadone, in qualche caso accelerato e aggravato dall’assunzione di altri farmaci o da specifiche condizioni personali”, ed escludendo per tutti  “l’incidenza concausale di altri fattori di carattere violento“.
La procura sostiene inoltre che “nell’immediatezza della rivolta risulta essere stata tempestivamente assicurata assistenza sanitaria a tutti i detenuti da parte del personale sanitario intervenuto…  Risultano essere stati fatti quindi, nel contesto emergenziale, pure gravati dall’emergenza legata al COVID-19, tutti i necessari controlli, con interventi terapeutici di contrasto in loco, ove possibile, o con invio ai presidi sanitari cittadini nei casi più gravi“.

Sarà, ma il  bilancio di nove morti non depone a favore di questa narrazione edulcorata, smentita ormai da numerose testimonianze.
Fra queste, i racconti delle donne che l’otto marzo 2020 sono accorse davanti ai cancelli del Sant’Anna, avvertite della rivolta dal fumo nero che si innalzava dal  tetto del carcere, visibile da gran parte della città.
Rimasero per ore nell’angoscia che i loro cari morissero bruciati o soffocati dal fumo, cogliendo dal piazzale frammenti di ciò che succedeva all’interno: le truppe antisommossa con i caschi insanguinati, le divise insanguinate, i manganelli insanguinati, e non si trattava di sangue loro.
Si vedevano soltanto ragazzi che uscivano con le magliette, con i pantaloncini, in mutande, pieni pieni di sangueÉ uscito un poliziotto con casco blu, non mi scordo mai …quando l’ho guardato quello lì era pienissimo di sangue.”
Presto vennero posizionati dei pullman che ostruirono la visuale dall’esterno, ma non potevano attutire le urla.
Un cellulare ha registrato le grida d’aiuto .
Sei ore di urla abbiamo sentito dalle 2 fino alle 8 di sera. Noi ci chiedevamo: come mai queste ambulanze non prendono i detenuti e li portano in ospedale ? All’improvviso, in tarda sera, abbiamo iniziato a vedere la prima macchina funebre“.

Oltre i cancelli, una macelleria messicana.

Io non c’entravo niente. Ho avuto paura… Ci hanno messo in una saletta dove non c’erano le telecamere. Amatavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni. A me e a un’altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole. Un rappresentante delle forze dell’ordine, quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola che non picchiava nessuno. Poi non l’ha mantenuta”.

Io ero scappato sul tetto del carcere, così non mi sparassero, dopo ci hanno presi tutti e ci hanno messi in una camera e ci hanno tolto tutti i vestiti e hanno iniziato a picchiarci dandoci schiaffi e calci. Dopo ci hanno ridato i vestiti e ci hanno messo in fila e ci hanno picchiato ancora con il manganello, e in quel momento ho capito che ci stavano portando in un altro carcere. Da quante botte abbiamo preso che mi hanno mandato in una altro carcere senza le scarpe“.

Era lui [l’ispettore] che ha ci ha detto, voi che non c’entrate con la rivolta, a respirare, però uscite solo in campo. E ci hanno picchiato da morire, abbiamo preso così tante manganellate che anche i poliziotti diventavano col sangue. Eravamo 30, 40“.

Mi sono morte due persone davanti e non ho potuto fare niente, perché comunque la mia sezione è andata a fuoco, abbiamo rischiato di morire anche noi…. Vai a capire se è stato veramente per il metadone o sono state delle botte. Io ho visto della gente per terra con la testa schiacciata e con gli anfibi sulla testa, e loro che continuavano a picchiare“.

“Io l’ho preso in braccio [uno dei detenuti poi deceduto] perché stava in gravi condizioni. L’ho portato per aiutare a portare in ambulanza a quelli. A portare in ospedale. Ma appena l’ho portato giù io, l’ho visto con i miei occhi come lo picchiavano. Non volevano sapere che lui c’entrava o non c’entrava con la rivolta”.6

Dello stesso tenore il contenuto dell’esposto presentato in dicembre da cinque detenuti trasferiti, dopo la rivolta, dalla casa circondariale di Modena a quella di Marino del Tronto (AP), assieme a Salvatore Piscitelli, che vi ha trovato la morte.

Gli scriventi dichiarano di aver assistito ai metodi coercitivi e ad intervento messo in atto da parte degli agenti della polizia penitenziaria di Modena e successivamente di Bologna e Reggio Emilia intervenuti come supporto. Ossia l’aver sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo.
L’aver caricato detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi di informazione all’abuso di metadone.
Noi stessi siamo stati picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e private delle scarpe, senza e sottolineiamo senza,  aver posto resistenza alcuna. Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate, un vero pestaggio di massa
“.

Si tratta della seconda denuncia formalizzata, fra tante altre rimaste anonime per paura,  che però verrà valutata solo nel procedimento  per la morte di Salvatore Piscitelli – causata da ulteriori violenze e mancato soccorso dopo il trasferimento a Marino del Tronto – e non in quello per gli altri otto.
Una scelta che la dice lunga sulla reale volontà di perseguire, se non proprio la giustizia, almeno la chiarezza sui fatti di Modena.
Eppure, l’esposto contiene  a tal fine elementi di sicuro interesse:

dopo esserci consegnati, esserci fatti ammanettare, essere stati privati delle scarpe ed essere stati picchiati, fummo fatti salire, contrariamente a quanto scritto in seguito dagli agenti, senza aver posto resistenza sui mezzi della polizia penitenziaria usando i manganelli. Picchiati durante il viaggio fummo condotti c/o  alla C.C di Ascoli Piceno“.

È un tema ricorrente nei racconti di altri trasferiti, quello delle violenze e della mancanza di visite mediche,  obbligatorie prima dei trasferimenti in base all’ordinamento penitenziario. Visite mediche di cui la procura di Modena giura invece l’esistenza, ma che non risultano da nessuna certificazione scritta.
È un particolare, questo, non secondario, visto che quattro fra i morti di Modena (Ghazi Hadidi, Ouarrad Abdellah, Artur Iuzu , oltre a Salvatore Cuono Piscitelli) hanno reso l’anima durante il tragitto o dopo l’arrivo ad altro carcere.
Fra l’altro, non solo non c’è nessuna documentazione su questo “dettaglio”, ma nemmeno su quale fosse, durante la rivolta, la catena di comando. Non si sa per esempio chi ha deciso i trasferimenti, escludendo la direttrice del Sant’Anna che l’otto marzo era sparita di scena.
Sul mancato soccorso ci sarebbe qualcosa da dire anche sui detenuti morti all’interno delle mura del Sant’Anna, come per esempio su Hafedh Chouchane, del cui ritrovamento  esanime vi sono tre versioni ufficiali differenti, e che, stando agli atti, è stato visitato da un medico che ne ha constatato il decesso dopo ben 50 minuti dal momento in cui altri detenuti lo avevano consegnato alla penitenziaria.
Forse, 50 minuti prima, era ancora vivo.

Ultimo mistero, è quello della cassaforte che conteneva il metadone. Fonti carcerarie e sindacali avevano raccontato inizialmente che era stata forzata dai detenuti con una fresa prelevata nel magazzino degli attrezzi.
In realtà è perfettamente integra. È stata aperta con la chiave secondo una dinamica ignota e nemmeno particolarmente indagata.

Insomma, motivi per non insabbiare l’inchiesta ve ne sarebbero in abbondanza, se sulla bilancia della “giustizia” non si soppesassero da un lato le vite di detenuti, proletari e migranti, dall’altro l’impunità dello Stato e dei suoi apparati.

Con la coscienza che la verità storica non la scrivono i tribunali, schierarsi contro lo sfregio dell’archiviazione è un atto di rispetto dovuto a quei morti, torturati, umiliati.
Lunedì prossimo, a Modena, ne abbiamo l’occasione.

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CI SONO MORTI CHE PER LO STATO PESANO COME PIUME

Da poco più di un anno dalla strage del carcere di Sant’Anna il tribunale di Modena sarà chiamato a decidere sulla interruzione delle indagini inerenti le cause di morte di ben otto sulle nove vittime di quella terribile giornata.
L’archiviazione è stata richiesta alla procura, proprio nel marzo appena trascorso, nonostante numerose incongruenze tra gli elementi di interrogazione.

Quando vuole, la Giustizia italiana si rivela alquanto celere nonché senza vergogna nel permettersi di dichiarare che ad essa, nonché agli addetti penitenziari che la rappresentano, “non si può addebitare alcuna responsabilità …
Come già per i continui casi di suicidio nelle carceri, ora persino rispetto ad una strage di tale portata, l’unica cosa che possono, evidentemente, gli organi di Giustizia statale, è l’arroganrsi di svincolarsi dalla realtà del proprio coinvolgimento sulle sorti di chi reprime.
Pare valga più la conservazione di una pena inflitta che la sopravvivenza di un detenuto.

LUNEDì 7 GIUGNO ALLE H. 11, PRESIDIO CONTRO L’ARCHIVIAZIONE
in Corso Canalgrande presso il Tribunale di Modena

Comitato di Verità e Giustizia per i Morti del Sant’Anna

https://www.carmillaonline.com/2021/06/01/strage-di-modena-il-rischio-di-un-colpo-di-spugna/

Fermiamo le navi-quarantena!

pubblichiamo un documento diffuso in internet

Le navi-quarantena e lo sviluppo di un nuovo dispositivo detentivo

Tutti i dispositivi repressivi hanno una storia; così ogni tecnica, ogni metodo, ogni modalità di contenimento o limitazione del corpo ha una sua evoluzione, quindi un’origine, rintracciabile, con più o meno difficoltà, nello spazio e nel tempo. Il carcere, ad esempio, ha una sua genesi, come tutti ben sappiamo, piuttosto recente. È meno noto tuttavia che molti dei modi per imprigionare e contenere gli esseri umani nascano e si sviluppino fondamentalmente come pratiche emergenziali, pratiche di polizia soprattutto.
Sono le forze dell’ordine, su impulso delle decisioni di questure e prefetture o a volte per semplice decisione dei singoli sottoposti, a provare direttamente sul campo i nuovi dispositivi.

Come nascono tecniche e modalità d’imprigionamento? A volte quasi per caso oppure perché ciò, in quel preciso momento, garantisce una maggiore funzionalità, perché sembra impossibile fare altrimenti, perché, per raggiungere quello scopo specifico, non c’è un altro modo… quindi nascono, diciamo così, “naturalmente” e le mani “artigiane” che le hanno prodotte hanno sempre i guanti di pelle dei funzionari in divisa. Ciò che accade successivamente è storia nota.
Una pratica, un nuovo dispositivo, la cui origine è sempre riconducibile alla prassi poliziesca, alle decisioni dei poteri atti alla repressione, diventa legge: si avvia un processo di normalizzazione, di cristallizzazione e dalla pratica, dall’uso, si passa alla norma e all’istituzione.

Sono tanti gli esempi che si possono tirare in ballo, uno fra tutti, lo sviluppo della detenzione amministrativa per senza documenti in Europa; benché le sue origini siano rintracciabili nella Francia post rivoluzionaria e napoleonica, è fuori da ogni dubbio che parte della preistoria dei Cra francesi e degli attuali Cpr italiani, siano rispettivamente le pratiche di polizia nel porto di Arenc negli anni 70 e nello stadio di Bari nel 1992. I container del porto di Marsiglia e il perimetro sportivo barese, dove in centinaia d’individui furono rinchiusi, sono stati, per così dire, giganteschi centri di contenimento per migranti e gli attuali lager europei, per la legge che ne è scaturita (sic!), sono i loro epigoni. La detenzione amministrativa ha subito negli anni numerose trasformazioni, le sue tecniche d’imprigionamento si sono affinate, per esperienza e a suon di legislazioni emergenziali o meno, i centri di contenimento per senza documenti hanno piano piano assunto forme sempre più complesse. Le rivolte e l’ingestibilità fattuale di questi luoghi hanno di fatto convinto le istituzioni a evolvere sempre di più la loro giurisdizione, a trovarne nuove norme, a stabilire nuovi orizzonti repressivi. Sono nati gli Hotspot al sud d’Italia e sulle coste greche, sono vertiginosamente aumentati i casi in cui un richiedente asilo potrebbe essere “trattenuto” in un Cpr, si è sviluppato l’enorme arcipelago di piccoli e grandi centri della Seconda accoglienza, parte basilare dell’intera logistica migrante e forma edulcorata di controllo e contenimento di parte del flusso migratorio. Insomma i dispositivi repressivi e contenitivi dedicati alle persone migranti continuano inesorabilmente a evolversi, a trovare configurazioni e prospettive sempre più nuove, sempre più articolate. Negli ultimi tempi, queste complessità si stanno evolvendo per le decisioni delle autorità locali e per i famosi decreti emergenziali che hanno posto nelle mani della Protezione Civile ampi poteri.
L’emergenza Covid ha di fatto da un lato accelerato dinamiche già in atto e dall’altro innescato processi senza precedenti.

Nell’emergenza

Dall’aprile 2020, nei porti della Sicilia, della Puglia e della Calabria numerose navi di linea, traghetti e navi da crociera, sono rimaste ormeggiate in mare. La Rubattino (ha trattenuto 183 persone dal 17 aprile e il 5 maggio) della Tirrenia, la Moby Zaza (ha trattenuto 160 persone dal 20 aprile al 30 maggio), la Costa Allegra di Costa Crociere, le navi GNV (https://it.wikipedia.org/wiki/Grandi_Navi_Veloci) Azzurra, Rhapsody (ormeggiata prima di fronte a Palermo, ora nel porto di Bari. Ha capienza di 804 posti no-Covid e 156 per i contagiati), Aurelia (ormeggiata nel porto di Corigliano Calabro – https://www.articolo21.org/2020/08/seconda-nave-quarantena-sbarcata-in-calabriaospitera- i-migranti-positivi-al-virus/), Snav Adriatico (ormeggiata di fronte a Lampedusa) hanno attraccato in molte località del sud. Sono le cosiddette “navi quarantena”, requisite dallo Stato italiano dietro un lauto pagamento alle compagnie marittime (https://www.shipmag.it/gnv-si-aggiudica-il-bando-per-4-navi-quarantena-e-lancia-le-nuove-linee-per-la-sicilia-con-le-ro-paxtenacia-e-forza/).
Difficile al momento capire precisamente a cosa servano e in che modo vengano utilizzate: in generale al loro interno vengono rinchiuse centinaia di persone migranti per effetto della situazione emergenziale legata al Covid19. Nel capire come si siano evolute e come si siano sviluppate delle navi-carcere sul territorio europeo e precisamente, a come si sia arrivati alla sviluppo di un dispositivo così aberrante in Europa, una modalità contenitiva che chiameremo “detenzione amministrativa off-shore”, è fondamentale operare una ricostruzione che sia relativa alla cronaca specifica da un lato, ma che riesca a comprendere l’evoluzione dell’idea stessa di “prigione galleggiante”; rintracciarne cioè le origini e la famigliarità con altri eventi, diremo banalmente scovarne una genealogia.

All’esplodere della pandemia in Italia, svariati decreti hanno iniziato a legiferare sulla vita di tutti e tutte. Le emergenze, si sa, permettono grosse in\evoluzioni per ciò che riguarda il diritto e le libertà personali. La questione migrante, considerata già di per sé un’emergenza (nonostante essa non sia mai stata tale), è stata anch’essa coinvolta sotto differenti punti di vista. Varie questioni sono state toccate, ma più di tutte, l’argomento degli sbarchi e la possibilità dell’arrivo di contagiati dai barconi. Ben inteso, una problematizzazione da applicare solo a chi arrivasse in barca e non, come sappiamo, su aerei di linea. Ciò che si è deciso, facendo storcere il naso anche ai più democratici, è stata di fatto un’ulteriore giurisdizione su base etnica, valida per i migranti sbarcati, nulla per i turisti a cui si chiedeva semplicemente misurazione della temperatura e isolamento fiduciario.

Tutto è iniziato con il Decreto Interministeriale n°150 del 7 aprile 2020 che ha disposto che i porti italiani non potessero essere considerati luoghi sicuri, in gergo “place of safety”, per le procedure d’arrivo dei migranti. Solo qualche giorno dopo, il 12 aprile, con il decreto n°1287/20209, il Capo della Protezione civile ha deciso sulla possibilità dell’utilizzo delle navi in funzione contenitiva9. Il 19 aprile il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha avviato una procedura per il noleggio di unità navali per l’assistenza e la sorveglianza sanitaria.
Secondo i decreti il contenimento sarebbe dovuto avvenire esclusivamente per i migranti appena sbarcati. I migranti recuperati in mare e catturati immediatamente dalle forze dell’ordine verrebbero, dunque, inviati sulle navi quarantena, sottoposti a tampone per chiarire la loro positività al virus; un contenimento quindi prettamente sanitario. Successivamente però il dispositivo ha subito un’ulteriore evoluzione. È sulle navi che, ottenuto o meno il responso dal tampone, viene avviato il procedimento d’identificazione che di norma dovrebbe avvenire nelle strutture Hotspot. Di fatto le attività di riconoscimento e l’iter relativo alle richieste d’asilo e all’espulsione, sono stati di fatto trasferiti completamente sulle navi. Non è la prima volta che ciò accade, già nel 2009, operando un respingimento collettivo, poi giudicato illegale, le autorità italiane avevano identificato sulle navi e successivamente deportato, senza approdare in Italia, centinaia di migranti verso la Libia. Erano tempi tuttavia diversi da quelli attuali e le procedure Hotspot non esistevano ancora. Alla luce di quanto è accaduto e testimoniato dalla cronaca, è lecito dire che le navi quarantena siano di fatto diventate Hotspot galleggianti per migranti appena sbarcati.

Non solo però.

È accaduto poi qualcos’altro. In piena estate 2020 sono iniziati i trasferimenti di migranti dall’Hotspot di Lampedusa11 alle navi quarantena. Allo scopo di decongestionare il Centro detentivo dell’isola, su spinta del presidente della regione, del sindaco e della prefettura locale, centinaia di persone, positive o meno al virus, sono state trasportate su un peschereccio-ponte e rinchiuse sulle navi Adriatica e Rhapsody. La funzione iniziale di navi quarantena viene già superata, al loro interno, benché in parti separate, vengono trasferiti, in barba ad ogni protocollo sanitario, migranti sani, sintomatici e asintomatici. Direttamente dalle “navi quarantena” partono i procedimenti d’identificazione e quindi anche le deportazioni (accade che la nave Rhapsody lascia le acque siciliane e arriva al porto di Bari e dall’aeroporto del capoluogo pugliese parte un volo charter12 per la Tunisia). La funzione Hotspot, anche per i migranti già presenti sul territorio italiano da tempo, viene de facto trasferita sulle navi. È nato l’Hotspot galleggiante.

Le modalità con cui si viene rinchiusi su una nave quarantena, però, si evolvono ancora. Nei primi giorni di ottobre dal Cas “Ninfa Marina” di Amantea in Calabria13 e da alcuni Cas in provincia di Roma (emblematico il racconto di un ragazzo del Centro Porrino all’Infernetto) alcuni migranti risultati positivi al Covid sono stati deportati con i mezzi della Croce Rossa e scortati dalle forze dell’ordine verso le navi quarantena in Puglia e Sicilia. Per giorni è stato messo in atto un vero e proprio schema di deportazione sul territorio nazionale che ha previsto il contenimento sulle navi di richiedenti asilo positivi al Covid presenti nelle strutture della Seconda Accoglienza. In netta contraddizione con qualsiasi logica sanitaria, al di là di qualsiasi legittimità giuridica, le forze dell’ordine, aiutati dalla Croce Rossa, hanno sequestrato persone migranti in giro per l’Italia e le hanno rinchiuse su delle navi. Tale procedura, forse per il momento ancora un po’ troppo anche per la democrazia italiana, si è interrotta per l’intervento indignato delle organizzazioni del di parte del mondo delle associazioni.

Da nave quarantena a nave contenitiva per migranti il passo è stato breve, un Hotspot galleggiante e una struttura off-shore per il contenimento di richiedenti asilo positivi al Covid.
Un’evoluzione rapidissima e agghiacciante. A cosa stiamo andando incontro?

Detenzione amministrativa off-shore

La storia del trattenimento di persone sulle navi è di lunga data. Parlare di detenzione amministrativa off-shore necessita di un piccolo salto nel passato che ci aiuta di fatto però a comprendere come questo dispositivo si sia evoluto nel tempo e nello spazio. Molti sono gli esempi che ne hanno decretato la forma e, almeno lo scorso secolo, il secolo dei CAMPI, ne offre vari casi: la detenzione dei migranti sulle navi a Ellis island nei primi del ‘900, le deportazioni successive al terremoto di Messina del 1908, le navi nel porto di Portsmouth in Gran Bretagna dedicate al contenimento di persone di origine germanica all’esplodere della Prima Guerra Mondiale, il trattenimento dei pirati somali nel golfo di Aden da parte delle marine militari di mezzo mondo, le piattaforme detentive per migranti in Olanda del 2004…

Quelle stesse pratiche, che in alcuni casi sono diventate leggi negli ordinamenti degli stati, sono riemerse, percorrendo chilometri e anni, dalle acque del Mediterraneo centrale. E ciò non è avvenuto ora, ma qualche anno fa. Il legale di uno delle persone deportate dal Cas di Roma: “Mi ha detto che durante la notte, intorno all’una, era stato prelevato da un autobus della Croce Rossa insieme agli altri casi positivi accertati nel centro, per essere condotto su una ’nave quarantena, ma senza conoscerne realmente l’ubicazione, né avere notizie sulle modalità e tempistiche del trasferimento. Solo alle 5 del pomeriggio di quello stesso giorno mi faceva sapere che si trovava al porto di Palermo”.

La rivolta di Lamedeusa e il Caso dei “Cie galleggianti” – 23 settembre 2011

Il 20 settembre del 2011 nell’allora Centro di Prima Accoglienza e Soccorso (CSPA), ora Hotspot, di Contrada Imbriacola sull’isola di Lampedusa iniziò una forte protesta. Le persone presenti nel Centro, 1300 e in buona parte d’origine tunisina, si rivoltarono contro le proprie condizioni e contro la possibile espulsione, si scontrarono con le forze dell’ordine e bruciarono larga parte dell’edificio. Fu una delle rivolte più distruttive che l’isola avesse mai visto. La struttura, tre palazzine ancora utilizzabili malgrado un’altra pesante rivolta nel 2009, fu successivamente dichiarata inagibile e temporaneamente chiusa. Quasi 800 persone scapparono; in tantissimi furono riacciuffati e rinchiusi all’interno del palazzetto dello sport dell’Isola.
“Questo è uno scenario di guerra. C’è una popolazione che non sopporta più, vuole scendere in piazza con i manganelli e difendersi da sola, perché chi doveva tutelarla non l’ha fatto. Nei giorni scorsi, avevo lanciato più volte l’allarme. Adesso basta” dichiarava l’allora sindaco Bernardino De Rubeis. Queste dichiarazioni roboanti non furono però le sole. Il sindaco invitava altresì il premier Berlusconi e il ministro Maroni a “… convocare un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza Lampedusa” e sollecitava “l’invio immediato di navi militari”. Queste navi avrebbero dovuto avere lo scopo di trasferire altrove tutti i tunisini ancora presenti sull’isola.

Detto fatto. Il 22 settembre alcuni aerei militari trasferirono molti migranti a Palermo, trasportandoli proprio nel porto della città. Ad attenderli vi erano alcune navi da crociera che li
avrebbero imprigionati, ammassati nel salone ristorante, dai 6 agli 8 giorni. Cosa stava accadendo in quel momento? Si stava verificando, come prima cosa, una detenzione illegale, superiore al fermo identificativo di massimo 48- 96 ore e in strutture differenti dagli allora Cie – oggi Cpr. In secondo luogo, cosa altrettanto significativa, si stava sperimentando, con l’ombrello dell’emergenza, un nuovo dispositivo contenitivo, cioè l’uso delle navi a scopo di trattenimento. Nascevano quelli che alcuni 16definirono Cie galleggianti.

Le navi, noleggiate appositamente dallo Stato italiano, erano di proprietà della Moby e della GNV, tre traghetti in totale e cioè l’Audacia, la Fantasy e la Vincent. Nonostante l’estetica esterna proponesse le gigantografie di famosi cartoni animati, le navi assunsero di fatto il ruolo di prigioni galleggianti e in quei giorni detennero e smistarono all’incirca 600 persone; chi verso altri luoghi di reclusione amministrativa in Puglia e in Sardegna ( la Moby Fantasy partì il 25 settembre in direzione del centro di Elmas), chi verso il CPSA di Pozzallo, chi, a quanto pare
400 persone, verso l’aeroporto di Palermo per la deportazione.
Infatti alcuni migranti tunisini, una volta trascorso qualche giorno imprigionati sulle navi, tra il 27 e il 28 settembre furono ricondotti in aeroporto e da lì definitivamente espulsi verso la Tunisia. Tale vicenda, come testimoniato dalla famosa sentenza Khlaifia e altri della Corte Europea dei diritti dell’uomo, portò alla condanna dell’Italia per il proprio operato, in particolare per trattamenti inumani e degradanti e per aver attuato un vero e proprio respingimento collettivo.
Nonostante la condanna sulle modalità dell’espulsione e sulle condizioni igienico-sanitarie del Centro di Lampedusa, la Corte accettò invece la versione del governo italiano rispetto al trattenimento sulle navi: vista la situazione d’emergenza era lecito considerare le navi nient’altro che centri d’accoglienza. Malgrado fossero concretamente delle carceri galleggianti, sorvegliate e da cui di fatto era impossibile allontanarsi, malgrado le condizioni interne fossero inaccettabili come testimoniato dai migranti lì rinchiusi ( “…quanto alla successiva detenzione sulle navi, essi contestano le condizioni di sovraffollamento nella quale sono stati costretti a vivere, l’impraticabilità dei servizi igienici, il fatto che i pasti fossero distribuiti gettando il cibo sul pavimento e la limitazione dell’accesso all’aria aperta a soli pochi minuti al giorno”), la Corte si fidò della testimonianza del Gip salito a bordo su sollecitazione di alcune Ong e archiviò il procedimento.
Visto lo stato di necessità, quel trattenimento sulle navi era puramente legato al primo soccorso e all’identificazione e quindi lecito. La Corte, pur condannando l’Italia, stava sdoganando per la prima volta la possibilità della detenzione amministrativa offshore, rendendola possibile, non criticabile dal punto vista umanitario e per questo accettabile nei canoni del diritto.

Genesi di un dispositivo

Nel 2015, a seguito di una delle più gravi tragedie che la storia dell’emigrazione abbia affrontato, più di 800 morti nel Canale di Sicilia, alcuni leader politici iniziarono a parlare di strutture in mare, piattaforme petrolifere in disuso oppure navi che alla bisogna avrebbero avuto il ruolo di contenimento e identificazione dei migranti. Gli Hotspot. galleggianti, nelle parole dei Salvini, Renzi o dell’ex ministro Alfano, benché sin dal 2010 Fincantieri avesse dei progetti pronti per la detenzione off-shore17, rimasero solo parole di semplice propaganda politica. Ma avvenne però qualcosa in più negli anni successivi. Nel 2017 la propaganda contro le navi delle 0ng raggiunse livelli parossistici, la teoria del pull-factor, già utilizzata per l’operazione Mare Nostrum, e le inchieste che presumevano il contatto con i trafficanti, vennero perentoriamente tirate fuori. Le prime navi, su ordine del Ministero dell’Interni, iniziarono ad essere bloccate in mare aperto, in piena contraddizione con le regole del diritto ordinario italiano e internazionale.
I migranti bloccati e impediti in mare si trovavano di fatto in una condizione giuridica prima non esistente, un limbo su cui la legge italiana non aveva mai normato ( proprio per questo l’ex ministro Salvini è sotto inchiesta per sequestro di persona). È per dovere di cronaca che raccontiamo ciò e non per indignazione sull’assenza dello Stato. La Sea watch, la Gregoretti, la Diciotti e le altre navi bloccate al largo delle coste siciliane in quel momento sono diventate di fatto esempi di detenzione amministrativa off-shore, illegale certo, ma funzionale alle necessità di polizia. Cosa era accaduto? Quello stesso dispositivo apparso a Ellis Island, Messina, nel Golfo di Aden, nelle acque olandesi è riemerso al sud di Lampedusa e, assumendo una nuova forma, ha rappresentato un precedente abbastanza importante per ciò che sarebbe accaduto nell’estate 2020.

Se attualmente esistono navi carcere per migranti in Italia, Grecia e Malta è perché queste modalità sono state precedentemente sperimentate nella pratica e forzando il diritto. La genesi delle navi quarantena è rintracciabile nel passato e, tra gli esempi citati precedentemente, nelle prassi ministeriali nei confronti delle navi Ong che, nonostante le difficoltà giuridiche, hanno rappresentato una sorta di laboratorio di reclusione off-shore per migranti. La comprensione della nascita e dell’evolversi di un tale dispositivo ci avrebbe condotto ad analisi più mirate su quale sarebbe stato il futuro e, invece di rimanere attoniti, sconfortati o indignati per Karola Rackete, avremmo potuto intervenire nel tentativo di bloccare tale processo.

È immaginabile che tra qualche anno, o forse solo qualche mese, le sperimentazioni contenitive sulle navi quarantena, alla luce di quanto detto, potrebbero essere tutelate da una legge stabile, e dunque, le galere galleggianti per migranti o, chi non lo può dire?, per detenute\i, diverranno la normalità.

 

Versione stampabile:

Navi in Quarantena.pdf

Mobilitazione dal 2 al 12 giugno

In mare, alle frontiere, sul lavoro, nelle carceri e nella storia… le
stragi le fa lo Stato!

Solidarietà con chi lotta, con i rivoltosi nelle carceri del marzo 2020,
con le compagne e i compagni sotto processo.

Volantino: “Abbattere le frontiere”

Pisa: volantino distribuito per il processo al Brennero – 20 maggio 2021

Non solo ABBATTERE LE FRONTIERE,

ma anche IL MONDO CHE LE PRODUCE
 

Sono passati cinque anni dalla manifestazione che si tenne al Brennero contro le frontiere e il razzismo di Stato. Una risposta doverosa (non la sola) a quella che fu la proposta del governo austriaco di allora di costruire un muro anti-migranti al confine con l’Italia, ma anche alla pratica dello Stato italiano di non permettere a persone immigrate di salire sui treni diretti al confine, con annessi controlli sulla base del colore della pelle. Una risposta necessaria, contro padroni e signori della guerra, disponibili alla libera circolazione delle merci (alla disperata ricerca di valorizzazione), meno a quella di donne e uomini in cerca di una vita migliore.

Venerdì 14 maggio, per quella giornata, il tribunale di Bolzano ha condannato 63 compagn* a pene che vanno da qualche mese ai 6 anni di carcere. Sempre per i fatti del Brennero, è in corso un altro processo che in primo grado ha già rifilato 37 anni totali di carcere per 63 imputat*.

Lo Stato italiano, attraverso i reati di “danneggiamento”, “resistenza” e l’immancabile “concorso morale”, ripercorre quelle ore intense e rimarca la sua natura classista: gli ultim* devono rimanere tali e il monopolio della violenza non va messo in discussione, mai.

Sebbene c’abbiano provato fino all’ultimo, non è passato (per il primo procedimento) il reato di “devastazione e saccheggio”, infame accusa, nonché retaggio del codice penale fascista del 1930, sempre più utilizzata contro coloro che scelgono di lottare esprimendo tutta la radicalità e la passione del caso. Ne sanno qualcosa i rivoltos* che lo scorso ottobre hanno scaldato le notti a Firenze, Milano e Torino contro la gestione militare e repressiva dell’emergenza Covid, i detenuti del carcere di Pavia con la loro protesta dopo le 14 uccisioni per mano della polizia in alcuni istituti penitenziari a marzo 2020 e i 4 migranti del centro di accoglienza di Treviso che si ribellarono contro l’inferno della loro quotidianità fatta di segregazione e soprusi (Chaka, il più giovane dei 4, dopo essere stato trasferito nel carcere di Verona, verrà trovato morto nella sua cella).

Sempre a Treviso, è in corso un processo che vede coinvolto un compagno anarchico in carcere dal maggio 2019, Juan, a cui viene attribuito il posizionamento di due ordigni (di cui uno inesploso) presso la sede della Lega di Villorba. Le accuse che muove lo Stato sono quelle di strage e di attentato con finalità di terrorismo. Se non ci interessa sapere chi ha compiuto quell’azione, di una cosa siamo certi: attaccare chi ci rende la vita un inferno, non è solo giusto, ma urgente.

Lo Stato intende sbarazzarsi (almeno per un po’) dei suoi nemic*, dispensando accuse infami, misure cautelari, sorveglianze speciali, seppellendo i compagn* e i ribelli in galera. Questo il trattamento che riserva da sempre a chi prova a mettere in discussione radicalmente questo sistema.

I morti nel Mediterraneo, nella rotta balcanica e nei lager libici, oltre a rendere chiaro a tutti come le frontiere e il loro portato di morte esistano, ci indicano che la libertà ha un prezzo caro. Mentre crollano ponti, esplodono treni e si muore sul lavoro a 20 anni perché l’unico valore che conta è il profitto, si inaugurano nuove basi militari (Niger) per tutelare gli interessi padronali (ENI in testa), si dà il via al “Green Pass”, ennesimo ricatto all’omologazione, nonché nuovo strumento per generare persone irregolari aumentando controllo e ricattabilità.

In questa fase di “emergenza sanitaria” che sappiamo non essere contingente (dagli stati d’eccezione non si torna indietro, mai), ribadiamo che i soli veri responsabili rimangono coloro che hanno creato le condizioni ambientali per lo sviluppo di questo virus, i padroni che hanno usato la crisi sanitaria come trampolino verso nuovi mercati, le case farmaceutiche che brevettano vaccini nanotecnologici e gli Stati che li impongono (com’è che il personale sanitario – che oggi rifiuta l’obbligo vaccinale – passa da “eroe” a “untore”?).

Ma anche chi reprime, ingabbia e ammazza. In questi tempi bui siamo convint* di una cosa, “bisogna lottare e lottare finché la sproporzione sia stroncata.”

compagne e compagni contro la repressione

Verità e giustizia per la strage del Sant’Anna!

INTIMIDAZIONI IN CARCERE DOPO L’ESPOSTO IN PROCURA SULLE VIOLENZE A MODENA E AD ASCOLI PICENO

MARZO 2020: in una trentina di carceri scoppiano rivolte per chiedere rassicurazioni sulla gestione dell’emergenza COVID dietro le sbarre, salute e tutele adeguate. Lo Stato risponde con manganelli, spari, 14 morti.

NOVEMBRE 2020: 5 detenuti raccontano ufficialmente quanto avvenuto l’8 marzo e il 9 marzo tra le carceri di Modena e Ascoli Piceno: le botte, la noncuranza delle guardie e dei medici, la morte di Salvatore Piscitelli.

I 5 detenuti vengono trasferiti a titolo chiaramente intimidatorio nel carcere di Modena, vengono interrogati. Poi vengono dispersi in 5 carceri differenti. Da quel giorno le autorità giudiziarie e penitenziarie continuano ad esercitare forti pressioni nei loro confronti. La solidarietà che intorno a loro si è creata dà fastidio, perché smaschera quelle che sono le vere responsabilità dell’apparato statale e sanitario

Mattia, uno dei 5 detenuti, compagno di cella di Sasà Piscitelli è stato trasferito nel carcere di Ancona.
Il 21 gennaio è stato sottoposto a nuovo interrogatorio da parte della Procura di Ancona. Vogliono che ritratti la sua versione, lo minacciano di denuncia per mancato soccorso, quando sappiamo bene che sono le guardie a non aver soccorso Sasà. Gli dicono di non parlare di questo secondo interrogatorio, gli bloccano la posta, soldi, pacchi, gli vietano le cure mediche di cui ha bisogno. Mattia non abbassa la testa.

A LUI E AGLI ALTRI 4 DETENUTI CHE HANNO DETTO LA VERITÀ CONTINUIAMO A PORTARE LA NOSTRA SOLIDARIETÀ!

RINNOVIAMO L’INVITO A SCRIVERE E A SOSTENERLI!
SE LE MURA SONO ALTE, LA SOLIDARIETÀ LE SUPERA.

Mattia Palloni
C.C. Ancona Montacuto
via Montecavallo 73 A, 60129 Ancona

Claudio Cipriani
C.C. Parma
strada Burla 57, 43122 Parma

Ferruccio Bianco
C.C. Reggio Emilia
via Luigi Settembrini 9, 42123 Reggio Emilia

Belmonte Cavazza
C.C. Piacenza
strada delle Novate 65, 29122 Piacenza

Francesco D’Angelo
C.C. Ferrara
via Arginone 327, 44122 Ferrara

Campagna di solidarietà a Mohammed, Amadou, Abdourahmane!

 

   Forse ricorderete le rivolte che hanno attraversato un centro d’accoglienza a Treviso tra giugno ed agosto e i 4 arresti che ne sono seguiti. Ad oggi uno di loro non c’è più , Chaka, due sono ancora in carcere (a Treviso e Vicenza) e per un’altra persona è stata trovata un’abitazione a Treviso per i domiciliari. Il primo aprile comincia il processo.

Come “Campagne in lotta” siamo sempre in contatto con tutti e tre  e da qualche giorno, anche in seguito al confronto con loro, abbiamo fatto partire una campagna di solidarietà, che vi incollo qui.

   Della rivolta nella ex caserma Serena a Treviso e della sua repressione: non lasciamo solo chi lotta per la libertà

Il 19 agosto Mohammed, Amadou, Abdourahmane e Chaka vengono arrestati per devastazione, saccheggio e sequestro di persona e portati nel carcere di Treviso. Il 7 novembre Chaka, 23 anni, viene trovato morto nel carcere di Verona. Secondo le accuse, sono colpevoli di aver “capeggiato” le proteste che tra giugno e luglio hanno travolto il Cas ex caserma Serena di Treviso. In un periodo in cui per molti il lockdown sembrava finito, le persone costrette a vivere dentro i luoghi di reclusione continuavano a restare ammassate, senza che venisse presa nessuna misura di tutela della loro salute.
Questo è il caso dell’ex caserma Serena di Treviso, adibita a Cas e gestita dalla cooperativa Nova Facility, dove ancora a giugno, più di 300 persone continuavano a vivere in spazi sovraffollati, senza che venisse loro fornita alcuna informazione sui contagi né alcuna protezione come mascherina e disinfettante. Molti di loro lavorano sfruttati in diversi settori della zona, dalla logistica all’agricoltura. Già da ben prima dell’emergenza Covid chi era costretto a vivere in quel luogo aveva denunciato le terribili condizioni di vita all’interno della struttura: le condizioni igieniche degradanti, le cure mediche assenti, le camere-dormitorio, la rigidissima disciplina con cui sono applicate le regole dell’accoglienza, la collaborazione tra operatori e polizia, il lavoro volontario all’interno del centro. Un luogo perfetto per la diffusione del Covid.
L’ex caserma Serena, infatti, nel giro di 2 mesi diventa un focolaio, e i contagiati passano da 1 a 244. E’ proprio per questo che prima a giugno, poi a fine luglio e infine ad agosto si susseguono proteste da parte degli ospiti della struttura. Le ragioni sono molto chiare, nonostante le notizie sui giornali e le inchieste giudiziarie vogliano storpiarle in tutti i modi possibili: si protesta perché non viene fornita nessuna informazione sugli aspetti sanitari, né alcuna misura di tutela della salute, perché da un giorno all’altro viene comunicato a tutti l’isolamento, ma senza che venga data alcuna spiegazione. Solo dopo due giorni di vero e proprio sequestro degli ospiti si scopre che la ragione è il contagio di un operatore. Si protesta perché molti perdono il lavoro senza poter nemmeno comunicare coi propri padroni; perché vengono fatti a tutti i tamponi, ma poi positivi e negativi vengono rinchiusi insieme e quindi l’isolamento si rinnova continuamente. Si protesta
perché chi lavora lì continua ad entrare e uscire, mentre i contagiati all’interno aumentano di giorno in giorno, ad alcuni vengono fatti anche 4 o 5 tamponi ma nessuno, tra operatori, personale sanitario e polizia, si interessa di fornire informazioni a chi dentro la caserma ci vive e di virus si sta ammalando. Ad alcuni è anche impedito di vedere l’esito del proprio tampone. Si protesta anche perché gli ospiti chiedono di parlare coi giornalisti per raccontare le loro condizioni, e polizia e operatori glielo impediscono.
Nel frattempo, già dopo le prime manifestazioni di giugno, la prefettura preannuncia 3 espulsioni e almeno una ventina di denunce pronte per quando finirà l’isolamento. L’annunciata repressione si avvera il 19 agosto, quando quattro persone che vivono dentro l’ex caserma vengono arrestate. Altre 8 risultano indagate. Le accuse sono pesanti, ed è molto chiaro che l’intento è punire Abdourahmane, Mohammed, Amadou e Chaka in modo esemplare, per dare un segnale a tutti gli altri. Per trovare dei colpevoli, dei capi, degli untori, per spostare la responsabilità dal Ministero dell’Interno, dalla Prefettura, dalla cooperativa e dal comune agli immigrati. Tutti e 4 vengono portati nel carcere di Treviso. Mohammed viene ricoverato in urgenza allo stomaco proprio per l’assenza di cure, Amadou si ammala di Covid in carcere. Dopo un mese circa – per ordine del Ministero dell’Interno- vengono trasferiti in 4 carceri diverse e messi in regime di 14bis (sorveglianza particolare). Il 7 novembre il più giovane di loro, Chaka, viene trovato morto nel carcere di Verona. Su di lui viene spesa qualche parola in qualche articolo di giornale, si parla di suicidio e poi, come per tantissime altre morti, cala il silenzio.

Le ragioni di questa protesta, la repressione che ne è seguita e la morte di Chaka sono un’espressione molto chiara di quanto è accaduto nell’ultimo anno e dell’ordine assassino a cui vogliono sottoporci. Se abbiamo conoscenza di questa storia è soltanto grazie al fatto che delle persone continuano a lottare. E per questo ora stanno pagando, rischiando di rimanere isolate e sole.
Dall’inizio della pandemia nei centri di accoglienza di tutta Italia si sono susseguite proteste scatenate da ragioni del tutto simili a quelle di Treviso: la mancanza di informazioni chiare, l’ammassare positivi e negativi insieme in una tendopoli, in un centro o su una nave, le quarantene continuamente rinnovate, la mancata tutela della salute. Le proteste, le fughe, gli scioperi della fame non si sono mai interrotti, contro uno Stato che nei mesi ha noleggiato 5 navi-prigione, ha inviato militari a presidiare i centri di accoglienza, ha stretto accordi di rimpatrio con la Tunisia, ha denunciato ed espulso centinaia di persone, avallato da fascisti e rappresentanti locali che gridavano all’untore, all’espulsione, agli sgomberi.
A marzo, in seguito alle lotte per i documenti che le persone immigrate soprattutto nelle campagne portano avanti con coraggio, lo stesso governo ha varato una sanatoria che ha coinvolto solo poche persone, lasciandone tantissime altre in condizione di irregolarità o semi-irregolarità. Eppure di questa sanatoria le istituzioni si sono fatte vanto, così come della modifica dei decreti sicurezza di Salvini (in realtà questi prevedono ancora misure per favorire la repressione dei reati commessi dentro i cpr, mentre è stata lasciata completamente intatta tutta la parte relativa alla criminalizzazione delle lotte in generale).
Così nelle carceri, dove dopo le rivolte di marzo e le morti, si è cercato di imporre in tutti i modi un muro di silenzio. Mentre le prigioni continuano ad essere focolai, i contagiati raddoppiano (come ad esempio il carcere di Vicenza dove tuttora è rinchiuso Amadou), e aumentano i morti di Covid tra i detenuti, sulle rivolte di marzo e sui 14 detenuti morti nelle galere di Modena, Bologna e Rieti si cerca in tutti i modi di far calare il silenzio; levando di torno le persone e mettendo a tacere in qualsiasi modo la voce dei detenuti e dei testimoni delle violenze e torture che si sono consumate in questi mesi nelle galere. Non a caso proprio le persone straniere che hanno partecipato alle rivolte di Modena sono state espulse. Ma per quanto si voglia liquidare tutte queste morti, da quella di Salvatore Piscitelli a quella di Chaka Outtara, come dovute a overdose o suicidi, sono proprio le denunce, i racconti e le lotte di questi mesi ad aver permesso di non farne dei casi singoli. Per quanto si voglia dividere e isolare chi ha lottato nei campi, nei centri di accoglienza, nei cpr, sulle navi, nelle carceri con enorme coraggio in tutti questi mesi, i legami di solidarietà e di lotta non smettono di intrecciarsi.
La morte di Chaka, come quella di tanti altri, non deve essere dimenticata, perché quello di Chaka è un omicidio e gli assassini sono l’accoglienza, le leggi razziste che governano la vita delle persone immigrate, lo sfruttamento, il carcere.

Attualmente Mohammed e Amadou sono nelle carceri di Treviso e Vicenza, mentre Abdourahmane è agli arresti domiciliari. Invitiamo a scrivere loro e a far sentire la nostra vicinanza in tutti i modi possibili, perché continuare a lottare significa anche non lasciare solo nessun davanti alla repressione, e non lasciare che la morte di Chaka si aggiunga solo ad una lista ormai troppo lunga.

Per Chaka
Mohammed, Amadou e Abdou liberi! Tutti e tutte libere!

Sanatoria per tutti, repressione per nessuno!

Per scrivere loro:
Mohammed Traore
Casa Circondariale – via S. Bona Nuova 5/b
31100 Treviso (TV)

Amadou Toure
Casa Circondariale – Via Basilio della Scola 150
36100 Vicenza (VI)

Battitura dal carcere di Trieste

Proposta di battitura nazionale dentro le carceri da parte delle detenute del carcere di Trieste per il 1 febbraio.

Il 23 gennaio si è svolto un presidio sotto il carcere di Trieste.

Fin da subito i detenuti e le detenute hanno raccontato che da giorni vanno avanti gli scioperi del carrello, e questa mattina si è svolta anche una battitura. Notizia quest’ultima uscita anche su TgR del FVG.

Come altre volte dalla sezione femminile ci sono arrivate notizie sulla situazione interna. Situazione che si presenta simile in tutte le carceri italiane in questo periodo. Le detenute raccontano della totale assenza di attività al di fuori della cella. Questa situazione fa si che esse stiano la maggior parte del tempo rinchiuse, dinamica questa che va avanti da mesi portando all’esasperazione le persone. Alcune si rifugiano nelle cosiddette “terapie”, altre iniziano ad avere problemi di tenuta psicofisica, senza contare l’assenza dell’assistenza sanitaria, come una detenuta epilettica che da 4 mesi attende delle visite, o altre che non vedono la psicologa da molto tempo nonostante le loro problematiche e richieste.

Inoltre la posta raccomandata arriva sempre in ritardo di 14 giorni, senza contare che alla nostra casella postale non arrivano lettere né dal maschile né dal femminile nonostante la posta inviata.

È evidente che la situazione dentro è il risultato delle politiche del Ministero di Giustizia e del DAP, ma anche dei magistrati di sorveglianza, i quali fanno si che le carceri rimangono sovraffollate. Dalle loro parole si capisce che la discussione dentro sul ruolo di psicofarmaci, terapie alternative, prevenzione della diffusione del Covid-19 e vaccini, è in corso.

Le detenute chiedono esplicitamente di divulgare a tutti i detenuti e detenute delle carceri, a parenti, amici e solidali fuori, a giornali e media, le ragioni della battitura che faranno il 1 febbraio alle ore 15.30 e chiedono una presenza di supporto all’esterno.

Le loro rivendicazioni sono:

1) Essere sottoposte a tamponi ed esami del sangue sierologici, piuttosto che essere costrette alla vaccinazione.

2) Indulto

3) Domiciliari per le persone con problemi sanitari e gravi patologie e per i detenuti in residuo di pena

Processo ai detenuti di Milano-Opera

pdf: Processo detenuti Opera

E’ passato quasi un anno dalle proteste e rivolte carcerarie di inizio marzo che hanno visto il coinvolgimento di pressoché tutti gli istituti italiani con migliaia di detenuti mobilitati, moltissimi presenti sui tetti degli edifici penitenziari e tanti familiari, amici e solidali fuori dalle mura. Una situazione del tutto inconsueta che non si vedeva dai primi anni del 1970 quando nelle carceri di mezza Italia si lottava contro il carcere preventivo, la recidiva e per la “riforma dei codici”. Le misure speciali adottate dal governo per scongiurare la diffusione del virus all’interno delle carceri si sono dimostrate del tutto insufficienti e inadeguate.

Proteste nel carcere di Vigevano

Riceviamo, pubblichiamo e supportiamo:

“In una lettera datata 10 gennaio Carla ci ha raccontato che dal giorno 2 il telefono del carcere di Vigevano aveva smesso di funzionare, senza che le detenute e i detenuti sapessero quale fosse il problema né quanto potesse durare. Sembrava che gli uomini e le donne della sezione comune avessero potuto fare una telefonata con il telefono cellulare per avvisare le famiglie, mentre alle donne dell’AS era stato proposto di poter indicare un parente da avvisare ma non chiamare di persona. Le chiamate in ingresso sembravano però funzionare dato che era stato detto loro che i parenti chiamavano di continuo per chiedere cosa stesse succedendo.
La prima settimana era trascorsa con proteste individuali sporadiche poiché i primi giorni non tutti si erano accorti del problema, non avendo telefonate quotidiane. Da parte del carcere c’era stata la promessa di mandare un messaggio ai parenti per avvisarli degli orari dei colloqui whatsapp ma questo non è accaduto e una goccia in più ha fatto traboccare il vaso. Un vaso già pieno da tempo: dal mese di maggio le lavatrici sono rotte e per un periodo le facevano fare solo a chi ha più di 60 anni, ma attualmente l’area delle lavatrici è in ristrutturazione dunque nessuna le può usare. Nelle celle non c’è l’acqua calda e il bucato si fa con l’acqua fredda in cella o si fa nelle docce, ma anche nelle docce non sempre c’è l’acqua calda. Da quando sono accesi gli impianti di riscaldamento infatti, le docce sono calde a intermittenza. Ulteriore momento di tensione si è dato quando durante la chiusura pomeridiana è saltata la corrente: la battitura è partita subito. Sono quindi arrivate in sezione la sorveglianza e la comandante che hanno raccolto le lamentele delle detenute, assicurando che di alcune non fossero neanche al corrente.
Nella mattinata di domenica 10 quindi, mettendo da parte i problemi delle lavatrici e dell’acqua calda, le detenute hanno deciso che se la situazione delle telefonate non si fosse risolta, il giorno seguente avrebbero continuato con la battitura e avrebbero iniziato lo sciopero del carrello.
Le modalità per prendere simili decisioni, scrive Carla, non sono quelle a cui compagni e compagne sono abituate fuori, e magari in molte situazioni del genere non ci si sente attrezzate e non si può far molto altro che accodarsi su poche basi condivise sul momento. Ma crediamo che occasioni di rottura della routine carceraria, per quanto brevi, possano essere bagaglio importante per chi le coglie e conoscenze utili per chi potrebbe trovarsi in situazioni simili. Pubblichiamo dunque il racconto che ci è arrivato delle giornate di protesta che hanno coinvolto le donne detenute della sezione AS del carcere di Vigevano.

[…] Dopo un tira e molla durato una decina di giorni la situazione era diventata inaccettabile per noi. Già si diceva a mezza voce che, se non ci avrebbero dato delle risposte concrete, sarebbero partite le proteste. L’ispettrice saliva ogni giorno a farci un punto della situazione e aspettavamo lei per cominciare. Quando è salita, ci ha comunicato che non solo il telefono non sarebbe stato ripristinato quel giorno stesso ma in più, mentre il maschile e la sezione femminile comune avrebbero fatto una chiamata a casa con il cellulare che si usa solitamente per whatsapp, a noi dell’AS veniva negata la possibilità perché questa modalità impedisce di registrare le chiamate.
Cosi dopo esserci consultate molto velocemente, abbiamo deciso che appena sarebbero salite le nostre compagne che lavorano in sartoria, avremmo cominciato la battitura. Appena sono arrivate abbiamo fatto partire la battitura verso le 12.45, nel corridoio e anche in saletta nella speranza che il casino si sentisse anche al maschile. La battitura è durata 45 minuti intensi ed è stata ripresa dalla sezione femminile comune e dal maschile ma non sappiamo in quante sezioni. Nessuna figura del carcere si è presentata, allora abbiamo deciso di fare una pausa e di prepararci per fare un fuori-cella alle 15, ora della chiusura pomeridiana di 3 ore. Intanto abbiamo scritto la comunicazione firmata da tutte e l’abbiamo presentata. Alle 14.15 abbiamo ripreso la battitura per altri 45 minuti e ci siamo fermate alle 15, ora in cui abbiamo comunicato che avremmo attuato il fuori-cella. Abbiamo socchiuso i cancelli delle celle e siamo rimaste tutte in corridoio.
Dopo pochi minuti è salita l’ispettrice del femminile accompagnata da un ispettore della sorveglianza. Lui ci ha detto che sarebbe rimasto a distanza perché era stato nella sezione maschile chiusa per covid ma nella discussione si è ritrovato più volte in mezzo a noi. Ci ha detto che potevano avvisare le famiglie del guasto del telefono ma abbiamo risposto che volevamo chiamare di persona perché ormai le nostre famiglie della situazione erano al corrente ma noi avevamo bisogno di sentirli personalmente. Se n’è andato dopo circa mezz’ora dopo averci detto più volte che facendo il fuori-cella stavamo oltrepassando il limite. Quando è andato via, l’assistente ha riproposto la chiusura ma noi abbiamo ribadito la nostra volontà di portare avanti il fuori-cella.
Dopo neanche 15 minuti è tornato lo stesso ispettore dicendoci di aver parlato con il direttore e che questo avrebbe chiesto al DAP se andava bene farci chiamare 4 minuti a testa con il telefono cellulare. Ci ha promesso una risposta per l’indomani alle 11 e abbiamo accettato di rientrare in cella ripromettendoci di continuare con la protesta se la notizia fosse stata negativa.
Questa mattina alle 8 ci è stato comunicato che la linea è stata ripristinata e abbiamo ripreso a fare le chiamate dopo 12 giorni d’interruzione. Non sappiamo se la nostra protesta c’entri con questo
ripristino.
Aggiungo che a memoria di chi sta in questa sezione da tanti anni, una protesta che arrivasse fino al fuori-cella non si era mai vista. Ci sono spesso tensioni fra detenute di questa sezione ma in questo caso la protesta è stata partecipata da tutte. Una cosa strana è stata che abbiamo ricevuto l’approvazione delle guardie e a mezza voce anche dell’ispettrice che ci dava ragione. Sospettiamo che c’entrino intrighi di potere interno al carcere. Voilà, credo di aver raccontato tutto!
[…]

Vigevano, 13 gennaio 2021
Siamo le detenute della sezione di Alta Sicurezza del femminile di Vigevano e vogliamo raccontare la situazione di isolamento in cui ci troviamo in questo momento.
Dal 2 gennaio ha smesso di funzionare l’impianto telefonico del carcere, impedendoci di sentire i nostri familiari e gli avvocati, se non tramite colloquio video una volta a settimana, se ci va bene. Nel contesto di pandemia in cui ci troviamo attualmente, i legami con i parenti sono già fortemente compromessi e questo ennesimo problema ci lascia
ulteriormente isolate.
Dopo 10 giorni di promesse quotidiane di ripristino da parte del carcere, oggi abbiamo smesso di credere in queste promesse senza seguito e abbiamo deciso di protestare. Cosi, alle 13 abbiamo cominciato una battitura e abbiamo inoltrato la comunicazione in allegato firmata da tutte. Alle 15 abbiamo deciso di non rientrare in cella per la chiusura pomeridiana. Dopo circa un’ora di fuori-cella e l’arrivo di un ispettore, ci è stato comunicato che la direzione stava valutando la possibilità di farci fare una chiamata di qualche minuto. La decisione dovrebbe esserci comunicata domani alle ore 11 e se sarà negativa ripartiremo con la protesta.

Le detenute dell’AS femminile di Vigevano
—————————–——————-
Al Direttore e al Magistrato di Sorveglianza,

Le detenute della sezione femminile AS informano le autorità competenti che a seguito del protrarsi del guasto telefonico e non avendo notizia alcuna da 12 giorni, iniziano a partire dal giorno 13 corrente mese una protesta pacifica con:
1. battitura 3 volte al giorno (8-12-20)
2. rinuncia del carrello
3. rinuncia del carrello della terapia farmacologica
4. fuori-cella
5. sciopero lavoranti

Avendo fatto battitura e non avendo avuto riscontro alcuno, continueremo ad oltranza pacificamente.
Vigevano,
Le detenute”

Dichiarazione al tribunale di Bolzano

L’11 settembre c’è stata l’udienza contro alcuni attivisti che avevano partecipato alla manifestazione svoltasi il 7 maggio 2016 al Brennero, lungo la frontiera con l’Austria, per protestare contro le decisioni del governo di Vienna di erigere lungo la linea di confine reti e filo spinato. Durante la manifestazione si sono vissuti diversi momenti di tensione con violenti scontri con le forze dell’ordine mentre cercavano di sgomberare i presidi che bloccavano prima la ferrovia Italia-Austria, poi l’autostrada A22. Il reato di cui sono accusati gli indagati in questo processo è quello tristemente noto, sin dall’epoca fascista, di “devastazione e saccheggio”. Esprimiamo la massima solidarietà agli indagati e a tutti coloro che lottano contro lager e frontiere.

Dichiarazione davanti al tribunale di Bolzano

Ogni giorno il sistema delle frontiere stritola migliaia di persone. Quello che sta succedendo fra Siria e Turchia, fra Turchia e Grecia, nell’arcipelago dell’Egeo, al confine fra Bosnia e Croazia, nei campi di detenzione in Libia, nel Mediterraneo conferma che i muri e la caccia al povero sono il volto del nostro presente. Mentre le merci viaggiano liberamente da una parte all’altra del pianeta, gli esseri umani sono spietatamente suddivisi tra chi può passare i confini e chi no: tra i sommersi e i salvati, per riprendere le parole di Primo Levi. Prima un ordine economico – devastante nella sua logica di guerra e sempre più saccheggiatore di materie prime, ecosistemi e autosufficienza alimentare – apparecchia le condizioni per cui milioni di donne e di uomini sono costretti ad abbandonare le terre in cui sono nati e cresciuti; poi un gigantesco apparato di filo spinato, sorveglianza elettronica e campi di concentramento spinge questa «umanità di scarto» a una terribile corsa ad ostacoli; chi sopravvive alla selezione deve essere allora così stremato e impaurito da accettare qualsiasi condizione di vita e di lavoro nei Paesi in cui approda. E proprio per questo, infine, può venir additato dal razzismo istituzionale e sociale come capro espiatorio a cui addossare ogni colpa.

Quando, a fine 2015, lo Stato austriaco dichiarò la sua intenzione di costruire una barriera anti- immigrati al Brennero, le rimostranze delle istituzioni italiane riguardarono solo ed esclusivamente le ripercussioni negative che quel muro avrebbe avuto sul transito delle merci. Come emblema di un passato che non passa, la conferenza stampa sul progetto della barriera fu tenuta direttamente dalla polizia austriaca e il tutto venne presentato come una mera «soluzione tecnica» di gestione del confine. L’espressione di per sé − «soluzione tecnica» − avrebbe dovuto
far ribollire il sangue.

Mentre andava in scena il balletto delle dichiarazioni incrociate tra governo austriaco e governo italiano, i controlli delle polizie sui treni OBB avvenivano già in territorio italiano e la «soluzione tecnica» era spostata più a sud. Per mesi chiunque avesse la faccia non-bianca non riusciva nemmeno a salire su quei treni, a Bolzano come a Verona. Il sistema-frontiera, d’altronde, è un
dispositivo mobile, tutt’uno con le retate della polizia e con i centri della detenzione amministrativa. (E dovrebbe ben far riflettere il fatto che la stessa «soluzione tecnica» sia stata adottata mesi fa per controllare e respingere i positivi al Covid-19 tra gli autisti e i passeggeri diretti in Austria: i potenziali “infetti”, questa volta, eravamo noi). Per tutte queste ragioni qualcuno ha bloccato più volte i treni OBB; per questo nei mesi precedenti la manifestazione del 7 maggio 2016 si è insistito da più parti sul concetto «se non passano le persone, non passano le merci»; per questo i discorsi su come far fallire la gestione di quell’abominio chiamato «soluzione tecnica».

Quello che i PM hanno presentato come una sorta di disegno ordito da qualche “capo” ed eseguito da tanti “gregari”, era semplicemente il sentimento che a quell’ingiustizia bisognasse reagire. Gli “onesti cittadini” che oggi non vogliono distinguere ciò che è legale da che è giusto – che si addormentano, cioè, in quell’obbedienza contro cui mettono in guardia le parole di Hannah Arendt («Nessuno ha il diritto di obbedire») che con grande ipocrisia le istituzioni hanno fatto collocare davanti a questo tribunale – ricordano da vicino coloro che si giravano dall’altra parte quando in questo Paese si deportavano gli ebrei e si fucilavano i partigiani.

E ora entriamo nel merito del processo. Il reato di “devastazione e saccheggio” – in quanto tale e ancor più per come è stato interpretato dai PM – deriva direttamente dal codice fascista del 1930.
Aveva già fatto la sua comparsa nel 1859 con l’articolo 157 del codice del Regno di Sardegna e nel 1889 con l’articolo 252 del codice Zanardelli. Non solo, in quei casi, si faceva esplicito riferimento alla guerra civile e alla strage, ma le pene previste andavano dai 3 anni ai 15. Con il codice fascista, invece, scompare quella cosetta chiamata guerra civile, mentre la pena base prevista dall’articolo 419 parte da 8 anni. Poi è arrivata la “democrazia nata dalla Resistenza”, si dirà. Infatti. L’articolo è ancora il 419 e le pene previste sono le stesse. Ora, siccome in tal modo si raggiunge l’assurdo giuridico per cui, al suo confronto, si rischia decisamente meno con l’accusa di partecipazione a una “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, quello definito dall’articolo 419 è rimasto a lungo un cosiddetto reato dormiente. Uno dei pochi casi in cui è stato applicato dal 1945 alla fine degli anni Novanta sono stati i moti insurrezionali scoppiati nel 1948 in seguito all’attentato a Togliatti, moti nel corso dei quali in alcune città i partigiani sono scesi in piazza con le mitragliatrici… Oggi la soglia del dissenso accettato si sta talmente abbassando per cui si cerca di applicare – e in alcuni casi ci si è pure riusciti – il reato di “devastazione e saccheggio” a manifestazioni per le quali è addirittura grottesco parlare di “distruzioni di vasta portata”. E così arriviamo alla richiesta, formulata in questa aula qualche mese fa come se fosse una normale lista della spesa, di 338 anni di galera. Il tutto a fronte di un risarcimento danni chiesto dal ministero degli Interni di 8mila euro… Lasciamo poi agli avvocati la questione – in realtà ben più politica che “tecnica” – del modo assai disinvolto con cui si contesta a decine di persone il reato di concorso materiale e morale in resistenza e lesioni in virtù della semplice presenza a quel corteo.

Come emerge dai volantini e dagli altri materiali citati, e persino dai filmati che sono stati ossessivamente mostrati nelle scorse udienze, l’intento di quella manifestazione era bloccare le linee di comunicazione – infatti il corteo è stato caricato da polizia e carabinieri proprio mentre stava deviando verso i binari. “Se alcuni non possono passare il confine, allora non passa niente e nessuno”: certi concetti etici hanno bisogno a volte di una generosa dimostrazione pratica. Le frontiere uccidono. Per annegamento, per congelamento, per incidenti sui sentieri di montagna o lungo le linee ferroviarie. Oppure direttamente, con il piombo della polizia, come è successo in Grecia grazie alla legittimazione di fatto da parte dell’Unione Europea. Di tutto questo non vogliamo essere complici.

A ciascuno il suo. Per quanto ci riguarda, il senso e lo spirito di quel 7 maggio ce li rivendichiamo a testa alta. Come segno di rabbia contro le mille forme del razzismo di Stato. Come espressione di solidarietà nei confronti di un’umanità braccata. E come gesto di appoggio. Verso i braccianti in lotta nel Sud Italia, verso le donne immigrate che si ribellano alla tratta, verso gli internati in rivolta nei lager della democrazia. Verso chi, ovunque nel mondo, non si scansa né transige, perché ama la libertà di tutte e di tutti al punto di giocarsi la propria.
Non ci atteggiamo a vittime della repressione. Siamo consapevoli di ciò che comporta la nostra posizione a fianco dei dannati di questa terra e contro i piani del potere.
Che il tempo della sottomissione si fermi.

 

Bolzano, 11 settembre 2020

Agnese Trentin, Roberto Bottamedi, Massimo Passamani, Luca Dolce, Giulio Berdusco, Carlo Casucci, Giulia Perlotto, Christos Tasioulas, Francesco Cianci, Andrea Parolari, Mattia Magagna, Sirio Manfrini, Luca Rassu, Roberto Bonadeo, Marco Desogus, Gianluca Franceschetto, Gregoire Paupin, Claudio Risitano, Guido Paoletti, Daniele Quaranta

 

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