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Verità e giustizia per la strage del Sant’Anna!

INTIMIDAZIONI IN CARCERE DOPO L’ESPOSTO IN PROCURA SULLE VIOLENZE A MODENA E AD ASCOLI PICENO

MARZO 2020: in una trentina di carceri scoppiano rivolte per chiedere rassicurazioni sulla gestione dell’emergenza COVID dietro le sbarre, salute e tutele adeguate. Lo Stato risponde con manganelli, spari, 14 morti.

NOVEMBRE 2020: 5 detenuti raccontano ufficialmente quanto avvenuto l’8 marzo e il 9 marzo tra le carceri di Modena e Ascoli Piceno: le botte, la noncuranza delle guardie e dei medici, la morte di Salvatore Piscitelli.

I 5 detenuti vengono trasferiti a titolo chiaramente intimidatorio nel carcere di Modena, vengono interrogati. Poi vengono dispersi in 5 carceri differenti. Da quel giorno le autorità giudiziarie e penitenziarie continuano ad esercitare forti pressioni nei loro confronti. La solidarietà che intorno a loro si è creata dà fastidio, perché smaschera quelle che sono le vere responsabilità dell’apparato statale e sanitario

Mattia, uno dei 5 detenuti, compagno di cella di Sasà Piscitelli è stato trasferito nel carcere di Ancona.
Il 21 gennaio è stato sottoposto a nuovo interrogatorio da parte della Procura di Ancona. Vogliono che ritratti la sua versione, lo minacciano di denuncia per mancato soccorso, quando sappiamo bene che sono le guardie a non aver soccorso Sasà. Gli dicono di non parlare di questo secondo interrogatorio, gli bloccano la posta, soldi, pacchi, gli vietano le cure mediche di cui ha bisogno. Mattia non abbassa la testa.

A LUI E AGLI ALTRI 4 DETENUTI CHE HANNO DETTO LA VERITÀ CONTINUIAMO A PORTARE LA NOSTRA SOLIDARIETÀ!

RINNOVIAMO L’INVITO A SCRIVERE E A SOSTENERLI!
SE LE MURA SONO ALTE, LA SOLIDARIETÀ LE SUPERA.

Mattia Palloni
C.C. Ancona Montacuto
via Montecavallo 73 A, 60129 Ancona

Claudio Cipriani
C.C. Parma
strada Burla 57, 43122 Parma

Ferruccio Bianco
C.C. Reggio Emilia
via Luigi Settembrini 9, 42123 Reggio Emilia

Belmonte Cavazza
C.C. Piacenza
strada delle Novate 65, 29122 Piacenza

Francesco D’Angelo
C.C. Ferrara
via Arginone 327, 44122 Ferrara

Campagna di solidarietà a Mohammed, Amadou, Abdourahmane!

 

   Forse ricorderete le rivolte che hanno attraversato un centro d’accoglienza a Treviso tra giugno ed agosto e i 4 arresti che ne sono seguiti. Ad oggi uno di loro non c’è più , Chaka, due sono ancora in carcere (a Treviso e Vicenza) e per un’altra persona è stata trovata un’abitazione a Treviso per i domiciliari. Il primo aprile comincia il processo.

Come “Campagne in lotta” siamo sempre in contatto con tutti e tre  e da qualche giorno, anche in seguito al confronto con loro, abbiamo fatto partire una campagna di solidarietà, che vi incollo qui.

   Della rivolta nella ex caserma Serena a Treviso e della sua repressione: non lasciamo solo chi lotta per la libertà

Il 19 agosto Mohammed, Amadou, Abdourahmane e Chaka vengono arrestati per devastazione, saccheggio e sequestro di persona e portati nel carcere di Treviso. Il 7 novembre Chaka, 23 anni, viene trovato morto nel carcere di Verona. Secondo le accuse, sono colpevoli di aver “capeggiato” le proteste che tra giugno e luglio hanno travolto il Cas ex caserma Serena di Treviso. In un periodo in cui per molti il lockdown sembrava finito, le persone costrette a vivere dentro i luoghi di reclusione continuavano a restare ammassate, senza che venisse presa nessuna misura di tutela della loro salute.
Questo è il caso dell’ex caserma Serena di Treviso, adibita a Cas e gestita dalla cooperativa Nova Facility, dove ancora a giugno, più di 300 persone continuavano a vivere in spazi sovraffollati, senza che venisse loro fornita alcuna informazione sui contagi né alcuna protezione come mascherina e disinfettante. Molti di loro lavorano sfruttati in diversi settori della zona, dalla logistica all’agricoltura. Già da ben prima dell’emergenza Covid chi era costretto a vivere in quel luogo aveva denunciato le terribili condizioni di vita all’interno della struttura: le condizioni igieniche degradanti, le cure mediche assenti, le camere-dormitorio, la rigidissima disciplina con cui sono applicate le regole dell’accoglienza, la collaborazione tra operatori e polizia, il lavoro volontario all’interno del centro. Un luogo perfetto per la diffusione del Covid.
L’ex caserma Serena, infatti, nel giro di 2 mesi diventa un focolaio, e i contagiati passano da 1 a 244. E’ proprio per questo che prima a giugno, poi a fine luglio e infine ad agosto si susseguono proteste da parte degli ospiti della struttura. Le ragioni sono molto chiare, nonostante le notizie sui giornali e le inchieste giudiziarie vogliano storpiarle in tutti i modi possibili: si protesta perché non viene fornita nessuna informazione sugli aspetti sanitari, né alcuna misura di tutela della salute, perché da un giorno all’altro viene comunicato a tutti l’isolamento, ma senza che venga data alcuna spiegazione. Solo dopo due giorni di vero e proprio sequestro degli ospiti si scopre che la ragione è il contagio di un operatore. Si protesta perché molti perdono il lavoro senza poter nemmeno comunicare coi propri padroni; perché vengono fatti a tutti i tamponi, ma poi positivi e negativi vengono rinchiusi insieme e quindi l’isolamento si rinnova continuamente. Si protesta
perché chi lavora lì continua ad entrare e uscire, mentre i contagiati all’interno aumentano di giorno in giorno, ad alcuni vengono fatti anche 4 o 5 tamponi ma nessuno, tra operatori, personale sanitario e polizia, si interessa di fornire informazioni a chi dentro la caserma ci vive e di virus si sta ammalando. Ad alcuni è anche impedito di vedere l’esito del proprio tampone. Si protesta anche perché gli ospiti chiedono di parlare coi giornalisti per raccontare le loro condizioni, e polizia e operatori glielo impediscono.
Nel frattempo, già dopo le prime manifestazioni di giugno, la prefettura preannuncia 3 espulsioni e almeno una ventina di denunce pronte per quando finirà l’isolamento. L’annunciata repressione si avvera il 19 agosto, quando quattro persone che vivono dentro l’ex caserma vengono arrestate. Altre 8 risultano indagate. Le accuse sono pesanti, ed è molto chiaro che l’intento è punire Abdourahmane, Mohammed, Amadou e Chaka in modo esemplare, per dare un segnale a tutti gli altri. Per trovare dei colpevoli, dei capi, degli untori, per spostare la responsabilità dal Ministero dell’Interno, dalla Prefettura, dalla cooperativa e dal comune agli immigrati. Tutti e 4 vengono portati nel carcere di Treviso. Mohammed viene ricoverato in urgenza allo stomaco proprio per l’assenza di cure, Amadou si ammala di Covid in carcere. Dopo un mese circa – per ordine del Ministero dell’Interno- vengono trasferiti in 4 carceri diverse e messi in regime di 14bis (sorveglianza particolare). Il 7 novembre il più giovane di loro, Chaka, viene trovato morto nel carcere di Verona. Su di lui viene spesa qualche parola in qualche articolo di giornale, si parla di suicidio e poi, come per tantissime altre morti, cala il silenzio.

Le ragioni di questa protesta, la repressione che ne è seguita e la morte di Chaka sono un’espressione molto chiara di quanto è accaduto nell’ultimo anno e dell’ordine assassino a cui vogliono sottoporci. Se abbiamo conoscenza di questa storia è soltanto grazie al fatto che delle persone continuano a lottare. E per questo ora stanno pagando, rischiando di rimanere isolate e sole.
Dall’inizio della pandemia nei centri di accoglienza di tutta Italia si sono susseguite proteste scatenate da ragioni del tutto simili a quelle di Treviso: la mancanza di informazioni chiare, l’ammassare positivi e negativi insieme in una tendopoli, in un centro o su una nave, le quarantene continuamente rinnovate, la mancata tutela della salute. Le proteste, le fughe, gli scioperi della fame non si sono mai interrotti, contro uno Stato che nei mesi ha noleggiato 5 navi-prigione, ha inviato militari a presidiare i centri di accoglienza, ha stretto accordi di rimpatrio con la Tunisia, ha denunciato ed espulso centinaia di persone, avallato da fascisti e rappresentanti locali che gridavano all’untore, all’espulsione, agli sgomberi.
A marzo, in seguito alle lotte per i documenti che le persone immigrate soprattutto nelle campagne portano avanti con coraggio, lo stesso governo ha varato una sanatoria che ha coinvolto solo poche persone, lasciandone tantissime altre in condizione di irregolarità o semi-irregolarità. Eppure di questa sanatoria le istituzioni si sono fatte vanto, così come della modifica dei decreti sicurezza di Salvini (in realtà questi prevedono ancora misure per favorire la repressione dei reati commessi dentro i cpr, mentre è stata lasciata completamente intatta tutta la parte relativa alla criminalizzazione delle lotte in generale).
Così nelle carceri, dove dopo le rivolte di marzo e le morti, si è cercato di imporre in tutti i modi un muro di silenzio. Mentre le prigioni continuano ad essere focolai, i contagiati raddoppiano (come ad esempio il carcere di Vicenza dove tuttora è rinchiuso Amadou), e aumentano i morti di Covid tra i detenuti, sulle rivolte di marzo e sui 14 detenuti morti nelle galere di Modena, Bologna e Rieti si cerca in tutti i modi di far calare il silenzio; levando di torno le persone e mettendo a tacere in qualsiasi modo la voce dei detenuti e dei testimoni delle violenze e torture che si sono consumate in questi mesi nelle galere. Non a caso proprio le persone straniere che hanno partecipato alle rivolte di Modena sono state espulse. Ma per quanto si voglia liquidare tutte queste morti, da quella di Salvatore Piscitelli a quella di Chaka Outtara, come dovute a overdose o suicidi, sono proprio le denunce, i racconti e le lotte di questi mesi ad aver permesso di non farne dei casi singoli. Per quanto si voglia dividere e isolare chi ha lottato nei campi, nei centri di accoglienza, nei cpr, sulle navi, nelle carceri con enorme coraggio in tutti questi mesi, i legami di solidarietà e di lotta non smettono di intrecciarsi.
La morte di Chaka, come quella di tanti altri, non deve essere dimenticata, perché quello di Chaka è un omicidio e gli assassini sono l’accoglienza, le leggi razziste che governano la vita delle persone immigrate, lo sfruttamento, il carcere.

Attualmente Mohammed e Amadou sono nelle carceri di Treviso e Vicenza, mentre Abdourahmane è agli arresti domiciliari. Invitiamo a scrivere loro e a far sentire la nostra vicinanza in tutti i modi possibili, perché continuare a lottare significa anche non lasciare solo nessun davanti alla repressione, e non lasciare che la morte di Chaka si aggiunga solo ad una lista ormai troppo lunga.

Per Chaka
Mohammed, Amadou e Abdou liberi! Tutti e tutte libere!

Sanatoria per tutti, repressione per nessuno!

Per scrivere loro:
Mohammed Traore
Casa Circondariale – via S. Bona Nuova 5/b
31100 Treviso (TV)

Amadou Toure
Casa Circondariale – Via Basilio della Scola 150
36100 Vicenza (VI)

Battitura dal carcere di Trieste

Proposta di battitura nazionale dentro le carceri da parte delle detenute del carcere di Trieste per il 1 febbraio.

Il 23 gennaio si è svolto un presidio sotto il carcere di Trieste.

Fin da subito i detenuti e le detenute hanno raccontato che da giorni vanno avanti gli scioperi del carrello, e questa mattina si è svolta anche una battitura. Notizia quest’ultima uscita anche su TgR del FVG.

Come altre volte dalla sezione femminile ci sono arrivate notizie sulla situazione interna. Situazione che si presenta simile in tutte le carceri italiane in questo periodo. Le detenute raccontano della totale assenza di attività al di fuori della cella. Questa situazione fa si che esse stiano la maggior parte del tempo rinchiuse, dinamica questa che va avanti da mesi portando all’esasperazione le persone. Alcune si rifugiano nelle cosiddette “terapie”, altre iniziano ad avere problemi di tenuta psicofisica, senza contare l’assenza dell’assistenza sanitaria, come una detenuta epilettica che da 4 mesi attende delle visite, o altre che non vedono la psicologa da molto tempo nonostante le loro problematiche e richieste.

Inoltre la posta raccomandata arriva sempre in ritardo di 14 giorni, senza contare che alla nostra casella postale non arrivano lettere né dal maschile né dal femminile nonostante la posta inviata.

È evidente che la situazione dentro è il risultato delle politiche del Ministero di Giustizia e del DAP, ma anche dei magistrati di sorveglianza, i quali fanno si che le carceri rimangono sovraffollate. Dalle loro parole si capisce che la discussione dentro sul ruolo di psicofarmaci, terapie alternative, prevenzione della diffusione del Covid-19 e vaccini, è in corso.

Le detenute chiedono esplicitamente di divulgare a tutti i detenuti e detenute delle carceri, a parenti, amici e solidali fuori, a giornali e media, le ragioni della battitura che faranno il 1 febbraio alle ore 15.30 e chiedono una presenza di supporto all’esterno.

Le loro rivendicazioni sono:

1) Essere sottoposte a tamponi ed esami del sangue sierologici, piuttosto che essere costrette alla vaccinazione.

2) Indulto

3) Domiciliari per le persone con problemi sanitari e gravi patologie e per i detenuti in residuo di pena

Processo ai detenuti di Milano-Opera

pdf: Processo detenuti Opera

E’ passato quasi un anno dalle proteste e rivolte carcerarie di inizio marzo che hanno visto il coinvolgimento di pressoché tutti gli istituti italiani con migliaia di detenuti mobilitati, moltissimi presenti sui tetti degli edifici penitenziari e tanti familiari, amici e solidali fuori dalle mura. Una situazione del tutto inconsueta che non si vedeva dai primi anni del 1970 quando nelle carceri di mezza Italia si lottava contro il carcere preventivo, la recidiva e per la “riforma dei codici”. Le misure speciali adottate dal governo per scongiurare la diffusione del virus all’interno delle carceri si sono dimostrate del tutto insufficienti e inadeguate.

Proteste nel carcere di Vigevano

Riceviamo, pubblichiamo e supportiamo:

“In una lettera datata 10 gennaio Carla ci ha raccontato che dal giorno 2 il telefono del carcere di Vigevano aveva smesso di funzionare, senza che le detenute e i detenuti sapessero quale fosse il problema né quanto potesse durare. Sembrava che gli uomini e le donne della sezione comune avessero potuto fare una telefonata con il telefono cellulare per avvisare le famiglie, mentre alle donne dell’AS era stato proposto di poter indicare un parente da avvisare ma non chiamare di persona. Le chiamate in ingresso sembravano però funzionare dato che era stato detto loro che i parenti chiamavano di continuo per chiedere cosa stesse succedendo.
La prima settimana era trascorsa con proteste individuali sporadiche poiché i primi giorni non tutti si erano accorti del problema, non avendo telefonate quotidiane. Da parte del carcere c’era stata la promessa di mandare un messaggio ai parenti per avvisarli degli orari dei colloqui whatsapp ma questo non è accaduto e una goccia in più ha fatto traboccare il vaso. Un vaso già pieno da tempo: dal mese di maggio le lavatrici sono rotte e per un periodo le facevano fare solo a chi ha più di 60 anni, ma attualmente l’area delle lavatrici è in ristrutturazione dunque nessuna le può usare. Nelle celle non c’è l’acqua calda e il bucato si fa con l’acqua fredda in cella o si fa nelle docce, ma anche nelle docce non sempre c’è l’acqua calda. Da quando sono accesi gli impianti di riscaldamento infatti, le docce sono calde a intermittenza. Ulteriore momento di tensione si è dato quando durante la chiusura pomeridiana è saltata la corrente: la battitura è partita subito. Sono quindi arrivate in sezione la sorveglianza e la comandante che hanno raccolto le lamentele delle detenute, assicurando che di alcune non fossero neanche al corrente.
Nella mattinata di domenica 10 quindi, mettendo da parte i problemi delle lavatrici e dell’acqua calda, le detenute hanno deciso che se la situazione delle telefonate non si fosse risolta, il giorno seguente avrebbero continuato con la battitura e avrebbero iniziato lo sciopero del carrello.
Le modalità per prendere simili decisioni, scrive Carla, non sono quelle a cui compagni e compagne sono abituate fuori, e magari in molte situazioni del genere non ci si sente attrezzate e non si può far molto altro che accodarsi su poche basi condivise sul momento. Ma crediamo che occasioni di rottura della routine carceraria, per quanto brevi, possano essere bagaglio importante per chi le coglie e conoscenze utili per chi potrebbe trovarsi in situazioni simili. Pubblichiamo dunque il racconto che ci è arrivato delle giornate di protesta che hanno coinvolto le donne detenute della sezione AS del carcere di Vigevano.

[…] Dopo un tira e molla durato una decina di giorni la situazione era diventata inaccettabile per noi. Già si diceva a mezza voce che, se non ci avrebbero dato delle risposte concrete, sarebbero partite le proteste. L’ispettrice saliva ogni giorno a farci un punto della situazione e aspettavamo lei per cominciare. Quando è salita, ci ha comunicato che non solo il telefono non sarebbe stato ripristinato quel giorno stesso ma in più, mentre il maschile e la sezione femminile comune avrebbero fatto una chiamata a casa con il cellulare che si usa solitamente per whatsapp, a noi dell’AS veniva negata la possibilità perché questa modalità impedisce di registrare le chiamate.
Cosi dopo esserci consultate molto velocemente, abbiamo deciso che appena sarebbero salite le nostre compagne che lavorano in sartoria, avremmo cominciato la battitura. Appena sono arrivate abbiamo fatto partire la battitura verso le 12.45, nel corridoio e anche in saletta nella speranza che il casino si sentisse anche al maschile. La battitura è durata 45 minuti intensi ed è stata ripresa dalla sezione femminile comune e dal maschile ma non sappiamo in quante sezioni. Nessuna figura del carcere si è presentata, allora abbiamo deciso di fare una pausa e di prepararci per fare un fuori-cella alle 15, ora della chiusura pomeridiana di 3 ore. Intanto abbiamo scritto la comunicazione firmata da tutte e l’abbiamo presentata. Alle 14.15 abbiamo ripreso la battitura per altri 45 minuti e ci siamo fermate alle 15, ora in cui abbiamo comunicato che avremmo attuato il fuori-cella. Abbiamo socchiuso i cancelli delle celle e siamo rimaste tutte in corridoio.
Dopo pochi minuti è salita l’ispettrice del femminile accompagnata da un ispettore della sorveglianza. Lui ci ha detto che sarebbe rimasto a distanza perché era stato nella sezione maschile chiusa per covid ma nella discussione si è ritrovato più volte in mezzo a noi. Ci ha detto che potevano avvisare le famiglie del guasto del telefono ma abbiamo risposto che volevamo chiamare di persona perché ormai le nostre famiglie della situazione erano al corrente ma noi avevamo bisogno di sentirli personalmente. Se n’è andato dopo circa mezz’ora dopo averci detto più volte che facendo il fuori-cella stavamo oltrepassando il limite. Quando è andato via, l’assistente ha riproposto la chiusura ma noi abbiamo ribadito la nostra volontà di portare avanti il fuori-cella.
Dopo neanche 15 minuti è tornato lo stesso ispettore dicendoci di aver parlato con il direttore e che questo avrebbe chiesto al DAP se andava bene farci chiamare 4 minuti a testa con il telefono cellulare. Ci ha promesso una risposta per l’indomani alle 11 e abbiamo accettato di rientrare in cella ripromettendoci di continuare con la protesta se la notizia fosse stata negativa.
Questa mattina alle 8 ci è stato comunicato che la linea è stata ripristinata e abbiamo ripreso a fare le chiamate dopo 12 giorni d’interruzione. Non sappiamo se la nostra protesta c’entri con questo
ripristino.
Aggiungo che a memoria di chi sta in questa sezione da tanti anni, una protesta che arrivasse fino al fuori-cella non si era mai vista. Ci sono spesso tensioni fra detenute di questa sezione ma in questo caso la protesta è stata partecipata da tutte. Una cosa strana è stata che abbiamo ricevuto l’approvazione delle guardie e a mezza voce anche dell’ispettrice che ci dava ragione. Sospettiamo che c’entrino intrighi di potere interno al carcere. Voilà, credo di aver raccontato tutto!
[…]

Vigevano, 13 gennaio 2021
Siamo le detenute della sezione di Alta Sicurezza del femminile di Vigevano e vogliamo raccontare la situazione di isolamento in cui ci troviamo in questo momento.
Dal 2 gennaio ha smesso di funzionare l’impianto telefonico del carcere, impedendoci di sentire i nostri familiari e gli avvocati, se non tramite colloquio video una volta a settimana, se ci va bene. Nel contesto di pandemia in cui ci troviamo attualmente, i legami con i parenti sono già fortemente compromessi e questo ennesimo problema ci lascia
ulteriormente isolate.
Dopo 10 giorni di promesse quotidiane di ripristino da parte del carcere, oggi abbiamo smesso di credere in queste promesse senza seguito e abbiamo deciso di protestare. Cosi, alle 13 abbiamo cominciato una battitura e abbiamo inoltrato la comunicazione in allegato firmata da tutte. Alle 15 abbiamo deciso di non rientrare in cella per la chiusura pomeridiana. Dopo circa un’ora di fuori-cella e l’arrivo di un ispettore, ci è stato comunicato che la direzione stava valutando la possibilità di farci fare una chiamata di qualche minuto. La decisione dovrebbe esserci comunicata domani alle ore 11 e se sarà negativa ripartiremo con la protesta.

Le detenute dell’AS femminile di Vigevano
—————————–——————-
Al Direttore e al Magistrato di Sorveglianza,

Le detenute della sezione femminile AS informano le autorità competenti che a seguito del protrarsi del guasto telefonico e non avendo notizia alcuna da 12 giorni, iniziano a partire dal giorno 13 corrente mese una protesta pacifica con:
1. battitura 3 volte al giorno (8-12-20)
2. rinuncia del carrello
3. rinuncia del carrello della terapia farmacologica
4. fuori-cella
5. sciopero lavoranti

Avendo fatto battitura e non avendo avuto riscontro alcuno, continueremo ad oltranza pacificamente.
Vigevano,
Le detenute”

Dichiarazione al tribunale di Bolzano

L’11 settembre c’è stata l’udienza contro alcuni attivisti che avevano partecipato alla manifestazione svoltasi il 7 maggio 2016 al Brennero, lungo la frontiera con l’Austria, per protestare contro le decisioni del governo di Vienna di erigere lungo la linea di confine reti e filo spinato. Durante la manifestazione si sono vissuti diversi momenti di tensione con violenti scontri con le forze dell’ordine mentre cercavano di sgomberare i presidi che bloccavano prima la ferrovia Italia-Austria, poi l’autostrada A22. Il reato di cui sono accusati gli indagati in questo processo è quello tristemente noto, sin dall’epoca fascista, di “devastazione e saccheggio”. Esprimiamo la massima solidarietà agli indagati e a tutti coloro che lottano contro lager e frontiere.

Dichiarazione davanti al tribunale di Bolzano

Ogni giorno il sistema delle frontiere stritola migliaia di persone. Quello che sta succedendo fra Siria e Turchia, fra Turchia e Grecia, nell’arcipelago dell’Egeo, al confine fra Bosnia e Croazia, nei campi di detenzione in Libia, nel Mediterraneo conferma che i muri e la caccia al povero sono il volto del nostro presente. Mentre le merci viaggiano liberamente da una parte all’altra del pianeta, gli esseri umani sono spietatamente suddivisi tra chi può passare i confini e chi no: tra i sommersi e i salvati, per riprendere le parole di Primo Levi. Prima un ordine economico – devastante nella sua logica di guerra e sempre più saccheggiatore di materie prime, ecosistemi e autosufficienza alimentare – apparecchia le condizioni per cui milioni di donne e di uomini sono costretti ad abbandonare le terre in cui sono nati e cresciuti; poi un gigantesco apparato di filo spinato, sorveglianza elettronica e campi di concentramento spinge questa «umanità di scarto» a una terribile corsa ad ostacoli; chi sopravvive alla selezione deve essere allora così stremato e impaurito da accettare qualsiasi condizione di vita e di lavoro nei Paesi in cui approda. E proprio per questo, infine, può venir additato dal razzismo istituzionale e sociale come capro espiatorio a cui addossare ogni colpa.

Quando, a fine 2015, lo Stato austriaco dichiarò la sua intenzione di costruire una barriera anti- immigrati al Brennero, le rimostranze delle istituzioni italiane riguardarono solo ed esclusivamente le ripercussioni negative che quel muro avrebbe avuto sul transito delle merci. Come emblema di un passato che non passa, la conferenza stampa sul progetto della barriera fu tenuta direttamente dalla polizia austriaca e il tutto venne presentato come una mera «soluzione tecnica» di gestione del confine. L’espressione di per sé − «soluzione tecnica» − avrebbe dovuto
far ribollire il sangue.

Mentre andava in scena il balletto delle dichiarazioni incrociate tra governo austriaco e governo italiano, i controlli delle polizie sui treni OBB avvenivano già in territorio italiano e la «soluzione tecnica» era spostata più a sud. Per mesi chiunque avesse la faccia non-bianca non riusciva nemmeno a salire su quei treni, a Bolzano come a Verona. Il sistema-frontiera, d’altronde, è un
dispositivo mobile, tutt’uno con le retate della polizia e con i centri della detenzione amministrativa. (E dovrebbe ben far riflettere il fatto che la stessa «soluzione tecnica» sia stata adottata mesi fa per controllare e respingere i positivi al Covid-19 tra gli autisti e i passeggeri diretti in Austria: i potenziali “infetti”, questa volta, eravamo noi). Per tutte queste ragioni qualcuno ha bloccato più volte i treni OBB; per questo nei mesi precedenti la manifestazione del 7 maggio 2016 si è insistito da più parti sul concetto «se non passano le persone, non passano le merci»; per questo i discorsi su come far fallire la gestione di quell’abominio chiamato «soluzione tecnica».

Quello che i PM hanno presentato come una sorta di disegno ordito da qualche “capo” ed eseguito da tanti “gregari”, era semplicemente il sentimento che a quell’ingiustizia bisognasse reagire. Gli “onesti cittadini” che oggi non vogliono distinguere ciò che è legale da che è giusto – che si addormentano, cioè, in quell’obbedienza contro cui mettono in guardia le parole di Hannah Arendt («Nessuno ha il diritto di obbedire») che con grande ipocrisia le istituzioni hanno fatto collocare davanti a questo tribunale – ricordano da vicino coloro che si giravano dall’altra parte quando in questo Paese si deportavano gli ebrei e si fucilavano i partigiani.

E ora entriamo nel merito del processo. Il reato di “devastazione e saccheggio” – in quanto tale e ancor più per come è stato interpretato dai PM – deriva direttamente dal codice fascista del 1930.
Aveva già fatto la sua comparsa nel 1859 con l’articolo 157 del codice del Regno di Sardegna e nel 1889 con l’articolo 252 del codice Zanardelli. Non solo, in quei casi, si faceva esplicito riferimento alla guerra civile e alla strage, ma le pene previste andavano dai 3 anni ai 15. Con il codice fascista, invece, scompare quella cosetta chiamata guerra civile, mentre la pena base prevista dall’articolo 419 parte da 8 anni. Poi è arrivata la “democrazia nata dalla Resistenza”, si dirà. Infatti. L’articolo è ancora il 419 e le pene previste sono le stesse. Ora, siccome in tal modo si raggiunge l’assurdo giuridico per cui, al suo confronto, si rischia decisamente meno con l’accusa di partecipazione a una “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, quello definito dall’articolo 419 è rimasto a lungo un cosiddetto reato dormiente. Uno dei pochi casi in cui è stato applicato dal 1945 alla fine degli anni Novanta sono stati i moti insurrezionali scoppiati nel 1948 in seguito all’attentato a Togliatti, moti nel corso dei quali in alcune città i partigiani sono scesi in piazza con le mitragliatrici… Oggi la soglia del dissenso accettato si sta talmente abbassando per cui si cerca di applicare – e in alcuni casi ci si è pure riusciti – il reato di “devastazione e saccheggio” a manifestazioni per le quali è addirittura grottesco parlare di “distruzioni di vasta portata”. E così arriviamo alla richiesta, formulata in questa aula qualche mese fa come se fosse una normale lista della spesa, di 338 anni di galera. Il tutto a fronte di un risarcimento danni chiesto dal ministero degli Interni di 8mila euro… Lasciamo poi agli avvocati la questione – in realtà ben più politica che “tecnica” – del modo assai disinvolto con cui si contesta a decine di persone il reato di concorso materiale e morale in resistenza e lesioni in virtù della semplice presenza a quel corteo.

Come emerge dai volantini e dagli altri materiali citati, e persino dai filmati che sono stati ossessivamente mostrati nelle scorse udienze, l’intento di quella manifestazione era bloccare le linee di comunicazione – infatti il corteo è stato caricato da polizia e carabinieri proprio mentre stava deviando verso i binari. “Se alcuni non possono passare il confine, allora non passa niente e nessuno”: certi concetti etici hanno bisogno a volte di una generosa dimostrazione pratica. Le frontiere uccidono. Per annegamento, per congelamento, per incidenti sui sentieri di montagna o lungo le linee ferroviarie. Oppure direttamente, con il piombo della polizia, come è successo in Grecia grazie alla legittimazione di fatto da parte dell’Unione Europea. Di tutto questo non vogliamo essere complici.

A ciascuno il suo. Per quanto ci riguarda, il senso e lo spirito di quel 7 maggio ce li rivendichiamo a testa alta. Come segno di rabbia contro le mille forme del razzismo di Stato. Come espressione di solidarietà nei confronti di un’umanità braccata. E come gesto di appoggio. Verso i braccianti in lotta nel Sud Italia, verso le donne immigrate che si ribellano alla tratta, verso gli internati in rivolta nei lager della democrazia. Verso chi, ovunque nel mondo, non si scansa né transige, perché ama la libertà di tutte e di tutti al punto di giocarsi la propria.
Non ci atteggiamo a vittime della repressione. Siamo consapevoli di ciò che comporta la nostra posizione a fianco dei dannati di questa terra e contro i piani del potere.
Che il tempo della sottomissione si fermi.

 

Bolzano, 11 settembre 2020

Agnese Trentin, Roberto Bottamedi, Massimo Passamani, Luca Dolce, Giulio Berdusco, Carlo Casucci, Giulia Perlotto, Christos Tasioulas, Francesco Cianci, Andrea Parolari, Mattia Magagna, Sirio Manfrini, Luca Rassu, Roberto Bonadeo, Marco Desogus, Gianluca Franceschetto, Gregoire Paupin, Claudio Risitano, Guido Paoletti, Daniele Quaranta

 

Solidarietà a Davide Delogu

Comunichiamo che Davide Delogu, attivista anarchico detenuto in Sicilia, ha iniziato lo sciopero dell’aria per protestare contro il regime 14bis che gli è stato applicato in cella. Per esprimere vicinanza e solidarietà potete scrivergli alla Casa Circondariale – Contrada Noce S. Nicola Agro’ – 95041 Caltagirone (CT)

Resoconto della biciclettata solidale fino al carcere della Dozza

Il 22 maggio a Bologna, circa 150 persone sono tornate davanti alla Dozza. Da Piazza dell’unità è partita una biciclettata che ha attraversato la Bolognina fino ad arrivare sotto le mura del carcere, facendosi sentire sia dalla sezione maschile che dalla sezione femminile. Tra i diversi interventi è stato raccontato ciò che è successo la settimana scorsa: sono stati arrestati/e 7 compagni/e perché anarchici/che perché lottano per la libertà e rifiutano la logica di sottomissione alla base di questo sistema. Gli inquirenti vorrebbero individuare nella regia di pochi la rivolta dei detenuti dello scorso marzo, come se non bastassero le condizioni inaccettabili e l’esistenza stessa di queste infami galere. I media, adeguandosi alla narrazione del potere, non ne hanno fatto neanche vaga menzione.
La solidarietà fa paura.
In tanti eravamo sotto quelle mura durante le rivolte di marzo.
In tanti siamo tornati a gridare che non ci lasceremo intimidire, che se ci vogliono silenti ci avranno ancor più determinati.
Le fiamme della rivolta, quando a Bologna la paura ha cambiato di campo, ci scaldano ancora il cuore.
Il carcere è lo specchio della società e mai come negli ultimi tempi, scanditi dall’emergenza COVID, emerge chiaramente che, per qualcuno, esistano delle vite di serie b e quindi sacrificabili.
Finché l’ingordigia di sadici burocrati produrrà lo scempio e l’abominio che è il carcere, un mondo giusto non esisterà mai.

L’unica sicurezza è la libertà.

Al fianco di Zip, Leo, Ele, Stefi, Nicole, Duccio, Guido e tutti/e i/le prigionieri/e anarchici/che.
Al fianco di tutti/e i/le prigionieri/e.
Al fianco di tutti/e i/le ribelli.
LIBERTÀ PER TUTTI E TUTTE!

Comunicato redazionale

I sette anarchici arrestati a Bologna il 13 maggio e gli altri cinque sottoposti ad obbligo di dimora, sono la dimostrazione, l’ultima ma non certo la prima, di una strategia politica preparata con cura negli ultimi anni attraverso, da un lato la subdola diffusione di un clima di panico sociale e dall’altro un uso massivo dei dispositivi penali, rafforzati da quei decreti sicurezza, a firma di Minniti prima e di Salvini poi, che a quel panico rispondono con la strategia muscolare di uno stato di polizia permanente, divenuta ormai prassi regolamentare di gestione del conflitto sociale.
Una gestione che quindi si traduce di fatto in repressione.
Anziché attuare politiche di risoluzione delle problematiche sociali ed economiche causate da una abnorme polarizzazione dei capitali nelle mani dei pochi a detrimento dei molti – polarizzazione che quest’ultima crisi sanitaria è destinata ad esacerbare – gli ultimi governi hanno preferito attuare politiche di contenimento in chiave repressiva degli effetti della crescente utenza di cittadini in condizioni di precarietà e di insicurezza economica. Il risultato di queste linee di governo sono nitidamente illustrate dalla composizione della popolazione detenuta, costituita in misura quasi esclusiva da marginali, tossicodipendenti, senzatetto, persone con disagio psichico, stranieri, dissidenti politici. Una popolazione che evidentemente avrebbe bisogno di ben altre risposte rispetto ad una cella di contenimento del loro disagio.
I compagni e le compagne colpiti il 13 maggio erano in prima linea impegnati nel denunciare l’uso strategico del carcere quale luogo di regolamentazione delle problematiche sociali e a proporre un’alternativa politica e sociale all’imperativo macroeconomico dominante. Per questo il loro arresto si caratterizza come esemplificazione di un programma politico specifico, trasversale rispetto alle diverse aree di partito che unanimemente convergono nel comune obiettivo di reprime, tanto la marginalità sociale quanto il dissenso politico al modello economico che la produce, con il pugno di ferro del codice penale.
I reati contestati agli anarchici arrestati sono infatti vistosamente esagerati: associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico. Un’accusa che mostra tutta la sua spropositata dismisura se paragonata all’unico fatto realmente contestato e ancora da confermare: il danneggiamento di un ponte radio. Un’accusa che dunque si presta ad essere legittimamente letta come pretesto capzioso volto a colpire in maniera esemplare ed in chiave intimidatoria chi oggi prova a contestare una prassi governativa che continua a tutelare un modello di sviluppo che produce ed alimenta iniquità economiche ed insicurezze sociali. Tutto fa presagire che la costruzione di questa solerte macchina repressiva di Stato, già all’opera nel presente, sia destinata a funzionare ancora più alacremente nell’immediato futuro, quando gli effetti di quest’ultima crisi che si prevedono devastanti, produrranno un malcontento sociale ancora più ampio e potenzialmente esplosivo.
Per questo esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne colpiti il 13 maggio e ancora una volta rivendichiamo non solo il diritto alla contestazione ma anche il suo dovere: difendere le compagne e i compagni arrestati significa difendere la necessità spazi di agibilità politica la cui legittimità, contestata dalla forza punitiva dello stato, deve trovare fondamento nella forza propositiva dei soggetti sociali che la esprimono, a partire da chi oggi sconta con il carcere l’averlo fatto.
La redazione di Mezz’ora d’aria (Radio città Fujiko)

MERDE – CESSI – CHIAVICHE

Riceviamo, condividiamo e pubblichiamo:

Queste sono le parole che abbiamo sentito risuonare in questi ultimi mesi dalle bocche di numerosi familiari di persone detenute, riferite per lo più all’operato vigliacco e vendicativo di giudici, magistrati, ministri e viceministri operanti nella sfera della sorveglianza, della repressione, della reclusione. Della “Giustizia”, insomma… che in questo periodo di emergenza-Covid, ha preferito mostrare il pugno di ferro invece di mettere in atto misure adeguate a preservare veramente la vita di chi si trova in carcere.

Oggi, più di sempre, ci uniamo a questo coro.

Oggi, che lo Stato ci strappa, arrestandoli, altri 7 tra compagni e compagne, i nostri cari.

Oggi, che la procura di Bologna rende operativi dei mandati di cattura ideati, ed eseguiti in piena notte, dai Reparti Operativi Speciali dei carabinieri, e impone ad altri/e 5 l’obbligo di dimora a Bologna, rientro notturno e firme quotidiane.

L’inchiesta ripercorre il modus operandi di ormai decine di altre in passato, il ciclico e strumentale utilizzo dell’articolo 270 bis, l’associazione con finalità di terrorismo, che tutto giustifica. Soprattutto i mezzi impiegati, i soldi spesi per farlo, e i tempi d’indagine prolungati.

Questa inchiesta infatti è un po’ datata (sembra prendere avvio nel 2018)… ma una nota della procura ci chiarisce il perché, nonostante la richiesta delle custodie cautelari fosse depositata nei loro uffici già dal luglio 2019, proprio ora viene accordata.

Non è nostra abitudine citare certe fonti, ma questa volta ce la sentiamo, ché questa nota ci suggerisce un paio di considerazioni: 1) […] “Le evidenze raccolte in questo ultimo periodo, caratterizzato dalle misure di contrasto all’emergenza epidemiologica del Covid-19, hanno evidenziato l’impegno degli appartenenti al sodalizio[…] ad offrire il proprio diretto sostegno alla campagna “anti-carceraria”, accertando la loro partecipazione ai momenti di protesta concretizzatisi in questo centro” (Bologna).

Come spesso accade, è la generosità – e l’impegno, certo -, delle compagne e dei compagni che viene punita.

Non ci fossero state le rivolte a rivendicare vita e dignità, e le iniziative fuori a sostenerle, la “questione carcere” e le morti, pesanti come macigni che si porta dietro, sarebbero rimaste tombate nel silenzio.

2) […] “In tale quadro, l’intervento, oltre alla sua natura repressiva per i reati contestati (ma ciò non dovrebbe avvenire a processo concluso? Cioè una volta eventualmente accertate le responsabilità?), assume una strategica valenza preventiva volta ad evitare che in eventuali ulteriori momenti di tensione sociale, scaturibili dalla particolare descritta situazione emergenziale possano insediarsi altri momenti di più generale “campagna di lotta antistato” oggetto del citato programma criminoso di matrice anarchica. ” […]. E la valenza preventiva connaturata a qualsiasi misura cautelare, non dovrebbe riferirsi al pericolo di reiterazione di un qualche reato, un po’ più specifico di un opinabile “istigazione” al limite del “delitto d’opinione”?

Certo, se la custodia cautelare è già considerata come repressione dei reati contestati, è evidente che si può affermare senza problemi che in questo già claustrofobico momento bisogna prevenire, anche tramite la privazione della libertà, l’azione di chiunque si permetta di mettere in discussione la natura e le scelte dello stato (che nel mentre ha mostrato cosa – e chi – è sacrificabile) … come se non fossero esse stesse a provocare la tensione sociale.

Oggi più di sempre possiamo solo dire di essere orgogliose/i di avere delle compagne e dei compagni che anche nei periodi più difficili non rinunciano a battersi per ciò che si ritiene giusto! Contro ciò che risulta inaccettabile! E che sempre più persone arriveranno a comprendere volenti o nolenti, non perché lo dicono gli anarchici, ma perché, come questi tempi hanno reso evidente, lo stato non fa sconti a nessuno.

In quanto alla formula del terrorismo, a onor del vero usata e abusata nel corso del tempo, e sempre spendibile strumentalmente nel teatrino mediatico, non sprechiamo parole.

Ad Elena, Stefi, Nicole, Zi peppe, Guido, Duccio, Leo, rinchiusi nelle varie sezioni penitenziarie di Alta Sicurezza adibite ai sovversivi e alle sovversive; ad Emma, Otta, Martino, Tommi, Angelo, colpiti dalle altre misure restrittive, va tutta la nostra solidarietà, il nostro sostegno, il nostro affetto.

LIBERE SUBITO, LIBERI SUBITO!

Roma, 13 maggio 2020.

NED-PSM

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