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Fermiamo le navi-quarantena!

pubblichiamo un documento diffuso in internet

Le navi-quarantena e lo sviluppo di un nuovo dispositivo detentivo

Tutti i dispositivi repressivi hanno una storia; così ogni tecnica, ogni metodo, ogni modalità di contenimento o limitazione del corpo ha una sua evoluzione, quindi un’origine, rintracciabile, con più o meno difficoltà, nello spazio e nel tempo. Il carcere, ad esempio, ha una sua genesi, come tutti ben sappiamo, piuttosto recente. È meno noto tuttavia che molti dei modi per imprigionare e contenere gli esseri umani nascano e si sviluppino fondamentalmente come pratiche emergenziali, pratiche di polizia soprattutto.
Sono le forze dell’ordine, su impulso delle decisioni di questure e prefetture o a volte per semplice decisione dei singoli sottoposti, a provare direttamente sul campo i nuovi dispositivi.

Come nascono tecniche e modalità d’imprigionamento? A volte quasi per caso oppure perché ciò, in quel preciso momento, garantisce una maggiore funzionalità, perché sembra impossibile fare altrimenti, perché, per raggiungere quello scopo specifico, non c’è un altro modo… quindi nascono, diciamo così, “naturalmente” e le mani “artigiane” che le hanno prodotte hanno sempre i guanti di pelle dei funzionari in divisa. Ciò che accade successivamente è storia nota.
Una pratica, un nuovo dispositivo, la cui origine è sempre riconducibile alla prassi poliziesca, alle decisioni dei poteri atti alla repressione, diventa legge: si avvia un processo di normalizzazione, di cristallizzazione e dalla pratica, dall’uso, si passa alla norma e all’istituzione.

Sono tanti gli esempi che si possono tirare in ballo, uno fra tutti, lo sviluppo della detenzione amministrativa per senza documenti in Europa; benché le sue origini siano rintracciabili nella Francia post rivoluzionaria e napoleonica, è fuori da ogni dubbio che parte della preistoria dei Cra francesi e degli attuali Cpr italiani, siano rispettivamente le pratiche di polizia nel porto di Arenc negli anni 70 e nello stadio di Bari nel 1992. I container del porto di Marsiglia e il perimetro sportivo barese, dove in centinaia d’individui furono rinchiusi, sono stati, per così dire, giganteschi centri di contenimento per migranti e gli attuali lager europei, per la legge che ne è scaturita (sic!), sono i loro epigoni. La detenzione amministrativa ha subito negli anni numerose trasformazioni, le sue tecniche d’imprigionamento si sono affinate, per esperienza e a suon di legislazioni emergenziali o meno, i centri di contenimento per senza documenti hanno piano piano assunto forme sempre più complesse. Le rivolte e l’ingestibilità fattuale di questi luoghi hanno di fatto convinto le istituzioni a evolvere sempre di più la loro giurisdizione, a trovarne nuove norme, a stabilire nuovi orizzonti repressivi. Sono nati gli Hotspot al sud d’Italia e sulle coste greche, sono vertiginosamente aumentati i casi in cui un richiedente asilo potrebbe essere “trattenuto” in un Cpr, si è sviluppato l’enorme arcipelago di piccoli e grandi centri della Seconda accoglienza, parte basilare dell’intera logistica migrante e forma edulcorata di controllo e contenimento di parte del flusso migratorio. Insomma i dispositivi repressivi e contenitivi dedicati alle persone migranti continuano inesorabilmente a evolversi, a trovare configurazioni e prospettive sempre più nuove, sempre più articolate. Negli ultimi tempi, queste complessità si stanno evolvendo per le decisioni delle autorità locali e per i famosi decreti emergenziali che hanno posto nelle mani della Protezione Civile ampi poteri.
L’emergenza Covid ha di fatto da un lato accelerato dinamiche già in atto e dall’altro innescato processi senza precedenti.

Nell’emergenza

Dall’aprile 2020, nei porti della Sicilia, della Puglia e della Calabria numerose navi di linea, traghetti e navi da crociera, sono rimaste ormeggiate in mare. La Rubattino (ha trattenuto 183 persone dal 17 aprile e il 5 maggio) della Tirrenia, la Moby Zaza (ha trattenuto 160 persone dal 20 aprile al 30 maggio), la Costa Allegra di Costa Crociere, le navi GNV (https://it.wikipedia.org/wiki/Grandi_Navi_Veloci) Azzurra, Rhapsody (ormeggiata prima di fronte a Palermo, ora nel porto di Bari. Ha capienza di 804 posti no-Covid e 156 per i contagiati), Aurelia (ormeggiata nel porto di Corigliano Calabro – https://www.articolo21.org/2020/08/seconda-nave-quarantena-sbarcata-in-calabriaospitera- i-migranti-positivi-al-virus/), Snav Adriatico (ormeggiata di fronte a Lampedusa) hanno attraccato in molte località del sud. Sono le cosiddette “navi quarantena”, requisite dallo Stato italiano dietro un lauto pagamento alle compagnie marittime (https://www.shipmag.it/gnv-si-aggiudica-il-bando-per-4-navi-quarantena-e-lancia-le-nuove-linee-per-la-sicilia-con-le-ro-paxtenacia-e-forza/).
Difficile al momento capire precisamente a cosa servano e in che modo vengano utilizzate: in generale al loro interno vengono rinchiuse centinaia di persone migranti per effetto della situazione emergenziale legata al Covid19. Nel capire come si siano evolute e come si siano sviluppate delle navi-carcere sul territorio europeo e precisamente, a come si sia arrivati alla sviluppo di un dispositivo così aberrante in Europa, una modalità contenitiva che chiameremo “detenzione amministrativa off-shore”, è fondamentale operare una ricostruzione che sia relativa alla cronaca specifica da un lato, ma che riesca a comprendere l’evoluzione dell’idea stessa di “prigione galleggiante”; rintracciarne cioè le origini e la famigliarità con altri eventi, diremo banalmente scovarne una genealogia.

All’esplodere della pandemia in Italia, svariati decreti hanno iniziato a legiferare sulla vita di tutti e tutte. Le emergenze, si sa, permettono grosse in\evoluzioni per ciò che riguarda il diritto e le libertà personali. La questione migrante, considerata già di per sé un’emergenza (nonostante essa non sia mai stata tale), è stata anch’essa coinvolta sotto differenti punti di vista. Varie questioni sono state toccate, ma più di tutte, l’argomento degli sbarchi e la possibilità dell’arrivo di contagiati dai barconi. Ben inteso, una problematizzazione da applicare solo a chi arrivasse in barca e non, come sappiamo, su aerei di linea. Ciò che si è deciso, facendo storcere il naso anche ai più democratici, è stata di fatto un’ulteriore giurisdizione su base etnica, valida per i migranti sbarcati, nulla per i turisti a cui si chiedeva semplicemente misurazione della temperatura e isolamento fiduciario.

Tutto è iniziato con il Decreto Interministeriale n°150 del 7 aprile 2020 che ha disposto che i porti italiani non potessero essere considerati luoghi sicuri, in gergo “place of safety”, per le procedure d’arrivo dei migranti. Solo qualche giorno dopo, il 12 aprile, con il decreto n°1287/20209, il Capo della Protezione civile ha deciso sulla possibilità dell’utilizzo delle navi in funzione contenitiva9. Il 19 aprile il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha avviato una procedura per il noleggio di unità navali per l’assistenza e la sorveglianza sanitaria.
Secondo i decreti il contenimento sarebbe dovuto avvenire esclusivamente per i migranti appena sbarcati. I migranti recuperati in mare e catturati immediatamente dalle forze dell’ordine verrebbero, dunque, inviati sulle navi quarantena, sottoposti a tampone per chiarire la loro positività al virus; un contenimento quindi prettamente sanitario. Successivamente però il dispositivo ha subito un’ulteriore evoluzione. È sulle navi che, ottenuto o meno il responso dal tampone, viene avviato il procedimento d’identificazione che di norma dovrebbe avvenire nelle strutture Hotspot. Di fatto le attività di riconoscimento e l’iter relativo alle richieste d’asilo e all’espulsione, sono stati di fatto trasferiti completamente sulle navi. Non è la prima volta che ciò accade, già nel 2009, operando un respingimento collettivo, poi giudicato illegale, le autorità italiane avevano identificato sulle navi e successivamente deportato, senza approdare in Italia, centinaia di migranti verso la Libia. Erano tempi tuttavia diversi da quelli attuali e le procedure Hotspot non esistevano ancora. Alla luce di quanto è accaduto e testimoniato dalla cronaca, è lecito dire che le navi quarantena siano di fatto diventate Hotspot galleggianti per migranti appena sbarcati.

Non solo però.

È accaduto poi qualcos’altro. In piena estate 2020 sono iniziati i trasferimenti di migranti dall’Hotspot di Lampedusa11 alle navi quarantena. Allo scopo di decongestionare il Centro detentivo dell’isola, su spinta del presidente della regione, del sindaco e della prefettura locale, centinaia di persone, positive o meno al virus, sono state trasportate su un peschereccio-ponte e rinchiuse sulle navi Adriatica e Rhapsody. La funzione iniziale di navi quarantena viene già superata, al loro interno, benché in parti separate, vengono trasferiti, in barba ad ogni protocollo sanitario, migranti sani, sintomatici e asintomatici. Direttamente dalle “navi quarantena” partono i procedimenti d’identificazione e quindi anche le deportazioni (accade che la nave Rhapsody lascia le acque siciliane e arriva al porto di Bari e dall’aeroporto del capoluogo pugliese parte un volo charter12 per la Tunisia). La funzione Hotspot, anche per i migranti già presenti sul territorio italiano da tempo, viene de facto trasferita sulle navi. È nato l’Hotspot galleggiante.

Le modalità con cui si viene rinchiusi su una nave quarantena, però, si evolvono ancora. Nei primi giorni di ottobre dal Cas “Ninfa Marina” di Amantea in Calabria13 e da alcuni Cas in provincia di Roma (emblematico il racconto di un ragazzo del Centro Porrino all’Infernetto) alcuni migranti risultati positivi al Covid sono stati deportati con i mezzi della Croce Rossa e scortati dalle forze dell’ordine verso le navi quarantena in Puglia e Sicilia. Per giorni è stato messo in atto un vero e proprio schema di deportazione sul territorio nazionale che ha previsto il contenimento sulle navi di richiedenti asilo positivi al Covid presenti nelle strutture della Seconda Accoglienza. In netta contraddizione con qualsiasi logica sanitaria, al di là di qualsiasi legittimità giuridica, le forze dell’ordine, aiutati dalla Croce Rossa, hanno sequestrato persone migranti in giro per l’Italia e le hanno rinchiuse su delle navi. Tale procedura, forse per il momento ancora un po’ troppo anche per la democrazia italiana, si è interrotta per l’intervento indignato delle organizzazioni del di parte del mondo delle associazioni.

Da nave quarantena a nave contenitiva per migranti il passo è stato breve, un Hotspot galleggiante e una struttura off-shore per il contenimento di richiedenti asilo positivi al Covid.
Un’evoluzione rapidissima e agghiacciante. A cosa stiamo andando incontro?

Detenzione amministrativa off-shore

La storia del trattenimento di persone sulle navi è di lunga data. Parlare di detenzione amministrativa off-shore necessita di un piccolo salto nel passato che ci aiuta di fatto però a comprendere come questo dispositivo si sia evoluto nel tempo e nello spazio. Molti sono gli esempi che ne hanno decretato la forma e, almeno lo scorso secolo, il secolo dei CAMPI, ne offre vari casi: la detenzione dei migranti sulle navi a Ellis island nei primi del ‘900, le deportazioni successive al terremoto di Messina del 1908, le navi nel porto di Portsmouth in Gran Bretagna dedicate al contenimento di persone di origine germanica all’esplodere della Prima Guerra Mondiale, il trattenimento dei pirati somali nel golfo di Aden da parte delle marine militari di mezzo mondo, le piattaforme detentive per migranti in Olanda del 2004…

Quelle stesse pratiche, che in alcuni casi sono diventate leggi negli ordinamenti degli stati, sono riemerse, percorrendo chilometri e anni, dalle acque del Mediterraneo centrale. E ciò non è avvenuto ora, ma qualche anno fa. Il legale di uno delle persone deportate dal Cas di Roma: “Mi ha detto che durante la notte, intorno all’una, era stato prelevato da un autobus della Croce Rossa insieme agli altri casi positivi accertati nel centro, per essere condotto su una ’nave quarantena, ma senza conoscerne realmente l’ubicazione, né avere notizie sulle modalità e tempistiche del trasferimento. Solo alle 5 del pomeriggio di quello stesso giorno mi faceva sapere che si trovava al porto di Palermo”.

La rivolta di Lamedeusa e il Caso dei “Cie galleggianti” – 23 settembre 2011

Il 20 settembre del 2011 nell’allora Centro di Prima Accoglienza e Soccorso (CSPA), ora Hotspot, di Contrada Imbriacola sull’isola di Lampedusa iniziò una forte protesta. Le persone presenti nel Centro, 1300 e in buona parte d’origine tunisina, si rivoltarono contro le proprie condizioni e contro la possibile espulsione, si scontrarono con le forze dell’ordine e bruciarono larga parte dell’edificio. Fu una delle rivolte più distruttive che l’isola avesse mai visto. La struttura, tre palazzine ancora utilizzabili malgrado un’altra pesante rivolta nel 2009, fu successivamente dichiarata inagibile e temporaneamente chiusa. Quasi 800 persone scapparono; in tantissimi furono riacciuffati e rinchiusi all’interno del palazzetto dello sport dell’Isola.
“Questo è uno scenario di guerra. C’è una popolazione che non sopporta più, vuole scendere in piazza con i manganelli e difendersi da sola, perché chi doveva tutelarla non l’ha fatto. Nei giorni scorsi, avevo lanciato più volte l’allarme. Adesso basta” dichiarava l’allora sindaco Bernardino De Rubeis. Queste dichiarazioni roboanti non furono però le sole. Il sindaco invitava altresì il premier Berlusconi e il ministro Maroni a “… convocare un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza Lampedusa” e sollecitava “l’invio immediato di navi militari”. Queste navi avrebbero dovuto avere lo scopo di trasferire altrove tutti i tunisini ancora presenti sull’isola.

Detto fatto. Il 22 settembre alcuni aerei militari trasferirono molti migranti a Palermo, trasportandoli proprio nel porto della città. Ad attenderli vi erano alcune navi da crociera che li
avrebbero imprigionati, ammassati nel salone ristorante, dai 6 agli 8 giorni. Cosa stava accadendo in quel momento? Si stava verificando, come prima cosa, una detenzione illegale, superiore al fermo identificativo di massimo 48- 96 ore e in strutture differenti dagli allora Cie – oggi Cpr. In secondo luogo, cosa altrettanto significativa, si stava sperimentando, con l’ombrello dell’emergenza, un nuovo dispositivo contenitivo, cioè l’uso delle navi a scopo di trattenimento. Nascevano quelli che alcuni 16definirono Cie galleggianti.

Le navi, noleggiate appositamente dallo Stato italiano, erano di proprietà della Moby e della GNV, tre traghetti in totale e cioè l’Audacia, la Fantasy e la Vincent. Nonostante l’estetica esterna proponesse le gigantografie di famosi cartoni animati, le navi assunsero di fatto il ruolo di prigioni galleggianti e in quei giorni detennero e smistarono all’incirca 600 persone; chi verso altri luoghi di reclusione amministrativa in Puglia e in Sardegna ( la Moby Fantasy partì il 25 settembre in direzione del centro di Elmas), chi verso il CPSA di Pozzallo, chi, a quanto pare
400 persone, verso l’aeroporto di Palermo per la deportazione.
Infatti alcuni migranti tunisini, una volta trascorso qualche giorno imprigionati sulle navi, tra il 27 e il 28 settembre furono ricondotti in aeroporto e da lì definitivamente espulsi verso la Tunisia. Tale vicenda, come testimoniato dalla famosa sentenza Khlaifia e altri della Corte Europea dei diritti dell’uomo, portò alla condanna dell’Italia per il proprio operato, in particolare per trattamenti inumani e degradanti e per aver attuato un vero e proprio respingimento collettivo.
Nonostante la condanna sulle modalità dell’espulsione e sulle condizioni igienico-sanitarie del Centro di Lampedusa, la Corte accettò invece la versione del governo italiano rispetto al trattenimento sulle navi: vista la situazione d’emergenza era lecito considerare le navi nient’altro che centri d’accoglienza. Malgrado fossero concretamente delle carceri galleggianti, sorvegliate e da cui di fatto era impossibile allontanarsi, malgrado le condizioni interne fossero inaccettabili come testimoniato dai migranti lì rinchiusi ( “…quanto alla successiva detenzione sulle navi, essi contestano le condizioni di sovraffollamento nella quale sono stati costretti a vivere, l’impraticabilità dei servizi igienici, il fatto che i pasti fossero distribuiti gettando il cibo sul pavimento e la limitazione dell’accesso all’aria aperta a soli pochi minuti al giorno”), la Corte si fidò della testimonianza del Gip salito a bordo su sollecitazione di alcune Ong e archiviò il procedimento.
Visto lo stato di necessità, quel trattenimento sulle navi era puramente legato al primo soccorso e all’identificazione e quindi lecito. La Corte, pur condannando l’Italia, stava sdoganando per la prima volta la possibilità della detenzione amministrativa offshore, rendendola possibile, non criticabile dal punto vista umanitario e per questo accettabile nei canoni del diritto.

Genesi di un dispositivo

Nel 2015, a seguito di una delle più gravi tragedie che la storia dell’emigrazione abbia affrontato, più di 800 morti nel Canale di Sicilia, alcuni leader politici iniziarono a parlare di strutture in mare, piattaforme petrolifere in disuso oppure navi che alla bisogna avrebbero avuto il ruolo di contenimento e identificazione dei migranti. Gli Hotspot. galleggianti, nelle parole dei Salvini, Renzi o dell’ex ministro Alfano, benché sin dal 2010 Fincantieri avesse dei progetti pronti per la detenzione off-shore17, rimasero solo parole di semplice propaganda politica. Ma avvenne però qualcosa in più negli anni successivi. Nel 2017 la propaganda contro le navi delle 0ng raggiunse livelli parossistici, la teoria del pull-factor, già utilizzata per l’operazione Mare Nostrum, e le inchieste che presumevano il contatto con i trafficanti, vennero perentoriamente tirate fuori. Le prime navi, su ordine del Ministero dell’Interni, iniziarono ad essere bloccate in mare aperto, in piena contraddizione con le regole del diritto ordinario italiano e internazionale.
I migranti bloccati e impediti in mare si trovavano di fatto in una condizione giuridica prima non esistente, un limbo su cui la legge italiana non aveva mai normato ( proprio per questo l’ex ministro Salvini è sotto inchiesta per sequestro di persona). È per dovere di cronaca che raccontiamo ciò e non per indignazione sull’assenza dello Stato. La Sea watch, la Gregoretti, la Diciotti e le altre navi bloccate al largo delle coste siciliane in quel momento sono diventate di fatto esempi di detenzione amministrativa off-shore, illegale certo, ma funzionale alle necessità di polizia. Cosa era accaduto? Quello stesso dispositivo apparso a Ellis Island, Messina, nel Golfo di Aden, nelle acque olandesi è riemerso al sud di Lampedusa e, assumendo una nuova forma, ha rappresentato un precedente abbastanza importante per ciò che sarebbe accaduto nell’estate 2020.

Se attualmente esistono navi carcere per migranti in Italia, Grecia e Malta è perché queste modalità sono state precedentemente sperimentate nella pratica e forzando il diritto. La genesi delle navi quarantena è rintracciabile nel passato e, tra gli esempi citati precedentemente, nelle prassi ministeriali nei confronti delle navi Ong che, nonostante le difficoltà giuridiche, hanno rappresentato una sorta di laboratorio di reclusione off-shore per migranti. La comprensione della nascita e dell’evolversi di un tale dispositivo ci avrebbe condotto ad analisi più mirate su quale sarebbe stato il futuro e, invece di rimanere attoniti, sconfortati o indignati per Karola Rackete, avremmo potuto intervenire nel tentativo di bloccare tale processo.

È immaginabile che tra qualche anno, o forse solo qualche mese, le sperimentazioni contenitive sulle navi quarantena, alla luce di quanto detto, potrebbero essere tutelate da una legge stabile, e dunque, le galere galleggianti per migranti o, chi non lo può dire?, per detenute\i, diverranno la normalità.

 

Versione stampabile:

Navi in Quarantena.pdf

Processo ai detenuti di Milano-Opera

pdf: Processo detenuti Opera

E’ passato quasi un anno dalle proteste e rivolte carcerarie di inizio marzo che hanno visto il coinvolgimento di pressoché tutti gli istituti italiani con migliaia di detenuti mobilitati, moltissimi presenti sui tetti degli edifici penitenziari e tanti familiari, amici e solidali fuori dalle mura. Una situazione del tutto inconsueta che non si vedeva dai primi anni del 1970 quando nelle carceri di mezza Italia si lottava contro il carcere preventivo, la recidiva e per la “riforma dei codici”. Le misure speciali adottate dal governo per scongiurare la diffusione del virus all’interno delle carceri si sono dimostrate del tutto insufficienti e inadeguate.

I dati del Ministero aggiornati

I dati forniti dal Ministero di Grazia e Giustizia aggiornati a luglio 2020, ci parlano ancora di sovraffollamento negli istituti penitenziari italiani che, a fronte della capienza massima consentita di 50558 posti disponibili, si contano invece 53619 detenuti, il 6% in più oltre il limite, di cui quasi il 33% è composto dalla popolazione straniera.
Nella nostra regione, l’Emilia Romagna, sono presenti 3021 detenuti dei quali il 48% sono stranieri.
Nel carcere bolognese della Dozza, a fronte di 500 posti consentiti ci sono 706 prigionieri (il 141% di presenze); il carcere modenese di Sant’Anna risulta svuotato dopo le rivolte di marzo: 116 detenuti per 366 posti disponibili; a Reggio Emilia sono 388 per 296 posti consentiti (il 131% di presenze); all’Arginone di Ferrara sono rinchiusi 343 prigionieri anziché 244 consentiti ( il 140,5% di presenze). I restanti istituti in regione, a Forlì, Castelfranco Emilia, Piacenza, Parma, Ravenna e Rimini, si allineano chi poco più, chi poco meno alla capienza consentita.

La percentuale di stranieri sul totale della popolazione detenuta è (in ordine decrescente) del:
61% a Piacenza
56% a Modena e Reggio Emilia
54% a Bologna
49% a Forlì e Rimini
48% a Ravenna
45% a Ferrara
30% a Parma
21% a Castelfranco Emilia

I reati sul territorio nazionale sono per lo più quelli commessi contro il patrimonio, il 57% sul totale, contro la persona il 43% e legati alla legge sulle droghe il 35,5% (la somma dei dati risulta maggiore al 100% poiché vi sono detenuti condannati per più reati contemporaneamente).

Poco più della metà dei detenuti (29963 su 53579) di cui sia noto il titolo di studio ne vede la maggior parte, il 57,6% dei prigionieri, con la licenza di scuola media inferiore, seguito dal 18,5% con la licenza di scuola elementare ed il 16.3% con il diploma di scuola media superiore. Solo il 2% risulta laureato, superato dal 5,5% che è privo di titolo di studio o analfabeta.

Sono ancora troppi, 33, i bambini rinchiusi negli istituti penitenziari italiani, soprattutto prima in Piemonte, poi in Campania e terzo nel Lazio.

I 4 morti di Modena esigono verità

L’eco delle proteste e delle rivolte nella primavera del 2020 nelle carceri italiane non si arresta e prosegue nelle carte delle Procure, per i pestaggi avvenuti durante i post-rivolta e per ricostruire i fatti sui nove decessi che pesano come un macigno. Tra questi, 4 detenuti sono usciti vivi dal carcere di Modena e sono morti pochi giorni dopo il trasferimento in altri istituti. Se per 5 di loro i risultati dell’autopsia hanno confermato il decesso per overdose da metadone, per questi ultimi 4 si stanno accavallando ipotesi tra pestaggi e carenze mediche. Cosa sia avvenuto nello spazio temporale tra l’irruzione degli agenti nelle sezioni occupate, la sedazione delle rivolte, il trasferimento in altri istituti e la morte dei prigionieri, se non sarà un’indagine dei tribunali a restituirci verità (cosa per cui siamo già abituati), ce la possiamo comunque immaginare. Diverse testimonianze, ora sotto l’occhio della Procura di Modena, parlano di pestaggi e torture inflitti ai detenuti nel carcere modenese di Sant’Anna.

Sappiamo come troppo spesso “sfugga la mano” al personale in divisa quando vuole riportare sotto il proprio controllo la situazione durante proteste e rivolte, incitati all’abuso dalle istituzioni quando si sentono minacciate o derise, esaltati dall’addestramento vigliacco dove diversi agenti armati picchiano un detenuto inerme e denudato.
Troppo spesso i mass media e “l’orgoglio nazionale”, inoculato dal teatrino istituzionale, vogliono farci apparire l’Italia come una repubblica moderna e civilizzata. Nulla di più diverso dalla realtà: quella di uno Stato di Polizia, di una “democrazia di frontiera”, non diversa dalla Turchia di Erdogan o dal Messico.

La vera immagine del nostro paese sono quegli agenti che, mentre torturano i prigionieri, indossano il passamontagna.

BOLOGNA – RIGUARDO ALLA RIVOLTA NEL CARCERE DELLA DOZZA

Diffondiamo un comunicato che condividiamo pienamente, in analisi e contenuti, dei compagni Bologna. ABBATTIAMO TUTTI I MURI!!
LUNEDI’ 9 MARZO
Nel pomeriggio di lunedì 9 marzo è scoppiata una rivolta dentro il carcere della Dozza di Bologna. 
Tra le cause scatenanti della rivolta, le misure che il  governo e il Dap hanno adottato, a partire dal 25 febbraio, per prevenire la diffusione del Covid-19 nelle galere, quali l’annullamento dei colloqui visivi, la possibilità di fare solamente una telefonata di dieci minuti a settimana, l’impossibilità di far entrare pacchi da fuori, la sospensione dell’ingresso dei volontari, la sospensione della semilibertà, del lavoro all’esterno e dei permessi premio; e in parallelo, le false promesse dell’aumento dei colloqui telefonici o addirittura di poter effettuare video-chiamate skype, quando è noto che queste possibilità non sono garantite nemmeno nella misura in cui ordinariamente dovrebbero esserlo. Queste misure di indurimento si aggiungono alle condizioni, da sempre esistenti, di sovraffollamento, di pessime condizioni igieniche e di una strutturale mancanza di accesso alle cure sanitarie che caratterizzano la Dozza, così come tutte le galere d’Italia. Il 5 marzo veniva annunciato che i colloqui settimanali dal vivo erano nuovamente possibili con l’accesso consentito di un parente maggiorenne per volta, mentre, con lo scoppiare delle rivolte nelle altre carceri, i familiari dei prigionieri non avevano più potuto ricevere notizie dei loro cari e comunicare con loro. 
Pochi giorni dopo, il 9 marzo, la rivolta è scoppiata anche al carcere della Dozza dove un presidio di solidali, amiche/i parenti si è spontaneamente creato davanti all’istituto penitenziario, man mano che la notizia ha cominciato a diffondersi. Ai familiari è stato impedito sin da subito da un enorme dispiegamento di carabinieri e polizia di avvicinarsi all’ingresso del carcere e di ottenere notizie. Circolava l’informazione che alcune sezioni del maschile fossero state occupate, ma si sono susseguite per diverse ore soltanto informazioni incerte. Solo in seguito si è saputo dai giornali che ad essere occupate erano state unicamente le sezioni giudiziarie. Il silenzio assordante del circondario, così come dell’intera città era rotto soltanto dal rumore delle sirene. Il tentativo di avvicinamento del presidio alla sezione maschile, impedito dal dispiegamento di polizia, ha consentito di sentire qualche urla e battitura dall’interno. Il presidio si è poi spostato sulla strada principale creando un blocco del traffico per avvicinarsi al lato della sezione femminile; anche se sul momento  non si sono sentite risposte, in seguito è arrivata la notizia che le detenute hanno dato luogo a una protesta in forma di battitura.
Né le guardie, né i vigili del fuoco -il cui mezzo è stato brevemente bloccato fuori dal carcere- hanno voluto dire nulla, neanche per rassicurare le madri, compagne e sorelle di chi era dentro, nemmeno dopo che due ambulanze erano corse via d’urgenza dal carcere proprio davanti agli occhi di chi era presente all’esterno.
Il silenzio da parte delle autorità alle richieste di notizie da parte di chi ha i propri cari rinchiusi là dentro, lasciava un baratro di incertezze e preoccupazione, alimentato anche dalle notizie del massacro avvenuto nel vicino carcere di Modena, nonché delle rivolte che stavano avvenendo in una trentina di carceri italiane. Ciò non ha fatto altro che montare la rabbia e la voglia di star lì e farsi sentire. Nell’emergenza sanitaria, la solidarietà non va in isolamento. 
Solamente in tarda serata, intorno alle 22 si è iniziata a vedere una densa nube di fumo che fuoriusciva dal blocco maschile contemporaneamente a dei movimenti sul tetto dello stesso blocco. I prigionieri che si erano barricati in sezione ed erano saliti sul tetto hanno quindi iniziato a urlare e a incendiare oggetti, gridando “Libertà!” al gruppo di solidali e parenti che hanno risposto con cori, messaggi di solidarietà e fischi. La rivolta e i fuochi nel blocco maschile sono continuati per tutta la notte, durante la quale sono andate a fuoco 4 macchine della polizia penitenziaria, ed è continuata fino all’ora di pranzo del giorno successivo. 
MARTEDI’ 10 MARZO
Il mattino del giorno seguente, martedì 10, si è nuovamente formato un presidio spontaneo fuori le mura della Dozza. I prigionieri ancora sul tetto avevano appeso striscioni che rivendicavano diritti, libertà e indulto mentre l’edificio rimaneva circondato dagli sbirri. Nuovamente era impossibile ricevere informazioni certe di quanto stesse accadendo all’interno. La notizia che circolava era quella di una trattativa in corso tra i reclusi in rivolta e la direzione del carcere e il capo delle guardie, mentre un altro gruppo di reclusi avrebbe voluto avviare una trattativa unicamente con un magistrato di sorveglianza, arrivato in mattinata.
Dopo che per un paio d’ore non si vedeva più nessuno nè si ricevevano risposte, verso le 15 si sono avvistati gli sbirri in tenuta antisommossa sul tetto, brandire il manganello, nella direzione del gruppo di solidali, in segno di vittoria e al grido di “lo Stato ha vinto”. Abbiamo comunque provato a far arrivare la nostra voce oltre alle mura lontane, per provare a comunicare ai detenuti quanto stava succedendo nelle altre carceri, per esprimere di nuovo la nostra solidarietà augurando a tutte le persone recluse in quella galera di riuscire a prendersi la libertà.
Nel frattempo circolava la notizia che la protesta era rientrata e la trattativa conclusa, ma non è ad oggi possibile conoscerne precisamente le modalità e gli esiti, al di là di quanto trapelato dai media, secondo cui i prigionieri sarebbero rientrati in sezione, con le richieste di consentire il reingresso degli educatori e misure di pena alternative alla detenzione. Sempre secondo i giornali, i detenuti feriti sarebbero 20, di cui 16 medicati sul posto. Le guardie ferite, 2.
Nella mattina di mercoledì 11, si è appresa la notizia certa di almeno un trasferimento nella prima mattinata. Per ora non è dato sapere ai familiari nè agli avvocati l’identità delle persone trasferite, nè la loro destinazione.
Nel pomeriggio si è appreso dai media che due detenuti sono morti per overdose, la stessa versione ufficiale usata per gli altri 13 morti nelle carceri di Modena e Rieti. Resta il fatto che la struttura di Modena è totalmente inagibile grazie alla rivolta e anche quella di Bologna riporta danni ad ora ancora da definire ma sicuramente ingenti. Sempre dai media è stato riportato che <<nel pomeriggio di martedì 10, a poche ore dalla conclusione della rivolta della Dozza, il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, in Viale Vicini è stato danneggiato da “vandali” rompendo i vetri del portone d’ingresso. Gli stessi vandali hanno firmato l’azione lasciando scritte come “Acab”, “Solidarietà ai detenuti in lotta”, “Fuoco alle galere” e “Secondini assassini”.>>
GIOVEDI’ 12 MARZO
Nel pomeriggio di giovedì 12, è stato fatto un veloce saluto al carcere, nel tentativo di raggiungere la sezione maschile e valutando l’inopportunità/inefficacia di una chiamata pubblica vista le incognite della situazione generale attuale legata agli effetti delle ordinanze.Una ventina di persone è riuscita ad arrivare sul posto e a scambiarsi dei saluti con i detenuti, al grido reciproco di “libertà”, in particolare con la sezione di As3 e con altre sezioni più lontane. Chi si trovava in As non ha cognizione di quanto sia accaduto, in quanto isolato, e tra i detenuti delle altre sezioni nessuno ha saputo riportare quale trattamento sia stato riservato ai prigionieri dopo la rivolta, né notizie in merito alla persona morta nel carcere. Da dentro sono provenute nitidamente richieste di aiuto, nonché la richiesta espressa che le guardie debbano mettersi le mascherine e l’affermazione condivisa che Bonafede voglia farli morire lì dentro. È evidente che l’imposizione dell’isolamento ai detenuti, tra loro e con l’esterno, trascende le esigenze reali di prevenzione e contenimento del contagio in carcere, se poi tanto sono le guardie stesse, potenziali veicoli del virus, a non indossare le mascherine. Secondo fonti ufficiali di oggi sembrerebbe che sia morta una persona e non due, come invece riportavano fino a stamane alcuni giornali locali, e che ci siano stati tra ieri e oggi 15 trasferimenti verso altre carceri, ma non sono note né le persone né la destinazione. Ai familiari e avvocati è ancora impedito di avere notizie dei propri cari, né tanto meno di comunicare con loro o di poter inviare pacchi all’interno. I familiari dicono, tuttavia, che li tengono nel carcere distrutto a dormire ammassati per terra, che non si sa se la mensa funziona e che siano stati tutti massacrati di botte.
Le Autorità, sin dalle prime rivolte e dalle notizie delle prime morti hanno continuato a invocare il pugno di ferro nei confronti dei prigionieri, l’isolamento completo dei medesimi, omettendo di fornire ogni notizia a familiari e avvocati su dove sono stati trasferiti e sulle loro condizioni di salute, quindi impedendo di mettersi in contatto con loro, nonché di rendere nota l’identità delle persone morte di carcere nelle mani dello Stato.
Le rivolte nelle carceri di tutta Italia di questi giorni mostrano chiaramente che in situazioni di emergenza i primi che ne fanno le spese sono coloro che ogni giorno vivono le condizioni peggiori, gli stessi che tuttavia hanno deciso di ribellarsi e di scatenare rivolte per far emergere ciò che il carcere è quotidianamente. Non è solo nel momento di eccezione che la galera ci appare come qualcosa di inaccettabile che va distrutto, ora semplicemente qualcuno ha avuto il coraggio di tirare fuori questa realtà ribellandosi con decisione. 
Non crediamo sia possibile mai, ma a maggior ragione di fronte a tutto ciò, limitare le prese di posizione alla richiesta di amnistia per alcuni, lasciando che gli altri prigionieri rischino quotidianamente l’isolamento e la morte nelle infami galere.
Libertà per tutte e tutti i prigionieri, che di ogni galera rimangano solo macerie.
Che le morti di stato non cadano nell’indifferenza!
Solidarietà alle/i prigioniere/i in rivolta!
Finché ci sono prigioni che bruciano lo Stato non ha vinto.

Lo sciopero della fame in cella è sanzionato

Si è pronunciata la Cassazione in merito a chi fa sciopero della fame all’interno del carcere. La vicenda riguarda una protesta avvenuta in un carcere calabrese nel 2015 quando alcuni prigionieri avevano manifestato pacificamente contro la cattiva qualità del vitto fornito da una ditta esterna e per ottenere almeno l’acqua calda per lavarsi. Da qui la decisione di intraprendere uno sciopero della fame. La risposta del tribunale di sorveglianza di Catanzaro fu dura contro due di loro che vennero individuati come i fomentatori: 9 giorni di carcere duro. I due detenuti non si sono arresi e hanno impugnato il provvedimento di fronte alla Cassazione, che ora ha confermato la linea del magistrato di sorveglianza: lo sciopero della fame era un’azione dimostrativa di scontro e di ostilità verso le istituzioni e, dunque, pericolosa e sediziosa, perché idonea in concreto a scuotere e porre in pericolo l’ordine interno all’istituto, a turbare il normale svolgimento della vita carceraria, con il pericolo concreto di degenerare anche in un ingestibile allarme sanitario per il numero delle persone coinvolte nello sciopero della fame.

Statistiche aggiornate a settembre 2018

Facciamo il punto della situazione al 30 settembre 2018 e spulciamo i dati statistici forniti dal Ministero della Giustizia. Ad oggi abbiamo 59.275 persone detenute negli istituti italiani, un terzo (cioè 20.098) sono stranieri. Le donne sono 2.556. Prima per presenze si colloca la Lombardia con 8.439 reclusi, seguita dalla Campania con 7.515, dalla Sicilia con 6.413, poi in ordine dal Lazio, dal Piemonte e dalla Puglia. Settima troviamo la nostra regione con 3.584 prigionieri, al quarto posto per presenza femminile con 166 recluse ma tra i primi posti per percentuale di popolazione detenuta straniera rispetto il totale. Infatti più del doppio dei detenuti non è italiano.
Ma vediamo in dettaglio la nostra regione: nella C.C. di Bologna vi sono 806 prigionieri a fronte di una capienza regolamentare di 500. 82 sono le donne e 449 gli stranieri, cioè il 55% circa. Segue Parma con 580 detenuti rispetto i 467 consentiti ma “solo” il 35% non è italiano anche dovuto al fatto che vi si trova la sezione a regime di 41bis, dove la maggior parte dei detenuti è di nazionalità italiana. Terze con 477 prigionieri sono Modena e Piacenza che vantano però il primato regionale di presenza straniera con ben il 65% della popolazione. La scolarizzazione dei detenuti emiliano-romagnoli è in linea con il resto del Paese: la stragrande maggioranza si è fermato alla terza media, seguito da chi non è andato oltre la quinta elementare e al terzo posto troviamo invece chi ha conseguito un diploma.
Rispetto un anno fa il trend è di una popolazione carceraria in crescita: ad oggi 59.275 persone rispetto le 57.994 di fine ottobre 2017.
Nel 2018 i reati commessi sono stati per la maggior parte contro il patrimonio (il 25% dei detenuti), contro la persona (il 17%) e inerenti la legge sulle droghe (il 15%). Bè, un quadro nei dettagli già atteso e ripetitivo rispetto gli anni passati, se non per il numero di popolazione detenuta che può variare secondo decreti “svuota-carceri” emessi piuttosto che giri di vite più repressivi relativi a sicurezza, immigrazione o pene alternative al carcere.
Ultima e forse più triste statistica, i bambini detenuti assieme le madri quest’anno sono 62 a cui vanno tolti la piccola Faith di 7 mesi e suo fratello Divine di 19 mesi, uccisi il 18 settembre dalla madre detenuta nel carcere romano di Rebibbia.
La lettura dei dati statistici forniti dal ministero è importante poiché ci aiuta a conoscere un fenomeno sociale così vasto e complesso come l’universo carcerario e ci dà modo di fare delle previsioni per i tempi che seguiranno. Per ulteriori approfondimenti potete informarvi direttamente sul sito del Ministero.

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page

Doc: “Uno sguardo sulla privatizzazione delle carceri in Italia”

“Uno sguardo sulla privatizzazione delle carceri in Italia” è un documento dalla rete che analizza in modo esatto il tema della privatizzazione delle carceri.

 

Introduzione

 

La privatizzazione delle carceri è un fenomeno oramai diffuso su tutti i continenti. Si è scritto e indagato tanto sulle sue origini, la sua storia e sui mostruosi effetti che si verificano nei contesti in cui si sviluppa. In paesi come gli Stati Uniti, l’Australia o la Gran Bretagna le prigioni private rappresentano da più di trent’anni una triste normalità e le grandi corporation che vi operano, hanno modellato i penitenziari statali secondo l’ottica liberista, riuscendo a capitalizzare, con precisione e a fondo, ogni aspetto della vita carceraria. Un processo che, mettendo a profitto la funzione base del carcere, quella detentiva e repressiva e sfruttando il lavoro, coatto o meno, dei detenuti è andato insomma ben oltre la semplice esternalizzazione del servizio lavanderia.

In molti luoghi, infatti, le carceri, in questo caso sia pubbliche che private, riforniscono una fetta non indifferente del mercato del lavoro, attraverso la fornitura di migliaia di detenuti -lavoratori a salario ridotto, un esercito di uomini e donne impegnati nei diversi comparti della sottofiliera industriale e agricola; manodopera a bassissimo costo capace di produrre lauti profitti per le imprese coinvolte. Molte volte gli stessi impianti di lavorazione sono presenti addirittura all’interno dei penitenziari. Ciò che si va a creare è un arcipelago di carceri – fabbrica, disseminati sul territorio nazionale, connessi con i gangli commerciali principali di un territorio. La messa a valore dell’universo carcerario nel caso delle carceri private, però, non si riduce prettamente al profitto assorbito dal lavoro dei detenuti, infatti, l’elemento cardine di tale fenomeno è rappresentato proprio dalla reclusione stessa, dall’internamento come produttore di plusvalore.  In questo caso il carcere privato è definibile come una vera e propria  fabbrica della reclusione, dove la presenza effettiva del prigioniero è di per sé fonte di guadagno e dove, quindi, è interesse dell’impresa-  carceriere tenere costantemente piene le celle, assicurarsi, cioè, un flusso costante in entrata per  garantirsi tariffe giornaliere o rimborsi dei costi. E’ facile immaginare quali siano le conseguenze sociali di un sistema come questo, i cui principi animano, d’altronde, anche la gestione dei Centri d’identificazione ed espulsione in Italia.

L’intero processo di privatizzazione segue svariate vie, assume forme differenti e si sviluppa lungo fasi nello specifico anche molto diverse tra loro, il più delle volte però è sorretto da un discorso politico emergenziale simile,  correlato al secolare problema del sovraffollamento o giustificato dal sicuro risparmio per le casse dello Stato in un momento di recessione.

 

Cosa succede in Italia? Alla luce di quanto è in opera in altre parti del mondo, il sistema italiano, la cui privatizzazione è ancora agli albori, necessita di un approfondimento ulteriore, allo scopo di comprendere meglio le sue possibili evoluzioni ed essere in grado di sviluppare prospettive di lotta adatte a questo contesto in piena trasformazione.

Questo testo, cercherà di offrire un piccolo scorcio, breve e limitato al contesto nostrano, su alcuni aspetti particolari del fenomeno sopra citato.

 

Un processo lungo un ventennio

Negli anni ’90, sulla lunga scia delle politiche in atto in Gran Bretagna e Stati Uniti, venne avviato un programma generale di modernizzazione della pubblica amministrazione in un’ottica di razionalizzazione e trasformazione di tutti i suoi comparti e settori. Venne coniato così il termine di  “New public management”, dottrina imposta allo scopo di rendere più efficiente il sistema pubblico, riducendone i costi e aumentandone i profitti, utilizzando modalità e metodologie proprie del settore privato.

In quel momento presero il via le prime esternalizzazioni del settore pubblico italiano, carceri comprese, e si decretò il cosiddetto “arretramento dello Stato”, in linea con le richieste generali d’imponenti istituzioni sovranazionali come FM, BM e Ocse.

Tale processo si inserì per di più nella cornice dei vincoli dettati dal trattato di Maastricht. Sebbene già dalla fine degli anni ’80 alcune aziende fossero entrate nel settore pubblico, ivi compresi i penitenziari, offrendo alcuni servizi come la pulizia delle strutture, solo dagli anni ’90 il fenomeno iniziò a diventare una procedura regolare nella fornitura di prestazioni delle più svariate.

Nel 2001 l’allora guardasigilli Fassino, nell’intento di proseguire verso la direzione di privatizzazione oramai avviata, dispose la dismissione di 21 carceri e l’individuazione di un modello inedito di prigione di media sicurezza e a trattamento penitenziario qualificato. Vennero create imprese apposite con l’intento di riconvertire le carceri considerate vetuste e, attraverso il coinvolgimento dei privati, individuare nuove aree edificabili per nuovi e moderni penitenziari.  Benché i primi passi in tale direzione risultarono allora macchinosi e infine poco produttivi, le intenzioni rimasero comunque in piedi, addirittura rafforzandosi sotto la guida di Castelli.

Proprio in quegli anni, sotto la spinta di una politica repressiva senza precedenti nei confronti dell’utilizzo di sostanze stupefacenti, vide la luce quello che molti definirono il primo carcere privato in Italia.  Il 21 Marzo 2005, dopo quattro anni dalla presentazione del progetto, nacque, infatti, a Castelfranco Emilia in provincia di Modena, la cosiddetta “Comunità agricola”, un comunità terapeutica di stato per la reclusione e il recupero di 140 detenuti tossicodipendenti. La gestione della struttura andò in mano, senza gara d’appalto, alla famigerata Comunità di San Patrignano. Al di là delle proteste che scaturirono per la scelta dell’associazione di Muccioli, famosa per le pratiche terapeutiche a dir poco ributtanti e violente, e al di là delle critiche per le politiche repressive che l’allora governo stava attuando, l’attenzione si concentrò, in parte, sulle modalità gestionali stesse, che mai avevano visto dei precedenti in Italia. Un ente privato, nello specifico un’associazione, prese in gestione tutte le mansioni e prestazioni, salvo quelle più schiettamente repressive e custodiali, di un vero e proprio carcere per detenuti tossicodipendenti. In questo caso non si parlò, infatti, di semplice esternalizzazione di uno o più servizi nell’ottica di un protocollo d’intesa, ma di una perfetta partnership pubblico-privato.

 

A piccoli passi

Nel 2012 sotto il Governo Monti venne emanato il Decreto-Legge 24 gennaio 2012, n. 1,  meglio conosciuto con il nome di “Decreto Liberalizzazioni”.  Uno degli elementi più rilevanti di tale testo è contenuto nel Titolo II Capo 1, art. 43, in cui si affrontano importanti novità riguardanti l’edilizia carceraria.  Intese come disposizioni urgenti per “fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri” si introdusse, questa volta in modo più concreto di quanto avesse fatto il governo di Centro-sinistra nel 2001, lo strumento del Project financing applicato al business della reclusione.

Ebbene che cos’è questo strumento? Il Project Financing è un dispositivo economico, già in uso in Francia e Gran Bretagna da molto tempo, che permette la partecipazione di grosse aziende, imprese private o Banche (quest’ultime solo se finanziano almeno il 20% del costo d’investimento) alla progettazione, costruzione e infine gestione di nuovi penitenziari. Infatti, lo Stato che partecipa con una percentuale al finanziamento, permette all’azienda che ha progettato e costruito il penitenziario di gestire la struttura in tutti i suoi servizi e mansioni, escluso quello custodiale, per 20 anni, ricavandone tutti gli utili e i profitti del caso. Allo scadere del ventennio la gestione ripassa, debiti compresi, allo Stato.

Una volta iniettata la riforma, il processo non tardò certo ad avviarsi.

Ai giorni nostri, qualcuno, come meravigliarsi d’altronde, ha colto la palla al balzo.

 

Il carcere di Bolzano

L’inaugurazione del nuovo carcere di Bolzano si sarebbe dovuta tenere nel giugno 2016, ma a causa di alcuni ritardi nei lavori, è slittata a giugno 2018. Questa struttura, voluta fortemente dalla provincia autonoma di Bolzano – Alto Adige, è definibile a tutti gli effetti come un vero e proprio penitenziario privato, il primo di questo genere in Italia. Il carcere – progettato per 220 detenuti e comprendente una sezione di 20 posti per semiliberi, una caserma per 30 agenti e moduli abitativi esterni per un centinaio di famiglie di secondini – è il primo esempio in Italia di partnership pubblico-privato applicata alla reclusione ed il primo caso di project financing riferito all’edilizia carceraria. Sarà una “rivoluzione trattamentale” secondo le parole dell’Avv. Massimo Ricchi, professore alla LUISS e consulente PPP per la provincia di Bolzano, in grado di andare incontro ad un sistema penitenziario che “come tutti i processi produttivi, (…) crea delle diseconomie e delle esternalità”. I punti forti del Project Financing sono la velocità nei tempi di attuazione, risparmi nella spesa per lo stato, possibilità di negoziazione con l’affidatario scelto per il progetto; elementi che creano un modello giuridico, tecnico ed economico- finanziario ripetibile.

È interessante notare come la possibilità di realizzazione di questa struttura sia stata permessa dapprincipio da una normativa emergenziale, decretata nel 2010 a causa del sovraffollamento carcerario, che ha consentito al Capo del DAP di ricoprire anche il ruolo di Commissario governativo per l’emergenza carceraria e quindi di essere al tempo stesso anche Commissario delegato con poteri emergenziali di protezione civile. Tale situazione, nel caso d’Intesa tra Governatore della regione o della provincia autonoma e il capo del Dap, ha permesso la concentrazione in un unico atto di tutti i punti della localizzazione, rendendo così il procedimento più veloce e derogando alle norme del codice civile e al codice dei Contratti.  Quindi un contesto emergenziale che una volta annunciato, come spesso accade, permette al legislatore stravolgimenti giuridici e burocratici difficili da far passare in una situazione normale.

In linea generale, l’appalto ideato prevede la concessione di lavori pubblici in primo luogo per la progettazione e la costruzione della nuova prigione che, secondo lo studio di fattibilità, ammontano a circa 72 ml di euro, e in seconda battuta riguarda la gestione dello stesso per i vent’anni successivi. Più precisamente, da un lato, all’impresa vincitrice del bando spetta una parte del finanziamento della struttura, della sua progettazione definitiva ed esecutiva, secondo le linee guida progettuali, della sua costruzione, della fornitura di arredi, apparecchiature, attrezzature e suppellettili, dall’altro lato, secondo un profilo prettamente gestionale, l’impresa privata si farà carico della manutenzione ordinaria e straordinaria dell’immobile e degli impianti, della gestione delle utenze, del servizio lavanderia, della mensa collettiva e dello spaccio alimentare, del bar interno, della pulizia dell’edificio e della gestione delle attività sportive e di quelle formativo- ricreative. Questo carcere si presenta come un esempio innovativo, un modello di carcerazione al passo coi tempi, moderno nei metodi e nelle strutture, nell’utilizzo della sorveglianza dinamica e nella creazione della prima mensa collettiva in un penitenziario italiano.

All’ente in questione spetta il 67% dei costi di progettazione e costruzione, mentre il restante 33% grava sulle casse dello Stato. Per la gestione di tutti i servizi sopracitati, invece, l’impresa scelta incasserà un canone annuo di 2,4 ml di euro nella cornice di un possibile canone di disponibilità annuo di 5,8 ml.  Quest’ultimo indica la somma stanziata dallo Stato al soggetto privato nel caso in cui tutto il procedimento gestionale vada a buon fine, ovvero senza intoppi, ritardi e vizi di forma che comportino il non effettivo funzionamento e la mancata disponibilità, anche temporanea e parziale, della struttura.

Ma che significato ha il termine “disponibilità” se traslato dal vocabolario dell’economia all’interno della semantica dell’universo carcerario? Innanzitutto significa certezza che i servizi offerti ai reclusi siano presenti e funzionino bene, che le strutture siano agibili, pulite e integre ma, cosa forse più importante e tremendamente banale, che all’interno del carcere ci siano costantemente uomini e donne internati. Insomma, l’utilizzo dello strumento della “tariffa giornaliera fissa”, attraverso la quale lo stato paga all’azienda una somma relativa al numero di detenuti effettivi all’interno della struttura,  utilizzato d’altronde nelle carceri private statunitensi o nei Cie italiani,  ha una sua origine, un suo modello evolutivo le cui prime fasi sono rintracciabili proprio nel concetto di “disponibilità” sopracitato.

L’appalto per la costruzione del carcere di Bolzano se l’è aggiudicato l’impresa INSO – sistemi per infrastrutture sociali, un’azienda multinazionale, con sede legale a Roma, presente in diverse zone d’Europa e del mondo. L’impresa si occupa soprattutto di progetti di costruzione e fornitura di tecnologie nei settori della sanità, dell’industria e del terziario. Essa è inserita in una rete di aziende e imprese subordinate a Ferfina spa, meglio conosciuta come Condotte per l’acqua spa, leader italiano e mondiale nel settore delle costruzioni civili, autore di diverse opere devastanti in giro per il mondo come la Centrale Elettronucleare Montalto di Castro e quella di Trino Vercellese, l’alta velocità Torino – Milano e Roma – Napoli, il progetto Mose a Venezia e quello del ponte sullo stretto di Messina, solo per citarne alcune delle tantissime presenti sul territorio italiano. I terreni su cui sorgerà il penitenziario, invece, 18 mila metri quadri d’estensione, sono stati acquistati, a scopo speculativo dal Gruppo Podini e Rauch di Bolzano, anche grazie ai compensi della Provincia Autonoma.

La costruzione di un nuovo carcere è sempre un evento molto grave, in questo caso, però, assume un significato ben più profondo. Esso è il precedente che spianerà la strada ad una privatizzazione più ampia del sistema carcerario italiano con le conseguenze e gli effetti che tutti conosciamo.

Il processo in atto, tuttavia, non si conclude certo con la costruzione di un solo carcere “modello” al nord Italia; esso è una piccola espressione di un movimento più ampio dove gravitano altri fattori e dinamiche. Il carcere di Bolzano, insomma, non è l’unico indicatore di tale evoluzione, elementi diversi possono essere scovati anche altrove.

 

Gepsa in Italia

Da qualche anno a questa parte si è inserito all’interno del mercato della gestione degli immigrati in Italia, un nuovo ente gestore, dinamico e intraprendente, dotato di una storia e di un profilo molto significativi, l’azienda francese Gepsa, branca di Cofely, parte a sua volta di Gdf-Suez (Engie). Essa ha pervaso diversi ambiti del business legato ai flussi migratori, proponendosi come gestore di strutture differenti tra loro, dalle carceri per immigrati senza documenti fino ai Centri per richiedenti asilo. Attualmente l’azienda, coadiuvata dall’associazione siciliana Acuarinto, gestisce due dei Cie più grandi d’Italia, quello di Torino e Roma, un Cara a Milano (nei pressi dell’ex Cie di via Corelli) ed è presente in quasi tutte le gare d’appalto per la gestione degli altri Cie o centri per richiedenti asilo sparsi sul territorio nazionale. L’azienda, insomma, in pochi anni è riuscita con successo a penetrare sul territorio nostrano, imponendosi, grazie alle sue qualità, come leader nella gestione di strutture concentrazionarie. La storia della multinazionale francese e le competenze che ha sviluppato negli anni la dicono lunga su quanto essa possa rappresentare un modello aziendale ripetibile e, soprattutto, su quali scenari possa aprire la sua entrata nel panorama italiano.

Gepsa, infatti, è un’azienda nata nel 1987, a seguito di un mastodontico piano carceri in Francia. Attualmente gestisce oltralpe ben 13 penitenziari e 8 Centri d’identificazione ed espulsione, ed è impegnata nel project financing di 4 nuove prigioni, oltre ad essere amministratrice del lavoro di migliaia di detenuti.

Una presenza, la sua, che, come spesso accade, non si limita al semplice intervento nei bandi di gara, ma si concretizza in una vera e propria attività di lobbying nei confronti delle diverse istituzioni, una prassi il cui fine non è esclusivamente l’accaparramento degli appalti, ma la concreta modifica della legislazione vigente. Per un’azienda come Gepsa il mercato italiano della carcerazione, ancora sottoposto ad un modello chiuso economicamente e in pratica ristretto dalle grinfie del controllo statale, necessita di una profonda rivoluzione giuridica, un cambiamento che lo avvicini ai modelli liberali anglosassoni o perlomeno al modello misto francese, in cui Gepsa opera da anni.

Si è scritto tanto sulle pressioni che alcuni colossi della carcerazione operano nei confronti di istituzioni e partiti ed, infatti, non fanno notizia i milioni di dollari elargiti durante le campagne elettorali inglesi, australiane o nordamericane. Tuttavia, in Italia, di tale prassi si sa ben poco. A tal proposito, le notizie in circolazione su queste aziende sono limitate e non si riesce a capire quasi nulla dei loro movimenti sotterranei. Attività che indubbiamente esiste e risulta fondamentale ai fini dell’investimento. Nel maggio 2013, ad esempio, si è svolto presso la Casa circondariale di Saluzzo un seminario di approfondimento sul tema del Partenariato Pubblico Privato nella gestione dei servizi ausiliari penitenziari. All’incontro erano presenti varie autorità, personalità del Dap affiancate da alti rappresentanti sia di Gepsa che di Cofely. Al di là delle spiegazioni su cosa è e come potrebbe essere gestito il PPP, risulta chiaro che lo scopo di un seminario come questo e di altri incontri, sicuramente organizzati, sia ben altro rispetto ad un banale confronto.

 

Conclusioni

Che peso e che significato ha la presenza di un colosso della carcerazione come Gepsa in Italia e la sua partecipazione all’affare immigrazione? E soprattutto come legare questa figura a quanto detto finora, cioè ai lenti cambiamenti giuridici, alla comunità di Muccioli e al carcere di Bolzano?

La penetrazione dei privati all’interno del sistema carcerario penale non avviene dall’oggi al domani. Come ampiamente documentato, perché verificatosi in altri contesti, tale fenomeno pervade dapprima settori subalterni alla carcerazione. Un esempio classico è, come visto, la banale fornitura di servizi ai detenuti, un canale d’accesso che si può definire privilegiato, diretto e semplice. Ma ciò che rappresenta un vero e proprio banco di prova per le aziende è la gestione di strutture totali diverse dalle carceri, ma in qualche modo ad esse prossime e somiglianti.

In alcuni contesti, infatti, queste strutture hanno preso la forma dei centri di recupero per tossicodipendenti o delle case di riabilitazione, in altri luoghi, si sono invece palesati soprattutto nel settore, ambiguo e complesso sotto il profilo giuridico e legislativo, della detenzione amministrativa per immigrati irregolari.

Così, le aziende private, attraverso la gestione di comunità terapeutiche e Cie, hanno accumulato esperienza in questi settori, captato consenso e accettazione sociale e, una volta assicuratasi un’aurea di normalità, se non di umanitarismo in alcuni casi, hanno permeato il mercato carcerario più ampio. Questo è probabilmente il cammino percorribile in Italia da cooperative, associazioni e aziende, vecchie o nuove, nostrane o transalpine, il cui passaggio da una struttura detentiva per immigrati ad un carcere penale diventerebbe all’oggi molto più agile. Al momento molti di questi enti non dispongono del capitale necessario per la gestione di un penitenziario, ma qualcosa indubbiamente si sta muovendo.

Per questo motivo la presenza di Gepsa nella gestione dei Cie dovrebbe destare una forte attenzione.

Essa rappresenta uno dei punti nevralgici di una mappatura più ampia, una topografia del “campo” che collega il Cie di Roma al carcere di Bolzano, il Cara di Milano alla Comunità di Castelfranco, un universo concentrazionario privato in piena ed energica espansione.

Nuovo opuscolo: “Rompere la piazza”

COPERTINA

E’ uscito un nuovo opuscolo dal titolo: “Rompere la piazza”, un lavoro di analisi ben fatto e curato che può aiutare a comprendere sia gli eventi che hanno portato chi ci governa a dotarsi di un reato di “devastazione e saccheggio”, sia a far chiarezza su come ci si può muovere se ci si trova indagati per questo reato.

OPUSCOLO web

Campagna per la chiusura degli OPG

Tra realta’ psichiatrica e carceraria

CHIUDERE TUTTI I MANICOMI CRIMINALI – LIBERIAMOCI DEI MANICOMI, LIBERIAMOCI DELLA PSICHIATRIA

CENNI STORICI

Il Manicomio Criminale (MC) come principale istituzione per l’esecuzione delle misure di sicurezza è stato introdotto nel 1876 e regolamentato nel 1930 con il Codice Rocco.
Nel 1891, con il Regio Decreto 1 febbraio 1891, n. 260 “Regolamento generale degli stabilimenti carcerari e dei riformatori governativi”, il Manicomio Criminale viene ridenominato Manicomio Giudiziario (MG), pur rimanendo sostanzialmente invariato.

Nel 1975, con la Legge n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta” (legge Gozzini), il Manicomio Giudiziario (MG), viene ridenominato Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG), pur rimanendo sostanzialmente invariato come principale istituzione per l’esecuzione delle misure di sicurezza.

Le riforme carcerarie del ’75-’86 e quelle psichiatriche del ’65-’78 hanno prodotto solo un cambiamento di definizione. In tutti questi anni, mentre l’OPG è rimasto cristallizzato nella sua forma fascista, con la legge 180/1978 gli Ospedali Psichiatrici vengono lentamente smantellati e sostituiti da una serie di istituzioni (ospedali, case famiglia, comunità, ecc.) ed il ricovero coatto viene regolamentato e ridefinito come Trattamento Sanitario Obbligatorio in reparto psichiatrico.

Allo stesso modo le carceri vengono formalmente coinvolte in un processo di apertura, che paradossalmente conduce ad un allargamento della popolazione carceraria tramite un più ampio e capillare sistema di controllo esterno al carcere. Con la legge Gozzini le carceri si aprono alla società e si instaurano una serie di misure alternativcustodiacurae all’internamento.

L’individualizzazione della pena, voluta dalla Gozzini, ha fatto sviluppare nell’ambito carcerario ipotesi sul soggetto criminale sempre più somiglianti alle pratiche psichiatriche sui “malati di mente”; infatti i percorsi rieducativi si confondono con quelli terapeutici e gli psicofarmaci si diffondono massicciamente anche in carcere .

Negli anni ’70-’80 una rivoluzione culturale antisegregazionista si afferma sul piano legislativo, ma nella realtà rimangono inalterati il pregiudizio di pericolosità sociale del malato mentale e lo stigma del recluso. Se nel tempo l’attenzione politica e legislativa si è spostata dalla malattia al malato, dalla pericolosità al disagio, e dalla punizione alla rieducazione, nella società i corpi degli psichiatrizzati e dei carcerati sono rimasti comunque esclusi e imprigionati.
Una nuova tecnologia del controllo sociale si diffonde: l’industria farmacologica sforna prodotti capaci, in alcuni casi, di sostituire le camicie di forza, i letti di contenzione e le sbarre.

Qual è e qual è stato il fondamento di tutte queste istituzioni deputate all’esecuzione delle misure di sicurezza? E’ ed è sempre stato l’internamento di una persona giudicata socialmente pericolosa, cioè di una persona che potrebbe reiterare la stessa condotta in futuro.
In altre parole, si priva della libertà un individuo per quello che si suppone sia e non per quello che effettivamente fa.

Tale principio è un fondamento delle società autoritarie: non a caso è stato il fascismo a introdurre le misure di sicurezza, tra le quali rientra anche il confino.

LA SITUAZIONE OGGI

E’ del 30 maggio 2014 la Legge n°81 che converte il decreto legge del 31 marzo 2014 n°52 recante disposizioni in materia di superamento degli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari).

Il decreto n° 52/2014 prevede la proroga dal 1° aprile 2014 al 31 marzo 2015 il termine per la chiusura degli OPG e la conseguente entrata in funzione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione Misure Sicurezza).

Attualmente in Italia gli OPG presenti sono sei e si trovano ad Aversa, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere.
Ad oggi, in questi veri e propri manicomi criminali, ci sono rinchiuse circa 850 persone.
I dati nel trimestre 1 giugno/1 settembre 2014 segnalano: n. 84 ingressi contro n. 67 persone dimesse; quindi continuano nuovi ingressi, nonostante si debbano privilegiare le misure alternative al ricovero in OPG.

Come si finisce in un OPG? In Italia, in caso di reato, se vi sia sospetto di malattia mentale, il giudice ordina una perizia psichiatrica; se questa si conclude con un giudizio di incapacità di intendere e di volere dell’imputato, lo si proscioglie senza giudizio e se riconosciuto pericoloso socialmente, lo si avvia a un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (articolo 88 c.p.) o in una struttura residenziale psichiatrica per periodi di tempo definiti o meno, in relazione alla pericolosità sociale.

Entrando nello specifico, il Decreto prevede l’eliminazione del cosiddetto ergastolo bianco, che consiste nell’indeterminatezza della durata dell’internamento.
Nelle future REMS la durata della misura di sicurezza non potrà essere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto: ci preoccupiamo, pertanto, del fatto che le persone che hanno già scontato in OPG tale pena non finiscano nelle REMS, ma vengano liberati subito e senza condizioni.
Tuttavia la legge prevede, al momento della dimissione dagli OPG, percorsi e programmi terapeutico-riabilitativi individuali, predisposti dalle regioni attraverso i dipartimenti e i servizi di salute mentale delle proprie ASL.
Alla fine di tale percorso, qualora venga riscontrata una persistente pericolosità sociale, è comunque prevista la continuazione delle esecuzione della misura di sicurezza nelle REMS.
Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e sentieri coercitivi, obbligatori, contenitivi.

Come ben ricorda Giorgio Antonucci, il manicomio non è una struttura, bensì un criterio; la continua ridenominazione di tali strutture sopra riportata, infatti, non può nascondere la medesima contraddizione di fondo: l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione. L’intervento diventa così a priori manipolativo. Nella realtà, pertanto, è lo stesso obbligo a una perenne assistenza psichiatrica territoriale a configurarsi come un vero e proprio ergastolo bianco.

Noi crediamo, invece, nel bisogno e nella costituzione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una casa senza compromessi di invalidità, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto.

Una rete in grado di riesumare e coltivare quel legame unico, antispecialistico e non orientato a una cura protocollare che, in nome della scienza, non lascia spazio all’uomo.

Quel legame sciolto dal discorso capitalistico, demiurgo di consumatori in solitario godimento.

IN ALTRE PAROLE…

dentrofuoriChiudere i manicomi criminali senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti, ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse
persone giudicate incapaci d’ intendere e volere.
La questione, insomma, non può essere risolta con un tratto di penna, non è sufficiente stabilire che quello che è stato non deve più essere, e pensare che il problema si risolva da sé. È vero che per troppo tempo gli Opg sono stati un territorio dimenticato in cui ogni dignità e diritto sono annullatati ma ci sono da più di un secolo e mezzo e la legge che gli regola è del 1904.
Per abolire realmente gli OPG bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia ma occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio agli Opg.

Viene ribadito, oltretutto, il collegamento inaccettabile cura-custodia riproponendo uno stigma manicomiale; dall’altro ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode.

La questione non è solo la chiusura di questi posti: non si tratta solo di chiudere una scatola, per aprirne tante altre più piccole. Il problema è superare il modello di internamento, è non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il problema non è se sono grossi o piccoli, il problema è che cosa sono. Il manicomio non è solo una questione di dove lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio. Magari più bello, più pulito, ma la logica dominante sarà sempre quella dell’esclusione e non dell’inclusione.
La Legge 81/2014 con la misura di affidamento ai servizi sociali costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, non cambia l’essenza della modalità di risoluzione della questione.
Nonostante sia previsto un maggiore contatto dell’individuo con la società, l’isolamento rimane all’interno dell’individuo attraverso trattamenti psicofarmacologici debilitanti che conducono a fenomeni di cronicizzazione.

Cambieranno i luoghi di reclusione, in strutture meno fatiscenti e più specializzate, ma allo stesso tempo ci sarà una gestione affidata al privato sociale, andando così incontro a fenomeni di allungamento della degenza per mantenere i finanziamenti, con una presa in carico vitalizia ad opera dei servizi psichiatrici.

Questa legge non soddisfa l’idea di un superamento di un sistema aberrante e coercitivo, infatti permangono misure di contenzione svilenti per l’individuo e trattamenti farmacologici troppo debilitanti e depersonalizzanti per poter essere definiti positivi per la persona.
Uno concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

a cura di

RETE  ANTIPSICHIATRICA   per contatti: violazione@autistici.org

Composta da gruppi, associazioni e individualità impegnati nella lotta contro i metodi della psichiatria.Alcune di queste realtà offrono un concreto sostegno alle persone che si trovano nella morsa psichiatrica o che rischiano ben presto di caderci.

Note

[1] La ridenominazione è un elemento centrale nella storia della psichiatria: da quella del Manicomio Criminale (MC-MG-OPG-REMS) a quella dell’Elettroshock (oggi definito Terapia ElettroConvulsiva –TEC-). Lo scopo è evidentemente quello di “cambiare nome” per “cambiare significato” e nascondere così gli orrori legati a certe pratiche e a certe strutture. (M. Foucaut, L’ordine del discorso,1971; J.Lacan, Seminario XVII, 2001).
[1] Dal 1930 nel Manicomio Criminale sono stati internati i folli rei e i rei folli.
I folli rei sono coloro che hanno compiuto un reato in stato di incapacità di intendere e di volere per infermità mentale, sono stati prosciolti ma internati perché ritenuti socialmente pericolosi.

I rei folli, invece, sono coloro che hanno compiuto un reato, sono stati condannati ad una pena detentiva e, successivamente, in carcere sono stati riconosciuti socialmente pericolosi per infermità mentale.

Nella proposta di superamento degli OPG, le REMS accoglieranno i folli rei condannati alla misura di sicurezza; mentre i rei folli rimarranno all’interno delle carceri, trasformate in novelli OPG.

[1] F.Rahola, Zone definitivamente temporanee, 2003

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