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Puntata del 19 giugno 2021

Libere conversazioni con Massimiliano Burgin su Necaev e il catechismo del rivoluzionario

Puntata del 12 giugno 2021

Intervista a Claudio Cantù membro della rete Tifariti e responsabile dei progetti di cooperazione internazionale nel Sahara occidentale e a Fatima Mahfud, ambasciatrice in Italia del fronte di liberazione del Polisario

L’episodio è diviso in due parti. Buon ascolto

Puntata del 5 giugno 2021

Per non dimenticare la strage di Sant’Anna.
Nuovo suicidio di una persona rinchiusa nel cpr di Torino

Strage di Modena: il rischio di un colpo di spugna

Pubblichiamo una puntuale ricostruzione dei fatti che ruotano, da un anno a questa parte, attorno la “strage del Sant’Anna” con la convocazione al presidio, davanti il Tribunale modenese, di lunedì 7 giugno

 

di Alexik

E’ prevista per lunedì prossimo presso il Tribunale di Modena l’udienza per decidere dell’archiviazione del fascicolo riguardante la morte di otto detenuti nella rivolta del carcere Sant’Anna.
Tre mesi fa il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio, assieme alle PM Lucia De Santis e Francesca Graziano, ha chiesto di passare un bel colpo di spugna sulla peggiore strage carceraria della storia della Repubblica, e in particolare sulla fine di Chouchane Hafedh, Methani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lofti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur, Rouan Abdellha.
La procura di Modena ha motivato la richiesta di archiviazione addebitando i decessi “alle complicazioni respiratorie causate dall’assunzione massiccia di metadone, in qualche caso accelerato e aggravato dall’assunzione di altri farmaci o da specifiche condizioni personali”, ed escludendo per tutti  “l’incidenza concausale di altri fattori di carattere violento“.
La procura sostiene inoltre che “nell’immediatezza della rivolta risulta essere stata tempestivamente assicurata assistenza sanitaria a tutti i detenuti da parte del personale sanitario intervenuto…  Risultano essere stati fatti quindi, nel contesto emergenziale, pure gravati dall’emergenza legata al COVID-19, tutti i necessari controlli, con interventi terapeutici di contrasto in loco, ove possibile, o con invio ai presidi sanitari cittadini nei casi più gravi“.

Sarà, ma il  bilancio di nove morti non depone a favore di questa narrazione edulcorata, smentita ormai da numerose testimonianze.
Fra queste, i racconti delle donne che l’otto marzo 2020 sono accorse davanti ai cancelli del Sant’Anna, avvertite della rivolta dal fumo nero che si innalzava dal  tetto del carcere, visibile da gran parte della città.
Rimasero per ore nell’angoscia che i loro cari morissero bruciati o soffocati dal fumo, cogliendo dal piazzale frammenti di ciò che succedeva all’interno: le truppe antisommossa con i caschi insanguinati, le divise insanguinate, i manganelli insanguinati, e non si trattava di sangue loro.
Si vedevano soltanto ragazzi che uscivano con le magliette, con i pantaloncini, in mutande, pieni pieni di sangueÉ uscito un poliziotto con casco blu, non mi scordo mai …quando l’ho guardato quello lì era pienissimo di sangue.”
Presto vennero posizionati dei pullman che ostruirono la visuale dall’esterno, ma non potevano attutire le urla.
Un cellulare ha registrato le grida d’aiuto .
Sei ore di urla abbiamo sentito dalle 2 fino alle 8 di sera. Noi ci chiedevamo: come mai queste ambulanze non prendono i detenuti e li portano in ospedale ? All’improvviso, in tarda sera, abbiamo iniziato a vedere la prima macchina funebre“.

Oltre i cancelli, una macelleria messicana.

Io non c’entravo niente. Ho avuto paura… Ci hanno messo in una saletta dove non c’erano le telecamere. Amatavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni. A me e a un’altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole. Un rappresentante delle forze dell’ordine, quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola che non picchiava nessuno. Poi non l’ha mantenuta”.

Io ero scappato sul tetto del carcere, così non mi sparassero, dopo ci hanno presi tutti e ci hanno messi in una camera e ci hanno tolto tutti i vestiti e hanno iniziato a picchiarci dandoci schiaffi e calci. Dopo ci hanno ridato i vestiti e ci hanno messo in fila e ci hanno picchiato ancora con il manganello, e in quel momento ho capito che ci stavano portando in un altro carcere. Da quante botte abbiamo preso che mi hanno mandato in una altro carcere senza le scarpe“.

Era lui [l’ispettore] che ha ci ha detto, voi che non c’entrate con la rivolta, a respirare, però uscite solo in campo. E ci hanno picchiato da morire, abbiamo preso così tante manganellate che anche i poliziotti diventavano col sangue. Eravamo 30, 40“.

Mi sono morte due persone davanti e non ho potuto fare niente, perché comunque la mia sezione è andata a fuoco, abbiamo rischiato di morire anche noi…. Vai a capire se è stato veramente per il metadone o sono state delle botte. Io ho visto della gente per terra con la testa schiacciata e con gli anfibi sulla testa, e loro che continuavano a picchiare“.

“Io l’ho preso in braccio [uno dei detenuti poi deceduto] perché stava in gravi condizioni. L’ho portato per aiutare a portare in ambulanza a quelli. A portare in ospedale. Ma appena l’ho portato giù io, l’ho visto con i miei occhi come lo picchiavano. Non volevano sapere che lui c’entrava o non c’entrava con la rivolta”.6

Dello stesso tenore il contenuto dell’esposto presentato in dicembre da cinque detenuti trasferiti, dopo la rivolta, dalla casa circondariale di Modena a quella di Marino del Tronto (AP), assieme a Salvatore Piscitelli, che vi ha trovato la morte.

Gli scriventi dichiarano di aver assistito ai metodi coercitivi e ad intervento messo in atto da parte degli agenti della polizia penitenziaria di Modena e successivamente di Bologna e Reggio Emilia intervenuti come supporto. Ossia l’aver sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo.
L’aver caricato detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi di informazione all’abuso di metadone.
Noi stessi siamo stati picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e private delle scarpe, senza e sottolineiamo senza,  aver posto resistenza alcuna. Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate, un vero pestaggio di massa
“.

Si tratta della seconda denuncia formalizzata, fra tante altre rimaste anonime per paura,  che però verrà valutata solo nel procedimento  per la morte di Salvatore Piscitelli – causata da ulteriori violenze e mancato soccorso dopo il trasferimento a Marino del Tronto – e non in quello per gli altri otto.
Una scelta che la dice lunga sulla reale volontà di perseguire, se non proprio la giustizia, almeno la chiarezza sui fatti di Modena.
Eppure, l’esposto contiene  a tal fine elementi di sicuro interesse:

dopo esserci consegnati, esserci fatti ammanettare, essere stati privati delle scarpe ed essere stati picchiati, fummo fatti salire, contrariamente a quanto scritto in seguito dagli agenti, senza aver posto resistenza sui mezzi della polizia penitenziaria usando i manganelli. Picchiati durante il viaggio fummo condotti c/o  alla C.C di Ascoli Piceno“.

È un tema ricorrente nei racconti di altri trasferiti, quello delle violenze e della mancanza di visite mediche,  obbligatorie prima dei trasferimenti in base all’ordinamento penitenziario. Visite mediche di cui la procura di Modena giura invece l’esistenza, ma che non risultano da nessuna certificazione scritta.
È un particolare, questo, non secondario, visto che quattro fra i morti di Modena (Ghazi Hadidi, Ouarrad Abdellah, Artur Iuzu , oltre a Salvatore Cuono Piscitelli) hanno reso l’anima durante il tragitto o dopo l’arrivo ad altro carcere.
Fra l’altro, non solo non c’è nessuna documentazione su questo “dettaglio”, ma nemmeno su quale fosse, durante la rivolta, la catena di comando. Non si sa per esempio chi ha deciso i trasferimenti, escludendo la direttrice del Sant’Anna che l’otto marzo era sparita di scena.
Sul mancato soccorso ci sarebbe qualcosa da dire anche sui detenuti morti all’interno delle mura del Sant’Anna, come per esempio su Hafedh Chouchane, del cui ritrovamento  esanime vi sono tre versioni ufficiali differenti, e che, stando agli atti, è stato visitato da un medico che ne ha constatato il decesso dopo ben 50 minuti dal momento in cui altri detenuti lo avevano consegnato alla penitenziaria.
Forse, 50 minuti prima, era ancora vivo.

Ultimo mistero, è quello della cassaforte che conteneva il metadone. Fonti carcerarie e sindacali avevano raccontato inizialmente che era stata forzata dai detenuti con una fresa prelevata nel magazzino degli attrezzi.
In realtà è perfettamente integra. È stata aperta con la chiave secondo una dinamica ignota e nemmeno particolarmente indagata.

Insomma, motivi per non insabbiare l’inchiesta ve ne sarebbero in abbondanza, se sulla bilancia della “giustizia” non si soppesassero da un lato le vite di detenuti, proletari e migranti, dall’altro l’impunità dello Stato e dei suoi apparati.

Con la coscienza che la verità storica non la scrivono i tribunali, schierarsi contro lo sfregio dell’archiviazione è un atto di rispetto dovuto a quei morti, torturati, umiliati.
Lunedì prossimo, a Modena, ne abbiamo l’occasione.

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CI SONO MORTI CHE PER LO STATO PESANO COME PIUME

Da poco più di un anno dalla strage del carcere di Sant’Anna il tribunale di Modena sarà chiamato a decidere sulla interruzione delle indagini inerenti le cause di morte di ben otto sulle nove vittime di quella terribile giornata.
L’archiviazione è stata richiesta alla procura, proprio nel marzo appena trascorso, nonostante numerose incongruenze tra gli elementi di interrogazione.

Quando vuole, la Giustizia italiana si rivela alquanto celere nonché senza vergogna nel permettersi di dichiarare che ad essa, nonché agli addetti penitenziari che la rappresentano, “non si può addebitare alcuna responsabilità …
Come già per i continui casi di suicidio nelle carceri, ora persino rispetto ad una strage di tale portata, l’unica cosa che possono, evidentemente, gli organi di Giustizia statale, è l’arroganrsi di svincolarsi dalla realtà del proprio coinvolgimento sulle sorti di chi reprime.
Pare valga più la conservazione di una pena inflitta che la sopravvivenza di un detenuto.

LUNEDì 7 GIUGNO ALLE H. 11, PRESIDIO CONTRO L’ARCHIVIAZIONE
in Corso Canalgrande presso il Tribunale di Modena

Comitato di Verità e Giustizia per i Morti del Sant’Anna

https://www.carmillaonline.com/2021/06/01/strage-di-modena-il-rischio-di-un-colpo-di-spugna/

L’assurda morte di Moussa

Si chiamava Moussa Balde e veniva dalla Guinea. Moussa Balde aveva 23 anni e si è impiccato nel CPR di Torino il 23 maggio dopo due settimane di isolamento sanitario. 23 anni. Moussa è stato pestato da tre uomini a Ventimiglia mentre chiedeva l’elemosina. Il video del suo pestaggio ha fatto il giro della rete. I suoi aggressori sono stati identificati e si difendono parlando del tentativo di furto di un cellulare. Il giudice ha deciso di non indagarli con l’aggravante dell’odio razziale.

Fatto è che Moussa, già colpito da provvedimento di espulsione per alcuni piccoli precedenti per furto, da vittima di un’aggressione diviene colpevole di essere irregolare in Italia. Poco importa se hai delle fragilità psicologiche o delle debolezze che potrebbe avere qualunque 23’enne che affronti la traversata del Mediterraneo e approdi in una terra, quella italiana, che non lo vuole e fa di tutto per rendergli la vita un inferno. Quando si muove quella macchina, quella dell’espulsione, non si ferma davanti a niente: a corpi, fragilità, esistenze, esperienze, affetti e legami, speranze, inghiotte tutto e tritura, snocciola e tu diventi un numero da appuntare sulla medaglia di tutti quei razzisti che non si considerano razzisti. Così è stato anche per Moussa, un numero tra i tanti che ha conosciuto sulla sua pelle l’accoglienza degli italiani. Cosa ne può sapere un ragazzo di 23 anni dalla Guinea dei patti tra Roma e Tripoli, tra Roma e Tunisi, tra Roma e Bruxelles, lui sa solo che, se dovesse tornare nel suo paese, parole sue, sarebbe stato ammazzato dalle stesse persone che lo hanno costretto alla fuga.
Tutto è mancato al giovane Mousse, dall’assistenza psicologica alla comprensione della sua situazione, dalla fragilità di 23’enne fino alla minima pietà umana. Ora lo vediamo in uno scatto, sorridente in una manifestazione a Roma per i diritti dei migranti, con indosso una maglietta bianca. Scritto in rosso sul petto si legge: “Imperia Antirazzista”. Nulla di più amaro.
Ora tutti si stringono al suo feretro, dall’avvocato difensore ai Garanti per i detenuti nazionale e locale, dagli amici alle associazioni religiose e dei migranti. Una faccia della giustizia fatta di carteggi, di ricorsi, di colloqui, di udienze, di rinvii, di attese, una macchina che viaggia molto più lentamente di quello che divora la disperazione umana. Anche noi siamo tra loro a protestare per un morte così assurda, ma probabilmente il tempo cancellerà ciò che Moussa ha lasciato sulle nostre coscienze, un poco alla volta, come onde sul bagnasciuga, fino al prossimo lenzuolo annodato al collo dell’accoglienza italiana, nel silenzio mediatico, tra reti e cemento in un lontano lager per migranti.

Fermiamo questi omicidi di Stato! Basta frontiere!

Libro: “Donne delinquenti” di Michela Zucca

Donne delinquenti. Storie di streghe, eretiche, ribelli, bandite, tarantolate

Streghe, eretiche, delinquenti: dove sono andate a finire le antiche femmine ribelli delle Alpi e delle foreste d’Europa? Bruciate sui roghi, naturalmente; fatte a pezzi sui patiboli, in mezzo alla gente di città curiosa ed eccitata; ridicolizzate dagli intellettuali; e dimenticate, soprattutto. La foresta, liberata dal suo incantesimo, poté essere sfruttata secondo la tecnologia moderna: la solcarono le strade, e i rettifili disboscati penetrarono fin nel più fitto degli alberi. La distruzione dell’ambiente ebbe inizio, e il “popolo dei boschi” perse l’unica risorsa di cui disponeva: il rifugio in cui ritirarsi dall’influenza dei “civili”.
E perse Dio. O, meglio, la Dea.
Attraverso l’esame di miti e leggende, di racconti e modi di dire, dell’iconografia sacra e profana, questo libro ricostruisce la storia delle matriarche, delle streghe e delle donne “contro”, – eretiche, bandite, ribelli, – verificando quali tracce hanno lasciato nella memoria. Perché il loro ricordo è ancora vivo nella cultura popolare, e ha creato le basi dell’immaginario collettivo che, represso dal potere, ritorna nel desiderio.

 

 Donne delinquenti
 Michela Zucca
 Tabor, Valsusa
 – IN USCITA – fine maggio 2021
 15 x 21 cm
 368 (con illustrazioni)
 16.00
 978-88-944788-1-5

 

https://edizionitabor.it/donne-delinquenti-storie-di-streghe-eretiche-bandite-ribelli-tarantolate/

Fermiamo le navi-quarantena!

pubblichiamo un documento diffuso in internet

Le navi-quarantena e lo sviluppo di un nuovo dispositivo detentivo

Tutti i dispositivi repressivi hanno una storia; così ogni tecnica, ogni metodo, ogni modalità di contenimento o limitazione del corpo ha una sua evoluzione, quindi un’origine, rintracciabile, con più o meno difficoltà, nello spazio e nel tempo. Il carcere, ad esempio, ha una sua genesi, come tutti ben sappiamo, piuttosto recente. È meno noto tuttavia che molti dei modi per imprigionare e contenere gli esseri umani nascano e si sviluppino fondamentalmente come pratiche emergenziali, pratiche di polizia soprattutto.
Sono le forze dell’ordine, su impulso delle decisioni di questure e prefetture o a volte per semplice decisione dei singoli sottoposti, a provare direttamente sul campo i nuovi dispositivi.

Come nascono tecniche e modalità d’imprigionamento? A volte quasi per caso oppure perché ciò, in quel preciso momento, garantisce una maggiore funzionalità, perché sembra impossibile fare altrimenti, perché, per raggiungere quello scopo specifico, non c’è un altro modo… quindi nascono, diciamo così, “naturalmente” e le mani “artigiane” che le hanno prodotte hanno sempre i guanti di pelle dei funzionari in divisa. Ciò che accade successivamente è storia nota.
Una pratica, un nuovo dispositivo, la cui origine è sempre riconducibile alla prassi poliziesca, alle decisioni dei poteri atti alla repressione, diventa legge: si avvia un processo di normalizzazione, di cristallizzazione e dalla pratica, dall’uso, si passa alla norma e all’istituzione.

Sono tanti gli esempi che si possono tirare in ballo, uno fra tutti, lo sviluppo della detenzione amministrativa per senza documenti in Europa; benché le sue origini siano rintracciabili nella Francia post rivoluzionaria e napoleonica, è fuori da ogni dubbio che parte della preistoria dei Cra francesi e degli attuali Cpr italiani, siano rispettivamente le pratiche di polizia nel porto di Arenc negli anni 70 e nello stadio di Bari nel 1992. I container del porto di Marsiglia e il perimetro sportivo barese, dove in centinaia d’individui furono rinchiusi, sono stati, per così dire, giganteschi centri di contenimento per migranti e gli attuali lager europei, per la legge che ne è scaturita (sic!), sono i loro epigoni. La detenzione amministrativa ha subito negli anni numerose trasformazioni, le sue tecniche d’imprigionamento si sono affinate, per esperienza e a suon di legislazioni emergenziali o meno, i centri di contenimento per senza documenti hanno piano piano assunto forme sempre più complesse. Le rivolte e l’ingestibilità fattuale di questi luoghi hanno di fatto convinto le istituzioni a evolvere sempre di più la loro giurisdizione, a trovarne nuove norme, a stabilire nuovi orizzonti repressivi. Sono nati gli Hotspot al sud d’Italia e sulle coste greche, sono vertiginosamente aumentati i casi in cui un richiedente asilo potrebbe essere “trattenuto” in un Cpr, si è sviluppato l’enorme arcipelago di piccoli e grandi centri della Seconda accoglienza, parte basilare dell’intera logistica migrante e forma edulcorata di controllo e contenimento di parte del flusso migratorio. Insomma i dispositivi repressivi e contenitivi dedicati alle persone migranti continuano inesorabilmente a evolversi, a trovare configurazioni e prospettive sempre più nuove, sempre più articolate. Negli ultimi tempi, queste complessità si stanno evolvendo per le decisioni delle autorità locali e per i famosi decreti emergenziali che hanno posto nelle mani della Protezione Civile ampi poteri.
L’emergenza Covid ha di fatto da un lato accelerato dinamiche già in atto e dall’altro innescato processi senza precedenti.

Nell’emergenza

Dall’aprile 2020, nei porti della Sicilia, della Puglia e della Calabria numerose navi di linea, traghetti e navi da crociera, sono rimaste ormeggiate in mare. La Rubattino (ha trattenuto 183 persone dal 17 aprile e il 5 maggio) della Tirrenia, la Moby Zaza (ha trattenuto 160 persone dal 20 aprile al 30 maggio), la Costa Allegra di Costa Crociere, le navi GNV (https://it.wikipedia.org/wiki/Grandi_Navi_Veloci) Azzurra, Rhapsody (ormeggiata prima di fronte a Palermo, ora nel porto di Bari. Ha capienza di 804 posti no-Covid e 156 per i contagiati), Aurelia (ormeggiata nel porto di Corigliano Calabro – https://www.articolo21.org/2020/08/seconda-nave-quarantena-sbarcata-in-calabriaospitera- i-migranti-positivi-al-virus/), Snav Adriatico (ormeggiata di fronte a Lampedusa) hanno attraccato in molte località del sud. Sono le cosiddette “navi quarantena”, requisite dallo Stato italiano dietro un lauto pagamento alle compagnie marittime (https://www.shipmag.it/gnv-si-aggiudica-il-bando-per-4-navi-quarantena-e-lancia-le-nuove-linee-per-la-sicilia-con-le-ro-paxtenacia-e-forza/).
Difficile al momento capire precisamente a cosa servano e in che modo vengano utilizzate: in generale al loro interno vengono rinchiuse centinaia di persone migranti per effetto della situazione emergenziale legata al Covid19. Nel capire come si siano evolute e come si siano sviluppate delle navi-carcere sul territorio europeo e precisamente, a come si sia arrivati alla sviluppo di un dispositivo così aberrante in Europa, una modalità contenitiva che chiameremo “detenzione amministrativa off-shore”, è fondamentale operare una ricostruzione che sia relativa alla cronaca specifica da un lato, ma che riesca a comprendere l’evoluzione dell’idea stessa di “prigione galleggiante”; rintracciarne cioè le origini e la famigliarità con altri eventi, diremo banalmente scovarne una genealogia.

All’esplodere della pandemia in Italia, svariati decreti hanno iniziato a legiferare sulla vita di tutti e tutte. Le emergenze, si sa, permettono grosse in\evoluzioni per ciò che riguarda il diritto e le libertà personali. La questione migrante, considerata già di per sé un’emergenza (nonostante essa non sia mai stata tale), è stata anch’essa coinvolta sotto differenti punti di vista. Varie questioni sono state toccate, ma più di tutte, l’argomento degli sbarchi e la possibilità dell’arrivo di contagiati dai barconi. Ben inteso, una problematizzazione da applicare solo a chi arrivasse in barca e non, come sappiamo, su aerei di linea. Ciò che si è deciso, facendo storcere il naso anche ai più democratici, è stata di fatto un’ulteriore giurisdizione su base etnica, valida per i migranti sbarcati, nulla per i turisti a cui si chiedeva semplicemente misurazione della temperatura e isolamento fiduciario.

Tutto è iniziato con il Decreto Interministeriale n°150 del 7 aprile 2020 che ha disposto che i porti italiani non potessero essere considerati luoghi sicuri, in gergo “place of safety”, per le procedure d’arrivo dei migranti. Solo qualche giorno dopo, il 12 aprile, con il decreto n°1287/20209, il Capo della Protezione civile ha deciso sulla possibilità dell’utilizzo delle navi in funzione contenitiva9. Il 19 aprile il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha avviato una procedura per il noleggio di unità navali per l’assistenza e la sorveglianza sanitaria.
Secondo i decreti il contenimento sarebbe dovuto avvenire esclusivamente per i migranti appena sbarcati. I migranti recuperati in mare e catturati immediatamente dalle forze dell’ordine verrebbero, dunque, inviati sulle navi quarantena, sottoposti a tampone per chiarire la loro positività al virus; un contenimento quindi prettamente sanitario. Successivamente però il dispositivo ha subito un’ulteriore evoluzione. È sulle navi che, ottenuto o meno il responso dal tampone, viene avviato il procedimento d’identificazione che di norma dovrebbe avvenire nelle strutture Hotspot. Di fatto le attività di riconoscimento e l’iter relativo alle richieste d’asilo e all’espulsione, sono stati di fatto trasferiti completamente sulle navi. Non è la prima volta che ciò accade, già nel 2009, operando un respingimento collettivo, poi giudicato illegale, le autorità italiane avevano identificato sulle navi e successivamente deportato, senza approdare in Italia, centinaia di migranti verso la Libia. Erano tempi tuttavia diversi da quelli attuali e le procedure Hotspot non esistevano ancora. Alla luce di quanto è accaduto e testimoniato dalla cronaca, è lecito dire che le navi quarantena siano di fatto diventate Hotspot galleggianti per migranti appena sbarcati.

Non solo però.

È accaduto poi qualcos’altro. In piena estate 2020 sono iniziati i trasferimenti di migranti dall’Hotspot di Lampedusa11 alle navi quarantena. Allo scopo di decongestionare il Centro detentivo dell’isola, su spinta del presidente della regione, del sindaco e della prefettura locale, centinaia di persone, positive o meno al virus, sono state trasportate su un peschereccio-ponte e rinchiuse sulle navi Adriatica e Rhapsody. La funzione iniziale di navi quarantena viene già superata, al loro interno, benché in parti separate, vengono trasferiti, in barba ad ogni protocollo sanitario, migranti sani, sintomatici e asintomatici. Direttamente dalle “navi quarantena” partono i procedimenti d’identificazione e quindi anche le deportazioni (accade che la nave Rhapsody lascia le acque siciliane e arriva al porto di Bari e dall’aeroporto del capoluogo pugliese parte un volo charter12 per la Tunisia). La funzione Hotspot, anche per i migranti già presenti sul territorio italiano da tempo, viene de facto trasferita sulle navi. È nato l’Hotspot galleggiante.

Le modalità con cui si viene rinchiusi su una nave quarantena, però, si evolvono ancora. Nei primi giorni di ottobre dal Cas “Ninfa Marina” di Amantea in Calabria13 e da alcuni Cas in provincia di Roma (emblematico il racconto di un ragazzo del Centro Porrino all’Infernetto) alcuni migranti risultati positivi al Covid sono stati deportati con i mezzi della Croce Rossa e scortati dalle forze dell’ordine verso le navi quarantena in Puglia e Sicilia. Per giorni è stato messo in atto un vero e proprio schema di deportazione sul territorio nazionale che ha previsto il contenimento sulle navi di richiedenti asilo positivi al Covid presenti nelle strutture della Seconda Accoglienza. In netta contraddizione con qualsiasi logica sanitaria, al di là di qualsiasi legittimità giuridica, le forze dell’ordine, aiutati dalla Croce Rossa, hanno sequestrato persone migranti in giro per l’Italia e le hanno rinchiuse su delle navi. Tale procedura, forse per il momento ancora un po’ troppo anche per la democrazia italiana, si è interrotta per l’intervento indignato delle organizzazioni del di parte del mondo delle associazioni.

Da nave quarantena a nave contenitiva per migranti il passo è stato breve, un Hotspot galleggiante e una struttura off-shore per il contenimento di richiedenti asilo positivi al Covid.
Un’evoluzione rapidissima e agghiacciante. A cosa stiamo andando incontro?

Detenzione amministrativa off-shore

La storia del trattenimento di persone sulle navi è di lunga data. Parlare di detenzione amministrativa off-shore necessita di un piccolo salto nel passato che ci aiuta di fatto però a comprendere come questo dispositivo si sia evoluto nel tempo e nello spazio. Molti sono gli esempi che ne hanno decretato la forma e, almeno lo scorso secolo, il secolo dei CAMPI, ne offre vari casi: la detenzione dei migranti sulle navi a Ellis island nei primi del ‘900, le deportazioni successive al terremoto di Messina del 1908, le navi nel porto di Portsmouth in Gran Bretagna dedicate al contenimento di persone di origine germanica all’esplodere della Prima Guerra Mondiale, il trattenimento dei pirati somali nel golfo di Aden da parte delle marine militari di mezzo mondo, le piattaforme detentive per migranti in Olanda del 2004…

Quelle stesse pratiche, che in alcuni casi sono diventate leggi negli ordinamenti degli stati, sono riemerse, percorrendo chilometri e anni, dalle acque del Mediterraneo centrale. E ciò non è avvenuto ora, ma qualche anno fa. Il legale di uno delle persone deportate dal Cas di Roma: “Mi ha detto che durante la notte, intorno all’una, era stato prelevato da un autobus della Croce Rossa insieme agli altri casi positivi accertati nel centro, per essere condotto su una ’nave quarantena, ma senza conoscerne realmente l’ubicazione, né avere notizie sulle modalità e tempistiche del trasferimento. Solo alle 5 del pomeriggio di quello stesso giorno mi faceva sapere che si trovava al porto di Palermo”.

La rivolta di Lamedeusa e il Caso dei “Cie galleggianti” – 23 settembre 2011

Il 20 settembre del 2011 nell’allora Centro di Prima Accoglienza e Soccorso (CSPA), ora Hotspot, di Contrada Imbriacola sull’isola di Lampedusa iniziò una forte protesta. Le persone presenti nel Centro, 1300 e in buona parte d’origine tunisina, si rivoltarono contro le proprie condizioni e contro la possibile espulsione, si scontrarono con le forze dell’ordine e bruciarono larga parte dell’edificio. Fu una delle rivolte più distruttive che l’isola avesse mai visto. La struttura, tre palazzine ancora utilizzabili malgrado un’altra pesante rivolta nel 2009, fu successivamente dichiarata inagibile e temporaneamente chiusa. Quasi 800 persone scapparono; in tantissimi furono riacciuffati e rinchiusi all’interno del palazzetto dello sport dell’Isola.
“Questo è uno scenario di guerra. C’è una popolazione che non sopporta più, vuole scendere in piazza con i manganelli e difendersi da sola, perché chi doveva tutelarla non l’ha fatto. Nei giorni scorsi, avevo lanciato più volte l’allarme. Adesso basta” dichiarava l’allora sindaco Bernardino De Rubeis. Queste dichiarazioni roboanti non furono però le sole. Il sindaco invitava altresì il premier Berlusconi e il ministro Maroni a “… convocare un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza Lampedusa” e sollecitava “l’invio immediato di navi militari”. Queste navi avrebbero dovuto avere lo scopo di trasferire altrove tutti i tunisini ancora presenti sull’isola.

Detto fatto. Il 22 settembre alcuni aerei militari trasferirono molti migranti a Palermo, trasportandoli proprio nel porto della città. Ad attenderli vi erano alcune navi da crociera che li
avrebbero imprigionati, ammassati nel salone ristorante, dai 6 agli 8 giorni. Cosa stava accadendo in quel momento? Si stava verificando, come prima cosa, una detenzione illegale, superiore al fermo identificativo di massimo 48- 96 ore e in strutture differenti dagli allora Cie – oggi Cpr. In secondo luogo, cosa altrettanto significativa, si stava sperimentando, con l’ombrello dell’emergenza, un nuovo dispositivo contenitivo, cioè l’uso delle navi a scopo di trattenimento. Nascevano quelli che alcuni 16definirono Cie galleggianti.

Le navi, noleggiate appositamente dallo Stato italiano, erano di proprietà della Moby e della GNV, tre traghetti in totale e cioè l’Audacia, la Fantasy e la Vincent. Nonostante l’estetica esterna proponesse le gigantografie di famosi cartoni animati, le navi assunsero di fatto il ruolo di prigioni galleggianti e in quei giorni detennero e smistarono all’incirca 600 persone; chi verso altri luoghi di reclusione amministrativa in Puglia e in Sardegna ( la Moby Fantasy partì il 25 settembre in direzione del centro di Elmas), chi verso il CPSA di Pozzallo, chi, a quanto pare
400 persone, verso l’aeroporto di Palermo per la deportazione.
Infatti alcuni migranti tunisini, una volta trascorso qualche giorno imprigionati sulle navi, tra il 27 e il 28 settembre furono ricondotti in aeroporto e da lì definitivamente espulsi verso la Tunisia. Tale vicenda, come testimoniato dalla famosa sentenza Khlaifia e altri della Corte Europea dei diritti dell’uomo, portò alla condanna dell’Italia per il proprio operato, in particolare per trattamenti inumani e degradanti e per aver attuato un vero e proprio respingimento collettivo.
Nonostante la condanna sulle modalità dell’espulsione e sulle condizioni igienico-sanitarie del Centro di Lampedusa, la Corte accettò invece la versione del governo italiano rispetto al trattenimento sulle navi: vista la situazione d’emergenza era lecito considerare le navi nient’altro che centri d’accoglienza. Malgrado fossero concretamente delle carceri galleggianti, sorvegliate e da cui di fatto era impossibile allontanarsi, malgrado le condizioni interne fossero inaccettabili come testimoniato dai migranti lì rinchiusi ( “…quanto alla successiva detenzione sulle navi, essi contestano le condizioni di sovraffollamento nella quale sono stati costretti a vivere, l’impraticabilità dei servizi igienici, il fatto che i pasti fossero distribuiti gettando il cibo sul pavimento e la limitazione dell’accesso all’aria aperta a soli pochi minuti al giorno”), la Corte si fidò della testimonianza del Gip salito a bordo su sollecitazione di alcune Ong e archiviò il procedimento.
Visto lo stato di necessità, quel trattenimento sulle navi era puramente legato al primo soccorso e all’identificazione e quindi lecito. La Corte, pur condannando l’Italia, stava sdoganando per la prima volta la possibilità della detenzione amministrativa offshore, rendendola possibile, non criticabile dal punto vista umanitario e per questo accettabile nei canoni del diritto.

Genesi di un dispositivo

Nel 2015, a seguito di una delle più gravi tragedie che la storia dell’emigrazione abbia affrontato, più di 800 morti nel Canale di Sicilia, alcuni leader politici iniziarono a parlare di strutture in mare, piattaforme petrolifere in disuso oppure navi che alla bisogna avrebbero avuto il ruolo di contenimento e identificazione dei migranti. Gli Hotspot. galleggianti, nelle parole dei Salvini, Renzi o dell’ex ministro Alfano, benché sin dal 2010 Fincantieri avesse dei progetti pronti per la detenzione off-shore17, rimasero solo parole di semplice propaganda politica. Ma avvenne però qualcosa in più negli anni successivi. Nel 2017 la propaganda contro le navi delle 0ng raggiunse livelli parossistici, la teoria del pull-factor, già utilizzata per l’operazione Mare Nostrum, e le inchieste che presumevano il contatto con i trafficanti, vennero perentoriamente tirate fuori. Le prime navi, su ordine del Ministero dell’Interni, iniziarono ad essere bloccate in mare aperto, in piena contraddizione con le regole del diritto ordinario italiano e internazionale.
I migranti bloccati e impediti in mare si trovavano di fatto in una condizione giuridica prima non esistente, un limbo su cui la legge italiana non aveva mai normato ( proprio per questo l’ex ministro Salvini è sotto inchiesta per sequestro di persona). È per dovere di cronaca che raccontiamo ciò e non per indignazione sull’assenza dello Stato. La Sea watch, la Gregoretti, la Diciotti e le altre navi bloccate al largo delle coste siciliane in quel momento sono diventate di fatto esempi di detenzione amministrativa off-shore, illegale certo, ma funzionale alle necessità di polizia. Cosa era accaduto? Quello stesso dispositivo apparso a Ellis Island, Messina, nel Golfo di Aden, nelle acque olandesi è riemerso al sud di Lampedusa e, assumendo una nuova forma, ha rappresentato un precedente abbastanza importante per ciò che sarebbe accaduto nell’estate 2020.

Se attualmente esistono navi carcere per migranti in Italia, Grecia e Malta è perché queste modalità sono state precedentemente sperimentate nella pratica e forzando il diritto. La genesi delle navi quarantena è rintracciabile nel passato e, tra gli esempi citati precedentemente, nelle prassi ministeriali nei confronti delle navi Ong che, nonostante le difficoltà giuridiche, hanno rappresentato una sorta di laboratorio di reclusione off-shore per migranti. La comprensione della nascita e dell’evolversi di un tale dispositivo ci avrebbe condotto ad analisi più mirate su quale sarebbe stato il futuro e, invece di rimanere attoniti, sconfortati o indignati per Karola Rackete, avremmo potuto intervenire nel tentativo di bloccare tale processo.

È immaginabile che tra qualche anno, o forse solo qualche mese, le sperimentazioni contenitive sulle navi quarantena, alla luce di quanto detto, potrebbero essere tutelate da una legge stabile, e dunque, le galere galleggianti per migranti o, chi non lo può dire?, per detenute\i, diverranno la normalità.

 

Versione stampabile:

Navi in Quarantena.pdf

Mobilitazione dal 2 al 12 giugno

In mare, alle frontiere, sul lavoro, nelle carceri e nella storia… le
stragi le fa lo Stato!

Solidarietà con chi lotta, con i rivoltosi nelle carceri del marzo 2020,
con le compagne e i compagni sotto processo.

Volantino: “Abbattere le frontiere”

Pisa: volantino distribuito per il processo al Brennero – 20 maggio 2021

Non solo ABBATTERE LE FRONTIERE,

ma anche IL MONDO CHE LE PRODUCE
 

Sono passati cinque anni dalla manifestazione che si tenne al Brennero contro le frontiere e il razzismo di Stato. Una risposta doverosa (non la sola) a quella che fu la proposta del governo austriaco di allora di costruire un muro anti-migranti al confine con l’Italia, ma anche alla pratica dello Stato italiano di non permettere a persone immigrate di salire sui treni diretti al confine, con annessi controlli sulla base del colore della pelle. Una risposta necessaria, contro padroni e signori della guerra, disponibili alla libera circolazione delle merci (alla disperata ricerca di valorizzazione), meno a quella di donne e uomini in cerca di una vita migliore.

Venerdì 14 maggio, per quella giornata, il tribunale di Bolzano ha condannato 63 compagn* a pene che vanno da qualche mese ai 6 anni di carcere. Sempre per i fatti del Brennero, è in corso un altro processo che in primo grado ha già rifilato 37 anni totali di carcere per 63 imputat*.

Lo Stato italiano, attraverso i reati di “danneggiamento”, “resistenza” e l’immancabile “concorso morale”, ripercorre quelle ore intense e rimarca la sua natura classista: gli ultim* devono rimanere tali e il monopolio della violenza non va messo in discussione, mai.

Sebbene c’abbiano provato fino all’ultimo, non è passato (per il primo procedimento) il reato di “devastazione e saccheggio”, infame accusa, nonché retaggio del codice penale fascista del 1930, sempre più utilizzata contro coloro che scelgono di lottare esprimendo tutta la radicalità e la passione del caso. Ne sanno qualcosa i rivoltos* che lo scorso ottobre hanno scaldato le notti a Firenze, Milano e Torino contro la gestione militare e repressiva dell’emergenza Covid, i detenuti del carcere di Pavia con la loro protesta dopo le 14 uccisioni per mano della polizia in alcuni istituti penitenziari a marzo 2020 e i 4 migranti del centro di accoglienza di Treviso che si ribellarono contro l’inferno della loro quotidianità fatta di segregazione e soprusi (Chaka, il più giovane dei 4, dopo essere stato trasferito nel carcere di Verona, verrà trovato morto nella sua cella).

Sempre a Treviso, è in corso un processo che vede coinvolto un compagno anarchico in carcere dal maggio 2019, Juan, a cui viene attribuito il posizionamento di due ordigni (di cui uno inesploso) presso la sede della Lega di Villorba. Le accuse che muove lo Stato sono quelle di strage e di attentato con finalità di terrorismo. Se non ci interessa sapere chi ha compiuto quell’azione, di una cosa siamo certi: attaccare chi ci rende la vita un inferno, non è solo giusto, ma urgente.

Lo Stato intende sbarazzarsi (almeno per un po’) dei suoi nemic*, dispensando accuse infami, misure cautelari, sorveglianze speciali, seppellendo i compagn* e i ribelli in galera. Questo il trattamento che riserva da sempre a chi prova a mettere in discussione radicalmente questo sistema.

I morti nel Mediterraneo, nella rotta balcanica e nei lager libici, oltre a rendere chiaro a tutti come le frontiere e il loro portato di morte esistano, ci indicano che la libertà ha un prezzo caro. Mentre crollano ponti, esplodono treni e si muore sul lavoro a 20 anni perché l’unico valore che conta è il profitto, si inaugurano nuove basi militari (Niger) per tutelare gli interessi padronali (ENI in testa), si dà il via al “Green Pass”, ennesimo ricatto all’omologazione, nonché nuovo strumento per generare persone irregolari aumentando controllo e ricattabilità.

In questa fase di “emergenza sanitaria” che sappiamo non essere contingente (dagli stati d’eccezione non si torna indietro, mai), ribadiamo che i soli veri responsabili rimangono coloro che hanno creato le condizioni ambientali per lo sviluppo di questo virus, i padroni che hanno usato la crisi sanitaria come trampolino verso nuovi mercati, le case farmaceutiche che brevettano vaccini nanotecnologici e gli Stati che li impongono (com’è che il personale sanitario – che oggi rifiuta l’obbligo vaccinale – passa da “eroe” a “untore”?).

Ma anche chi reprime, ingabbia e ammazza. In questi tempi bui siamo convint* di una cosa, “bisogna lottare e lottare finché la sproporzione sia stroncata.”

compagne e compagni contro la repressione

Puntata del 22 maggio 2021

Sotto attacco la libertà di espressione. Criminalizzato il film “colpo di grazia”.

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