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Corelli brucia (11 luglio 2008)

Diario

«Ieri sera, verso le 23, un gruppo di noi trans è andato all’infermeria per prendere la terapia. Alla ragazza che poi hanno picchiato l’hanno data per prima, ma c’erano due poliziotti. Uno di loro forse era drogato, perché era molto incazzato, troppo, e mentre la mia amica parlava al cellulare le ha detto “qui è vietato parlare al cellulare”. Invece, noi avevamo chiesto più volte alla Croce rossa se si potesse usare il cellulare quando ci facevano andare in infermeria per le medicine e la Croce rossa aveva stabilito che non era vietato. Lei ha risposto: “ma sto parlando con la mia fidanzata”. Mentre altre stavano uscendo, lei ha aperto la finestra e il poliziotto l’ha spinta e le ha dato un calcio. Poi le ha imposto di sedersi, ma lei ha rifiutato. Allora lui ha reagito in malo modo e le ha detto: “siediti negro schifoso che il tuo colore mi fa schifo” e le ha sputato in faccia. A quel punto anche lei ha sputato.
Questo è successo tra le 23 e le 23.30. L’ispettore ha chiamato altri poliziotti della sicurezza e sei poliziotti l’hanno presa e trascinata in una stanza, mentre la Croce rossa assisteva a tutto senza far nulla. I sei l’hanno picchiata, in testa, sulle braccia, sulle gambe. L’hanno picchiata per dieci minuti. Poi sono usciti dalla stanza e hanno lasciato la porta aperta. Io sono entrata e l’ho trovata su un letto con la bocca sanguinante. Ho chiamato quelli della Croce rossa, che mi hanno detto che non aveva nulla e che era colpa sua perché aveva reagito contro un poliziotto. L’hanno portata nella sezione. Lì ci siamo riunite tutte quante e quando quelli della Croce rossa sono venuti a prenderla abbiamo detto loro che noi l’avremmo lasciata uscire solo quando sarebbe arrivata l’ambulanza. Non ci fidavamo più, l’avevano già presa una volta per picchiarla e non volevamo che rimanesse da sola con loro, nella parte del Centro oltre la porta blindata che chiude le sezioni e dove noi non possiamo sapere quello che succede.
L’ispettore, dal quale sono andata per parlare, mi ha detto che lei era caduta dal letto e che nessuno aveva visto niente. Insomma, ci stavano prendendo in giro. Abbiamo aspettato l’ambulanza, che non arrivava, mentre lei continuava a sanguinare e poi c’era il problema del silicone che si stava gonfiando. Allora noi, nella nostra sezione, ma anche nella sezione delle donne e in una degli uomini abbiamo dato fuoco alle lenzuola e quando sono arrivati i poliziotti e l’ispettore per chiedere chi aveva messo il fuoco abbiamo risposto come prima ci avevano risposto loro: “nessuno, è caduta una sigaretta”. Le sezioni bruciavano, anche quella delle donne, accanto alla nostra.
Alla fine è arrivato un altro ispettore, con il quale si poteva parlare, perché gli altri sono proprio maleducati, arroganti. E mentre io parlavo con lui per protestare per tutto quello che era successo lui ha ammesso che il poliziotto che prima ha insultato e poi picchiato insieme ad altri la mia amica era nervoso. Quindi, in pratica ha ammesso la responsabilità degli altri. Alla fine, alle 3.30 è arrivata l’ambulanza e l’ha portata all’ospedale. Ma all’ospedale le hanno fatto solo le radiografie richieste dalla Croce rossa al centro, quindi solo quelle delle braccia. Mentre a lei facevano malissimo le gambe, dove l’avevano picchiata di più e perché il silicone si era gonfiato per i colpi. Le hanno fatto un’iniezione, l’hanno tenuta sino alle 5. Le hanno detto che non potevano farle altre radiografie, perché non erano state richieste dalla Croce rossa. Un medico le ha detto che, però, nella parte in cui era stata picchiata di più il silicone si era gonfiato e che si era fermato il sangue.
Poi verso le 5.30 le 6 del mattino l’hanno riportata al Centro, nella nostra sezione. A lei, però, facevano davvero molto male le gambe, che erano tutte gonfie e così l’hanno riportata un’altra volta in infermeria. Io sono stata chiamata dallo stesso ispettore con cui avevo parlato durante la notte, che voleva sapere bene chi fosse lei e il suo numero di cellulare. Di nuovo si è scusato per quello che era successo, e per il fatto che i suoi colleghi ieri erano troppo nervosi. Poi mi ha detto “mi hai fatto un casino della madonna sui giornali”, perché i giornalisti questa mattina mi hanno chiamata e io ho raccontato tutto. Ma l’ispettore voleva anche sapere chi stava intorno a noi, fuori, chi avesse dato il mio numero ai giornalisti. Io però ho detto che non sono un’infame, non gli ho dato il numero della mia amica e ho smesso di parlare con lui. Così, a un certo punto, nel pomeriggio mi hanno portato un foglio, a me e a un’altra e ci hanno detto dovete andare via (io ero a Corelli dal 20 giugno e anche lei, quindi non ci scadevano i termini oggi). Tre giorni fa era venuto il console del Brasile per le identificazioni, ma non ha identificato nessuno. Noi due, però, abbiamo detto “noi non usciamo se non escono anche tutti gli altri”. (Per questo poi il responsabile dell’ufficio immigrazione ha contattato la compagna del Comitato, perché non sapevano più che cosa fare). Ma alla fine abbiamo deciso di uscire per potervi incontrare, perché sapevamo che anche questo pomeriggio eravate lì fuori, e per far sapere quello che è successo. Dentro, gli altri sono molto incazzati. Soprattutto nella nostra sezione, quella dei trans. Ma anche in quella degli uomini protestano e buttano via il cibo della Croce rossa. Noi però eravamo vicino alla sezione delle donne e così decidevamo anche con loro che cosa fare. Con gli uomini riuscivamo a parlarci solo al telefono. Però questa notte abbiamo visto il fumo anche nelle loro camerate. I fumogeni sull’autostrada io non li ho visti, perché non sono uscita in cortile come le altre perché volevo stare con la mia amica e andare con lei sull’ambulanza, perché io parlo l’italiano e così potevo denunciare, mentre lei non lo parla. Volevo farle da mediatrice culturale. Quando però l’ambulanza è arrivata non mi hanno permesso di salire.»

Ascolta un altro racconto

(i due racconti sono tratti da www.storiemigranti.org/ )

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