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A proposito di anarchici e lotte sociali

Panni sporchi

“Volete entrare in un’associazione operaia? Maledizione! Non giova per il verbo anarchico: ogni buon anarchico se ne deve star lontano come dalla peste. Volete fondare un’associazione dei lavoratori per abituarli a lottare solidariamente contro i padroni? Tradimento! Un buon anarchico non deve associarsi che con anarchici convinti, vale a dire deve star sempre con gli stessi compagni, e se vuole fondare associazioni, non può che dare nomi diversi a un gruppo, composto sempre dalla stessa gente. Cercate di organizzare e sostenere scioperi? Mistificazioni, palliativi!
Tentate manifestazioni ed agitazioni popolari? Pagliacciate!”

Errico Malatesta, “L’Articolo 248″, 4 febbraio 1894

Nel primo numero di Machete è stato pubblicato un articolo – dal titolo Individui o cittadini? – che merita una risposta critica. Le questioni sollevate sono molto importanti e pensiamo che un dibattito in merito possa essere utile per i compagni. Le note che seguono vanno viste come un primo contributo in tal senso.
A fianco di diverse considerazioni puntuali e condivisibili sui rischi che alcune lotte attualmente in corso vengano recuperate dal cittadinismo – e che gli stessi anarchici in esse impegnati portino involontariamente acqua al mulino del riformismo –, vi sono, a nostro avviso, delle analisi e delle conclusioni errate.
Innanzitutto, sulle esigenze reali che spingono diversi compagni a partecipare ad alcune lotte con obiettivi parziali.
Quello della giovinezza che trascolora lasciandosi infiacchire e attirare dalle sirene del realismo è un argomento retorico e offensivo. Non è certo per evitare il rischio di scontri con la polizia oppure quello di dormire sotto le stelle che i compagni hanno partecipato alle battaglie valsusine contro il TAV. È vero esattamente il contrario. Non solo perché quello di affrontare le cariche degli sbirri e quello di dormire per diverse notti all’aperto sono stati, più che dei rischi, dei momenti concretamente vissuti, ma anche perché è proprio l’urgenza dell’avventura – di cui si nutre, come diceva Bakunin, lo stesso desiderio rivoluzionario – ad aver fatto sognare e contribuito a costruire le barricate valsusine. Avventura, sarà il caso di aggiungere, che non deriva tanto o soltanto dall’esposizione alle botte o al freddo, bensì dall’apertura all’ignoto. Fare le cose assieme a chi non è anarchico, battersi senza sapere in anticipo quali saranno i risultati, sperimentare idee e metodi in una lotta i cui tempi non li determiniamo solo noi, capire – fuori dai libri e dall’aria familiare delle iniziative che nascono e finiscono tra compagni – che avvedutezze ed errori hanno un loro peso specifico: tutto questo è avventura, cioè qualcosa di ben diverso dal dir la nostra sul mondo.
Per tanti anni non si è partecipato a simili esperienze, per quanto ci riguarda, semplicemente perché… non c’erano. Si può discutere, ovviamente, sul come intervenire in determinati contesti, ma fare maligne congetture sul perché non ci sembra accettabile. Starsene a casa, a dormire nei nostri comodi letti, aspettando di elaborare i nostri giudizi radicali post festum, sarebbe stato più facile, non più rischioso. Potremmo anche rispondere, proprio perché non siamo dei militanti che separano la gioia dalla lotta, che in Valsusa abbiamo passato alcuni dei giorni più belli della nostra vita. Ora, come accade spesso agli innamorati, può essere che nello slancio appassionato siamo stati poco critici, ma questo è un altro discorso. Per diversi giorni non abbiamo parlato pubblicamente e non abbiamo scritto volantini, semplicemente perché avevamo di meglio da fare: vivere un’occasione collettiva di liberazione individuale. Durante molte assemblee succesive, ai militanti che ci spiegavano dottamente che il problema non è il TAV ma il capitalismo, rispondevamo con la narrazione di momenti valsusini – e per diverso tempo, non solo a noi, è venuto spontaneo narrare invece di analizzare (per questo i fumetti di Asterix, per questo le lettere di Dolcino e Margherita).
Riteniamo tuttavia di non esserci bevuti il cervello. Abbiamo letto qualcosa anche noi sul cittadinismo e sappiamo quale imbroglio si nasconde dietro le cosiddette “alleanze tattiche”. E qui veniamo all’analisi.
Far coincidere cittadinismo e Val Susa – come sembrano fare i compagni di Machete – è un errore di valutazione. Che il cittadinismo attraversi l’esperienza valsusina – come tutte le lotte popolari in questa fase storica – è sicuro; che siano la stessa cosa è un giudizio che riflette la lontananza fisica dalla lotta di chi lo emette.
Tutto ciò ci ricorda quello che diversi anarchici scrivevano a suo tempo sul tentativo, portato avanti da alcuni compagni, di occupare e distruggere in massa l’aeroporto di Comiso dove i padroni volevano costruire una base missilistica. Questi compagni cercavano di coinvolgere la base del PCI invitando il partito a partecipare alla lotta, ritenendo che la spinta insurrezionale avrebbe scavalcato ogni recupero istituzionale. Ebbene, tanti anarchici, di fronte ad un preciso progetto insurrezionale, ricordavano ai compagni siciliani cos’era lo stalinismo, cos’era costato il Fronte popolare in Spagna, ecc. Di fronte agli argomenti usati in quella lotta (speculazione edilizia, danno ambientale, controllo sociale, ecc.), diversi soloni spiegavano l’abc dell’antimilitarismo anarchico, la necessità di distruggere tutti gli eserciti, ecc. Per noi invece, con i suoi limiti e i suoi errori, quella rimane ancora una lotta su cui riflettere. Ma torniamo al tema.
La resistenza contro il TAV è stata a nostro avviso uno dei momenti più significativi del conflitto sociale in Italia da vent’anni a questa parte. Non solo perché ha segnato il ritorno delle barricate erette dalla “gente comune”; non solo perché ha avuto delle forti caratteristiche di autorganizzazione; non solo perché contiene in nuce una critica del progresso tecnologico (se ci riflettiamo bene è forse più “facile” essere contro la guerra che contro un treno: infatti per anni tanti militanti hanno sorriso di fronte a quei montanari che non sapevano apprezzare le magnifiche sorti e progressive, per il proletariato, dello sviluppo economico); ma soprattutto perché ha rimesso nell’aria una novella semplice e diretta: “È possibile”. Una novella che ha saputo colpire il cuore e l’immaginazione di tante donne e tanti uomini che non hanno mai letto un testo rivoluzionario in vita loro.
E questo non solo per la liberazione dei terreni di Venaus (come correvano gli sbirri quel giorno!), ma anche per la nuova socialità creata dai presìdi. Che tutto ciò sia stato narrato da altri come crisi della rappresentanza, democrazia partecipativa, ecc., è indiscutibile. Che la distruzione dei cantieri di Venaus – la quale, ricordiamolo, non è sorta dal nulla – sia interamente neutralizzabile dalla nenia cittadinista è falso. Solo che per sottolineare alcune possibilità al posto di altre, bisogna esserci. I compagni non hanno inseguito le masse, è vero; ma nemmeno le masse “si sono unite ai sovversivi”. È successo altro: un incontro, fatto di conoscenza diretta, di incomprensioni, di scazzi, di fiducia e di amore. Le occasioni insurrezionali sono altra cosa rispetto ad un progetto correttamente applicato: sono, nel senso più forte del termine, esperienze. E come tutte le esperienze fanno saltare molti dei nostri schemi mentali, facendoci travolgere da quella gratitudine che rende anche meno attenti e, forse, rigorosi. Ben venga quindi l’invito al rigore.
Quella valsusina è una “lotta popolare”. Può piacere o meno, ma è così. “Popolare” non rinvia ad un soggetto – il popolo –, ma esprime una determinata qualità, una determinata composizione sociale. Non si tratta di farne l’apologia, ma di descriverla. L’aggettivo popolare contiene un’ambivalenza: si riferisce ad una nozione giuridico-politica (come nelle espressioni “sovranità popolare”, “giudice popolare”, ecc.) e insieme ad un’altra sociale, di classe (come nelle espressioni “quartiere popolare”, “cucina popolare”, ecc.). L’ambivalenza non è, tuttavia, solo nelle parole, ma nella cosa. In un’assemblea dopo l’8 dicembre 2005, un compagno, definendosi insurrezionalista per rispondere a chi diceva che gli insurrezionalisti erano un’invenzione mediatica, disse che la liberazione di Venaus fu un fatto insurrezionale. Un amministratore locale, riferendosi agli stessi avvenimenti, li definì, dopo aver ringraziato “i ragazzi dei centri sociali”, una “lezione di civiltà”…
Ma la lotta in Valsusa è “popolare” anche in un altro senso: la sua composizione è interclassista. Il problema del TAV tocca, per farla breve, sia il farmacista che l’operaio. Si tratta quindi di individuare un “referente di classe”, come lo chiamava qualcuno; ma non in modo astratto e sociologico, bensì nel corso stesso della lotta. (Il cittadinismo è anche un’ideologia tipica delle classi medie).
Non ci sembra che i compagni abbiano cominciato a parlare di “popolo” – lo hanno letto anche loro Stirner… –, ma di “lotte popolari”, il che è ben diverso. Non era forse Bakunin a parlare della rivoluzione come di una “barbarie popolare” e del processo insurrezionale come di un “movimento anarchico delle popolazioni”?
Non si può appiattire un movimento su alcune espressioni scritte (sappiamo bene chi scrive, di solito, durante le lotte), pena una profonda incomprensione. Un paio di esempi. Il primo testo del Patto di mutuo soccorso – quello del luglio 2006 – era uscito da una ristretta riunione romana organizzata (anche) da alcuni esponenti nazionali di Rifondazione comunista. Quando se ne è riparlato a Venaus, quel testo è stato accantonato: molti avevano detto che non lo condividevano affatto pur apprezzando l’idea di una rete orizzontale di mutuo soccorso. Diverse cose sostenute dai compagni e non solo (come ad esempio l’importanza di non creare una struttura decisionale, ma solo un’occasione organizzativa) sono state poi inserite nel testo di presentazone del Patto. Il testo, come si capisce nel leggerlo, non è stato redatto da compagni, ma nemmeno – come suggeriscono i redattori di Machete – da scaltri politicanti abili nel cercare il gergo che mettesse tutti d’accordo, dai cittadinisti agli anarchici. È stato scritto da alcune persone cresciute nelle lotte valsusine, che per “partecipazione attiva dei cittadini”, rifiuto della “delega in bianco” e diversa “politica” intendono un insieme confuso di aspirazioni e non un programma di controllo democratico delle istituzioni. Quel testo riflette l’ambivalenza di cui si parlava poc’anzi. I redattori di Machete ci crederanno se diciamo che in tutte le occasioni possibili abbiamo sostenuto a chiare lettere anche noi che non si tratta di risolvere la “crisi di rappresentanza”, ma di acuirla.
Vale per le attuali lotte contro le nocività (lotte parziali, certo, ché la gente non ci risulta essere mai scesa in piazza per l’anarchia e per il comunismo…) ciò che Marx diceva a proposito dell’Internazionale, e cioè che il suo miglior contributo fu la sua mera esistenza storica.
Se gli anarchici del tempo avessero valutato – si magna licet – la Comune di Parigi unicamente attraverso i suoi proclami, l’avrebbero difesa così energicamente? Una Comune elogiata dai federalisti e da Bakunin, ma anche da Marx e poi da Lenin…
Che il terreno del conflitto valsusino non fosse mal scelto lo dimostrano tanti fatti successivi, ultimi nel tempo i blocchi e gli scontri in Campania (anche qui, quanti abitanti che dichiarano di essere semplici cittadini e non camorristi: cittadinismo!).
La lotta “No Dal Molin” è cosa ben diversa da quella valsusina, sia per la composizione sociale, sia per la presenza al suo interno di una forte cappa rappresentata dai Disobbedienti (deo gratia assenti in Valsusa). Ma anche qui non ci sembra corretto rinunciare alla nozione di recupero (se vogliamo preventivo), appiattendo sul riformismo quella che rimane un’importantissima possibilità: impedire la costruzione della più grande base militare USA d’Europa.
Facciamo notare di sfuggita che il testo dei comitati No Dal Molin citato nell’articolo proviene dal “coordinamento dei comitati” (organismo controllato dalla Cgil e dalla sinistra Ds), e che il “movimento vicentino” è più composito, con alcune realtà paesane effettivamente “popolari” (è una descrizione, non un’apologia…). Che la richiesta di una moratoria non vada affatto da sé, lo dimostrano poi sia il silenzio con cui i riformisti hanno risposto alle critiche pratiche dei compagni durante e dopo la manifestazione del 15 dicembre, sia il fatto che il consiglio di non farsi abbacinare da illusioni parlamentari arrivasse anche da diversi valsusini.
I redattori di Machete sembrano suggerire l’importanza di un intervento autonomo nei contenuti e nei metodi rispetto alla lotta di Vicenza. Giusto. Ma se non è possibile, a loro stesso dire, alcuna “svolta”, a che pro intervenire? Resta forse l’ipotesi di un contributo contro la costruzione della base (obiettivo giusto, o no?), prescindendo completamente da una “lotta No Dal Molin” interamente cittadinista (compresi i blocchi stradali avvenuti altrove: cittadinisti radicali). Il problema esiste, non c’è dubbio. Siamo convinti che i compagni di Machete stiano riflettendo su questa possibilità e troveranno le adeguate risposte teoriche e pratiche.
Per finire alcune considerazioni più generali.
Nello stesso numero del giornale, i redattori difendono Bonnot e compagni dai tanti evangelisti di turno. Giusto. Gli “illegalisti” francesi, ci viene ricordato, oltre a far rapine avevano partecipato a scioperi e ad agitazioni operaie, proletari tra i proletari. Bene. Quello che ci chiediamo è se gli operai dell’epoca fossero tutti anarchici e radicali, oppure se non fossero imbrigliati nelle illusioni del riformismo e del sindacalismo (magari radicale). Perché quei compagni non sono stati a casa, allora, ad esercitare il loro sarcasmo? Cosa vorrà mai dire, per Machete, “lotta sociale”? “Vivere la vita a modo proprio”? Ma allora perché sostenere, qualche pagina dopo, che la ribellione individuale è il primo, necessario passo verso la rivoluzione sociale? (Noi preferiamo pensare, a dire il vero, la rivoluzione come l’occasione generalizzata della rivolta individuale, e non come il suo “superamento”).
Certo, gli errori vanno evitati il più possibile (e l’uso dei pedigree accademici per pubblicizzare delle conferenze, ad esempio, è uno di questi). Ma tra gli errori che si possono commettere, non se ne deve contemplare anche uno particolarmente confortevole?
Infatti, per rovesciare il manifestino riprodotto in Machete sul cittadismo, si potrebbe dire: “Vuoi evitare ogni rischio di recupero democratico? Pensi che lo Stato e il capitale vadano distrutti subito? Non mescolarti con nessuno, anche se costruiscono una base militare a due passi da casa tua”. Tanto per le barricate e le notti sotto le stelle basta… una penna.

alcuni anarchici

P.S.: sulla questione della democrazia diretta (alcuni compagni ne fanno l’apologia? Qual è il rapporto tra insurrezione, democrazia diretta e anarchia?), la prossima volta.

Leggi l’articolo tratto da “Machete”, Individui o cittadini?

macerie @ Febbraio 25, 2008

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