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Dopo parecchie settimane dagli ultimi arresti arrivano alcune parole retrodatate sul prelievo del Dna, coatto e non, da una compagna ancora reclusa. La normalizzazione del campionamento del nostro corredo cromosomico e di quello della popolazione che è costretta a transitare per le stanze della questura continua a far riflettere e immaginare modi per opporsi.

«Il 3 maggio 2017, poche ore dopo gli arresti avvenuti all’Asilo, all’occupazione di corso Giulio Cesare e quella di Borgo Dora, ci siamo dovuti confrontare con il prelievo del Dna in questura prima di essere portati in carcere. Alcuni di noi volevano sapere cosa si intendeva con il “prelievo coatto” e/o non volevano cedere così, in ogni caso. Un testo di un compagno su questo è già apparso qualche giorno dopo e non ho l’intenzione di ripetere la descrizione poiché ho vissuto sensazioni simili: l’esitazione dei poliziotti dato che era una delle prime volte che gli capitava di fare un prelievo coatto, piuttosto che la messa in scena teatrale della funzione dell’estrazione del campione. Scrivo solo alcune parole per aggiungere un racconto e mantenere un’attenzione tra di noi su questo nuovo strumento di schedatura, con cui prima o poi tutti i compagni dovranno confrontarsi.

In quella piccola stanza, ammanettata con le braccia dietro a una sedia con 5-6 digossini e 2 marionette della scientifica, mi si è formata una palla nella pancia dovuta all’impotenza e all’impossibilità di una resistenza pratica, si è velocemente trasformata in una rabbia crescente. La voglia di sputare in faccia al pinguino della scientifica o di dibattermi attivamente era forte per disturbare il formalismo teatrale ridicolo e per non recitare anch’io nella loro stessa maniera. Ma la mia auto-repressione è stata dissuasiva, infatti dopo uno sguardo alla telecamera fissa messa apposta ho deciso che non volevo prendere una nuova denuncia per violenza così. Mi sono rassegnata a rendere il mio corpo chiuso e pesante per fargli avere un po’ di difficoltà nelle loro manovre di blocco al collo e di apertura forzata della bocca. Mi sono rassegnata, limitandomi a sputare per terra tra i due prelievi e fissarli con odio.

Sento una grande frustrazione per non aver resistito attivamente; ero pronta a ricevere colpi da parte della digos e dai carabinieri durante l’arresto, al contrario la messa in scena fredda e formale del prelievo è stata inaspettata e mi ha messo in difficoltà.

Una considerazione mia e una questione aperta è che trovo più violenta la normalizzazione di un prelievo indolore, veloce - come lo è già per molti - piuttosto che il prelievo forzato dopo il rifiuto, anche se inefficace e solo simbolico.
Dopo qualche anno in Italia mi sono state prese un casino di volte le impronte digitali e non riesco ancora ad abituarmi: trovo questo “dettaglio” violento. Quasi ogni volta si crea uno scambio di insulti e diverse ostilità con la scientifica, alcune volte impiegano un bel po’ di tempo a eseguire il protocollo. Perché violento? Perché dentro di me si è quasi normalizzato e questo è il loro obbiettivo; non ci viene più l’idea di resistere o tentare di rendere questa pratica più difficile.
Per questo, anche se simbolico, ed è una scelta individuale, potrei pensare che è importante non dare con il mio consenso il Dna. Questione di principio? Un po’ sicuramente, ma può anche stimolare alcune chiacchiere in carcere o altrove con altre persone, sia con quelle che non hanno problemi di fronte alla schedatura del Dna che con quelle che condividono un sentimento di fastidio e rabbia. E queste possibilità di dialogo non avranno luogo se diventa da un giorno all’altro normalizzato come lo è la presa delle impronte.

Un’altra considerazione abbastanza evidente è che il prelievo diventerà sistematico anche in caso di fermo, e ogni volta che avranno l’occasione anche se te l’hanno già preso - serve a migliorare il campione - . Anche se rimane una scelta individuale penso che la scelta collettiva dovrebbe essere di rifiutare sistematicamente. Da una parte, se per un arresto l’autorizzazione legale del prelievo coatto che deve ordinare il Pm è già pronta o arriva in qualche minuto, non è detto che funzioni per un fermo. Beh, anche se a Torino, viste le Piccole Merde che soggiornano in tribunale, sarebbero capaci di predisporre al volo un permesso per il prelievo coatto anche durante un fermo nel cuore della notte, penso che valga la pena provare a resistere. Dall’altra parte per tentare di ritardare la normalizzazione e l’estensione della popolazione considerata delinquente - in Inghilterra 5,2% della popolazione è schedata, tra cui anche cittadini testimoni e che non sono sotto accusa -.

Vorrei anche immaginare che la moltiplicazione di discussioni attorno ai rifiuti simbolici potrebbe stimolare la voglia di includere questo strumento di controllo come possibile obiettivo di attacco. In altri paesi, come in Belgio, hanno preso fuoco dei laboratori di schedatura Dna.
Per concludere, visto che la resistenza in questura è più di principio che efficace, la resistenza vera è e sarà di continuare a muoversi e colpire con più grande precauzione, senza bloccarsi né spaventarsi. È vero che per la polizia il prelievo è uno strumento molto utile, per i magistrati una prova incontestabile e sembra che la polizia politica lo userà, se hanno risorse e interesse, per diversi tipi di reato, anche considerati abbastanza lievi - per quest’ultima inchiesta avrebbero prelevato tracce di DNA e impronte sulle macchine degli sbirri -. Però è anche vero che impareremo, se già non lo facciamo, a tutelarci e tutelare le nostre azioni tenendo conto di questo mezzo repressivo. Impareremo a lasciare meno tracce possibili senza che ciò ci limiti troppo. Impareremo perché non è una nuova legge o un nuovo strumento repressivo che fermerà la rabbia e la voglia di lottare, ma neanche dobbiamo rendere troppo facile il loro lavoro di merda.
A ‘sto punto mando uno sputo ben schifoso sulla faccia dei boia e 24000 baci intensi a tutte le amiche e amici.»

macerie @ Giugno 24, 2017

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