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Sempre lui

Diario

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Negli ultimi mesi le testate locali del capoluogo sabaudo hanno riportato quotidianamente dati degni di nota per quanto riguarda quella che viene definita “l’emergenza casa”. Non che non fosse già sufficientemente chiaro - e non certo per i trafiletti di quello o di quell’altro giornale -  che gli sfratti a Torino sono tutt’oggi in continua crescita e che in aggiunta si sono moltiplicate le situazioni critiche corollarie al problema della casa. E sì, perché a sottendere l’articolato immaginario degli ultimi anni di una città che riparte di buona lena, c’è una realtà che parla di condizioni di vita sempre più risicate per una grossa fascia di popolazione. Una realtà in cui si perpetua una guerra endogena e continua a tutti coloro che non hanno gli strumenti per inserirsi nel nuovo ciclo economico e nelle maglie del nuovo welfare, promosso dall’amministrazione pubblica e organizzato dal capitale privato. Così, a fianco a chi non può più permettersi un tetto sopra alla testa, cresce il fronte dei morosi che non riescono a sostenere le spese delle utenze, quelle condominiali o del riscaldamento. Uno dei tanti esempi è quello macabro ma chiaro dei morti per colpa di soluzioni di ripiego al sistema canonico di riscaldamento.

Non è però necessario andar a far la conta dei defunti per colpa d’una stufa, perché gli indizi di un peggioramento sostanziale delle condizioni materiali, soprattutto nelle periferie, sono disseminati ovunque. Basta capitare di fronte a un ambulatorio o a un pronto soccorso per capire che sono finite pure le briciole della ridistribuzione, i miseri salvagenti del reddito indiretto: il destino degli sfruttati è quello di non aver più neppure un minimo compensativo all’indigenza. E non che si vogliano qui tessere le lodi dei trent’anni d’oro dello Stato sociale! Tuttavia è indispensabile cercare di mettere quanto più a fuoco le fasi in cui c’è una ristrutturazione del mondo produttivo, di quello riproduttivo e perché ora ancor più che in passato non sia lecito pensarli come momenti separati.

Abbiamo scritto diverse volte di come anche le zone non centrali della città stiano vedendo un interesse rinnovato e quando non ci sono in ballo veri e propri progetti urbanistici, s’insinua spesso un nuovo modo di fare politica basato sulla retorica della partecipazione attiva alla costruzione del territorio. Il caso più evidente è quello dei quartieri a nord per cui è stata prevista anche un agenzia comunale di sviluppo come Urban Barriera. Negli anni questo ente si è occupato di lanciare piccoli progetti come la riqualificazione degli orti urbani un tempo liberi, l’imbellettamento dei muri con opere di Street Art, iniziative ricreative volte a creare affezione verso la città dello sfruttamento. Ma non solo promozione dei piccoli cambiamenti urbani e di eventi sporadici, anche quella di grossi progetti urbanistici come quello della Variante 200 con il suo progetto residenziale di pregio, la linea 2 della metropolitana, il nuovo polo commerciale limitrofo. E sebbene a legger i continui documenti dell’amministrazione riguardo alle periferie sembrerebbe sia iniziato un periodo d’oro per chi vive in città, la realtà dei fatti è molto diversa. Basta buttare un occhio oltre la coltre di questa retorica per vedere le difficoltà alle quali sono costrette le persone.

La possibilità di avere una casa risulta ancora, tra tutte, una buona lente attraverso cui vedere come si stanno sofisticando certi meccanismi di sfruttamento. Del resto l’attenzione dei governanti sul tema è crescente checché se ne dica: da una parte piani di recupero immobiliare, bandi di rientro dalla morosità incolpevole, sostegno massiccio ai progetti di Housing Sociale; dall’altra polizia alle porte di chi non può più pagare e cessione del patrimonio dell’edilizia popolare. In molte zone di Torino i palazzi di proprietà dell’ATC versano in condizioni pietose da tempo e nonostante ciò l’ente preme affinché gli utenti riscattino la proprietà. Non solo per tanti è difficile acquistare la propria casa, ma persino è diventato difficile sostenerne le spese quotidiane. Così i rischi di perdere un tetto colpiscono anche chi ha usufruito di questo diritto sociale. Questo pericolo rende sempre più vicine le posizioni di chi alloggia in una struttura popolare e quella di chi si è sempre barcamenato tra i flutti del mercato privato.

Difficile non annoverare a questo punto il palazzinaro torinese per eccellenza a cui si rivolgono proprio coloro che non hanno grosse possibilità per l’affitto: il dottor Molino. Se le soluzioni proposte dal comune a quella parte della popolazione torinese con pochi soldi in tasca non intendono certo colmare il bisogno essenziale di avere quattro mura, ci sono personaggi come lui a metterci una toppa.

Al numero 38 di via Talucchi, all’agenzia Torino Affitti ogni giorno c’è un gran viavai di gente male in arnese. Stipulare un contratto di locazione tramite questa agenzia, di proprietà di Molino, è semplice anche per chi ha pochi requisiti da poter mostrare. Come negli anni ‘70 affittava fatiscenti soffitte agli immigrati del meridione, oggi i suoi numerosi alloggi sono abitati da moltissimi stranieri. Spesso i suoi appartamenti mancano di un impianto di riscaldamento e sono infestati da insetti ma le spese per far fronte a questi inconvenienti sono - manco a dirlo -  sempre a carico dell’inquilino. Nelle sue palazzine fatiscenti le notifiche di sfratto sono all’ordine del giorno e il controllo della proprietà è garantito con modi a dir poco sui generis: tuttofare che frequentano con regolarità ballatoi e scale dei palazzi, veri e propri scagnozzi, a cui spetta il compito di sfilare dalle buche delle lettere le buste verdi, le raccomandate che avvisano della procedura di sfratto e citano il moroso a presenziare in tribunale e far appello a quei mesi in più che gli spettano prima che arrivi la fase esecutiva. Così gli sfratti di Molino arrivano celermente alla porta, accompagnati dall’ufficiale giudiziario, dal fabbro e da un rognoso rappresentante della proprietà, Roberto, primo tra i tirapiedi.
È capitato che alcuni giorni fa la minaccia di essere buttati fuori casa sia arrivata nel lontano corso Taranto, in una palazzina grigia con campanelli divelti, incastrata tra i casermoni Atc e altre case popolari sotto le sembianze dei vecchi progetti delle città-giardino, sogno infranto dalla ricerca di funzionalità del boom industriale, e un triste mercato poco transitato, ai margini nord della città.
È capitato anche che l’inquilina sia stata previdente: non ha lasciato l’appartamento e si è organizzata assieme ad altri sfrattandi e solidali per riunirsi in un picchetto sotto casa per aspettare insieme l’ufficiale e pretendere un rinvio. Alla fine la proroga è arrivata, anche se per solo tre settimane.
Non succede più così sovente che chi ha lo sfratto scelga di resistere in maniera evidente, organizzandosi con altri. Solitamente l’ufficiale giudiziario nel caso ci sia la presenza di un picchetto di fronte al portone incoraggia, su direttive della questura, l’applicazione dell’articolo 610, l’incidente d’esecuzione, ovvero la sospensione dello sfratto. Così capita di aspettare invano l’ufficiale e il  padrone, che hanno firmato un accordo senza la presenza dell’inquilino costringendolo così a mesi di forte incertezza in cui potrebbe subire uno sgombero a sorpresa.
Il signor Molino, con le sue amicizie e la sua influenza, è solito mobilitarsi per riuscire a ritornare subito in possesso dell’immobile per poterlo rilanciare nel mercato più velocemente possibile. Con carte o senza carte in regola gli sfratti portati avanti dal ras delle soffitte viaggiano su canali straordinari.
Il ritratto un po’ anacronistico di questo palazzinaro non sempre ossequioso delle vie legali, non esclude certo la collaborazione con il pubblico nella gestione delle varie emergenze per cui fanno molto comodo le sue grosse proprietà immobiliari. Certe occasioni di profitto non si possono lasciar scappare: nel 2011 riceve fondi dalla Prefettura per sistemare duecento profughi in arrivo da Lampedusa in un edificio in Via Aquila; l’anno passato le sue proprietà su Corso Vigevano sono diventate Social Housing per 26 famiglie selezionate dallo sgombero del campo rom sul Lungo Stura; attraverso l’agenzia di locazione del Comune, Locare, riesce a mandare in porto contratti d’affitto intascando le agevolazioni.
Le tendenze economiche del mondo attuale spingono l’amministrazione comunale alla collaborazione costante con i proprietari privati nella gestione dell’abitare sociale. Anche se il signor Molino ha le maniere raffazzonate è uno dei più grandi proprietari immobiliari in città e i governanti non hanno certo remore a collaborarci.

Per come stanno evolvendo le politiche abitative nello specifico, o quelle dei servizi più in generale, siamo sicuri che ancora capiterà di parlare in maniera sempre maggiormente sovrapponibile del patrimonio immobiliare pubblico e di quello privato.

macerie @ Marzo 27, 2016

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