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Consigli di lettura / 2

Diario

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Eccovi oggi qualche consiglio di lettura, e di ascolto, per non arrivare impreparati alla serata di venerdì, quando presenteremo l’opuscolo “Errico Malatesta e la violenza rivoluzionaria” e ne discuteremo insieme all’autore. Intanto, qualche passo di Malatesta intorno al tema della violenza, e quindi l’audio dell’intervento al convegno «A centocinquant’anni dalla nascita di Errico Malatesta, anarchico» che ha dato origine all’opuscolo. A venerdì.

 

«[…] Noi siamo per principio contro la violenza e perciò vorremmo che la lotta sociale, finché lotta vi sarà, si umanizzasse il più che sia possibile. Ma ciò non significa punto che noi vorremmo che essa lotta sia meno energica e meno radicale, che anzi noi riteniamo che le mezze misure riescono in conclusione a prolungare indefinitamente la lotta, a renderla sterile ed a produrre insomma una più grande quantità di quella violenza che si vorrebbe evitare. Né significa che noi limitiamo il diritto di difesa alla resistenza contro l’attentato materiale ed imminente. Per noi l’oppresso si trova sempre in istato di legittima difesa ed ha sempre il pieno diritto di ribellarsi senza aspettare che lo si prenda a fucilate; e sappiamo benissimo che spesso l’attacco è il più valido mezzo di difesa […]»

da Fede, 1923

 

 

«Anarchia vuol dire non-violenza, non-dominio dell’uomo sull’uomo, non-imposizione per forza della volontà di uno o di più su quella di altri.
È solo, mediante l’armonizzazione degl’interessi, mediante la cooperazione volontaria, con l’amore, il rispetto, la reciproca tolleranza, è solo colla persuasione, l’esempio, il contagio ed il vantaggio mutuo della benevolenza che può e deve trionfare l’anarchia, cioè una società di fratelli liberamente solidali, che assicuri a tutti la massima libertà, il massimo sviluppo, il massimo benessere possibili.
Vi sono certamente altri uomini, altri partiti, altre scuole tanto sinceramente devoti al bene generale quanto possono esserlo i migliori tra noi. Ma ciò che distingue gli anarchici da tutti gli altri si è appunto l’orrore della violenza, il desiderio ed il proposito di eliminare la violenza, cioè la forza materiale, dalle competenze tra gli uomini.
Si potrebbe dire perciò che l’idea specifica che distingue gli anarchici è l’abolizione del gendarme, l’esclusione dai fattori sociali della regola imposta mediante la forza brutale, legale o illegale che sia.
Ma allora, si potrà domandare, perché nella lotta attuale, contro le istituzioni politico-sociali, che giudicano oppressive, gli anarchici hanno predicato e praticato, e predicano e praticano, quando possono, l’uso dei mezzi violenti che pur sono in evidente contraddizione coi fini loro? E questo al punto che, in certi momenti, molti avversarii in buona fede han creduto, e tutti quelli in mala fede han finto di credere, che carattere specifico dell’anarchismo fosse proprio la violenza?
La domanda può sembrare imbarazzante, ma vi si può rispondere in poche parole. Gli è che perché due vivano in pace bisogna che tutti e due vogliano la pace; che se uno dei due si ostina a volere colla forza obbligare l’altro a lavorare per lui ed a servirlo, l’altro se vuol conservare dignità di uomo e non essere ridotto alla più abbietta schiavitù, malgrado tutto il suo amore per la pace ed il buon accordo, sarà ben obbligato a resistere alla forza con mezzi adeguati.
Supponete, per esempio, che vi accada di venire a conflitto con un qualsiasi Dumini e che egli sia armato e voi inerme, egli spalleggiato da una banda numerosa e voi solo o in pochi, egli sicuro dell’impunità e voi preoccupato dal pericolo che sopravvengano i carabinieri che vi arrestano e vi maltrattano e vi fan restare in prigione chi sa quanto tempo… e poi ditemi se sarebbe il caso di pensare ad uscire dal mal passo persuadendo il vostro Dumini colle buone ragioni ad essere giusto, buono e dolce!

L’origine prima dei mali che han travagliato e travagliano l’umanità, a parte s’intende quelli che dipendono dalle forze avverse della natura, è il fatto che gli uomini non han compreso che l’accordo e la cooperazione fraterna sarebbe stato il mezzo migliore per assicurare a tutti il massimo bene possibile, ed i più forti ed i più furbi han voluto sottomettere e sfruttare gli altri, e quando sono riusciti a conquistare una posizione vantaggiosa han voluto assicurarsene e perpetuarne il possesso creando in loro difesa ogni specie di organi permanenti di coercizione.
Da ciò, è venuto che tutta la storia è piena di lotte cruente: prepotenze, ingiustizie, oppressioni feroci da una parte, ribellioni dall’altra.
Non v’è da fare distinzioni di partiti: chiunque ha voluto emanciparsi, o tentare di emanciparsi, ha dovuto opporre la forza alla forza, le armi alle armi.
Però ciascuno, mentre ha trovato necessario e giusto adoperare la forza per difendere la propria libertà, i proprii interessi, la propria classe, il proprio paese, ha poi, in nome di una morale sua speciale, condannata la violenza quando questa si rivolgeva contro di lui per la libertà, per gl’interessi, per la classe, per il paese degli altri.
Così quegli stessi che, per esempio qui in Italia, glorificano a giusta ragione le guerre per l’indipendenza ed erigono marmi e bronzi in onore di Agesilao Milano, di Felice Orsini, di Guglielmo Oberdan e quelli che hanno sciolto inni appassionati a Sofia Perovskaja ed altri martiri di paesi lontani, han poi trattati da delinquenti gli anarchici quando questi sono sorti a reclamare la libertà integrale e la giustizia uguale per tutti gli esseri umani ed hanno francamente dichiarato che, oggi come ieri, fino a quando l’oppressione ed il privilegio saran difesi della forza bruta delle bajonette, l’insurrezione popolare, la rivolta dell’individuo e della massa, resta il mezzo necessario per conseguire l’emancipazione.
Ricordo che in occasione di un clamoroso attentato anarchico, uno che figurava allora nelle prime file del partito socialista e tornava fresco fresco dalla guerra turco-greca, gridava forte, con l’approvazione dei suoi compagni, che la vita umana è sacra sempre e che non bisogna attentarvi nemmeno per la causa della libertà. Pare che facesse eccezione la vita dei Turchi e la causa dell’indipendenza greca!
Illogicità, o ipocrisia?

Eppure la violenza anarchica è la sola che sia giustificabile, la sola che non sia criminale.
Parlo naturalmente della violenza che ha davvero i caratteri anarchici, e non di questo o quel fatto di violenza cieca ed irragionevole che è stato attribuito agli anarchici, o che magari è stato commesso da veri anarchici spinti al furore da infami persecuzioni, o accecati, per eccesso di sensibilità non temperato dalla ragione, dallo spettacolo delle ingiustizie sociali, dal dolore per il dolore altrui.
La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione. Essa è temperata dalla coscienza che gli individui presi isolatamente sono poco o punto responsabili della posizione che ha fatto loro l’eredità e l’ambiente; essa non è ispirata dall’odio ma dall’amore; ed è santa perché mira alla liberazione di tutti e non alla sostituzione del proprio dominio a quello degli altri.
Vi è stato in Italia un partito che, con fini di alta civiltà si è adoperato a spegnere nelle masse ogni fiducia nella violenza… ed è riuscito a renderle incapaci ad ogni resistenza quando è venuto il fascismo. Mi è parso che lo stesso Turati ha più o meno chiaramente riconosciuto e lamentato il fatto nel suo discorso di Parigi per la commemorazione di Jaurès.
Gli anarchici non hanno ipocrisia. La forza bisogna respingerla colla forza: oggi contro le oppressioni di oggi; domani contro le oppressioni che potrebbero tentare di sostituirsi a quelle di oggi.
Noi vogliamo la libertà per tutti, per noi e per i nostri amici come per i nostri avversari e nemici. Libertà di pensare e di propagare il proprio pensiero, libertà di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace; non libertà, s’intende e si prega i comunisti di non equivocare - non libertà, di sopprimere la libertà e di sfruttare il lavoro degli altri.
»

Da Pensiero e Volontà, 1924

 

 

«McKinley, il capo dell’oligarchia nord-americana, lo strumento e difensore dei grandi capitalisti, il traditore dei Cubani e dei Filippini, l’uomo che autorizzò il massacro dei scioperanti di Hazleton, le torture dei minatori dell’Idaho e le mille infamie che ogni giorno si commettono contro i lavoratori nella “repubblica modello”, colui che incarnava la politica militarista, conquistatrice, imperialistica in cui si è lanciata la grassa borghesia americana, è caduto vittima della rivoltella di un anarchico. Di che volete che noi ci affliggiamo, quando non fosse per la sorte riserbata al generoso che, opportunamente o inopportunamente, con buona o cattiva tattica, ha dato se stesso in olocausto alla causa dell’uguaglianza e della libertà? Lo ripetiamo in questa, come in tutte le occorrenze analoghe: poiché la violenza ci circonda da tutte le parti, noi, continuando a lottare serenamente perché finisca questa orribile necessità di dover rispondere colla violenza alla violenza, pur augurandoci che venga presto il giorno in cui gli antagonismi d’interessi e di passioni tra gli uomini si potranno risolvere con mezzi umani e civili, serbiamo le nostre lacrime ed i nostri fiori per altre vittime che non siano questi uomini i quali, mettendosi alla testa delle classi sfruttatrici ed opprimenti, assumono la responsabilità ed affrontano i rischi della loro posizione. Eppure si son trovati degli anarchici che han creduto utile e bello l’insultare all’oppresso che si ribella, senza avere una parola di riprovazione per l’oppressore che ha pagato il fio dei delitti che aveva commesso o lasciato commettere! È aberrazione, è desio malsano di avere l’approvazione degli avversari, o è malaccorta “abilità” che vorrebbe conquistare la libertà di propagare le proprie idee, rinunziando spontaneamente al diritto di esprimere il vero e profondo sentimento dell’animo, anzi falsificando questo sentimento fingendosi diversi da quello che si è? Lo faccio con rincrescimento, ma non posso esimermi dal manifestare il dolore e l’indignazione che han prodotto in me e in quanti compagni ho avuto occasione di vedere in questi giorni, le inconsulte parole che “L’Agitazione” ha dedicato all’attentato di Buffalo. “Czolgosz è un incosciente!” Ma lo conoscono essi? - “Il suo atto è un reato comune che non ha nessuno dei caratteri indispensabili perché un atto consimile possa ritenersi politico!”. Credo che nessun pubblico accusatore, regio o repubblicano, oserebbe sostenere altrettanto. Infatti, v’è forse qualche motivo per giudicare Czolgosz animato da interessi o rancori personali?… Già, è improprio parlare di delitto in casi simili. Il codice lo fa, ma il codice è fatto contro di noi, contro gli oppressi, e non può servire di criterio ai nostri giudizi. Questi sono atti di guerra; e se la guerra è delitto, lo è per chi in essa sta dalla parte dell’ingiustizia e dell’oppressione. Possono essere, sono, delinquenti gl’Inglesi invasori del Transwaal; non lo sono i Boeri, quando difendono la lor libertà, anche se la difesa fosse senza speranza di riuscita. “L’atto di Czolgosz (potrebbe rispondere “L’Agitazione”) non ha avanzato per nulla la causa del proletariato e della rivoluzione; a McKinley succede il suo pari Roosevelt e tutto resta nello stato di prima, salvo che la posizione è diventata un poco più difficile per gli anarchici”. E può darsi che “L’Agitazione” avrebbe ragione: anzi, nell’ambiente americano, per quanto io ne sappia, mi pare probabile che sia così. Ciò vuol dire che in guerra ci sono le mosse indovinate e quelle sbagliate, ci sono i combattenti accorti e quelli che, lasciandosi trasportare dall’entusiasmo, si offrono facile bersaglio al nemico e magari compromettono la posizione dei compagni; ciò vuol dire che ciascuno deve consigliare e difendere e praticare quella tattica che crede più atta a raggiungere la vittoria nel più breve tempo e col meno di sacrifizi possibile; ma non può alterare il fatto fondamentale, evidente che chi combatte, bene o male, contro il nostro nemico e cogli stessi intenti nostri, sia nostro amico ed abbia diritto, non certo alla nostra incondizionata approvazione, ma alla nostra cordiale simpatia. Che l’unità combattente sia una collettività o un individuo solo non può cambiar nulla all’aspetto morale della questione. Una insurrezione armata fatta inopportunamente può produrre un danno reale o apparente alla guerra sociale che noi combattiamo, come lo fa un attentato individuale che urta il sentimento popolare; ma se l’insurrezione è fatta per conquistare la libertà, nessun anarchico le negherà la sua simpatia, nessuno soprattutto oserà negare il carattere di combattenti politico-sociali agli insorti vinti. Perché dovrebbe essere diversamente se l’insorto è uno solo? “L’Agitazione” ha ben detto che gli scioperanti han sempre ragione, ed ha detto bene, quantunque sia evidente che non tutti gli scioperi siano consigliabili, perché uno sciopero non riuscito può, in date circostanze, produrre scoraggiamento e dispersione delle forze operaie. Perché quello che è vero nella lotta economica contro i padroni non lo sarebbe nella lotta politica contro i governanti, che col fucile del soldato e le manette dei gendarmi vogliono asservirci a loro stessi ed ai capitalisti? Qui non si tratta di discutere di tattica. Se si trattasse di questo io direi che in linea generale preferisco l’azione collettiva a quella individuale, anche perché sull’azione collettiva, che richiede qualità medie abbastanza comuni, si può fare più o meno assegnamento, mentre non si può contare sull’eroismo, eccezionale e di natura sua sporadica, che richiede il sacrificio individuale. Si tratta ora di una questione più alta: si tratta dello spirito rivoluzionario, si tratta di quel sentimento quasi istintivo di odio contro l’oppressione, senza del quale non conta nulla la lettera morta dei programmi, per quanto libertari siano gli affermati propositi; si tratta di quello spirito di combattività, senza di cui anche gli anarchici si addomesticano e vanno a finire, per una via o per l’altra, nel pantano del legalitarismo… È stolto, per salvare la vita, distruggere le ragioni del vivere. A che possono servire le organizzazioni rivoluzionarie, se si lascia morire lo spirito rivoluzionario? A che la libertà di propaganda, se non si propaga più quel che si pensa?…»

da L’Agitazione, 1901

 

 

Ascolta l’audio dell’intervento di Alfredo M. Bonanno al convegno «A centocinquant’anni dalla nascita di Errico Malatesta, anarchico» svoltosi a Napoli nel dicembre del 2003:

macerie @ Maggio 6, 2015

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