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Fuori dai Centri, ma…

Diario

I Centri sono salvi: piegati e smozzicati, alcuni quasi completamente in frantumi, ma sostanzialmente salvi. Maroni ha scelto di limitare i danni dopo che mesi di rivolte, incendi e fughe di massa hanno dimostrato che il sistema concentrazionario dei Cie italiani non è in grado di reggere la determinazione dei figli delle sommosse tunisine e che neanche la creazione frettolosa di nuovi Campi d’emergenza dove rinchiudere la gente appena sbarcata basta a fermare l’onda. Una soluzione a metà, mediata da Tariq Ben Ammar (socio in affari di Berlusconi e vecchio amico di Ben Alì), che combina lo svuotamento progressivo dei Centri e la concessione di qualche migliaio di permessi temporanei con il via libera a rimpatri di massa per chi è sbarcato troppo tardi. Una vittoria, senza dubbio, per chi in questi giorni viene liberato, ottenuta dopo una lotta durissima che ha messo il Ministero con le spalle al muro; ma anche un’ulteriore sfida bruciante per tutti quelli che sono rimasti in gabbia (chi perché è sbarcato troppo presto, chi perché ha sulle spalle precendi espulsioni, chi perché arriva da paesi sbagliati) e che ora vogliono riprendere a lottare: a Torino sono in una trentina, e minacciano lo sciopero della fame e della sete. E vedremo poi cosa succederà a Lampedusa, quando i rimpatri tanto attesi da Maroni funzioneranno a pieno ritmo: il primo volo, la settimana scorsa, è stato preceduto da una sommossa prontamente repressa dai militari di stanza sull’isola e oggi, proprio mentre scriviamo, c’è gente sul tetto del Cie lampedusano che urla «libertà!» e non vuole scendere. Vedremo anche cosa capiterà alla frontiera con la Francia, e se sarà proprio quella linea a trasformarsi in una polveriera.

Sta il fatto che un’ottantina di persone sono uscite già sabato dal Cie di corso Brunelleschi, una cinquantina usciranno da Gradisca, trenta da Modena e via dicendo. Qui a Torino l’Ufficio Immigrazione  ha pensato bene di affidare per qualche giorno i senza-documenti tunisini usciti dal Cie a tutta una serie di associazioni caritatevoli o para-comunali (Terra del Fuoco in primis) che si eran tenute ben lontane dall’argomento fintanto che questi erano clandestini in gabbia e sempre sul piede di guerra coi quali si poteva essere solidali esclusivamente con la lotta. Ora che quelle stesse persone hanno ottenuto la patente di rifugiati e possono essere incasellate in categorie molto più tranquillizzanti ci si può occupare di loro al prezzo di un pasto caldo e un posto letto, facendo bella figura sui giornali e senza il rischio di inimicarsi la Questura o gli alti gradi della Croce Rossa Militare.

Settantasette reclusi di Ponte Galeria, invece, sono stati trasferiti in una caserma di Civitavecchia, in modo da far trascorrere loro le prime ore fuori dal Cie in attesa del permesso ancora dentro a gabbie e muri. Ma hanno trovato, ai cancelli, un presidio di compagni. Ascolta la corrispondenza registrata ieri pomeriggio da Radio Blackout:

macerie @ Aprile 11, 2011

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