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Vi presentiamo qua sotto alcuni passi di un opuscolo che circola in suolo francese, opuscolo che è dedicato alle espulsioni, a come evitarle e a come farsi aiutare per evitarle. Nello specifico, i brani che vi proponiamo sono quelli dedicati agli interventi che i compagni sono soliti fare dentro agli aeroporti, vale a dire al momento della deportazione vera e propria dei senza-documenti, quando si gioca il tutto per tutto e non avanzano altre chance di liberazione.

Come avranno notato i nostri lettori più attenti, è da qualche tempo che tentiamo di documentare come avviene questo passaggio dentro alla macchina delle espulsioni italiana: vi abbiamo raccontato il viaggio di Miguel, poi alcuni viaggi mancati di prigionieri che sono riusciti a farsi cacciare dall’aereo prima che questo prendesse il volo, e vi abbiamo raccontato i primi timidi tentativi di alcuni compagni di qua di intervenire negli aeroporti come si fa comunemente in Francia. Vi giriamo ora questo contributo più “teorico” e articolato visto che l‘idea di intervenire dentro agli aeroporti per aiutare il deportato nella sua (eventuale) resistenza sta continuando ad essere proposta qua in Italia, anche in maniera via via più allargata, come è successo durante gli avvenimenti recentissimi legati alla lotta di Sabri.

L’interesse nostro, come al solito, è quello di far crescere le pratiche e di diffonderle, e questo ci interessa soprattutto quando si tratta di pratiche dirette a costituire un ostacolo materiale alle deportazioni. A costituire un ostacolo magari anche piccolo – come in questo caso, nel quale semplicemente si cercano alleati che possano intervenire su di un aereo preciso e per una espulsione precisa – ma che non si limitino ad essere generiche espressioni di sdegno, o fatti solo comunicativi, oppure operazioni propagandistiche di questa o quella parrocchia militante. Lo sdegno va espresso, per carità!, e comunicare bisogna, ma quel che ci interessa è far viaggiare una vecchia idea che, oramai tanti anni fa, ci hanno messo nel cuore i compagni di Lecce: «si può fare». Che per noi vuol dire: si può contribuire attivamente alla chiusura dei Centri e si può aiutar la gente a sfuggire alle retate o alla deportazione, e lo si può fare anche adesso che la situazione sociale è quella che è e non ci si possono aspettare allargamenti esorbitanti. Questo discorso ci pare valido applicato tanto a questa faccenda dei voli che sembra presa pari pari da un manuale di tecniche non-violente, quanto ad ingranaggi della macchina delle espulsioni che andrebbero affrontati invece con meno garbo: ma il centro è sempre, secondo noi, la volontà di “far frizione”, come diceva in una sua bella frase Thoreau.

Poi ogni pratica ha i suoi limiti intrinsechi, soprattutto quando la si porta di peso da un Paese all’altro. E nel caso dei voli ci tocca ricordarvi che dai Cie italiani la gente viene imbarcata, se non in rarissimi casi, di sorpresa e senza alcun preavviso – cosa che accorcia di molto i tempi a disposizione dei solidali per organizzarsi ed andare all’aeroporto. E poi, soprattutto, che il limite massimo di permanenza dentro ai Centri francesi (32 giorni) fa sì che lì perdere l’aereo un paio di volte possa voler dire essere liberati, mentre qui bisogna perderne molti di più, con tutto quello che comporta.

 

Intervenire contro le deportazioni in aeroporto

In Francia questa pratica d’intervento negli aeroporti esiste in maniera più o meno sistematica sin dal 1998 e si è diffusa maggiormente in questi ultimi tre anni. La maggior parte delle deportazioni avviene per via aerea. Le deportazioni effettuate con il treno, con i cellulari della polizia o via nave, utilizzate per rimpatriare algerini e marocchini, sono più difficili da ostacolare, sia per i reclusi che per i loro amici che stanno fuori.

Se volete resistere alla deportazione, dovete avvisare la vostra cerchia di amici o chi vi sostiene fuori dal Centro e, se conoscete la data esatta del viaggio, dovete comunicarla loro il più presto possibile. Al momento dell’imbarco, il rapporto di forza che si riesce ad instaurare può aiutare ad impedire la deportazione: parlare agli altri passeggeri, fare pressione sulla compagnia aerea. Oggi, in Francia, ci sono senza-documenti che scampano alla deportazione e talvolta vengono perfino liberati. Succede, per esempio, che dei passeggeri dell’aereo rifiutino di viaggiare insieme ad un deportato e questo può spingere il comandante a far sbarcare il senza-documenti. Sempre in Francia, nel 2006-2007, le mobilitazioni degli studenti liceali hanno radunato centinaia di persone che sono intervenute negli aeroporti e che sono riuscite ad impedire delle espulsioni, ma tante altre espulsioni sono state ostacolate grazie all’intervento di soltanto cinque o sei persone.

Attento! Non serve a niente fare vedere unicamente agli sbirri che non vuoi essere deportato, c’è il rischio soltanto di farsi menare inutilmente. Meglio conservare le forze per il momento in cui ci saranno altri testimoni oltre ai poliziotti, vale a dire dei passeggeri: questo potrebbe incitarli a reagire. Generalmente, il senza-documenti è portato nell’aereo prima degli altri passeggeri.

È preferibile che manifesti il tuo rifiuto di essere espulso in maniera rumorosa. Spesso i poliziotti provano ad impedire al senza-documenti di parlare. Chiunque voglia rifiutare l’imbarco deve sapere che subirà delle violenze. Aspettare l’ultimo momento per poi resistere clamorosamente può aiutare ad attenuare queste violenze grazie alla presenza dei testimoni. In più, se gli sbirri capiscono che vuoi ostacolare l’espulsione, possono decidere di utilizzare la nave o il treno, e questo complica le cose. Si deve anche stare particolarmente attenti a non accettare né cibo né bibite il giorno della deportazione (se ne conoscete la data): non è raro che l’amministrazione del Centro ci mescoli dei calmanti o dei sonniferi che annullano qualsiasi volontà e dunque cancellano ogni possibilità di opporsi all’espulsione.

La prima difficoltà è di sapere con quale aereo il senza-documenti sarà espulso. Teoricamente, in Francia, il prigioniero deve essere informato in anticipo di quando e come partirà. In certi Centri è possibile conoscere la data e l’ora dell’espulsione perché vengono segnati su un tabellone. Si deve regolarmente chiamare il senza-documenti al Centro per chiedergli se conosce la data e chiedergli di avvertire se è informato di qualcosa.

Ma, nella pratica, quando l’amministrazione sospetta che ci possa essere il rischio di un rifiuto d’imbarco oppure di mobilitazione esterna, il recluso può non essere avvertito, o addirittura ricevere false informazioni da parte della amministrazione.

Attenzione! L’amministrazione può deportare fino al giorno di scadenza del trattenimento. Si deve rimanere in allerta fino alla fine. Se la detenzione scade alle due del pomeriggio si può anche essere portati fuori dal Centro all’una ed caricati sull’aereo alle quattro. È totalmente legale visto che si è usciti dal Centro prima dell’ora della fine del trattenimento.

Sin dall’inizio della detenzione, il trattenuto può dare ai suoi compagni di prigionia i numeri di telefono dei suoi amici o dei parenti che stanno fuori, chiedendo loro di avvertirli immediatamente se i poliziotti vengono a prenderlo per portarlo all’aeroporto.

Una volta conosciuta la data del espulsione si deve capire il più velocemente possibile con quale volo e da quale aeroporto il senza-documenti sta per essere espulso. Di solito gli orari di volo sono disponibili sui siti Internet di ogni aeroporto. Si può anche cercare sui siti come “Expedia” o “Opodo”, utili quando i voli non sono diretti e viene fatto uno scalo in un altro paese europeo.

Appena conosciuti l’orario e il luogo esatto della partenza dell’aereo, si deve andare all’aeroporto. Anche essendo in 3 l’intervento può essere efficace. È meglio essere sul posto tre ore prima della partenza per parlare con più passeggeri possibile tra quelli che stanno in coda al check-in. Però, nel caso di una espulsione a sorpresa, quando si viene avvertiti all’ultimo momento, vale la pena andarci anche soltanto mezz’ora prima del volo, perché si può sempre trovare qualche ritardatario.

È importante parlare con ognuno dei passeggeri per spiegare la situazione e dire a tutti di rifiutare di viaggiare con un deportato. Spiegare che il comandante di bordo ha tutti i poteri e può decidere di non decollare con un persona deportata nell’aereo. Di fatto, il comandante è l’unico padrone a bordo. I passeggeri possono esprimere il proprio rifiuto restando semplicemente in piedi: ovviamente questo funziona meglio se sono in tanti a farlo. Possono anche rivolgersi alle hostess, agli steward, al comandante di bordo per spiegare che rifiutano di viaggiare in queste condizioni.

Si deve spiegare ai passeggeri che generalmente gli sbirri salgono nell’aereo per intimidirli e convincere tutti quanti di chiudere il becco. Ricordare ai passeggeri che è meglio evitare qualsiasi contatto con i poliziotti. Non sono gli agenti, infatti, a decidere dello sbarco e parlare con loro potrebbe fornire pretesti per denunce. È meglio rivolgersi unicamente al personale dell’aereo.

Gli espulsi sono spesso messi in fondo all’aereo dietro una tenda, ammanettati e a volte persino imbavagliati. Se i passeggeri vogliono reagire collettivamente, è preferibile incoraggiar loro a rimanere ai piedi della scaletta finché il detenuto non sia sceso. Il rifiuto di salire nell’aereo riscontra un maggiore successo quando è di massa. Può essere utile scambiarsi il numero di telefono con i passeggeri quando ci sembra siano disponibili ad intervenire nell’aereo. Questo permette di sapere quel che succede a bordo. E poi, se il senza-documenti viene arrestato per resistenza le testimonianze dei passeggeri possono servire.

È molto importante sapere che quando i passeggeri si mettono in mezzo, o manifestano il proprio disaccordo, rischiano di essere sbarcati dall’aereo e denunciati, quando non arrestati. È preferibile non nasconderlo ai passeggeri, sempre specificando che fino ad oggi i passeggeri che sono stati ben sostenuti se la sono sempre cavata egregiamente, al massimo con una multa. I contatti scambiati (telefoni o mail) permettono, in caso di problemi successivi, di organizzare un sostegno e di preparare una difesa con le testimonianze degli altri passeggeri.

Prendere contatto con il personale che lavora al bancone della compagnia di volo e chiedere di vedere il capo dello scalo permette di informare il comandante di bordo della vostra presenza e del fatto che il volo rischia di essere “disturbato”. Nei piccoli aeroporti è anche possibile parlare con il personale di bordo, che spesso utilizza lo stesso sportello d’imbarco dei passeggeri. È utile anche rompere le palle ai sindacati degli aeroportuali (bombardandoli di telefonate e di fax, per esempio) per spingerli a far pressione pure loro: possono rifiutarsi di pulire l’aereo, o di rifornirlo di carburante, come è successo in Francia nel 2000.

 

 

Intervenire contro le deportazioni via nave

È molto più difficile ma non è impossibile. A Marsiglia varie deportazioni sono state impedite grazie alla mobilitazione dei marinai della Sncm, che però fino ad ora si occupano solo delle famiglie seguite da Réseau Education Sans Frontière, che è una rete molto attiva nel proteggere i bambini dei senza-documenti scolarizzati nelle scuole francesi.

Sempre a Marsiglia, una deportazione è stata evitata grazie a dei militanti che sono saliti sulla stiva della nave e si sono messi a parlare con il capitano (era una nave algerina). A Sète, invece, nel marzo del 2009, tre deportazioni sono state bloccate occupando il tetto della cabina più alta mentre altri solidali manifestavano al porto. La reazione dei passeggeri e del personale è stata buona.

macerie @ Luglio 30, 2010

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