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Alcuni fatti di questi giorni ci lasciano supporre che ancora vi siano equivoci diffusi sul ruolo esatto che giocano dentro alla “macchina delle espulsioni” tutta quella serie di organizzazioni “umanitarie” o “assistenziali” che hanno in mano la gestione dei 13 Centri di Identificazione ed Espulsione che se ne stanno disseminati sullo stivale. Parliamo della Croce Rossa, intanto, ma anche della Misericordia, dei consorzi di cooperative Connecting People e Self, solo per fare i primi nomi che ci vengono in mente. Tutte le volte che si pone la questione sul tappeto c’è sempre qualcuno che si alza in piedi e dice: «ma perché ve la prendete con loro?», «se non ci fossero loro a curare i “trattenuti”, chi lo farebbe?». Soprattutto quando si parla di Croce Rossa, poi, sembra quasi che il suo ruolo dentro ai Centri sia di organizzare i turni in infermeria, controllare la data di scadenza dei medicinali e vegliare sul rigoroso rispetto dei “diritti umani” dentro alle gabbie. Non è così.


Gestire un Cie vuole dire averne in appalto la gestione complessiva. Vuole dire ricevere dei soldi dal Ministero e con quelli organizzarne la vita all’interno - fuorché la mera sorveglianza, affidata alle Forze Armate e alla Polizia. La Croce Rossa dentro ai Centri che gestisce è responsabile di tutto e quello che non fa direttamente con le proprie mani lo appalta ad altri mantenendone sempre la responsabilità principale. È la Croce Rossa a doversi lagnare con la Camst e la Sodexo se dentro alla minestra dei reclusi compaiono scarafaggi o se gli spinaci che vengono serviti sono scaduti, non la Prefettura. E pure della qualità delle lenzuola e della pulizia è responsabile la Croce Rossa. La Croce Rossa sceglie come spendere i soldi delle prefetture, come organizzare i servizi, opera scelte in autonomia e altre di comune accordo con i responsabili della Questura. Dentro ai Centri, insomma, la Croce Rossa è talmente indaffarata che… non ha il tempo di curare l’infermeria, che di fatto è ridotta a un distributore automatico di psicofarmaci e calmanti. Per non parlare della fine che fa la famosa “supervisione umanitaria”.

Ci spieghiamo con una immagine precisa: in due dei tre Centri gestiti attualmente dalla Croce Rossa in Italia i crocerossini hanno in mano le chiavi delle gabbie. Le aprono, le gabbie, quando serve, e quando serve le chiudono. A Ponte Galeria a Roma e in via Corelli a Milano ciò che ogni giorno e ad ogni ora separa un senza-documenti dalla libertà è un crocerossino con delle chiavi in mano. E anche se in corso Brunelleschi a Torino il mazzo di chiavi lo tengono materialmente in mano i poliziotti, il ruolo dei crocerossini nei Cie è quello dei carcerieri.

Anche se non fosse vero che i crocerossini chiudono gli occhi di fronte ai pestaggi o che vi partecipano; se non fosse vero che ridono quando i reclusi disperati si mutilano e urlano di dolore; anche se non fossero complici degli abusi sessuali contro le detenute e negligenti di fronte ai malori anche gravi dei prigiornieri; anche se tutto questo non fosse mai accaduto, anche se Hassan non fosse morto sotto i loro occhi indifferenti, e neanche Salah o Mabruka - anche se tutto questo non fosse mai accaduto, i crocerossini impiegati nei Centri rimangono comunque dei carcerieri.

L’”imparzialità”, l’”equidistanza” della Croce Rossa tra lo Stato e i reclusi è tutta sbilanciata verso la fedeltà alle leggi dello Stato che rinchiude. Essere equidistanti e imparziali, a rigor di logica, vuole dire valutare la possibilità di violare le leggi, di aprire le gabbie. È evidente che non può essere così e che questa “equidistanza”, questa “imparzialità”, non sono che vuoti artifici retorici. Qualunque affiliato alla Croce Rossa che voglia dare sostanza concreta a questi attributi deve partire dalla pretesa che l’istituzione per la quale presta servizio esca dai Centri. E lo stesso vale per gli operatori della Misericordia di Modena o Bologna, dei cooperanti della “Connecting People” a Gorizia o di quelli del consorzio Self, della cooperativa Albatros, di “Malgrado tutto”, di Sisifo, della Blucoop…

Non è un discorso nuovo il nostro. Ma è importante chiarirlo proprio adesso, e soprattutto a beneficio di chi definisce le nuove leggi sull’immigrazione “leggi razziali” e “campi di concentramento” i Cie. Non ci debbono essere più equivoci, né scuse: se i Cie sono davvero “sempre più simili a campi di concentramento”, volerli gestire è cosa infame, e va detto forte. Di fronte a un “Campo” la non-collaborazione è il minimo, e bisogna saperla pretendere, bisogna lottare per allargarla e approfondirla. E se le nuove leggi sono davvero “leggi razziali” a nulla servono petizioni e i cortei se poi il Governo applica queste leggi con il lavoro delle nostre mani.

O si sceglie la non-collaborazione, e poi l’opposizione attiva, pratica e determinata, o si finisce in un ginepraio fatto di dichiarazioni roboanti e compromessi, di bei principi e pratiche collaborazioniste, di discorsi forbiti ed equivoci interessati. Un ginepraio nel quale ogni tensione etica svanisce e con lei anche il senso stesso delle parole e del nostro essere uomini.

(Tutti gli audio del video che vi alleghiamo sono brani di telefonate effettuate negli ultimi cinque mesi con reclusi dei Cie di via Corelli, Ponte Galeria e corso Brunelleschi - tutti e tre gestiti dalla Croce Rossa. Le telefonate sono state trasmesse in diretta da Radio Blackout di Torino e da Radiocane di Milano, oppure archiviate nel sito della trasmissione //Macerie su macerie//)

Leggimi in lingua francese

Les clefs

Quelques faits survenus ces derniers jours nous laissent supposer qu’il y a des choses équivoques sur le rôle exact que jouent à l’intérieur de la machine à expulser toute une série d’organisations humanitaires ou d’assistance qui détiennent la gestion des 13 centres d’identification et d’expulsion qui sont disseminés sur le territoire. Nous parlons de la Croix Rouge bien sur mais aussi de la  Misericordia, des consortiums des coopératives  Connecting People et Self pour parles des 1ers noms qui nous viennent à l’esprit. A chaque fois que cette question revient sur le tapis, il y a toujours quelqu’un pour dire «  Mais pourquoi vous vous attaquez à eux », « Si ce n’était pas eux qui soignaient les retenus ?, qui le ferait? ». Avant tout, quand on parle de la Croix Rouge on a presque l’impression que son rôle dans les centres se limite à organiser les gardes à l’infirmerie, à contrôler la date de péremption des médicaments et à veiller au rigoureux respect des «  droits humains » dans les cages. Ce n’est pas comme ça.

Gérer un centre ça signifie avoir en adjudication la gestion complète. Ca signifie recevoir de l’argent du ministère et avec eux organiser la vie à l’intérieur – en dehors de la surveillance, confiée aux forces armées et à la police. La Croix Rouge qui gère les centres est responsable de tout et ce qu’elle ne fait pas directement de ses propres main, elle l’adjuge aux autres, gardant toujours la responsabilité principale. C’est la Croix Rouge qui doit se plaindre auprès de la Camst et de la Sodeho si dans la soupe des retenus il y a des cafards ou si les épinards qui sont servis sont périmés, pas la préfecture. Pareil pour la qualité des draps et de la propreté, c’est la Croix Rouge qui est responsable. La Croix rouge choisit comment dépenser l’argent des préfectures, comment organiser les services, opère certains choix en autonomie et d’autres en commun accord avec les responsables de la préfecture de police. Dans les centres en fait, la Croix Rouge est tellement affairée qu’elle n’a pas le temps de soigner l’infirmerie qui de fait est réduite à un distributeur automatique de psychotropes et calmants. Voilà en quoi consiste la fameuse « supervision humanitaire ».
Expliquons nous avec une image précise : dans 2 des 3 centres gérés actuellement par la Croix Rouge en Italie, les salariés ont en main les clefs des cages. Ils les ouvrent les cages, quand il faut, et quand il faut, ils les ferment. A Ponte Galeria à Roma et à via Corelli à Milano, chaque jour et à chaque heure, à séparer un sans-papier de la liberté il y a un salarié de la Croix Rouge avec des clefs dans les mains. Et aussi au centre Brunelleschi à Turin, même si  le trousseau de clefs  ce sont les policiers qui matériellemnt le tiennent, le rôle des salriés de la Croix rouge dans les CIE est celui de gardiens de prison.
Et meme si ce n’était pas vrai que les salariés de la Croix Rouge ferment les yeux sur les passages à tabac ou qu’ils y participent ; si ce n’était pas vrai qu’ils rient quand des retenus désespérés se mutilent et hurlent de douleur ; si également ils n’étaient pas complices des abus sexuels contre les détenues et négligeants face aux problèmes de santé même graves des prisonniers ; si tout cela n’était jamais arrivé, si Hassan n’était pas mort sous leurs yeux indifférents et Salah et Mabruka non plus, meme si tout cela n’était jamais arrivé, les salariés de la croix rouge travaillant dans les centres restent de toute façon des matons.
L’ « impartialité », l’ « équidistance »  de la Croix Rouge entre l’Etat et les reclus est entièrement déséquilibrée par la fidélité aux lois de l’Etat qui enferme. Être équidistant et impartial, si on est logique, cela veut dire évaluer la possibilité de violer les lois, d’ouvrir les cages. Il est évident que ça ne peut être comme ça et et que cette « équidistance «  », cette « impartialité » ne sont que de vides artifices réthoriques. Quelqu’un affilié à la Croix Rouge qui voudrait donner de la substance à ces qualificatifs doit avoir la prétention que l’institution qu’il sert sorte des centres. Et la même chose vaut pour les salariés  de la Misericordia de Modena ou Bologna, des coopérants de la “Connecting People” a Gorizia ou de ceux du consortium Self, de la cooperativa Albatros, de “Malgrado tutto”, de Sisifo, de la Blucoop…
Notre discours n’est pas nouveau. Mais il est important de le clarifier vraiment maintenant, surtout envers ceux qui définissent les nouvelles lois sur l’immigration «  lois raciales «  » et «  camps de concentration » les CIE. Il ne doit plus y avoir d’excuses ni d’équivoques : si les CIE sont vraiment toujours plus similaires aux camps de concentration, vouloir les gérer est une chose infâme et il faut le dire haut et fort. Face à un camp de concentration , la non collaboration est le minimum et il faut savoir la revendiquer, il faut lutter pour l’élargir et aller au-delà. Et si les nouvelles lois sont vraiment des «  lois raciales » les pétitions et les cortèges ne servent à rien si en plus le gouvernement applique ces lois grâce à notre propre travail.
Ou on choisit la non collaboration et puis l’opposition active, pratique et déterminée ou on finit dans un guépier fait de déclarations ronflantes et compromises, de beaux principes et de pratiques collabos, de discours aiguisés et d’équivoques intéressés. Un guépier dans lequel chaque tension éthique se perd et avec elle aussi le sens même des mots et de notre humanité.

(Tous les enregistrements et vidéo que nous vous joignons sont des enregistrements de coups de téléphone éffectués les 5 derniers mois avec les retenus des CIE de  via Corelli, Ponte Galeria e corso Brunelleschi – tous les 3 gérés par la Croix rouge. Les conversations téléphoniques ont été retransmises en direct sur Radio Blackout de Torino et surRadiocane di Milano, ou archivées sur le site //Macerie su macerie//)

macerie @ Settembre 12, 2009

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