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Cominciamo dalla notizia: ebbene si, viviamo in un mondo di "pirati".
Sparsi ovunque, ma se li raggruppassero (forse è inutile chiamarsi fuori,
meglio: se ci raggruppassero) equivarrebbero (equivarremmo) alla
popolazione di un continente. Tutti pirati, dunque, pirati di musica. La
notizia, la conferma della notizia, viene dall'osservatorio dell'lfpi, la
sigla creata da tutti i potentati dell'industria discografica per
controllare quel che avviene sui mercati. Dunque, stando all'ultimissima
relazione dell'Ifpi, la "pirateria" provocherebbe danni alle major per 4,5
miliardi di dollari ogni anno. Come si è arrivati a questa cifra
"spaventosa"? (le ironiche virgolette erano nelle "news" di
www.punto-informatico.it, il primo sito a riportare le cifre; come a dire,
insomma, che sono pochi a credere alle major). Come ci si arriva, si diceva?
Così le case discografiche hanno fatto una stima delle copie di Cd illegali
che "girano" nel mondo, e hanno moltiplicato quel numero per il prezzo che
"loro" avrebbero imposto al prodotto. Per nulla sfiorati dal pensiero che
chi compra un cd "copiato" difficilmente avrebbe acquistato la confezione
originale ad prezzo cinque, sei volte superiore. Ma non è tanto questo
l'importante ora.
Di più contano le altre definizioni della lfpi.
Quelle per cui "pirateria" diventa una parola omnicomprensiva: che sta ad
indicare sia Sir Francis Drake, corsaro con tanto di patentino nel suo
paese, sia Sandokan, che per sé non ha mai rubato nulla, ma che usa i
prahos per dare l'arrembaggio a chi ha invaso il suo paese. Tutto uguale
per le major: dall'organizzazione criminale, che duplica i cd perfettamente
uguali all'originale con tanto di cellophane sulle copertine, fino agli
appassionati che si scambiano su Internet i brani registrati a qualche
concerto. Con i file mp3: quello standard che è in grado di comprimere i
"dati" contenuti in una canzone, lasciandone però inalterata la qualità al
momento dell'ascolto. Permettendo di trasferire sul proprio computer un
brano in soli dieci minuti e di poterlo sentire (o masterizzare) alla
stessa qualità dell'originale.
Tutti pirati, dunque. E tutti pirati allo stesso modo. Anche se poi,
scorrendo il dossier dell'Ifpi si scopre che le loro stime parlano di cento
milioni di brani- singole canzoni, non interi cd - "scaricati" dalla rete
senza pagare il copyright a chi ne detiene i diritti. Da qui ha preso le
mosse l'ennesima campagna per regolamentare l'uso degli mp3. Campagna che
in qualche modo è stata già anticipata nel nostro paese. Campagna, ancora,
che qui in Italia può già vantare qualche "risultato".
Per loro, però, per le major, per chi ne tutela gli interessi, non certo
per chi consuma musica.
Si sta parlando del caso www.rock.it.
È una storia della fine dell'anno scorso ma se n'è riparlato pochissimo
tempo fa all'Hacklab di Firenze, dove Ferry Byte (di stranonetwork) ha
svolto una relazione sull'argomento.
La storia racconta di un sito che promuove gruppi italiani, garage-band
nostrane.
Non tutte buone, non tutte interessanti ma - tanto per ripetersi - non è
questo il punto.
Il fatto è che la Siae ha provato ad applicare a questo sito -
dichiaratamente no profit - una nuovissima "licenza multimediale".
Dove l'ascolto di un clip musicale di appena 30 secondi comporta una tassa.
Piccola se si vuole (100 euro al mese) ma che comunque cresce e di molto,
se il sito mette in rete brani interi.
E la Siae ha provato ad applicarla proprio a "rock.it", che pure ha sempre
chiesto il permesso agli autori prima di trasferire online i loro brani.
Risultato?
Il sito, che sta trattando con la Siae, per ora ha tolto gli "assaggi"
musicali in Real Audio.
Questo è quel che progetta la "Siae".
Che c'entrano, però, le major? si dirà.
La Siae in fondo parla "a nome" degli autori e non dei produttori.
La risposta - dice Ferry Byte - è in quel che è avvenuto in America.
Lì la potentissima Recording Industry Association ha "mobilitato" le
associazioni degli autori pur di far varare il Digital Millenium Copyright
Act.
Che è solo un lungo elenco di divieti e di limiti all'uso della Rete.
Fanno di tutto, insomma, pur di mettere un argine all'uso del mp3.
Quella sigla (sta per Mpeg 1 layer 3) che potrebbe significare la fine di
un vecchio modo di vendere musica.
E chissà, potrebbe anche significare quello che John Perry Barlow, si
proprio quello dei Grateful Dead, ha scritto poco tempo fa sul sito
dell'Elettronic Frontier Foundation (di cui è uno dei fondatori): "La
musica è proprietà comune dell'umanità ed è una forma di sacrilegio
cercare di possederla".
I "possessori" non demordono, però.
È di quindici giorni fa la notizia che la divisione tedesca della Bmg ha
lanciato sul mercato i primi Cd "protetti".
Non si possono copiare.
Ma si è scoperto che possono essere ascoltati solo sul 5% dei lettori.
Un fiasco.
Così come fino ad ora è stato un mezzo fiasco il tentativo di trovare il
sistema per impedire di scaricare l'mp3 senza autorizzazione.
E allora di più che le contromisure, forse servo solo una sede dove
disegnare nuove regole.
E dove magari non contino solo i desideri di chi scrive e di chi produce
musica ma anche di chi la consuma