La Notizia che non
c’è
9/3/2009
Informazioni
sparite dai media
L’Italia torna al nucleare ? Il parere di A.Baracca (Università di
Firenze)
La soluzione OGM ai problemi
alimentari
La
Francia importa più petrolio di noi. Il nucleare non serve. "L’Italia
torna al nucleare?"
è il titolo del libro che Angelo Baracca ha mandato in libreria solo pochi mesi
fa con la casa editrice Jacabook. Una domanda che oggi
ha risposta: sì, l’Italia torna al nucleare. E anche in tempi piuttosto brevi
sostiene il governo Berlusconi. Baracca, che è un fisico e insegna
all’università di Firenze, spiega in modo dettagliato perché un ritorno al
nucleare nel nostro paese sarebbe inutile o, peggio, dannoso. E perché il mito
del nucleare francese è una bufala.
Professor
Baracca, perché ritiene l’accordo tra Italia e Francia per lo meno
inutile?
«C’è
una cosa che nessuno dice: con le centrali nucleari si produce solo energia
elettrica. Ma l’elettricità è solo un quinto dei nostri consumi energetici.
Oltre l’80% dell’energia che consumiamo per i trasporti o per l’agricoltura non
è elettrica. Le centrali nucleari, quindi, non risolverebbero il nostro
problema: continueremo a importare petrolio. La Francia, che produce il 78%
della sua energia elettrica con il nucleare, importa più petrolio di
noi».
Qualcuno
dice che in Italia produciamo poca energia elettrica, è
vero?
«Non
è vero: abbiamo una potenza installata che supera del 30% la domanda di
elettricità. Solo che il sistema è inefficiente e quindi la nostra elettricità è
la più cara d’Europa. Ma se anche fosse vero che abbiamo bisogno di altra
energia elettrica, potremmo decidere di fare come la Spagna dove, in un anno,
sono stati creati impianti eolici per 3500 megawatt: come 2 centrali e mezzo. La
costruzione di questi impianti costa meno e ha coinvolto l’industria spagnola
con ricadute positive sull’economia. Oppure potremmo fare come le Germania che
punta sul solare, pur avendo meno sole. È questione di
scelte».
Berlusconi
prevede che la prima centrale parta nel 2020. È
realistico?
«Sì,
bisogna considerare una decina d’anni per avere l’opera finita, anche se c’è chi
dice che una centrale si costruisce in 5 anni. In Europa ci sono due centrali in
costruzione come quelle che dovremmo importare in Italia: una è in Finlandia,
l’altra in Francia. Quella finlandese è iniziata 3-4 anni fa e ha già accumulato
2 anni di ritardo e un aumento di costi di 2 miliardi di euro. Il problema è che
una centrale nucleare ha esigenze tecnologiche altissime. Anche i materiali,
come il cemento o l’acciaio, devono essere di qualità superiore. Le industrie
finlandesi non sono in grado di soddisfare questa esigenza. Pensiamo a cosa
potrebbe accadere in Italia dove la Italcementi ha dato cemento taroccato anche
per le grandi opere».
Abbiamo
le competenze per gestire questi impianti?
«Dopo
il referendum sul nucleare dell’87, l’Italia ha smantellato tutto. All’Enea ci
sono una quarantina di dipendenti con le competenze giuste, ma un terzo sono
occupate a smaltire le centrali chiuse e quasi tutti sono prossimi alla
pensione. Il resto è personale a contratto. Possiamo gestire le centrali con i
co.co.pro?»
(fonte:
http://www.alternativerivistatest.it)
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La
catastrofe della soia transgenica in Argentina. Avevano
presentato gli organismi geneticamente modificati come la soluzione a tutti i
problemi dell’umanità. Tra l’altro dicevano, c’è tutta una letteratura, che gli
OGM non hanno bisogno di fertilizzanti chimici o di erbicidi. Non era così.
Nell’Argentina dell’agroindustria della soia, secondo la ONG “Gruppo di
Riflessione Rurale” (GRR) proprio l’agroindustria sta avvelenando una delle
pianure più fertili del mondo dove per non morire di cancro si scappa via. Il
principale colpevole è il glifosfato, un erbicida
inventato dalla Monsanto ma oggi, essendo scaduto il brevetto, prodotto da più
ditte.
Si
starebbero così moltiplicando i casi di tumori infantili, le malformazioni
congenite, i problemi renali, le dermatiti, i problemi respiratori. Secondo uno
studio dell’Ospedale italiano “Giuseppe Garibaldi” di Rosario, nelle zone
fumigate ci sarebbe un aumento di tre volte dei tumori gastrici e ai testicoli,
di due volte per quelli al pancreas e ai polmoni e addirittura di dieci volte al
fegato.
GRR
ha intervistato decine di medici rurali e abitanti dell’interno argentino e
questi sarebbero i risultati tanto che dalla ONG si afferma: “La prima cosa da
fare è una moratoria delle fumigazioni”. Ma il governo argentino con molta
difficoltà può prendere delle decisioni in un territorio sul quale, dalla notte
neoliberale, ha una giurisdizione molto limitata.
Durante
gli anni del neoliberismo, infatti, mezzo territorio agricolo dell’Argentina fu
venduto pezzo per pezzo a multinazionali dell’agroindustria transgenica. Oggi la
metà delle campagne argentine, vaste più volte il territorio italiano, è
piantato a soia transgenica. Per far crescere i 48 milioni di tonnellate di
soia, esportate verso Cina, India e Stati Uniti, e che sono una delle prime voci
dell’export del paese, vengono utilizzati 200.000 litri l’anno di glifosfato. Sembrava facile piantare tutto a soia in un
territorio pianeggiante e con un’agricoltura altamente meccanizzata. Fu così che
dagli anni ’80 in avanti la soia rubò sistematicamente spazio ai boschi,
all’allevamento e ad altre coltivazioni. Se la Monsanto nega che il glifosfato sia tossico, dalla GRR si risponde che il glifosfato è il principale agente usato per le fumigazioni
dei campi di coca in Colombia ed Ecuador e anche in quei casi ci sono denunce
per gravi conseguenze sull’uomo.
Secondo
la denuncia di GRR, raccolta da IPS: “E’ necessario sospendere le fumigazioni
almeno in base al principio di precauzione”. Ma accettare tale precauzione
vorrebbe dire per l’Argentina mettere in crisi completamente il modello agro
esportatore. La rivista “Latinoamerica”, in questi
anni, lo ha più volte denunciato: il modello dell’agroexport produce altissimi guadagni per pochi, spazza via
la piccola agricoltura, non produce lavoro a causa dell’altissimo livello
tecnologico e desertifica le campagne.
(fonte:
sito “Giornalismo partecipativo”)
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La
difesa della vita secondo la Chiesa cattolica (1): scomuniche.
“Le legge di Dio è superiore a quella degli uomini”: il vescovo di Olinda e Recife, monsignor José Cardoso Sobrinho, si è
giustificato così quando ha annunciato di aver comminato la scomunica alla madre
di una bambina di nove anni - violentata e messa incinta dal patrigno
ventitreenne - insieme ai medici che l’hanno fatta abortire. In realtà, il
vescovo si è limitato a “dichiarare” la scomunica, perché la condanna della
Chiesa per chi “procura” un aborto è automatica. Sobrinho ha però tenuto a precisare di non “pentirsi” della
sua decisione, perché «è mio dovere allertare il popolo, affinché abbia paura
delle leggi di Dio». Le repliche, naturalmente, non si sono fatte attendere: il
presidente brasiliano Lula, cattolico, ha parlato di
Chiesa “estremista” e “inopportuna” mentre il suo ministro della Sanità, José
Gomes Temporao, si è detto
«scioccato dalla posizione radicale di questi religiosi che, sostenendo di
difendere la vita, mettono in pericolo un’altra vita altrettanto importante ». A
ricordare il vero volto della Chiesa, chiamata ad essere amica dell’umanità,
hanno pensato le Comunità di base, in un comunicato in cui stigmatizzano anche
la «lontananza radicale della Chiesa del Potere dai drammi umani e in
particolare dalla condizione femminile». Nelle stanze ovattate del Vaticano, non
si è fatto invece mancare il sostegno al vescovo Sobrinho. Per il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto
della Congregazione dei vescovi, intervistato da La Stampa, la scomunica è
“giusta”, perché quello della bambina è sì «un caso pietoso ma il vero problema
è che i due gemelli concepiti erano persone innocenti». Padre Gianfranco Grieco, capo ufficio del Pontificio Consiglio per la
Famiglia, punta invece il dito contro la madre e i medici, che avrebbero cercato
di farsi pubblicità con una storia che doveva “restare riservata”. Ma un po’ di
imbarazzo, negli ambienti ecclesiastici, la vicenda deve averla provocato: il
quotidiano della Cei Avvenire , nell’edizione di ieri relegava la notizia a
pagina 14, accennando pudicamente alle “polemiche” suscitate dalla scomunica
senza insistere troppo sugli “attacchi” di cui la Chiesa sarebbe stata fatta
oggetto.
(fonte:
Indymedia)
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La
difesa della vita secondo la Chiesa cattolica (2): torture e confessione.
Quando
un sacerdote tradisce le regole che guidano la missione, la Chiesa lo isola dai
fedeli: sospeso a divinis. Ancora nessuna sospensione per il sacerdote Christian
Von Wermich chiuso nel carcere penale di Buenos Aires:
testimoni e documenti hanno provato la sua responsabilità in 7 omicidi, 42
arresti illegali, 31 casi di tortura. Anni della dittatura militare. Non odiate
chi vi sta torturando. Volontà di Dio» erano le sue parole di conforto
distribuite dal padre consacrato nelle quattro prigioni segrete attorno a Buenos
Aires. I militari lo invitavano a spiare e Von Wernich
usava la confessione per far parlare quei prigionieri che non si arrendevano
alla tortura. Per dire cosa, poi? Nomi di compagni di scuola scandalizzati dalla
violenza dei generali P2; chiacchiere tra studenti. Von Wermich confessava con la doppia morale di un malandrino. Li
sollecitava ad abbandonarsi al perdono di Dio, e se l’abbandono interessava la
polizia, riferiva, e altre persone sparivano. (…)
Hector
Timerman, console generale dell’Argentina a New York,
riferisce ciò che il padre - Jacobo Timerman, direttore di un giornale indipendente - ha
raccontato e scritto a proposito del sacerdote. «Era presente ai miei
interrogatori e quando la benda che fasciava gli occhi si abbassava per effetto
delle scariche elettriche, vedevo Von Wermich seduto
accanto al capo della polizia di Buenos Aires, Ramon Camps. Mi guardavano come si guarda un cane che sta
morendo». Nei verbali del tribunale la commozione di Maria Mercedes Molina Galarza: è nata in una
prigione segreta, Von Wermich l’ha battezzata
promettendo a Maria Mercedes e ad altri sei ragazzi, tranquilli, vi accompagnerò
al confine. La vostra pena sarà l’esilio. Von Wermich
ha consegnato la bambina ai nonni: molto devoti, gli si erano rivolti per sapere
qualcosa della figlia scomparsa. «Si farà viva lei, forse fra un anno, forse da
un altro Paese. Non posso dire di più». Con la piccola fra le braccia, il cuore
dei nonni si è aperto. Hanno preparato una valigia, vestiti, qualche soldo. «Ne
avrà bisogno. Gliela consegno personalmente. Mi raccomando, silenzio...». Ma il
viaggio della ragazza madre (Liliana Galarza) e dei
suoi compagni, è stato un viaggio breve. Julio Emilio Emmended, poliziotto condannato per sette delitti, racconta
come è finito. «Padre Christian Von Wernich benedice i
sovversivi ammanettati e mi raggiunge nell’automobile dove aspettavo assieme a
Jorge Bergés, medico della
polizia segreta. “Adesso sono vostri”. Allora scendo con la pistola in mano e
quando i sovversivi vedono la pistola cercano di disarmarmi ma hanno le mani
legate. Colpisco col calcio dell’arma, li stordisco. Interviene il medico: due
iniezioni per uno, sempre nel cuore. Il liquido è rosso, veleno. Sconvolto, li
vedo morire ma padre Von Wermich mi rincuora. “L’hai
fatto per la patria. Dio sa che hai agito per il bene del Paese”. (…). Crolla la
dittatura e Von Wernich sparisce. Passa dal Brasile,
lo ritrovano in Cile: un settimanale di Santiago lo fotografa mentre
distribuisce la comunione non lontano dalla capitale. Il nome era falso, nessuno
poteva sospettare. Possibile che la Chiesa cilena avesse affidato la cura di una
parrocchia ad un sacerdote argentino senza voler sapere da Buenos Aires “come
mai è qui”? Mistero che si perde nella rete dei cappellani militari. Cinque
minuti dopo la condanna, il comunicato della Commissione Episcopale argentina.
Perché cinque minuti dopo e non quattro anni prima quando i delitti di Von Wermich erano da anni documentati? Martin de Elizaide, vescovo della diocesi della quale Von Wermich era sacerdote chiede che il religioso «venga
assistito affinché riesca a comprendere e riparare il danno arrecato con scelte
personali che non coinvolgono le istituzioni». Lascia capire che la procedura
necessaria alla Chiesa per prendere una decisione sarà lunga: non ne fissa il
tempo. In fondo, è solo uno dei tanti sacerdoti che hanno abbracciato gli ideali
fascisti della dittatura. (…) A Buenos Aires e in Vaticano la gerarchia
cattolica è impegnata a difendere il diritto alla vita dal concepimento alla
morte naturale. Questo diritto alla vita prevede la condanna di chi brucia la
vita con torture e delitti? (fonte:
Indymedia)
Maurizio
Chierici
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