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JUGOSLAVIA 10 ANNI DOPO. ll 24 marzo 1999
Per i suoi bombardamenti
Quei bombardamenti rappresentarono
l'apice in un processo di attacco a quel paese, multinazionale e sovrano, per
il quale era stata programmata la disgregazione e la svendita al capitalismo
straniero.
Negli anni successivi, tutti i
settori-chiave dell'economia e del sistema finanziario jugoslavo venivano
ceduti. Le piccole Repubbliche sorte dalla disgregazione erano gradualmente
assorbite nelle alleanze militari euro-atlantiche, e piegate agli obiettivi di
queste.
A sua volta, l'intera vicenda della
crisi jugoslava, che dal 1991 non può dirsi conclusa ancora oggi,
è paradigmatica della fase apertasi con l'abbattimento del Muro di
Berlino: una fase che, lungi dal garantire pace e libertà, è
stata caratterizzata da guerre e devastazioni, "vendute" alle
opinioni pubbliche attraverso pelose retoriche dei "diritti" e
disoneste campagne di disinformazione. Cosicché ad esempio l'Italia,
dopo avere reiteratamente violato la propria Costituzione fungendo da base di
lancio per i bombardamenti e partecipando a numerose missioni di guerra in
paesi vicini e lontani, si ritrova ancora ad impiegare fette crescenti del
proprio bilancio statale per finanziare la macchina militare, nonostante la
crisi economica e sociale che incalza... e deve ospitare ulteriori basi
militari straniere sul proprio territorio!
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A FINLANDIA NEI GUAI CON IL NUCLEARE EPR. Comunicato stampa del 5 marzo 09 di
Greenpeace:
Liti a suon di miliardi in Europa,
per chi ha deciso di investire nella costruzione di nuovi impianti Epr che si rivelano ogni giorno più costosi e,
tentando di risparmiare, meno sicuri. Si tratta dello stesso tipo di reattore
nucleare che si vorrebbe costruire in Italia in quattro centrali.
Areva e TVO, i due contraenti nella
costruzione del nuovo impianto nucleare di Olkiluoto
in Finlandia, sono ai ferri corti. Come ha infatti
pubblicato il principale giornale economico finlandese Kauppalehti,
la società costruttrice francese Areva ha
dichiarato di voler procedere per vie legali contro la committente TVO.
Le due società si stanno infatti incolpando l’un l’altra degli enormi
ritardi: l’impianto Epr (Olkiluoto
3), che doveva essere consegnato nel 2009, non sarà consegnato nemmeno
nel 2011, avendo accumulato 3 anni di ritardo nei primi 3 anni di cantiere.
Secondo
Areva stima che OL3 costerà 1,7
miliardi di euro in più rispetto ai 3,2 miliardi di euro stabiliti da
contratto. L’anno scorso ha accantonato riserve per 749 milioni di euro
per Olkiluoto 3, che hanno duramente impattato
sull’utile di esercizio della società, riducendo il risultato di
fine anno del 21%.
Una cosa è certa: comunque
andrà a finire, gli ulteriori ritardi e costi peseranno non poco sulla
bolletta dei cittadini finlandesi. Secondo la testata finlandese Kauppalehti gli utenti finali finlandesi si accolleranno
almeno 3,5 miliardi di euro in più rispetto al passato.
“Su questi aspetti
l’informazione in Italia è stata molto carente.- Denuncia Giuseppe
Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia- Se si aggiungono le 2100 ‘non
conformità’ rilevate dall’Autorità di Sicurezza
Nucleare finlandese, il quadro è chiaro: gli EPR costano troppo e per
tentare di ridurre i costi anche la sicurezza viene messa in dubbio”.
Greenpeace Italia
Un riassunto tagliato con l'accetta: Le aziende che collaborano al
progetto di costruzione della centrale nucleare si denunciano a vicenda per
inadempimento contrattuale, dato che tempi e costi si stanno dilatando a
dismisura. E questo nella efficientissima Finlandia!
Ma ve li immaginate ENEL e EDF che si citano in tribunale per miliardi
di euro, quando si capirà che la prima centrale Italiana non
verrà consegnata prima del 2019!, mentre al
contempo continuerà a dilapidare miliardi con infinite varianti di
progetto per garantirne la sicurezza ? L'unico accordo che potrebbero trovare
è quello di spalmare i costi sulle future bollette, come sta succedendo infatti in Finlandia...
Il
Nucleare è morto [
http://mizcesena.blogspot.com/2009/03/risposta-italo-macori-del-pdl-sull... ],
chi sostiene che lo si vuole per garantire un risparmio nella bolletta energetica
dei cittadini o non sa quello che dice, o è animato da desideri
irrazionali, oppure semplicemente agisce in malafede per aiutare le asfittiche
industrie compiacenti desiderose di commesse in tempo di crisi.
PER I PRECARI CHE
PERDONO IL LAVORO: RADDOPPIO DI CHE COSA? I lavoratori precari sono stati
già messi in mezzo alla strada a migliaia negli ultimi mesi, da un
giorno all’altro senza un euro di entrata e senza prospettive; nonfigurano nemmeno nelle statistiche, perché non
sono né licenziati né cassintegrati.
Per altre centinaia di migliaia di
loro il rinnovo del contratto è a rischio nell’immediato futuro.
Venerdì 13 marzo è
rimbalzata una roboante notizia: il governo ha raddoppiato
l’indennità promessa, tra le misure anti-crisi, ai precari che
perdono il lavoro. La propaganda dei media ha enfatizzato il termine
“raddoppio”, adesso si può essere ben contenti, che cosa si
pretenderebbe di più nella crisi?
L’una tantum tragicomicamente
definita “indennità di reinserimento”, passata ora dal 10%
al 20% della retribuzione dell’anno precedente, oltre a essere
un’elemosina miserabile, ha regole così restrittive da contemplare
sì e no un decimo dei precari attualmente privi di una qualsiasi forma
di tutela. Varrà solo per il lavoratore a progetto che abbia un unico
committente, operante in un settore che venga dichiarato “area di
crisi”, e a condizione che la retribuzione dell’anno precedente sia
compresa tra 5000 e 13800 euro, con un minimo di tre e un massimo di dieci mesi
di versamenti.
Il bonus del 20% sarà
decurtato delle trattenute Inps e Inail, che porteranno via il 25%. Per
esempio, a un precario con una retribuzione nel 2008 di 700-800 euro al mese,
che corrisponde più o meno alla media, spetterà, ad andar bene,
un’indennità netta di 1000-1200 euro. Cifra che può bastare
per sopravvivere quanto? un mese e mezzo, due mesi
stringendo la cinghia? E dopo? alla fame, alla ricerca
di un qualsiasi lavoro occasionale, accettando qualunque condizione.
Gli esclusi: non avranno diritto al
bonus i precari che loro malgrado hanno dovuto aprire
partita IVA come lavoratori autonomi, né i giovani che l’anno
scorso non hanno raggiunto i 5000 euro e in buona parte dei casi hanno svolto
mesi di stage non retribuito; sono esclusi i co.co.pro
che hanno lavorato con più di un committente (situazione che è
spesso la norma in certi settori come l’editoria); esclusi anche quelli
che hanno lavorato senza interruzioni per tutto l’anno passato,
raggiungendo magari i 14000 o 15000 euro.
Intanto in pochi anni i lavoratori a
progetto hanno versato 33 miliardi di contributi previdenziali e questi soldi
sono nelle casse dell’Inps, dato non vengono utilizzati per pensioni ai
precari. È un ammortizzatore insufficiente, commentano i sindacati e i
partiti d’opposizione.
Un po’ temono che non basti ad
ammortizzare la rabbia, un po’ tentano in qualche modo
di salvare la faccia; gli stessi che a suo tempo hanno dato via libera
all’istituzionalizzazione del precariato e offerto su un piatto d’argento
per l’arricchimento dei padroni una manodopera tra le più
“flessibili” immaginabili, oggi comunque non mettono certo in
discussione che i precari si debbano accollare nella crisi ulteriori sacrifici,
venendo schiacciati ancora più in basso.
Sono quattro milioni i lavoratori cosiddetti
“atipici”, circa 500 mila nell’industria, di cui quasi 200
mila nell’industria metalmeccanica; 400 mila
sono nel pubblico impiego, dei rimanenti la maggioranza è nei servizi.
Se è vero che in questo momento si trovano nell’oggettiva
difficoltà di resistere e rispondere colpo su colpo, è anche vero
che le illusioni, già poche, stanno crollando una a una.
Un
intervento di Stefano Montanari, Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, recentemente intervenuto a Firenze
d’una conferenza stampa con Beppe Grillo sull’argomento.
“Ormai non
esiste più alcun dubbio a livello scientifico: le micro - e nanoparticelle, comunque prodotte, una volta che siano
riuscite a penetrare nell’organismo innescano tutta una serie di reazioni
che possono tramutarsi in malattie. Le nanopatologie, appunto.
Se è vero che le
manifestazioni patologiche più comuni sono forme tumorali, è
altrettanto vero che malformazioni fetali, malattie infiammatorie, allergiche e
perfino neurologiche sono tutt’altro che rare.
A prova di questo, basta osservare
ciò che accade ai reduci, militari o civili che siano, delle guerre del
Golfo o dei Balcani o a chi sia scampato al crollo delle Torri Gemelle di New
York e di quel crollo ha inalato le polveri.
“Comunque prodotte”, ho
scritto sopra a proposito di queste particelle che sono inorganiche, non
biodegradabili e non biocompatibili. E l’ultimo aggettivo è
sinonimo di patogenico.
Il fatto, poi, che siano anche non
biodegradabili, vale a dire che l’ organismo non
possieda meccanismi per trasformarle in qualcosa di eliminabile, rende
l’innesco per la malattia “eterno”, dove l’aggettivo
eterno va inteso secondo la durata della vita umana. Le particelle di cui si
è detto hanno dimensioni piccolissime, da qualche centesimo di
millimetro fino a pochi milionesimi di millimetro, e più queste sono
piccole, più la loro capacità di penetrare intimamente nei
tessuti è spiccata; tanto spiccata da riuscire perfino, in alcune
circostanze e al di sotto di dimensioni inferiori al micron (un millesimo di m
millimetro), a penetrare nel nucleo delle cellule senza ledere la membrana che
le avvolge.
Come questo accada sarà il
tema di un incipiente progetto di ricerca europeo che vedrà coinvolto
come coordinatore
il nostro gruppo. Se è vero che la natura è una produttrice di
queste polveri, e i vulcani ne sono un esempio, è pure vero che le
polveri di origine naturale costituiscono una frazione minoritaria del totale
che oggi si trova sia in atmosfera (atmosfera significa ciò che
respiriamo) sia depositato al suolo, ed è pure vero che la loro
granulometria media è, tutto sommato, relativamente grossolana.
È l’uomo il grande
produttore di particolato, soprattutto quello più fine. Questo
perché la tecnologia moderna è riuscita ad ottenere a buon
mercato temperature molto elevate a cui eseguire le più svariate
operazioni, e, in linea generale e a parità di materiale bruciato,
più elevata è la temperatura alla quale un processo di
combustione avviene, minore è la dimensione delle particelle che ne
derivano.
A questo proposito, occorre anche
tenere conto del fatto che ogni processo di combustione, nessuno escluso,
produce particolato, sia esso primario o secondario. Per particolato primario
s’intende quello che nasce direttamente nel crogiolo, per secondario,
invece, quello che origina dalla reazione tra i gas esalati dalla combustione
(tra gli altri, ossidi di azoto e di zolfo) e la luce, il vapor d’acqua e
i composti principalmente organici
che si trovano in atmosfera.
Al momento attuale, la legge
prescrive che l’inquinamento particolato dell’aria sia valutato
determinando la concentrazione di particelle che abbiano un diametro
aerodinamico medio di 10 micron - le ormai famose PM10 – e prescrive che la
valutazione avvenga per massa.
Nulla si dice ancora, invece, a
proposito delle polveri più sottili: le PM2,5 (cioè particelle
con un diametro aerodinamico medio di 2,5 micron), le PM1 (diametro da 1
micron) e le PM0,1 (diametro da 0,1 micron).
Sono proprio quelle le polveri
realmente patogene, con una patogenicità che cresce in modo quasi
esponenziale con il diminuire del diametro. E per avere un’idea degli
effetti sulla salute di queste poveri occorre che le particelle siano non
pesate ma classificate per dimensione e contate.
Dal punto di vista pratico, la massa
di una particella da 10 micron corrisponde a quella di 64 particelle da 2,5
micron, oppure di 1.000 da un micron, oppure, ancora, a quella di 1.000.000 di
particelle da 0,1 micron.
Perciò, valutare il
particolato in massa e non per numero e dimensione delle particelle non
dà indicazioni utili dal punto di vista sanitario
e può, anzi, essere fuorviante.
Venendo al problema
dell’inquinamento da rifiuti, è ovvio che questi debbano, in
qualche modo, essere smaltiti.
A questo punto, è necessario
ricordare la cosiddetta legge di Lavoisier o della
conservazione della massa. Questa recita che in una reazione chimica la massa
delle sostanze reagenti è uguale alla massa dei prodotti di reazione.
Il che significa che, secondo le
leggi che regolano l’universo, noi riusciamo solo a trasformare le
sostanze, ma non ad annullarne la massa. Ciò che avviene quando
s’inceneriscono i rifiuti, dunque, altro non è se non la loro
trasformazione in qualcosa d’altro, e questa trasformazione è
ottenuta tramite l’applicazione di energia sotto forma di calore.
Stante tutto ciò che ho
scritto sopra e che è notissimo sia tra gli scienziati sia tra gli
studenti delle scuole medie, se noi bruciamo l’immondizia, altro non
facciamo se non trasformarla in particelle tanto piccole da farle scomparire
alla vista e, con i cosiddetti “termovalorizzatori” – una
parola che esiste solo in Italiano e che evoca l’idea ingenuamente falsa
che si ricavi valore economico dall’operazione – la trasformazione
produce particelle ancora più minute e, dunque, più tossiche.
Malauguratamente, non esiste alcun
tipo di filtro industriale capace di bloccare il particolato da 2,5 micron o
inferiore a questo, ma, dal punto di vista dei calcoli che si fanno in base
alle leggi vigenti, questo ha ben poca importanza: il
“termovalorizzatore” produce pochissimo PM10 (peraltro, la legge sugl’inceneritori prescrive ancora la ricerca delle
cosiddette polveri totali ed è, perciò, ancora più
arretrata) e la quantità enorme di altro particolato non rientra nelle
valutazioni. Ragion per cui, a norma di legge l’aria è pulita.
Ancora malauguratamente, tuttavia,
l’organismo non si cura delle leggi e le patologie da polveri sottili (le
PM10 sono tecnicamente polveri grossolane), un tempo ignorate ma ora sempre
più conosciute, sono in costante aumento. Tra queste, le malformazioni
fetali e i tumori infantili.
Tornando ala legge di Lavoisier, uno dei problemi di cui tener conto
nell’incenerimento dei rifiuti è la quantità di residuo che
si ottiene. Poiché nel
processo d’incenerimento occorre aggiungere all’immondizia calce
viva e una rilevante quantità d’acqua, da una tonnellata di
rifiuti bruciata escono una tonnellata di fumi, da
E in questo breve scritto si tiene
conto solo del particolato inorganico e non di tutto il resto, dalle diossine
(ridotte in quantità ma non eliminate dall’alta temperatura), ai
furani, agl’idrocarburi policiclici, agli acidi
inorganici (cloridrico, fluoridrico, solforico, ecc.), all’ossido di
carbonio e quant’altro.
Affermare, poi, che incenerire i
rifiuti significa non ricorrere più alle discariche è un
ulteriore falso, dato che le ceneri vanno “smaltite” per legge
(decreto Ronchi) in discariche per rifiuti tossici speciali di tipo B1. Si
mediti, poi, anche sul fatto che l’incenerimento comporta il mancato
riciclaggio di materiali come plastiche, carta e legno.
I “termovalorizzatori”
devono funzionare ad alta temperatura e, per questo, hanno bisogno di quei
materiali che possiedono un’alta capacità calorifica, vale a dire
proprio le plastiche, la carta e il legno che potrebbero e dovrebbero essere
oggetto di tutt’altro che difficile riciclaggio.
Tralascio qui del tutto il problema
economico perché non rientra nell’argomento specifico, ma il
bilancio energetico è fallimentare e, se non ci fossero le tasse dei
cittadini a sostenere questa forma di trattamento dei rifiuti, a nessuno
verrebbe mai l’idea di costruire impianti così irrazionali.
Rimandando per un trattamento
esaustivo dell’argomento ai numerosi testi che lo descrivono
compiutamente, compresi i siti Internet dell’ARPA e di varie AUSL, la
conclusione che qualunque scienziato non può che trarre è che
incenerire i rifiuti è una pratica che non si regge su alcun razionale.
Ma, al di là della scienza, il sensus communis del buon padre di famiglia che per i Romani era
legge può costituire un’ottima guida.
Usare i cosiddetti
“termovalorizzatori” spacciandoli per un miglioramento tecnico,
poi, non fa che peggiorare la situazione dal punto di vista del nanopatologo, ricorrendo questi a temperature più
elevate.
Perciò, una pratica simile
non può essere in alcun modo presa in considerazione come alternativa
per la soluzione del problema legato allo smaltimento dei rifiuti, se non altro
perché i rifiuti non vengono affatto smaltiti ma raddoppiati come massa
e resi incomparabilmente più nocivi.”
Stefano Montanari
Mario
Borghezio: "Il regionalismo è solo una copertura. Noi siamo sempre i
fascisti di un tempo"
Mar,
17/03/2009 - 22:41
Una video inchiesta francese smaschera
il leader del Carroccio
Non è stato abbastanza
scaltro, questa volta, Mario Borghezio. Ospite del movimento francese Nissa Rebela (ovvero di quel
Philippe Vardon che la giustizia d’Oltralpe ha
già riconosciuto colpevole non solo di islamofobia
ma, anche, di ricostituzione di partito fascista) non s’è accorto
di come la telecamera che lo riprendeva durante il suo intervento inneggiante
al solito “Padroni a casa nostra” abbia continuato a seguirlo anche
successivamente, quando, allontanatosi dalla sala ed appartatosi con alcuni
esponenti della destra identitaria nizzarda,
s’è messo, sottovoce, a suggerire agli amici francesi la strategia
da seguire al fine di poter uscire dall’isolamento politico.
Queste le sue parole:
“Occorre insistere molto sul
lato regionalista del movimento. E’ un buon modo per non essere
considerati immediatamente fascisti nostalgici, bensì come una nuova
forza regionalista, cattolica, eccetera eccetera…
ma, dietro tutto ciò, siamo sempre gli
stessi”.
http://danielesensi.blogspot.com/
(il passaggio su Borghezio comincia
al quinto minuto)
Ovviamente, onde tutelare
l'onorabilità delle proprie battaglie,
Il video fa parte di
un’inchiesta (“Ascenseur pour les fachos”) dedicata al
montare dell’estrema destra in tutta Europa, trasmessa venerdì
sera dal francese Canal Plus. Dall’Ungheria alla Svezia, passando per
“E’ caduto un
tabù, in Italia”, dice la voce narrante: “quello
del fascismo”. E non si tratta solo di CasaPound
che, tramite la sua organizzazione giovanile, il Blocco Studentesco, davanti
alle scuole distribuisce volantini dagli equivoci contenuti senza che nessuno
dica nulla, bensì -più in generale- di una sorta di acquiescenza
ad un clima fatto di ordinarietà che tende a
legittimare il fascismo, dandogli una parvenza di normalità.
Nelle immagini non ci sono solo il
premier Berlusconi che minimizza gli orrori del Ventennio (“Mussolini non
ha mai ucciso nessuno – ha giusto mandato qualcuno in vacanza”) o
gruppi di suoi sostenitori che a lui inneggiano acclamandolo come nuovo duce.
Ci sono anche due sindaci esemplari: Flavio Tosi e Gianni Alemanno. Il primo
viene mostrato alla testa di un corteo organizzato da Forza Nuova e Fronte
Veneto Skinheads, a braccetto con Andrea Maggioranzi, consigliere comunale che del Fronte Veneto
è stato leader. Di Alemanno, invece, viene presentata una foto inedita
che lo ritrae al funerale del suo “consulente personale”, Peppe
Dimitri, uno dei fondatori di Terza Posizione e dei Nuclei Armati
Rivoluzionari. L’attuale sindaco di Roma, circondato da braccia tese, porta in spalla il feretro, a pochi passi dal
saluto romano di Gabriele Adinolfi, protagonista di
spicco degli anni di piombo condannato per appartenenza ad organizzazioni
terroristiche (ancora Terza Posizione e Nuclei Armati Rivoluzionari).
Certo, tutti possono cambiare idea.
E chi è stato fascista può, col tempo, redimersi. Queste
immagini, però, non risalgono al secolo scorso, bensì ad appena
un paio di anni fa.
Daniele Sensi
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BUONE NOTIZIE DALLA CARTA STAMPATA by Operai Contro
Pubblicato il mar, 17 mar @ 23:09
DAL BLOG DI
GRILLO La crisi è piena di buone notizie. Una tra le migliori è
la fine dei giornali. Il 30/40% della pubblicità li ha abbandonati da
inizio anno. I lettori sono sempre più rari. I dati ufficiosi stimano
tra il 10 e il 20% in meno le copie vendute nell'ultimo anno per molte testate.
Rimane la carità del Governo e molti editori sono con il cappello in
mano nelle sale d'aspetto a Palazzo Chigi. Per vivere grazie alle nostre tasse.
La discesa dei titoli dei gruppi
editoriali è da infarto per chi li possiede. Nei primi due mesi e mezzo
del 2009 Rizzoli Corriere della Sera ha perso il 43%, Mondadori il 33% e il
Gruppo L'Espresso il 42%. In soli due mesi e mezzo! Indovinate quanto possono
perdere in 12 mesi. Se si confrontano i valori minimi e massimi delle azioni
nel 2008/2009 si può arrivare a prefissi telefonici. Il valore del
Gruppo L'Espresso è sceso da 3,026 euro a 0,599, quello di RCS da
Entro il 2009 molti giornali ci
lasceranno per sempre. Il problema occupazionale esploderà per i
professionisti della balla stampata. Battista, Mauro, Mieli, Giordano, Feltri, Belpietro, Romano, Scalfari, Merlo, Giannini. Cosa faranno?
Che futuro li aspetta?
Potrebbero verificare la loro
popolarità con un blog. Tanti accessi, altrettanta pubblicità on line e soldi. Negli Stati Uniti
con 100.000 accessi unici al mese puoi vivere. Rendono fino a 75.000 dollari
all'anno. Metti la tua credibilità e competenza in Rete e chi ti paga,
anche se indirettamente, è il lettore. Scalfari guadagnerebbe 10 dollari
al mese e Giordano dovrebbe pagare lui.
I giornalisti attuali diventeranno
dei disadattati. Un conto è raccontare balle dietro alla scrivania di un
ufficio, altro è confrontarsi con
Uno degli obiettivi del V2 day (iniziativa
dell’aprile 2008 dei meetup di B. Grillo n.d.r.) era la fine dei finanziamenti ai giornali.
Il referendum è stato respinto da Carnevale, ma finiranno prima i
giornali dei finanziamenti. Non è un'eccellente notizia?
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Tommaso Tafi
IL FEDERALISMO DELLA ‘NDRANGHETA. Alla fine sono spuntate anche le prove. La
‘ndangheta calabrese sta cercando in ogni modo
di mettere pesantemente le mani sugli appalti per la costruzione della nuove grandi e piccole opere in cantiere in vista
dell’Expo.
Un arresto che è il risultato
di un’indagine iniziata più di due anni fa dai Carabinieri di
Sesto San Giovanni nei confronti di alcuni gruppi criminali legati alle
famiglie Nicoscia e Arena operanti sul territorio di Cologno Monzese, dove svolgevano attività di
riciclaggio di capitali illeciti e favorivano la latitanza di pericolosi
personaggi in cerca di protezione.
Quello che emerge dalle carte degli
inquirenti è un vero e proprio accordo tra le due famiglie che, pur essendo
impegnate in Calabria in una feroce guerra reciproca a colpi di pistola, non
rinunciavano a spartirsi degli utili derivanti dai cospicui investimenti
effettuati nelle opere pubbliche più importanti. Investimenti ovviamente
volti a riciclare denaro sporco e a rimetterlo in circolazione rinnovato.
Per ora gli affari delle ‘ndrine calabresi si concentravano su alcune opere
già avviate come l’Alta Velocità,
ma dalla relazione presentata dal sostituto procuratore Antimafia Vincenzo Macrì al suo diretto superiore, Piero Grasso, emerge
chiaramente il pericolo che, con la nuova ondata di lavori pubblici appetitosi
connessi con il rinnovamento di Milano e dintorni in vista dell’Expo, il
volume d’affari possa ulteriormente moltiplicarsi. Secondo
“Non ci sono più tanti
satelliti che ruotano intorno a un unico sole, la 'ndrangheta di San Luca -
scrive nella sua relazione Macrì -, ma una
struttura federata, disposta a dialogare con la vecchia casa-madre, ma non
più a dipendere da essa, sia quanto alla nomina dei responsabili della
periferia dell'Impero, sia quanto all'adozione delle nuove strategie e alla
condivisione dei profitti»
Una relazione che, proprio per i
suoi contenuti poco rassicuranti, è stata secretata
dal Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso e non diffusa ai diversi
uffici, allo scopo di preservare al meglio lo stato delle indagini e di non
compromettere l’intera operazione.
Una copia della relazione è
giunta tuttavia in possesso del Sole 24 ore che ha
deciso di non pubblicarne stralci rilevanti ma di fornire solo un quadro
d’insieme, allo scopo di ricordare ai più distratti che la
n’drangheta è, al momento,
l’organizzazione criminale più forte al mondo, con i suoi 400
miliardi di fatturato, -determinato da due accordi fondamentali, quello con i Narcos colombiani e quello con
L’auspicio è quello che
la politica possa reagire prontamente, magari istituendo una Commissione
municipale Antimafia a Milano e negli altri Comuni interessati. Una strada
tuttavia già bocciata dal Prefetto meneghino Gian Valerio Lombardi,
secondo cui una Commissione cittadina non sarebbe la soluzione. Una non
soluzione è sicuramente quella di voltarsi dall’altra parte e far
finta di niente.