Jugoslavia 10 anni dopo

Precari: raddoppio di cosa ?

Mario Borghezio

Buone notizie dalla carta stampata

Il federalismo della ‘Ndrangheta

Inceneritori e nanopatologie

La Finlandia nei guai col nucleare EPR

 

 

 

 

 

JUGOSLAVIA 10 ANNI DOPO. ll 24 marzo 1999 la NATO scatenava, ininterrottamente per 78 giorni, la sua potenza di fuoco contro il territorio della allora Repubblica Federale di Jugoslavia - un paese già amputato con le secessioni iniziate nel 1991, e oggi ulteriormente smembrato tra Serbia, Montenegro e Kosovo.

Per i suoi bombardamenti la NATO utilizzava armi vietate dalle convenzioni internazionali (es. bombe a frammentazione), armi di grave nocumento alle generazioni presenti e future (es. all'uranio impoverito), e mirava contro industrie chimiche, infrastrutture civili, mezzi di trasporto in servizio, ambasciate di paesi terzi...

Quei bombardamenti rappresentarono l'apice in un processo di attacco a quel paese, multinazionale e sovrano, per il quale era stata programmata la disgregazione e la svendita al capitalismo straniero.

Negli anni successivi, tutti i settori-chiave dell'economia e del sistema finanziario jugoslavo venivano ceduti. Le piccole Repubbliche sorte dalla disgregazione erano gradualmente assorbite nelle alleanze militari euro-atlantiche, e piegate agli obiettivi di queste.

A sua volta, l'intera vicenda della crisi jugoslava, che dal 1991 non può dirsi conclusa ancora oggi, è paradigmatica della fase apertasi con l'abbattimento del Muro di Berlino: una fase che, lungi dal garantire pace e libertà, è stata caratterizzata da guerre e devastazioni, "vendute" alle opinioni pubbliche attraverso pelose retoriche dei "diritti" e disoneste campagne di disinformazione. Cosicché ad esempio l'Italia, dopo avere reiteratamente violato la propria Costituzione fungendo da base di lancio per i bombardamenti e partecipando a numerose missioni di guerra in paesi vicini e lontani, si ritrova ancora ad impiegare fette crescenti del proprio bilancio statale per finanziare la macchina militare, nonostante la crisi economica e sociale che incalza... e deve ospitare ulteriori basi militari straniere sul proprio territorio!

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A FINLANDIA NEI GUAI CON IL NUCLEARE EPR. Comunicato stampa del 5 marzo 09 di Greenpeace:

Liti a suon di miliardi in Europa, per chi ha deciso di investire nella costruzione di nuovi impianti Epr che si rivelano ogni giorno più costosi e, tentando di risparmiare, meno sicuri. Si tratta dello stesso tipo di reattore nucleare che si vorrebbe costruire in Italia in quattro centrali.

Areva e TVO, i due contraenti nella costruzione del nuovo impianto nucleare di Olkiluoto in Finlandia, sono ai ferri corti. Come ha infatti pubblicato il principale giornale economico finlandese Kauppalehti, la società costruttrice francese Areva ha dichiarato di voler procedere per vie legali contro la committente TVO.

Le due società si stanno infatti incolpando l’un l’altra degli enormi ritardi: l’impianto Epr (Olkiluoto 3), che doveva essere consegnato nel 2009, non sarà consegnato nemmeno nel 2011, avendo accumulato 3 anni di ritardo nei primi 3 anni di cantiere.

Secondo la CEO di Areva Anne Lauvergon, TVO non ha eseguito le procedure di accelerazione che erano state concordate nel giugno 2008, mentre ha impiegato un anno per l’approvazione dei documenti di costruzione rispetto ai due mesi precedentemente concordati. Per cui Areva ha deciso di chiedere a TVO per via giudiziale 2 miliardi e mezzo di euro. Inoltre, secondo Areva, TVO pretenderebbe a sua volta dall’azienda francese 2,4 miliardi di euro per il ritardo.

Areva stima che OL3 costerà 1,7 miliardi di euro in più rispetto ai 3,2 miliardi di euro stabiliti da contratto. L’anno scorso ha accantonato riserve per 749 milioni di euro per Olkiluoto 3, che hanno duramente impattato sull’utile di esercizio della società, riducendo il risultato di fine anno del 21%.

Una cosa è certa: comunque andrà a finire, gli ulteriori ritardi e costi peseranno non poco sulla bolletta dei cittadini finlandesi. Secondo la testata finlandese Kauppalehti gli utenti finali finlandesi si accolleranno almeno 3,5 miliardi di euro in più rispetto al passato.

“Su questi aspetti l’informazione in Italia è stata molto carente.- Denuncia Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia- Se si aggiungono le 2100non conformità’ rilevate dall’Autorità di Sicurezza Nucleare finlandese, il quadro è chiaro: gli EPR costano troppo e per tentare di ridurre i costi anche la sicurezza viene messa in dubbio”.

Greenpeace Italia

Un riassunto tagliato con l'accetta: Le aziende che collaborano al progetto di costruzione della centrale nucleare si denunciano a vicenda per inadempimento contrattuale, dato che tempi e costi si stanno dilatando a dismisura. E questo nella efficientissima Finlandia!

Ma ve li immaginate ENEL e EDF che si citano in tribunale per miliardi di euro, quando si capirà che la prima centrale Italiana non verrà consegnata prima del 2019!, mentre al contempo continuerà a dilapidare miliardi con infinite varianti di progetto per garantirne la sicurezza ? L'unico accordo che potrebbero trovare è quello di spalmare i costi sulle future bollette, come sta succedendo infatti in Finlandia...

Casella di testo: Torna ai titoliIl Nucleare è morto [ http://mizcesena.blogspot.com/2009/03/risposta-italo-macori-del-pdl-sull... ], chi sostiene che lo si vuole per garantire un risparmio nella bolletta energetica dei cittadini o non sa quello che dice, o è animato da desideri irrazionali, oppure semplicemente agisce in malafede per aiutare le asfittiche industrie compiacenti desiderose di commesse in tempo di crisi.

 

PER I PRECARI CHE PERDONO IL LAVORO: RADDOPPIO DI CHE COSA? I lavoratori precari sono stati già messi in mezzo alla strada a migliaia negli ultimi mesi, da un giorno all’altro senza un euro di entrata e senza prospettive; nonfigurano nemmeno nelle statistiche, perché non sono né licenziati né cassintegrati.

Per altre centinaia di migliaia di loro il rinnovo del contratto è a rischio nell’immediato futuro.

Venerdì 13 marzo è rimbalzata una roboante notizia:  il governo ha raddoppiato l’indennità promessa, tra le misure anti-crisi, ai precari che perdono il lavoro. La propaganda dei media ha enfatizzato il termine “raddoppio”, adesso si può essere ben contenti, che cosa si pretenderebbe di più nella crisi?

L’una tantum tragicomicamente definita “indennità di reinserimento”, passata ora dal 10% al 20% della retribuzione dell’anno precedente, oltre a essere un’elemosina miserabile, ha regole così restrittive da contemplare sì e no un decimo dei precari attualmente privi di una qualsiasi forma di tutela. Varrà solo per il lavoratore a progetto che abbia un unico committente, operante in un settore che venga dichiarato “area di crisi”, e a condizione che la retribuzione dell’anno precedente sia compresa tra 5000 e 13800 euro, con un minimo di tre e un massimo di dieci mesi di versamenti.

Il bonus del 20% sarà decurtato delle trattenute Inps e Inail, che porteranno via il 25%. Per esempio, a un precario con una retribuzione nel 2008 di 700-800 euro al mese, che corrisponde più o meno alla media, spetterà, ad andar bene, un’indennità netta di 1000-1200 euro. Cifra che può bastare per sopravvivere quanto? un mese e mezzo, due mesi stringendo la cinghia? E dopo? alla fame, alla ricerca di un qualsiasi lavoro occasionale, accettando qualunque condizione.

Gli esclusi: non avranno diritto al bonus i precari che loro malgrado hanno dovuto aprire partita IVA come lavoratori autonomi, né i giovani che l’anno scorso non hanno raggiunto i 5000 euro e in buona parte dei casi hanno svolto mesi di stage non retribuito; sono esclusi i co.co.pro che hanno lavorato con più di un committente (situazione che è spesso la norma in certi settori come l’editoria); esclusi anche quelli che hanno lavorato senza interruzioni per tutto l’anno passato, raggiungendo magari i 14000 o 15000 euro.

Intanto in pochi anni i lavoratori a progetto hanno versato 33 miliardi di contributi previdenziali e questi soldi sono nelle casse dell’Inps, dato non vengono utilizzati per pensioni ai precari. È un ammortizzatore insufficiente, commentano i sindacati e i partiti d’opposizione.

Un po’ temono che non basti ad ammortizzare la rabbia, un po’ tentano in qualche modo di salvare la faccia; gli stessi che a suo tempo hanno dato via libera all’istituzionalizzazione del precariato e offerto su un piatto d’argento per l’arricchimento dei padroni una manodopera tra le più “flessibili” immaginabili, oggi comunque non mettono certo in discussione che i precari si debbano accollare nella crisi ulteriori sacrifici, venendo schiacciati ancora più in basso.

Casella di testo: Torna ai titoliSono quattro milioni i lavoratori cosiddetti “atipici”, circa 500 mila nell’industria, di cui quasi 200 mila nell’industria metalmeccanica; 400 mila sono nel pubblico impiego, dei rimanenti la maggioranza è nei servizi. Se è vero che in questo momento si trovano nell’oggettiva difficoltà di resistere e rispondere colpo su colpo, è anche vero che le illusioni, già poche, stanno crollando una a una.

 

Un intervento di Stefano Montanari, Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, recentemente intervenuto a Firenze d’una conferenza stampa con Beppe Grillo sull’argomento.

“Ormai non esiste più alcun dubbio a livello scientifico: le micro - e nanoparticelle, comunque prodotte, una volta che siano riuscite a penetrare nell’organismo innescano tutta una serie di reazioni che possono tramutarsi in malattie. Le nanopatologie, appunto.

Se è vero che le manifestazioni patologiche più comuni sono forme tumorali, è altrettanto vero che malformazioni fetali, malattie infiammatorie, allergiche e perfino neurologiche sono tutt’altro che rare.

A prova di questo, basta osservare ciò che accade ai reduci, militari o civili che siano, delle guerre del Golfo o dei Balcani o a chi sia scampato al crollo delle Torri Gemelle di New York e di quel crollo ha inalato le polveri.

“Comunque prodotte”, ho scritto sopra a proposito di queste particelle che sono inorganiche, non biodegradabili e non biocompatibili. E l’ultimo aggettivo è sinonimo di patogenico.

Il fatto, poi, che siano anche non biodegradabili, vale a dire che l’ organismo non possieda meccanismi per trasformarle in qualcosa di eliminabile, rende l’innesco per la malattia “eterno”, dove l’aggettivo eterno va inteso secondo la durata della vita umana. Le particelle di cui si è detto hanno dimensioni piccolissime, da qualche centesimo di millimetro fino a pochi milionesimi di millimetro, e più queste sono piccole, più la loro capacità di penetrare intimamente nei tessuti è spiccata; tanto spiccata da riuscire perfino, in alcune circostanze e al di sotto di dimensioni inferiori al micron (un millesimo di m millimetro), a penetrare nel nucleo delle cellule senza ledere la membrana che le avvolge.

Come questo accada sarà il tema di un incipiente progetto di ricerca europeo che vedrà coinvolto come  coordinatore il nostro gruppo. Se è vero che la natura è una produttrice di queste polveri, e i vulcani ne sono un esempio, è pure vero che le polveri di origine naturale costituiscono una frazione minoritaria del totale che oggi si trova sia in atmosfera (atmosfera significa ciò che respiriamo) sia depositato al suolo, ed è pure vero che la loro granulometria media è, tutto sommato, relativamente grossolana.

È l’uomo il grande produttore di particolato, soprattutto quello più fine. Questo perché la tecnologia moderna è  riuscita ad ottenere a buon mercato temperature molto elevate a cui eseguire le più svariate operazioni, e, in linea generale e a parità di materiale bruciato, più elevata è la temperatura alla quale un processo di combustione avviene, minore è la dimensione delle particelle che ne derivano.

A questo proposito, occorre anche tenere conto del fatto che ogni processo di combustione, nessuno escluso, produce particolato, sia esso primario o secondario. Per particolato primario s’intende quello che nasce direttamente nel crogiolo, per secondario, invece, quello che origina dalla reazione tra i gas esalati dalla combustione (tra gli altri, ossidi di azoto e di zolfo) e la luce, il vapor d’acqua e i composti principalmente organici

che si trovano in atmosfera.

Al momento attuale, la legge prescrive che l’inquinamento particolato dell’aria sia valutato determinando la concentrazione di particelle che abbiano un diametro aerodinamico medio di 10 micron - le ormai famose PM10 – e prescrive che la valutazione avvenga per massa.

Nulla si dice ancora, invece, a proposito delle polveri più sottili: le PM2,5 (cioè particelle con un diametro aerodinamico medio di 2,5 micron), le PM1 (diametro da 1 micron) e le PM0,1 (diametro da 0,1 micron).

Sono proprio quelle le polveri realmente patogene, con una patogenicità che cresce in modo quasi esponenziale con il diminuire del diametro. E per avere un’idea degli effetti sulla salute di queste poveri occorre che le particelle siano non pesate ma classificate per dimensione e contate.

Dal punto di vista pratico, la massa di una particella da 10 micron corrisponde a quella di 64 particelle da 2,5 micron, oppure di 1.000 da un micron, oppure, ancora, a quella di 1.000.000 di particelle da 0,1 micron.

Perciò, valutare il particolato in massa e non per numero e dimensione delle particelle non dà indicazioni utili dal punto di vista sanitario e può, anzi, essere fuorviante.

Venendo al problema dell’inquinamento da rifiuti, è ovvio che questi debbano, in qualche modo, essere smaltiti.

A questo punto, è necessario ricordare la cosiddetta legge di Lavoisier o della conservazione della massa. Questa recita che in una reazione chimica la massa delle sostanze reagenti è uguale alla massa dei prodotti di reazione.

Il che significa che, secondo le leggi che regolano l’universo, noi riusciamo solo a trasformare le sostanze, ma non ad annullarne la massa. Ciò che avviene quando s’inceneriscono i rifiuti, dunque, altro non è se non la loro trasformazione in qualcosa d’altro, e questa trasformazione è ottenuta tramite l’applicazione di energia sotto forma di calore.

Stante tutto ciò che ho scritto sopra e che è notissimo sia tra gli scienziati sia tra gli studenti delle scuole medie, se noi bruciamo l’immondizia, altro non facciamo se non trasformarla in particelle tanto piccole da farle scomparire alla vista e, con i cosiddetti “termovalorizzatori” – una parola che esiste solo in Italiano e che evoca l’idea ingenuamente falsa che si ricavi valore economico dall’operazione – la trasformazione produce particelle ancora più minute e, dunque, più tossiche.

Malauguratamente, non esiste alcun tipo di filtro industriale capace di bloccare il particolato da 2,5 micron o inferiore a questo, ma, dal punto di vista dei calcoli che si fanno in base alle leggi vigenti, questo ha ben poca importanza: il “termovalorizzatore” produce pochissimo PM10 (peraltro, la legge sugl’inceneritori prescrive ancora la ricerca delle cosiddette polveri totali ed è, perciò, ancora più arretrata) e la quantità enorme di altro particolato non rientra nelle valutazioni. Ragion per cui, a norma di legge l’aria è pulita.

Ancora malauguratamente, tuttavia, l’organismo non si cura delle leggi e le patologie da polveri sottili (le PM10 sono tecnicamente polveri grossolane), un tempo ignorate ma ora sempre più conosciute, sono in costante aumento. Tra queste, le malformazioni fetali e i tumori infantili.

Tornando ala legge di Lavoisier, uno dei problemi di cui tener conto nell’incenerimento dei rifiuti è la quantità di residuo che si ottiene.  Poiché nel processo d’incenerimento occorre aggiungere all’immondizia calce viva e una rilevante quantità d’acqua, da una tonnellata di rifiuti bruciata escono una tonnellata di fumi, da 280 a 300 kg di ceneri solide, 30 kg di ceneri volanti (la cui tossicità è enorme), 650 kg di acqua sporca (da depurare) e 25 kg di gesso. Il che significa il doppio di quanto si è inteso “smaltire”, con l’aggravante di avere trasformato il tutto in un prodotto altamente patogenico.

E in questo breve scritto si tiene conto solo del particolato inorganico e non di tutto il resto, dalle diossine (ridotte in quantità ma non eliminate dall’alta temperatura), ai furani, agl’idrocarburi policiclici, agli acidi inorganici (cloridrico, fluoridrico, solforico, ecc.), all’ossido di carbonio e quant’altro.

Affermare, poi, che incenerire i rifiuti significa non ricorrere più alle discariche è un ulteriore falso, dato che le ceneri vanno “smaltite” per legge (decreto Ronchi) in discariche per rifiuti tossici speciali di tipo B1. Si mediti, poi, anche sul fatto che l’incenerimento comporta il mancato riciclaggio di materiali come plastiche, carta e legno.

I “termovalorizzatori” devono funzionare ad alta temperatura e, per questo, hanno bisogno di quei materiali che possiedono un’alta capacità calorifica, vale a dire proprio le plastiche, la carta e il legno che potrebbero e dovrebbero essere oggetto di tutt’altro che difficile riciclaggio.

Tralascio qui del tutto il problema economico perché non rientra nell’argomento specifico, ma il bilancio energetico è fallimentare e, se non ci fossero le tasse dei cittadini a sostenere questa forma di trattamento dei rifiuti, a nessuno verrebbe mai l’idea di costruire impianti così irrazionali.

Rimandando per un trattamento esaustivo dell’argomento ai numerosi testi che lo descrivono compiutamente, compresi i siti Internet dell’ARPA e di varie AUSL, la conclusione che qualunque scienziato non può che trarre è che incenerire i rifiuti è una pratica che non si regge su alcun razionale. Ma, al di là della scienza, il sensus communis del buon padre di famiglia che per i Romani era legge può costituire un’ottima guida.

Usare i cosiddetti “termovalorizzatori” spacciandoli per un miglioramento tecnico, poi, non fa che peggiorare la situazione dal punto di vista del nanopatologo, ricorrendo questi a temperature più elevate.

Perciò, una pratica simile non può essere in alcun modo presa in considerazione come alternativa per la soluzione del problema legato allo smaltimento dei rifiuti, se non altro perché i rifiuti non vengono affatto smaltiti ma raddoppiati come massa e resi incomparabilmente più nocivi.

Stefano Montanari

                                                                                                                                

Casella di testo: Torna ai titoliMario Borghezio: "Il regionalismo è solo una copertura. Noi siamo sempre i fascisti di un tempo"

Mar, 17/03/2009 - 22:41

Una video inchiesta francese smaschera il leader del Carroccio

Non è stato abbastanza scaltro, questa volta, Mario Borghezio. Ospite del movimento francese Nissa Rebela (ovvero di quel Philippe Vardon che la giustizia d’Oltralpe ha già riconosciuto colpevole non solo di islamofobia ma, anche, di ricostituzione di partito fascista) non s’è accorto di come la telecamera che lo riprendeva durante il suo intervento inneggiante al solito “Padroni a casa nostra” abbia continuato a seguirlo anche successivamente, quando, allontanatosi dalla sala ed appartatosi con alcuni esponenti della destra identitaria nizzarda, s’è messo, sottovoce, a suggerire agli amici francesi la strategia da seguire al fine di poter uscire dall’isolamento politico.

Queste le sue parole:

“Occorre insistere molto sul lato regionalista del movimento. E’ un buon modo per non essere considerati immediatamente fascisti nostalgici, bensì come una nuova forza regionalista, cattolica, eccetera eccetera… ma, dietro tutto ciò, siamo sempre gli stessi”.

http://danielesensi.blogspot.com/

(il passaggio su Borghezio comincia al quinto minuto)

Ovviamente, onde tutelare l'onorabilità delle proprie battaglie, la Lega Nord (che non è un partito fascista, che al di là del federalismo e della sicurezza non persegue secondi fini, e che quando legifera contro i migranti lo fa per tutelare i migranti stessi) senza esitazione provvederà ad espellere dal partito l’eurodeputato Mario Borghezio...

Il video fa parte di un’inchiesta (“Ascenseur pour les fachos”) dedicata al montare dell’estrema destra in tutta Europa, trasmessa venerdì sera dal francese Canal Plus. Dall’Ungheria alla Svezia, passando per la Francia e la Germania, il reportage è un inquietante viaggio in quella galassia neofascista e neonazista che, ovunque, guadagna terreno. Per buona parte, però, il documentario si focalizza sull’Italia. Perché solo in Italia quelle formazioni della destra radicale che, altrove, sono tenute a debita distanza dai grandi partiti di governo, possono vantare -tutti insieme- ministeri, scranni parlamentari e amministrazioni comunali.

“E’ caduto un tabù, in Italia”, dice la voce narrante: “quello del fascismo”. E non si tratta solo di CasaPound che, tramite la sua organizzazione giovanile, il Blocco Studentesco, davanti alle scuole distribuisce volantini dagli equivoci contenuti senza che nessuno dica nulla, bensì -più in generale- di una sorta di acquiescenza ad un clima fatto di ordinarietà che tende a legittimare il fascismo, dandogli una parvenza di normalità.

Nelle immagini non ci sono solo il premier Berlusconi che minimizza gli orrori del Ventennio (“Mussolini non ha mai ucciso nessuno – ha giusto mandato qualcuno in vacanza”) o gruppi di suoi sostenitori che a lui inneggiano acclamandolo come nuovo duce. Ci sono anche due sindaci esemplari: Flavio Tosi e Gianni Alemanno. Il primo viene mostrato alla testa di un corteo organizzato da Forza Nuova e Fronte Veneto Skinheads, a braccetto con Andrea Maggioranzi, consigliere comunale che del Fronte Veneto è stato leader. Di Alemanno, invece, viene presentata una foto inedita che lo ritrae al funerale del suo “consulente personale”, Peppe Dimitri, uno dei fondatori di Terza Posizione e dei Nuclei Armati Rivoluzionari. L’attuale sindaco di Roma, circondato da braccia tese, porta in spalla il feretro, a pochi passi dal saluto romano di Gabriele Adinolfi, protagonista di spicco degli anni di piombo condannato per appartenenza ad organizzazioni terroristiche (ancora Terza Posizione e Nuclei Armati Rivoluzionari).

Certo, tutti possono cambiare idea. E chi è stato fascista può, col tempo, redimersi. Queste immagini, però, non risalgono al secolo scorso, bensì ad appena un paio di anni fa.

Daniele Sensi

 

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BUONE NOTIZIE DALLA CARTA STAMPATA by Operai Contro

Pubblicato il mar, 17 mar @ 23:09  

DAL BLOG DI GRILLO La crisi è piena di buone notizie. Una tra le migliori è la fine dei giornali. Il 30/40% della pubblicità li ha abbandonati da inizio anno. I lettori sono sempre più rari. I dati ufficiosi stimano tra il 10 e il 20% in meno le copie vendute nell'ultimo anno per molte testate. Rimane la carità del Governo e molti editori sono con il cappello in mano nelle sale d'aspetto a Palazzo Chigi. Per vivere grazie alle nostre tasse.

La discesa dei titoli dei gruppi editoriali è da infarto per chi li possiede. Nei primi due mesi e mezzo del 2009 Rizzoli Corriere della Sera ha perso il 43%, Mondadori il 33% e il Gruppo L'Espresso il 42%. In soli due mesi e mezzo! Indovinate quanto possono perdere in 12 mesi. Se si confrontano i valori minimi e massimi delle azioni nel 2008/2009 si può arrivare a prefissi telefonici. Il valore del Gruppo L'Espresso è sceso da 3,026 euro a 0,599, quello di RCS da 2,980 a 0,499, Mondadori da 5,790 a 2,305.

Entro il 2009 molti giornali ci lasceranno per sempre. Il problema occupazionale esploderà per i professionisti della balla stampata. Battista, Mauro, Mieli, Giordano, Feltri, Belpietro, Romano, Scalfari, Merlo, Giannini. Cosa faranno? Che futuro li aspetta?

Potrebbero verificare la loro popolarità con un blog. Tanti accessi, altrettanta pubblicità on line e soldi. Negli Stati Uniti con 100.000 accessi unici al mese puoi vivere. Rendono fino a 75.000 dollari all'anno. Metti la tua credibilità e competenza in Rete e chi ti paga, anche se indirettamente, è il lettore. Scalfari guadagnerebbe 10 dollari al mese e Giordano dovrebbe pagare lui.

I giornalisti attuali diventeranno dei disadattati. Un conto è raccontare balle dietro alla scrivania di un ufficio, altro è confrontarsi con la Rete. L'editore, l'impresario degli azionisti alla Tronchetti e alla Geronzi, diventerà una figura romantica. Di un'altra epoca. Negli Stati Uniti, che precedono spesso l'economia mondiale, la pubblicità sui giornali è in calo dal 2004, è una curva che precipita verso lo zero assoluto. Le copie in circolazione dei giornali sono diminuite dal 1990 in modo lineare. Il San Francisco Chronicle -40%, il Los Angeles Times -36.3%, il Whashington Post -22,3%, il Chicago Tribune -29,3%. il Boston Globe - 37,6%.

Uno degli obiettivi del V2 day (iniziativa dell’aprile 2008 dei meetup di B. Grillo n.d.r.) era la fine dei finanziamenti ai giornali. Il referendum è stato respinto da Carnevale, ma finiranno prima i giornali dei finanziamenti. Non è un'eccellente notizia?

 

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Tommaso Tafi

IL FEDERALISMO DELLA ‘NDRANGHETA. Alla fine sono spuntate anche le prove. La ‘ndangheta calabrese sta cercando in ogni modo di mettere pesantemente le mani sugli appalti per la costruzione della nuove grandi e piccole opere in cantiere in vista dell’Expo. La Direzione Distrettuale Antimafia ieri ha infatti disposto l’arresto di 20 persone nelle province di Monza, Milano, Crotone, Taranto e Catanzaro con l’accusa di far parte, a vario titolo, dell’organizzazione criminale calabrese.

Un arresto che è il risultato di un’indagine iniziata più di due anni fa dai Carabinieri di Sesto San Giovanni nei confronti di alcuni gruppi criminali legati alle famiglie Nicoscia e Arena operanti sul territorio di Cologno Monzese, dove svolgevano attività di riciclaggio di capitali illeciti e favorivano la latitanza di pericolosi personaggi in cerca di protezione.

Quello che emerge dalle carte degli inquirenti è un vero e proprio accordo tra le due famiglie che, pur essendo impegnate in Calabria in una feroce guerra reciproca a colpi di pistola, non rinunciavano a spartirsi degli utili derivanti dai cospicui investimenti effettuati nelle opere pubbliche più importanti. Investimenti ovviamente volti a riciclare denaro sporco e a rimetterlo in circolazione rinnovato.

Per ora gli affari delle ‘ndrine calabresi si concentravano su alcune opere già avviate come l’Alta Velocità, ma dalla relazione presentata dal sostituto procuratore Antimafia Vincenzo Macrì al suo diretto superiore, Piero Grasso, emerge chiaramente il pericolo che, con la nuova ondata di lavori pubblici appetitosi connessi con il rinnovamento di Milano e dintorni in vista dell’Expo, il volume d’affari possa ulteriormente moltiplicarsi. Secondo la Dna, infatti, le cosche mafiose calabresi starebbero aumentando vertiginosamente la propria presenza sul territorio lombardo grazie ad un federalismo interno molto ben applicato.

“Non ci sono più tanti satelliti che ruotano intorno a un unico sole, la 'ndrangheta di San Luca - scrive nella sua relazione Macrì -, ma una struttura federata, disposta a dialogare con la vecchia casa-madre, ma non più a dipendere da essa, sia quanto alla nomina dei responsabili della periferia dell'Impero, sia quanto all'adozione delle nuove strategie e alla condivisione dei profitti»

Una relazione che, proprio per i suoi contenuti poco rassicuranti, è stata secretata dal Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso e non diffusa ai diversi uffici, allo scopo di preservare al meglio lo stato delle indagini e di non compromettere l’intera operazione.

Una copia della relazione è giunta tuttavia in possesso del Sole 24 ore che ha deciso di non pubblicarne stralci rilevanti ma di fornire solo un quadro d’insieme, allo scopo di ricordare ai più distratti che la n’drangheta è, al momento, l’organizzazione criminale più forte al mondo, con i suoi 400 miliardi di fatturato, -determinato da due accordi fondamentali, quello con i Narcos colombiani e quello con la Mafia russa. Quest’ultimo in particolare riguarda da vicino la città di Milano, dal momento che la base operativa delle cosche caucasiche sembrerebbe trovarsi a Brescia. Una doppia morsa che rischia seriamente di consegnare l’intera Regione Lombardia, a tempo indeterminato, nelle mani delle cosche calabresi.

L’auspicio è quello che la politica possa reagire prontamente, magari istituendo una Commissione municipale Antimafia a Milano e negli altri Comuni interessati. Una strada tuttavia già bocciata dal Prefetto meneghino Gian Valerio Lombardi, secondo cui una Commissione cittadina non sarebbe la soluzione. Una non soluzione è sicuramente quella di voltarsi dall’altra parte e far finta di niente.

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