Casella di testo: 31 marzo 2009																	informazioni sparite dai media
LA NOTIZIA CHE NON C’È

 

 

 


NATO 60 anni dopo

La costruzione della base di Vicenza avanza

Fermiamo la costruzione dei cacciabombardieri JSF

Nuovi capri espiatori (strage di cani in Sicilia)

La strana coppia Berlusconi - Impregilo e il ponte sullo stretto

 

NATO: 60 Anni Dopo  di Elsa Rassbach.

27 Marzo 2009, Berlino. Durante la mattina del 4 Aprile alcuni dei capi di stato (incluso il Presidente degli stati uniti Barack Obama, quello francese Nicolas Sarkozy ed il Cancelliere della Germania Angela Merkel) si stringeranno la mano per una foto sul ponte a cavallo del fiume Reno che collega la città' tedesca di Kehl con quella francese di Strasbourg, sede del Consiglio e Parlamento Europeo.

A questo sessantesimo anniversario dell' esistenza della NATO, allla quale la Francia ha recentemente ri-aderito (dopo una pausa durata 43 anni) , i capi membri della NATO discuteranno riguardo la ratificazione di nuovi Concetti Strategici riguardo interventi militari nei vari Paesi del mondo.

In entrambe le citta' bagnate dal Reno il Presidente Obama e gli altri Capi di Stato riceveranno il benvenuto da parte di una massa di dimostranti di gran lunga piu' numerosa rispetto a quella che il Presidente Bush ricevette al vertice G8 che ebbe luogo in Heiligendamm (Germania) nel 2007.

Dallo scorso Giugno gruppi di attivisti arrivati da oltre 20 paesi europei e dagli Stati Uniti (inclusi intellettuali, studenti, sindacati e gente di tutte le eta' e stili di vita) pianificano le manifestazioni di protesta all' esistenza del Trattato NATO con la sua logica di Offensiva Bellica e le sue "infinite guerre".

Gruppi che in questi giorni si confrontano con preparativi di massicce misure di sicurezza messe in atto dalla polizia in Francia e Germania.

A tutt' oggi le autorita' francesi si ostinano a rilasciare il permesso "democratico" di manifestare, in maniera pacifica nel centro della citta' di Strasburgo, contro le decisioni che i vari capi di stato adotteranno, decisioni che conseguentemente avranno un forte inpatto sul futuro dei cittadini europei.

All' incirca 900 e' salito il numero del personale di sicurezza che volera' dagli Stati Uniti per accompagnare il Presidente Obama, il quale alloggera' allo Strasbourg Hilton. Piu' di 30.000 saranno in oltre i membri di polizia e militari ingaggiati dalla Germania e Francia al fine di sopprimere le proteste dei cittadini europei. Misure e numeri di gran lunga maggiori rispetto al numero di forze impiegate durante la visita del Presidente George W. Bush a Stralsund, Germania nel 2006 ed a Heiligendamm nel 2007.

450 dimostranti anti-NATO sono stati arrestati lo scorso 21 Marzo nelle vicinanze del quartier generale della NATO in Belgio.

Cittadini tedeschi e francesi sotto il coprifuoco: per molti di loro e' stato imposto l' obbligo di mostrare una tessera magnetica data loro in dotazione per poter accedere ai propri quartieri di residenza, inoltre e' stata imposta loro, la rimozione forzata di bandiere della pace che erano state sistemate sui balconi e finestre delle loro case. Direttive queste, arrivate direttamente dagli Stai Uniti..."patria della sicurezza mondiale"...

La NATO e' alla soglia di una riconfigurazione fondamentale. Il vertice che si terra' a Strasburgo costituira' l' inizio ufficiale di una discussione che si porra' come fine, quello di configurare una nuova Direzione della NATO degli anni a venire. La NATO fu fondata in supporto al Patto Atlantico firmato a Washington il 4 aprile 1949 durante la cosiddetta Guerra Fredda, un mandato posto a difendere il suolo dei paesi membri, la misura fondamentale del trattato viene enunciata nell'articolo 5 che stabilisce:

« Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica. »

Alla fine della Guerra Fredda però' invece di sciogliere la NATO, gli Stati Uniti e gli altri capi di stato hanno perseguito l' obiettivo di espandere il proprio dominio sin dal 1991 includendo guerre "out of area" (fuori area) ad esempio le guerre illegittime condotte nei Balkani come anche quelle in Afganistan/Pakistan, accompagnato a questo anche l' aumento delle attrezzature militari. Gli stai membri della NATO contano oggi il 75% della spesa militare mondiale.

Sotto la direzione degli Stati Uniti, la NATO cerca di prendere decisioni riguardo a missioni militari senza alcun accordo con le Nazioni Unite. Come se tutto cio' non bastasse, a Strasburgo alcuni capi di stato cercheranno addirittura di abolire il processo di consenso all' interno della stessa NATO in modo tale da imporre guerre nonostante l' assenza di un accordo totale ed omogeneo tra i paesi stessi, membri del Trattato Nord Atlantico.

Allo stesso tempo a sempre piu' paesi, ad esempio la parte Est Europea, e' stata presentata ufficialmente l' offerta ad entrare a far parte della NATO,

il 29 Marzo 2004 ad esempio si completa il processo di adesione di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia...il quinto e più grande allargamento nella storia dell'alleanza. Il tutto, allo scopo "strategico" di circondare la Russia ed altre aree importanti nel Medio Oriente.

Intanto, sia i paesi oppositori che quelli favorevoli alla NATO stanno guardando sottoforma di "test chiave" (in ambito al concetto d' intervento bellico nelle zone "fuori area") le guerre in Afganistan e Pakistan, luoghi nei quali gli Stati Uniti continuano a mandare un numero consistente di truppe armate.

Da tenere in conto e' anche la gran parte dei cittadini europei i quali non accettano che i loro paesi vengano trascinati in guerra, non in termini di pagare i costi, non contribuendo all' invio di soldati, non permettendo neanche che gli Stati Uniti conducano le loro guerre utilizzando i suoli Europei.

Nonostante alcune indagini abbiano rilevato che il 70% dei cittadini della Germania siano contrari alla guerra in Afganistan, agli stessi cittadini tedeschi fu vietata ogni forma di protesta quando nello scorso Luglio scese in visita a Berlino l' allora candidato alle elezioni presidenziali, Barack Obama.

In Francia, i cittadini orgogliosi dell' indipendenza dal comando militare Americano durata ben 43 anni, hanno mostrato insofferenza susseguitasi da moti di protesta contro le decisioni dell' attuale Presidente Sarkozy a entrare nuovamente a far parte della NATO.

Ugualmente, si sono susseguite vaste forme di protesta e di disubbidienza civile contro le basi militari degli Stati Uniti e della NATO in Italia, Grecia, Spagna. In Irlanda, una massiccia protesta civile, ha costretto gli Stati Uniti a ordinare lo spostamento delle loro truppe dall' aereoporto commerciale di Shannon (utilizzato anche a livello militare) all' aereoporto commerciale di Leipzig, Germania.

Il 24 marzo la camera dei deputati della Repubblica Ceca, ha approvato a votazione la mozione di sfiducia del governo che porterà Mirek Topolanek a dimettersi, allo stesso tempo il 70% dei cittadini hanno protestato contro il progetto Americano sulla costruzione dello scudo antimissile spaziale.                     

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ADDIO AL VECCHIO DAL MOLIN Demoliti gli uffici e gli hangarIL CANTIERE DELLA EDERLE 2. Procede senza sosta l'abbattimento degli edifici dislocati nel lato ovest dell'aeroporto.

È entrato nel vivo il primo ciclo di operazioni. Ad aprile si inizia a costruire il nuovo quartier generale 30/03/2009

Vicenza. Addio al vecchio Dal Molin. Se ne va un pezzo alla volta quel mosaico coloro panna, rosso mattone e verde militare che dagli anni Trenta era l'immagine dell'aeroporto, settore ovest. La west side story ha svoltato una volta per tutte. In attesa che prenda forma la nuova base Usa, la vecchia caserma si sta raccogliendo nel cumulo di macerie organizzato dai bulldozer nello spicchio sud, verso viale Dal Verme.

L'HANGAR. Nell'ultima settimana sono spariti piccoli e grandi edifici: l'hangar degli aerei, quello su cui l'ex assessore ai Trasporti Claudio Cicero aveva messo gli occhi coltivando i sogni da grandeur di una rivincita aeroportuale dopo anni di flop, una rinascita in grande stile, al costo di una pippa di tabacco: sarebbe stato sufficiente invertire civile e militare, lato est con lato ovest. La storia ha imboccato un'altra strada: nessuna inversione, solo una rototraslazione da 11 milioni di euro per la pista di volo, macinata e ridotta in frantumi come un biscotto per far posto alle caserme destinate a riunificare la 173a brigata statunitense, oggi divisa tra Italia e Germania.

IL QUARTIER GENERALE. Spariti anche magazzini e impianti verso Caldogno. Azzerato il blue center, il centro polifunzionale, un po' commerciale e un po' artigianale, dove alla fine del 2008 le ruspe avevano dato i primi morsi, giusto per assaggiare di che pasta era fatto questo quartier generale che nel tempo aveva accolto l'aeronautica militare italiana e il comando Nato che aveva diretto i raid verso l'ex Jugoslavia negli anni Novanta. Puro amarcord: il futuro è a stelle strisce, spalmato sulle mappe di Africa e Medioriente. Sbriciolata anche la palazzina accanto alla torre di controllo: il fine settimana ha interrotto il lavoro delle benne che hanno lasciato un muro cariato. Chiamiamolo pure skyline: dietro quella ruspa si rivedono i colli, riappare Monte Crocetta. Lo skyline del vecchio Dal Molin non c'è più: resisteranno soltanto due edifici, vincolati dalla Sovrintendenza per il loro valore storico.

LA TABELLA DI MARCIA. Mentre a Washington e a Bruxelles il popolo del No spende le sue ultime cartucce per invertire la rotta di un treno sempre più lanciato, al Dal Molin si lavora di gran lena per demolire il vecchio, per bonificare i terreni, per scavare e testare i terreni in cui dovranno poggiare i pali di fondazione. Il cantiere appare proiettato alla fase clou, quella delle nuove colate di cemento armato per edificare il campus militare progettato dagli Usa e affidato alle cooperative emiliane. A febbraio sono iniziate le opere per imbastire gli alloggi dei soldati. Ad aprile - recita il cronoprogramma reso pubblico durante la conferenza regionale sull'impatto paesaggistico - sarà avviata la costruzione del quartier generale, dove si snoderà la catena di comando Usa. L'obiettivo è finire l'opera entro il 2012.

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Fermiamo la produzione dei cacciabombardieri JSF

Il governo italiano sta chiedendo al parlamento il parere positivo alla continuazione della produzione di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighters che impegneranno il nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 14 miliardi di euro.

Per la campagna Sbilanciamoci! si tratta di una decisione irresponsabile sia per la politica di riarmo che tale scelta rappresenta, sia per le risorse che vengono destinante ad un programma sovradimensionato nei costi  sia per la sua incoerenza (si tratta di un aereo di attacco che può trasportare anche ordigni nucleari) con le autentiche missioni di pace del nostro paese.

In un momento di grave crisi economica in  cui non si riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti pubblici alla scuola, all'università e alle politiche sociali, destinare 14 miliardi di euro alla costruzione di 131 cacciabombardieri è una scelta sbagliata e incompatibile con la situazione sociale del paese.

Sbilanciamoci chiede al parlamento di dare parere negativo alla prosecuzione del programma, destinando in alternativa una parte delle risorse già accantonate a programmi di riconversione civile dell'industria bellica e agli interventi delle politiche pubbliche di cooperazione internazionale, che la scorsa manovra finanziaria ha tagliato di ben il 56%.

Con 14 miliardi di euro si possono inoltre fare molte altre cose in alternativa. Ad esempio si possono contemporaneamente costruire 5000 nuovi asili nido, costruire un milione di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese.

 Il parlamento faccia una scelta di pace e di solidarietà; blocchi la prosecuzione del programma. Destini le risorse alla società, all'ambiente, al lavoro, alla solidarietà internazionale.

 

 Per adesioni: info@sbilanciamoci.org

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CAPRI ESPIATORI Secondo un copione ormai ben noto, la crisi economica e politica viene fatta pagare ai più deboli, individuando di volta in volta i capri espiatori più adatti a distogliere l’attenzione dalle contraddizioni e dalle ingiustizie più gravi del sistema e ad indirizzare la rabbia verso obiettivi incapaci di difendere la propria vita e la propria dignità: un giorno gli immigrati reclusi nei lager di stato (CPT, CIE, …), poi i rom trattati "come cani", e oggi i cani trattati come rom…

Nell’incontrollabile pogrom scatenato da politici senza scrupoli contro i cani siciliani e di tutto il meridione, non possiamo fare a meno di gridare a favore delle vittime di una lunga storia fatta di urbanizzazione "selvaggia", di stravolgimento degli habitat di tante specie colpevoli solo di non essere umane, di randagismo e fame, di compravendita di animali "d’affezione" trattati come merci, di maltrattamenti e violenze inaudite, di disinteresse e complicità nelle sottrazioni di fondi per le sterilizzazioni e l’accoglienza da parte degli amministratori locali e nazionali, e infine di istigazione all’odio, alla violenza cieca su chi non può lamentarsi. Non è forse un caso che, insieme alle centinaia di vittime fra i cani siciliani, abbia fatto le spese di questa assurda situazione proprio un bambino...

Non possiamo tacere il fatto che, fra le cause della tragedia, ci sia un sistema che permette e incentiva la vendita degli animali, educando adulti e bambini a considerare un essere senziente come oggetto da comprare, ostentare e magari abbandonare quando “ci si stufa”; un sistema che incoraggia allevatori senza scrupoli a far riprodurre cani di razza per il proprio profitto mentre migliaia di esseri languono nei canili in attesa di essere adottati, accolti e considerati come soggetti unici, di instaurare una relazione all’insegna della cura, dell’amore reciproco e della gratuità.

Per comprendere meglio che cosa stia accadendo, riportiamo un recente comunicato redatto dal gruppo "Un Mondo Sbagliato"

In Italia sono 600.000 i cani abbandonati di cui solo un terzo si trova in un canile , di questo un terzo moltissimi sono rinchiusi in canili lager, strutture fatiscenti che violano ogni diritto degli animali. Ma questo e' un grosso affare per chi gestisce questi canili e per le amministrazioni compiacenti. Piu' cani ospita uno di questi lager piu' sono i finanziamenti che riceve che certamente non vanno agli animali , impossibile ovviamente che le amministrazioni e le ASL non vedano tutto questo. Tutti tacciono spartendosi il bottino perche´ gli interessi economici di questa forma di zoomafia sono veramente alti. Si stima che attorno al randagismo ci sia un giro d’affari intorno ai 500 milioni di euro in cui sono coinvolti privati che gestiscono le strutture, trafficanti, malavitosi e soprattutto politici corrotti, senza i quali tutto questo non sarebbe possibile...

E' inevitabile che da queste violenze sugli animali e dal degrado scaturiscano degli incidenti piu' o meno gravi.

E allora scatta la tormenta mediatica: cani pericolosi, lutti cittadini, tutti pronti ad intervenire contro i cani, tutti si svegliano , proposte d’abbattimento, liste nere di cani, leggi approvate sull’onda della psicosi collettiva e....

L’assurdità e' che in questi casi la gente sembra riscoprire una paura atavica per gli animali, nessuno si indegna per le condizioni di quei poveri cani o attacca chi come le amministrazioni locali ha lucrato sulla pelle di questi animali, tutti chiedono provvedimenti speciali, tolleranza zero verso le uniche vere vittime, i cani.

A guidare questo teatrino ovviamente ci sono gli stessi politici ed amministratori che hanno lucrato o taciuto sul degrado in cui versavano questi animali.

Lo stesso avviene con gli animali nei circhi e negli zoo: appena si ribellano alle umiliazioni e ingiustizie che subiscono ogni giorno, uccidendo o ferendo i loro carnefici sono abbattuti con gran plauso della gente, nessuno attacca le condizioni innaturali e le torture che subiscono questi animali.

Solo durante questa stagione di caccia sono morte 39 persone e ne sono state ferite 76 ma nessuno si e’ scandalizzato o ha richiesto leggi più’ severe per la caccia, anzi la nuova proposta di legge sulla caccia porta una totale deregolarizzazione dell’attività' venatoria dando le armi anche ai minorenni. La caccia con le sue vittime di diverse specie non tocca la gente mentre per un bambino ucciso dagli interessi economi sul randagismo scoppia la la caccia alle streghe contro i cani.

La realtà è che a politici locali e nazionali servono questi incidenti, serve la paura della gente, serve un capro espiatorio per nascondere i reali problemi e imposizioni che subiamo chini ogni giorno.

I telegiornali continuano a bombardarci con le immagini dei cani morsicatori mentre si tace sulle centrali nucleari, sulla devastazione ambientale, sugli interressi economici delle grandi opere del governo e di forti interessi economici. Noi continueremo a schierarci con i cani e con ogni animale sfruttato, unica vittima e capro espiatorio di questa vicenda.

CONTRO LA COMPRAVENDITA DI ANIMALI

CONTRO LO STERMINIO ISTITUZIONALIZZATO

CONTRO LA LOGICA DEL CAPRO ESPIATORIO

CONTRO L’ODIO FRA GLI OPPRESSI DI QUALSIASI SPECIE

Animali della Tosca, della Camuna, dell’Aurora – www.antispecismo.net

ValleVegan – www.vallevegan.org

Empatia Animale - http://empatia.noblogs.org

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BERLUSCONI – IMPREGILO – PONTE SULLO STRETTO – GARE “AGGIUSTATE” - INCENERITORI – PROCESSI TAV . . .  «È una cosa drammatica che i vertici di Impregilo dopo lavori difficili per la tratta ad alta velocità della Bologna-Firenze si sono trovati assolti dalla magistratura di Bologna e condannati a ben 5 anni da quella di Firenze. È qualcosa di patologico, è una metastasi del nostro Paese cui dobbiamo reagire perché c'è qualcuno che usa la legge come un Moloch che deve colpire. Dobbiamo trovare una via di uscita, altrimenti le società non vorranno fare lavori sul nostro territorio». La pensa così il premier Silvio Berlusconi sulla pesante condanna inflitta all’amministratore delegato d’Impregilo, Alberto Rupegni, a conclusione del processo sui crimini ambientali dei lavori per l’Alta Velocità.

Il governo ha un asso nella manica per evitare che future inchieste della magistratura possano avere conseguenze sull’iter di realizzazione delle Grandi Opere, primo fra tutti il Ponte sullo Stretto, ad altissimo rischio d’infiltrazione mafiosa. L’affidamento di tutti i controlli ad un commissario ad acta, mettendo fuori gioco le procure locali e derogando dalle leggi generali. Lo ha rivelato «Milano Finanza» con un documentato articolo dal significativo titolo “Impregilo, niente scherzi sul Ponte”.

E che si faccia realmente sul serio lo dimostrano le parole di ringraziamento del presidente della grande società di costruzioni, Massimo Ponzellini. Intervenendo alla cerimonia di inaugurazione della prima linea del famigerato termovalorizzatore di Acerra - presente Berlusconi - Ponzellini ha affermato «che con il premier al nostro fianco, dopo aver realizzato quest’opera, sapremo vincere altre sfide, come quella della Salerno-Reggio Calabria e del Ponte sullo Stretto…».

Amore antico quello del Signore di Arcore per Impregilo e l’Ecomostro dello Stretto di Messina. Berlusconi ha pubblicamente rivendicato come sia stato proprio il suo precedente governo a sollecitare un accordo tra le aziende italiane per progettare e realizzare in tutta tranquillità la megaopera. Nel corso di un comizio tenuto nel novembre 2008 durante la campagna elettorale per l’elezione del Governatore della regione Abruzzo, Berlusconi ha dichiarato: «Sapete com’è andata col Ponte sullo Stretto? Avevamo impiegato cinque anni a metter d’accordo le imprese italiane perché non si presentassero separate alla gara d’appalto ma in consorzio... Eravamo andati dai nostri colleghi chiedendo che le imprese non si presentassero in modo molto aggressivo, proprio perché volevamo una realizzazione di mano italiana, e poi avremmo saputo ricompensarli con altre opere pubbliche».

L’episodio è stato raccontato dal giornalista Marco Travaglio su «L’Espresso» del 30 dicembre 2008. Come sottolineato dallo stesso Travaglio, «se le parole hanno un senso, il premier spiega di avere – non si sa a che titolo – aggiustato una gara internazionale per far vincere Impregilo sui concorrenti stranieri, invitando quelli italiani a farsi da parte in cambio di altri appalti (pilotati anche quelli?)».

Di certo in casa Berlusconi non erano in pochi i profeti in grado di prevedere per filo e segno quello che sarebbe stato l’esito della gara per scegliere la società a cui affidare i lavori tra Scilla e Cariddi. «La gara per il Ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo», dichiarò nel corso di una telefonata con Paolo Savona (l’allora presidente d’Impregilo), l’economista Carlo Pelanda, proprio ala vigilia dell’apertura delle offerte delle due cordate in gara. Nel corso della stessa telefonata Pelanda spiegò di avere avuto assicurazioni in merito dal senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già presidente di Publitalia ed amministratore delegato di Mediaset. Sfortunatamente, il colloquio tra Paolo Savona e l’amico Carlo Pelanda fu intercettato dagli inquirenti della procura di Monza nell’ambito dell’inchiesta sulla società di Sesto San Giovanni per falso in bilancio, false comunicazioni sociali ed aggiotaggio.

Incuriositi dalla singolare vocazione profetica dell’interlocutore, i magistrati lombardi interrogarono Paolo Savona sul senso di quella telefonata. «Era una legittima previsione», risponderà Paolo Savona. «Il professor Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte». Carlo Pelanda, editorialista del “Foglio” e del “Giornale” – quotidiani del gruppo Berlusconi – ricopriva al tempo l’incarico di consulente del ministro della difesa Antonio Martino, origini messinesi e uomo di vertice di Forza Italia. Pelanda era pure un intimo amico di Marcello Dell’Utri, al punto di aver ricoperto l’incarico di presidente dell’associazione “Il Buongoverno”, fondata proprio dal senatore su cui pesa una condanna in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Gara piena di anomalie e stranezze quella per il general contractor del Ponte di Messina. Alla fase di pre-qualifica riuscì a partecipare perfino una società su cui sarebbe stato rilevante il controllo la potente organizzazione mafiosa nordamericana diretta dal boss Vito Rizzuto. Poi, uno dopo l’altro, si ritirarono inaspettatamente quasi tutti i grandi gruppi esteri partecipanti. Il 18 aprile 2005 (quarantotto ore prima della scadenza dei termini fissati dal bando), giunse inaspettata la decisione dei vertici della Stretto di Messina S.p.A., società pubblica concessionaria per il Ponte, di concedere ai consorzi in gara un mese di tempo in più per la presentazione delle offerte. Le ragioni della benevola proroga restarono ignote, ma gli osservatori finanziari la giudicarono perlomeno discutibile, anche perché i tre mesi precedenti erano stati caratterizzati da altalenanti e contraddittori contatti tra i due colossi italiani capofila delle cordate in gara, l’Impregilo di Sesto San Giovanni e l’Astaldi di Roma.

Impregilo era al centro di una grave crisi finanziaria ed i vertici aziendali erano stati azzerati dall’inchiesta della procura di Monza. Per evitare il tracollo finanziario i principali azionisti della società avevano invocato l’intervento del governo e delle banche creditrici, auspicando l’ingresso di nuovi e più solidi soci. Nel febbraio 2005 i manager Astaldi dichiararono la propria disponibilità a fornire 250 milioni di euro per ricapitalizzare la società di Sesto San Giovanni, ma la loro offerta veniva respinta. In Impregilo fece invece ingresso un consorzio, IGLI, costituito appositamente dai gruppi Argofin (Marcellino Gavio), Techint-Sirti, Efibanca ed Autostrade S.p.A. (gruppo Benetton). Efibanca, Techint e Sirti cederanno un anno più tardi la loro quota di IGLI a Salvatore Ligresti, il costruttore originario di Paternò a capo del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai.

Sfumata l’ipotesi di una compartecipazione in Impregilo, Astaldi propose alla “concorrente” un’alleanza strategica per la formulazione di un’unica offerta per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. «Dopo la fuga di partner stranieri di entrambe le cordate e la scarsa convinzione degli altri, il buon senso vorrebbe che i due gruppi in qualche modo mettessero insieme le forze», dichiarò Vittorio Di Paola, amministratore delegato di Astaldi, dopo che due società spagnole partner di Astaldi si erano ritirate dalla gara. Il 2 maggio 2005, il nuovo consiglio d’amministrazione di Impregilo respinse però la vantaggiosa offerta di alleanza.

Coincidenza vuole che negli stessi giorni era stata depositata un’interrogazione parlamentare al Ministro delle Infrastrutture, a firma dei senatori Brutti e Montalbano (Ds). In essa si affermava che la presentazione di un'unica offerta da parte di Astaldi e Impregilo per il Ponte sullo Stretto «configurava un’effettiva turbativa d’asta e quindi l'irregolarità della gara». Nell’interrogazione i due parlamentari denunciavano che i due raggruppamenti avevano avviato « una trattativa con i buoni uffici di un noto avvocato, consulente legale dell’ANAS per la sorveglianza sui lavori dell’Impregilo, notoriamente legato da vincoli professionali ventennali con l’impresa Astaldi, per giungere, attraverso un rimescolamento delle carte, a presentare un’unica offerta in comune tra Astaldi e Impregilo, riducendo in tal modo ad uno il numero dei partecipanti effettivi alla fase conclusiva della gara stessa».

Brutti e Montalbano aggiungevano che il rinvio dei termini della gara in questione «era stato fortemente sollecitato alla società Stretto di Messina da una delle due società concorrenti, indebolita nella sua composizione interna dall’uscita di un fondamentale partner francese». Sempre secondo gli interroganti, a tal fine il consiglio d’amministrazione della società concessionaria aveva inserito nel bando una clausola che consentiva di aggiudicare la gara anche in presenza di una sola offerta.

«Appare quanto meno sospetto un rinvio dei termini idoneo a far maturare un accordo tra i due concorrenti e la contemporanea decisione di modificare il bando, che sembra proprio spingere nella direzione dell’accordo tra i concorrenti», commentavano i senatori diessini.

Quando alla scadenza del termine, giunsero le offerte delle uniche due cordate rimaste in gara, certe “anomalie” furono sotto gli occhi di tutti. In meno di un anno si erano verificati cambiamenti rilevanti nelle composizioni dei raggruppamenti. Nell’associazione temporanea a guida Impregilo, ad esempio, non comparivano più la società statunitense Parsons. Nella cordata a guida Astaldi spiccava invece la scomparsa del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Vere e proprie fughe provvidenziali, verrebbe da dire, dato che hanno permesso la conclusione della gara diradando alcuni dei dubbi di legittimità e regolarità.

Il forfait di Parsons evitava infatti che la transnazionale finisse nella ragnatela dei conflitti d’interesse che hanno segnato la stagione delle selezioni dei soggetti chiamati alla realizzazione del collegamento stabile. La controllata Parsons Transportation Group, a fine 1999, era stata nominata “advisor” dal Ministero dei lavori pubblici per approfondire gli aspetti tecnici del progetto di massima del Ponte di Messina. La stessa Parsons Transportation Group ha poi partecipato al bando per il Project Management Consultant per la vigilanza delle attività del general contractor del Ponte. Se Parsons Transportation Group avesse vinto questa gara (cosa poi puntualmente verificatasi) e la società madre fosse rimasta associata ad Impregilo, la Stretto di Messina si sarebbe trovata nella spiacevole situazione di affidare i due bandi multimilionari ad una medesima entità, in cui avrebbero coinciso controllore e controllato.

Altrettanto miracolosa l’uscita di scena del Consorzio Cooperative Costruzioni. Originariamente la Lega delle Cooperative compariva in entrambe le cordate in gara per i lavori del Ponte: con la CCC in ATI con Astaldi e con la CMC - Cooperatriva Muratori Cementisti di Ravenna in ATI con la “concorrente” Impregilo. Con l’aggravante che proprio la CMC risultava essere una delle 240 associate, la più importante, della cooperativa “madre” CCC di Bologna. Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici che escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che «si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo», ovverossia di società tra esse «collegate o controllate». L’ipotesi di violazione è stato sollevato, tra gli altri, dalla parlamentare Anna Donati, mentre il WWF è ricorso davanti all’Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiedere l’annullamento della gara.

Se poi si passa ad analizzare la lista dei professionisti che sono stati membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., c’è il riscontro di un certo feeling con Impregilo. Nell’aprile del 2005, ad esempio, venne nominato quale membro del Cda della concessionaria del Ponte, il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit (oggi Impregilo), consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ha ricoperto il ruolo di general contractor. Nel consiglio di amministrazione della Stretto S.p.A. sedeva al momento dell’espletamento delle gare del Ponte, il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università " La Sapienza " di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici era contestualmente consigliere di Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società di cui erano (e sono) azionisti i Benetton. Edizioni Holding, altro gioiello del gruppo di Treviso, controlla la Società per il Traforo del Monte Bianco, di cui è membro del consiglio d’amministrazione un altro “storico” del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato.

Presenze “pesanti” anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata vincente per i lavori del Ponte. Condotte d’Acqua è quasi internamente controllata dalla finanziaria Ferfina S.p.A. della famiglia Bruno. Ebbene, nei consigli d’amministrazione di Ferfina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d'Acqua) compariva nel giugno 2005 il professore Emmanuele Emanuele, contestualmente membro del Cda della concessionaria statale per il Ponte.

Dal 2002, presidente della Stretto di Messina S.p.A. è l’on. Giuseppe Zamberletti, più volte parlamentare Dc e sottosegretario all’interno e agli esteri ed ex ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici. Invidiabile pure la sua lunga esperienza in materia di grandi infrastrutture: Giuseppe Zamberletti è stato presidente del Forum europeo delle Grandi Imprese, mentre da più di un ventennio ricopre la massima carica dell’Istituto Grandi Infrastrutture (IGI), il “centro-studi” d’imprese di costruzione, concessionarie autostradali, enti aeroportuali, istituti bancari, per monitorare il mercato dei lavori pubblici e delle grandi opere e premere sugli organi istituzionali per ottenere modifiche e aggiustamenti legislativi in materia di appalti e concessioni a vantaggio degli investimenti privati.

In questa potente lobby dei signori del cemento, compaiono quasi tutti i concorrenti alle gare per la realizzazione del Ponte. Vicepresidente vicario di IGI al tempo delle gare del Ponte, il cavaliere Franco Nobili, trent’anni a capo della società di costruzione Cogefar (poi Impregilo), passato poi nel Cda della Pizzarotti di Parma, che ha integrato in un primo tempo la cordata guidata da Astaldi per il general contractor del Ponte. Dal 1989 al 1993 Franco Nobili ha pure ricoperto la carica di presidente dell’IRI, l’istituto di cui è stato direttore generale e membro del collegio dei liquidatori l’odierno amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.

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