Casella di testo: 3 aprile 2009												informazioni sparite dai media
LA NOTIZIA CHE NON C’È

 

 

 


Testamento biologico in Uruguay

BBC su opposizione cubana

Magistratura e licenziamenti alla Fiat di Melfi

Etiopia: partito – Stato e carestia

Bugie nucleari

Ritangentopoli

 

URUGUAY, APPROVATO IL TESTAMENTO BIOLOGICO Gennaro Carotenuto (20 marzo 2009)

La Camera dei deputati del Parlamento uruguayano ha definitivamente approvato a grande maggioranza la legge sul testamento biologico. Nessun paziente potrà essere obbligato a vivere contro la propria dignità. Ogni persona potrà esprimere per iscritto di “non accettare trattamenti che prolunghino la vita a discapito della qualità della stessa”.

“Non si tratta né di eutanasia né di suicidio assistito” afferma Washington Abdala del Partito Colorado (centro-destra) all’opposizione, ma tra i firmatari della legge. “L’eutanasia è l’accelerazione del processo della morte. In Uruguay tale processo non si accelera ma il paziente in situazione terminale avrà la possibilità di morire con dignità senza prolungare l’agonia”. Sia il Partito Colorado che il Frente Amplio (la maggioranza di centro-sinistra) si sono espressi a grande maggioranza a favore della legge mentre il Partito Nazionale (centro-destra, l’unico almeno in parte non laico in un paese che fa della separazione ferma tra stato e chiesa un punto fermissimo) non ha partecipato alla votazione per non spaccare un partito nel quale molti erano i favorevoli alla legge.

Come funzionerà il testamento biologico in Uruguay non è dissimile da altri paesi, ma non cerca di intrappolare il paziente ed indurlo a scelte non desiderate. Una persona potrà esprimere le proprie volontà in varie maniere, davanti a un medico oppure un notaio oppure davanti a testimoni e avrà diritto a cambiare la propria decisione se lo vorrà. Potrà essere depositata tanto la volontà a interrompere le cure come la volontà di far proseguire a tempo indeterminato il trattamento e dovrà indicare una persona di garanzia che assicuri che la sua volontà sia rispettata.

Nel caso nel quale non avrà espresso la propria volontà, la decisione dovrà essere presa all’unanimità da compagno/a, figli e genitori. È quest’ultima dell’unanimità una particolarità che potrebbe in qualche caso mettere in discussione l’applicazione pratica della legge. Una volta presa la decisione due medici (con diritto all’obiezione di coscienza) dovranno sottoscrivere la condizione di irreversibilità del paziente. A quel punto la Commissione bioetica della struttura dove il paziente è ricoverato avrà 48 ore per esprimersi. Solo a quel punto i trattamenti potranno essere sospesi.

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LA BBC ROMPE I TABÙ SULL’OPPOSIZIONE DEMOCRATICA A CUBA Gennaro Carotenuto (24 marzo 2009)

Vizi privati e pubbliche virtù dei dissidenti cubani in genere santificati dai media e che accusano l’Unione Europea di tradimento. Se a rivelarne pochezze ed estremismi e disegnare un quadro dal quale i dissidenti cubani appaiono come tutt’altro che degli eroi disinteressati è una giornalista come Rosa Miriam Elizalde, questa può essere accusata di essere una penna al servizio del regime castrista. Ma se a scrivere le stesse cose è la BBC allora le cose si complicano e per la stampa mainstream non resta che ignorare la realtà.

È finita la moda di isolare Cuba. Con l’annuncio di El Salvador e Costarica dell’imminente ristabilimento di piene relazioni diplomatiche ed economiche con l’isola, nessun paese latinoamericano accetta più l’ideologia dell’isolamento dell’Isola grande voluta dagli Stati Uniti. El Salvador e Costarica erano gli ultimi due paesi a non aver ancora ristabilito relazioni a 50 anni dalla rottura del 1959. E con la fine dell’isolamento decade anche la costruzione artificiale dei capi dell’opposizione, ai quali piace farsi fotografare con personalità straniere a partire dall’incaricato d’affari statunitense che (durante il governo di George Bush lo faceva apertamente) versa loro faraonici stipendi.

Non solo, la BBC testimonia che nessuna delle personalità internazionali che negli ultimi 15 mesi ha visitato Cuba ha voluto incontrare i leader della dissidenza, cosa che prima era un must di qualunque rappresentante politico che si recasse a Cuba. Neanche Michelle Bachelet, la presidente cilena, che pure in passato aveva avuto parole aspre verso la Rivoluzione, ha voluto vedere i capi dissidenti. In compenso si è fatta fotografare con Fidel Castro e suo fratello Raúl. Cristina Fernández, presidente argentina, non si è posta neanche il problema. Il presidente del Costa Rica, e premio Nobel per la Pace, Oscar Arias, non ha speso neanche una parola per loro nel discorso col quale annunciava il ristabilimento delle relazioni e il Commissario Europeo Louis Michel, incaricato delle negoziazioni tra UE e Cuba, non risponde neanche al telefono.

Qual è il motivo di tanto isolamento per figure che fino a poco tempo fa potevano ottenere facilmente un’intervista su di un grande quotidiano internazionale? Non sono sempre gli stessi i Vladimiro Roca, Martha Beatriz Roque, Antúnez, Elizardo Sánchez per incontrare i quali politici e giornalisti facevano a gara (strano regime Cuba…)? Sì il problema, sempre secondo la BBC, è che sono sempre gli stessi, decine di milioni di dollari dopo, soldi passati dalle loro mani, che hanno consentito loro impensabili tenori di vita e a volte sono rimasti impigliati nelle loro mani. Per la dignità della mentalità cubana chi riceve soldi dal nemico, e lo ostenta, non è un dirigente possibile di nulla. Perfino Sánchez ha ammesso che in questi anni l’oro di Washington non solo non ha provocato la caduta della Rivoluzione ma ha bruciato chi lo ha accettato.

Vladimiro, Martha Beatriz e gli altri allora sono così sempre gli stessi da non aver capito che non solo la guerra fredda è finita ma è passato anche il periodo speciale e infine il bushismo con la pretesa di strangolare l’isola. E allora, proprio nel momento in cui le aperture di Barack Obama fanno sperare in un miglioramento desiderato da tutti i cubani dal punto di vista delle rimesse e delle visite dei parenti emigrati in Florida, come può venire in mente ad uno dei dissidenti più in vista, Antúnez, al secolo Jorge Luis García, di pretendere che Barack Obama mantenga tutte le restrizioni e di attaccare quei cubani emigrati che desiderano tornare nell’isola a visitare le famiglie.

E non suona completamente fuori dal mondo quel mettere per iscritto un’accusa di tradimento contro l’Unione Europea da parte dei dissidenti più in vista? I nodi stanno così venendo al pettine. Perché in 50 anni e nonostante vari periodi difficili per la Rivoluzione non sono mai riusciti ad aumentare le loro fila? A chi parlano davvero i dissidenti cubani? A chi li finanzia o al popolo cubano? Di certo non sembrano parlare ai cubani che, anche se stanno molto meglio rispetto al periodo speciale, continuano a fare vita difficile, soprattutto se non possono avere dollari a disposizione.

Se l’opposizione esige la liberazione dei prigionieri politici (alcune decine quasi sempre dimostrabilmente a libro paga dell’ambasciata statunitense), elezioni multipartitiche, ritorno del capitalismo, libertà di stampa, indipendentemente o no dalla giustezza di tali rivendicazioni l’opinione pubblica cubana sente al contrario il bisogno di miglioramenti economici, nell’alimentazione, nei trasporti. Le necessità della popolazione però lasciano indifferente l’opposizione che punta al tanto peggio tanto meglio per risolvere i conti aperti con la Rivoluzione.

Perfino un sondaggio realizzato in maniera segreta nell’isola dal Partito Repubblicano statunitense confermerebbe lo scollamento totale tra opinione pubblica e un’opposizione incapace di interpretare il malessere della popolazione ma capacissima di incassare soldi a palate da un paese nemico come gli Stati Uniti e di farsi fotografare con diplomatici statunitensi, materiale che i media governativi hanno gioco facile a mostrare: dissidenti di professione. Tutto ciò può essere visto con i propri occhi a Cuba, può essere letto su reportage della BBC, ma non può essere scritto sui nostri giornali mainstream. Per loro Martha Beatriz e gli altri devono continuare ad essere degli eroi.

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MAGISTRATURA E LICENZIAMENTI ALLA FIAT SATA DI MELFI lun, 23 mar 

Alla Sata di Melfi continua il calvario degli operai licenziati ad ottobre 2007 dalla Fiat per il semplice fatto di aver avuto un avviso di garanzia nell´ambito di un´inchiesta per presunte attività di propaganda a fini terroristici.

La Fiat utilizzò questo fatto per liberarsi di un gruppo di operai combattivi, come se l´avviso di garanzia, giustificato nella dottrina del diritto formalmente come strumento a tutela dell´indagato, fosse invece già equivalente ad una condanna. Il vero scopo della Fiat si è mostrato in tutta la sua chiarezza allorquando le accuse contro i tre operai sono decadute, con l´archiviazione del procedimento giudiziario, in quanto completamente estranei ai fatti addebitati loro.

Infatti, malgrado ciò, la Fiat non ha ritirato il provvedimento di licenziamento. A tenere fuori dalla fabbrica gli operai ha pesantemente contribuito la stessa magistratura, con una serie di provvedimenti a dir poco discutibili. Attualmente, infatti, solo Auria è rientrato in fabbrica, avendo vinto il ricorso di urgenza (e solo in secondo grado), mentre gli altri restano fuori.

Miranda, dipendente della Ceva Logistics, terziarizzata Fiat, pur avendo vinto il procedimento di urgenza, invece di essere reintegrato al suo posto di lavoro, ha avuto notificato un provvedimento di trasferimento addirittura in Toscana. Contro questo trasferimento è di nuovo ricorso alla magistratura, ma i giudici gli hanno negato la procedura d´urgenza. Ferrentino, licenziato contemporaneamente agli altri, ma con un´altra scusa, cioè un volantino in cui, fra l´altro, si criticava il comportamento aggressivo di un capo, pur essendo stato reintegrato con procedura d´urgenza (sempre in secondo grado), è stato nuovamente licenziato dalla Fiat per le dichiarazioni in sua difesa rilasciate davanti al giudice. Anche in questo caso si è in attesa del pronunciamento dei giudici. Per quanto riguarda Passannante, questi, dopo aver perso il ricorso d´urgenza, resta ancora fuori dalla fabbrica malgrado l´udienza per il ricorso nel merito del licenziamento si sia tenuta venerdì scorso. Il giudice, infatti, invece di decidere subito, dato che la situazione processuale, dopo l´archiviazione delle accuse penali, è nettamente favorevole a Passannante, ha preferito rimandare la decisione ad una prossima udienza, fissandola addirittura per settembre prossimo. In questo non ha tenuto conto che, in virtù del rifiuto di concedergli la sospensione del licenziamento, perché non sussisterebbero gli elementi di urgenza, Passannante starà senza salario ancora per almeno sei mesi.

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ETIOPIA: PARTITO-STATO E CARESTIA Lunedì, 30 Marzo 2009 - di Eugenio Roscini Vitali

Anche se il sogno del popolo etiope è quello di vivere in un paese dinamico e moderno, in uno Stato dove la povertà e la fame sono incubi legati al passato e la disperazione è solo un vago ricordo di cui non aver paura, la realtà è un’altra, diversa ed ancora una volta terrificante: lo spettro della carestia che lo scorso anno ha devastato il Corno d’Africa è destinato a non finire, un flagello iniziato all’inizio del 2008 che ha già causato migliaia di vittime e che entro breve tempo, in Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya e Somalia, arriverà a colpire più di 20 milioni di persone, 5 milioni dei quali bambini, 2 milioni quelli sotto i cinque anni. Secondo il governo di Addis Abeba, in Etiopia la siccità avrebbe già distrutto gran parte dei raccolti e più della metà dei capi di bestiame sarebbe andata persa; 13 milioni gli etiopi a rischio, un sesto della popolazione che a causa della drastica riduzione delle scorte alimentari, dovuta soprattutto alla crescita smisurata dei prezzi dei generi di prima necessità, sarebbe afflitta da gravissimi problemi di malnutrizione.

Gran parte delle responsabilità di questa catastrofe umanitaria sono imputabili ai gravi errori di valutazione fatti lo scorso anno dalle stesse autorità etiopi. Confortato dall’opinione di molti esperti internazionali, il governo di Meles Zenawi aveva infatti annunciato che per il 2008 il raccolto autunnale, che in pratica rappresenta il 95% dell’intera produzione annua, sarebbe stato superiore alle aspettative di almeno il 10%; una quantità di cereali sufficiente ad aumentare la razione di cibo giornaliera pro-capite di almeno il 20%, raddoppiare le scorte, comprese le riserve di emergenza, ed esportare non meno di 800 mila tonnellate. Per raggiungere questo obbiettivo il governo di Addis Abeba e i paesi donatori avevano messo in gioco lo stesso Productive Safety Net Programme (PSNP), uno strumento di protezione sociale a medio termine che mira allo sviluppo e all’autonomia alimentare e che offre aiuti sufficienti a superare gli shock dovuti alle stagioni di scarso raccolto ma non riesce a proteggere una popolazione dalle conseguenze di due anni consecutivi di siccità.

Come si è arrivati all’attuale situazione? Innanzi tutto la mancata reazione ai primi segnali di allarme: previsioni di una prima parte del 2008 senza piogge che avrebbe sicuramente compromesso i raccolti; i danni causati dalle alluvioni delle estati 2006 e 2007 che avevano colpito le regioni montuose a sud-ovest di Addis Abeba; l’assenza delle precipitazioni nella stagione delle piogge, quella breve, che sarebbe dovuta iniziare alla fine di settembre dello stesso anno e sarebbe dovuta andare avanti per due mesi. Segni chiari di una situazione meteorologica instabile che avrebbero dovuto allarmare le autorità per il probabile arrivo di una carestia particolarmente violenta.

In realtà il 9 aprile dello scorso anno il sistema di aiuti che avrebbe dovuto salvaguardare 8 milioni di etiopi ha risposto subito all’appello lanciato dalle autorità di Addis Abeba, un’emergenza alimentare che coinvolgeva poco più di tre milioni di persone e alla quale la struttura organizzativa ha prontamente risposto. A causa delle scarsissime piogge che hanno caratterizzato la primavera 2008, nell’arco di tre mesi la situazione si è però drammaticamente aggravata e il numero degli etiopi colpiti dalla carestia è salito a 12 milioni. Il governo, ormai sopraffatto dagli avvenimenti, ha continuato comunque a minimizzare le conseguenze della crisi ed ha risposto all’emergenza dichiarandosi in grado di tenere la situazione sotto controllo. In realtà le riserve alimentari destinate alle emergenze, che avrebbero dovuto contare quasi 400 mila tonnellate di cibo, erano quasi finite: il 70% dei beneficiari della rete di sostegno alimentare avevano infatti chiesto di accedere al sistema di aiuti perché non in grado di superare le difficoltà con i normali canali di assistenza sociale e così, nel momento del reale bisogno, i depositi erano praticamente vuoti. In luglio il cibo veniva razionato di un terzo; tra ottobre e novembre della metà.

Malgrado dall’inizio della carestia i centri di distribuzione ed assistenza siano aumentati di sette volte e in dieci mesi l’Etiopia abbia importato più di un milione e trecentomila tonnellate di cibo, gli aiuti non sono stati comunque sufficienti a far fronte ad catastrofe umanitaria che stava rapidamente assumendo proporzioni sempre più simili a quella che colpì il paese del Corno d’Africa nel 1984. Nell’arco di due anni, degli 8 milioni gli etiopi colpiti da quella che il giornalista inglese Michael Buerk descrisse come “una carestia biblica nel XX secolo”, ne morirono più di un milione, una catastrofe alla quale contributi il regime di Haile Mariam Mengistu che per cercare di far fronte al collasso economico del paese decise di spostare 600 mila agricoltori ed allevatori dai centri rurali del nord ai villaggi che i militari avevano previsto di edificare nel sud del paese. Profughi ai quali non sempre arrivarono gli aiuti e i servizi promessi e che in molti casi, nel tentativo di far ritorno a casa, preferirono morire piuttosto che adeguarsi a questa nuova realtà.

Il regime etiope è sempre stato bravo a mettere in risalto le apparenze, avere un ruolo determinante nell’Unione Africana ed essere il paladino delle democrazie occidentali nel Corno d’Africa; tutto questo mentre il paese si prosciuga e la gente muore. Un solo partito che controlla i posti chiave dello Stato, il Fronte di Liberazione del Tigray del premier Meles Zenawi, e un potere concentrato nelle mani di una sola etnia, i Tigré, che pur rappresentando il 7% della popolazione domina sulle restanti otto etnie. Uno squilibrio che mina la legittimità del regime ed ostruisce qualunque apertura verso la democrazia, un monopolio che ha dimostrato il suo modo di trattare con l’opposizione con la repressione del 2005. E’ in questo contesto che non si fa fronte alla siccità in arrivo, che non si comprendono le conseguenze dell’isolamento dei vertici dal resto del paese; una leadership chiusa, fondata sul patrimonio dell'identità Abissina e su un innato senso della gerarchia e dell’autorità, un centralismo “democratico” che rimane legato a quel modello di Partito-Stato che per decenni ha governato un paese che continua ancora oggi a morire di sete e di fame, come se la cosa non riguardasse nessuno.

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UN CARTELLO CON QUESTA SCRITTA:

“QUI SI E' FERMATA SECONDO LE AUTORITA' PUBBLICHE FRANCESI LA NUBE RADIOATTIVA DELL'INCIDENTE NUCLEARE DI CHERNOBYL”

era esposto, fino a qualche mese fa, sul ponte Saint-Ludovic, situato tra la dogana francese e quella italiana, presso Mentone, Costa Azzurra.

Diceva che proprio lì, sul confine, si era fermata – secondo le autorità francesi – «la nube radioattiva dell’incidente nucleare di Chernobyl». Proprio alla frontiera con la Francia nuclearista di Mitterand, che combinazione! Il passaporto non era in regola, suppongo.

Pubblico questa foto all’inizio a inizio di articolo per ricordare come grandi interessi spingano i fautori del nucleare a mentire sistematicamente, a minimizzare la portata dei pericoli connessi alla gestione degli impianti e, quel che è peggio, allo stoccaggio delle scorie. In Italia, l’avventura nucleare sembrava finita una volta per tutte, su decisione dello stesso popolo italiano, a seguito dei referendum del 1987. Da allora a oggi, tuttavia, la lobby nuclearista ha lavorato bene per superare la pesante battuta d’arresto e tornare a macinare guadagni. Finché il cavaliere errante (errare = sbagliare) non ha deciso, in perfetta solitudine, il ritorno al passato, siglando un accordo che ci lega mani e piedi alla politica energetica della Francia di Sarkozy.

Nel frattempo, dal 1987 a oggi, solo una minima parte delle vecchie scorie nucleari italiane è stata messa in sicurezza, perché nessun governo è riuscito a trovare il luogo idoneo, neppure quelli guidati da Silvio Berlusconi; ragion per cui la maggior parte delle scorie è temporaneamente stipata in depositi non all’altezza del compito e sembra criminale pensare di produrne altre senza essere stati capaci di smaltire le vecchie. Nel frattempo, oltretutto, il caso della Campania ha reso noto al grande pubblico certe abitudini pericolose e illegali nello smaltimento dei rifiuti, anche industriali, in alcune regioni d’Italia, nelle quali tonnellate di rifiuti, anche tossici, sono state eliminate bruciandole all’aria aperta o addirittura triturandole per utilizzarle come compost per le coltivazioni. Immaginiamo che cosa succederebbe se, ad esempio, la camorra riuscisse a entrare nel business dello smaltimento delle scorie radioattive! Del resto, proprio nella civilissima Francia, che ora ci vende la sua tecnologia nucleare, un servizio dell’emittente France 3 ha denunciato l’impiego di scorie come materiale da costruzione, nonché la sepoltura di rifiuti radioattivi nelle campagne.

Ciò detto, cerco di riassumere un intervento di Marco Bersani (a sinistra nella foto qui sotto), socio fondatore di Attac Italia, portavoce del Genoa Social Forum ai tempi del G8 di Genova e attivo nei movimenti di lotta per la difesa dei beni comuni. Marco ha presentato

il proprio libro «Nucleare: se lo conosci lo eviti» all’espace populaire di Aosta. Si tratta di una lettura quanto mai istruttiva in questi tempi affollati di gente che combina affari sulla testa degli altri. Ho cercato di prendere bene gli appunti, ma qualche imprecisione è sempre possibile.

Marco Bersani esordisce dicendo che per prima cosa dovremo difenderci dal tentativo di «sequestrare la discussione». Ci chiederanno di diventare spettatori di una discussione fra tecnici, alcuni a favore del nucleare, altri contro. È necessario invece «riprendersi la parola», il che comporta un «riprendersi le conoscenze». Dopo 22 anni, qualcuno ha deciso di ridiscutere la decisione presa dal popolo italiano. Questo può andar bene, perché in 22 anni le idee possono cambiare. Ma se tutti assieme si era deciso di no, non è possibile che oggi il presidente del consiglio decida il contrario da solo.

Il fatto che il nucleare sia oggi riproposto con le stesse motivazioni di 22 anni fa significa che il movimento antinuclearista non è riuscito a produrre un nuovo modello energetico, ammette Bersani. Ma quelle dei nuclearisti erano e restano «bugie», che il relatore provvede a confutare.

Prima bugia: il futuro è nucleare. È uno strano concetto, se si considera che stiamo parlando di una tecnologia vecchia di 50 anni. Ma è la stessa Agenzia internazionale per l’Energia nucleare (Aiea) a dire che il contributo del nucleare alla produzione di energia nel mondo è appena il 16%. Nel 2030, secondo l’Agenzia, tale apporto scenderà al 13%, perché le centrali durano in media 25 anni (stanno cercando di prolungarne la vita fino ai 40 anni, ma è chiaro che ogni anno in più le renderà più pericolose). Il nucleare, infine, serve a produrre energia elettrica e, di conseguenza, non può in alcun modo sostituire l’energia prodotta attraverso i combustibili fossili. Il nucleare non contribuirebbe dunque granché a ridurre le emissioni di anidride carbonica, responsabili del riscaldamento globale, anche perché, se il nucleare non emette CO2 in fase di produzione, non si può dire lo stesso riguardo alla costruzione e alla dismissione delle centrali, strutture che costituiscono l’esito di una filiera che prevede la produzione e l’uso di materiali quali gli acciai speciali e lo zirconio, tutta roba da smaltire dopo 25-40 anni.

Seconda bugia: il nucleare è economicamente competitivo. Ovvero costerebbe poco e in più permetterebbe una diminuzione della dipendenza dall’estero. Il patto fra Berlusconi e Sarkozy prevede la costruzione di centrali Epr, un modello che non è ancora attivo in nessun Paese del mondo. In Francia, attualmente, le centrali Epr in costruzione sono due. I costi sono lievitati enormemente perché i cantieri sono stati bloccati molte volte, a causa di numerosissime infrazioni alle procedure di sicurezza. La spesa per centrale, in Francia, è già di 4,5 miliardi di euro. In Finlandia la centrale Epr in costruzione ha accumulato per ora 3 anni di ritardo (e costi di più di 5 miliardi) perché i lavori sono stati fermati per circa 2100 infrazioni alle procedure di sicurezza. Le due società coinvolte si stanno imputando reciprocamente la responsabilità delle violazioni in tribunale. Il nucleare italiano costerebbe 28 miliardi per 4 centrali (14 li metterebbe la Francia e 14 l’Italia), vale a dire 7 miliardi a centrale! Si tratta, già in partenza (senza considerare cioè eventuali rallentamenti) di una cifra più alta di quelle pagate da francesi e finlandesi.

Per quanto riguarda la dipendenza dall’estero, essa diminuirebbe, in effetti, se fosse stato scoperto l’uranio in Italia. Nella realtà, la dipendenza dall’estero non diminuisce, ma cambia: dipenderemo da Canada e Australia, Paesi “ricchi” di uranio. Ma quanto uranio c’è nel mondo? Si stima che nel 2035 sarà finito. Anche ammettendo di poter scoprire nuovi giacimenti, rischiamo comunque di investire in una tecnologia che alla metà di questo secolo sarà già finita. Siamo dentro una follia.

Qualcuno dice: ma già oggi importiamo energia a basso costo dalle centrali nucleari francesi. L’energia nucleare, tuttavia, non è conveniente per il cittadino. La bolletta energetica è infatti più o meno la stessa in Francia (58 centrali nucleari), in Germania (19 centrali) e in Spagna (4 centrali), ciò che significa che la quantità di energia nucleare prodotta non incide in maniera significativa sul prezzo della corrente. La Francia vende energia a basso costo perché l’energia nucleare non è modulabile: una centrale nucleare funziona continuamente a pieno ritmo, indipendentemente dalle esigenze “orarie” del Paese. 12 delle 58 centrali francesi producono energia in più e devono smaltirla. La vendono a basso costo per non disperderla.

Terza bugia: il nucleare è sicuro. Secondo Berlusconi, l’Epr francese appartiene alle centrali nucleari di quarta generazione, quelle intrinsecamente sicure. Si tratta in realtà d’impianti di terza generazione, fatti sul modello di quelli di prima e seconda generazione. Sono meno a rischio? Sì, naturalmente, perché rispetto a qualche anno fa la tecnologia è andata avanti. Ma, in caso d’incidente, sono dalle 4 alle 7 volte più pericolose, perché sono molto più grosse. Il che, tra l’altro, impedisce di riattivare le “vecchie” centrali italiane, che dovranno essere smaltite, perché troppo piccole.

Nel 2005 la Commissione europea ha messo in piedi un gruppo di scienziati per sviluppare centrali nucleari intrinsecamente sicure. Un rapporto del 2007 dice che si potrà realisticamente parlare di centrali di quel tipo solo nel 2040, quando l’uranio sarà già pochissimo. Per di più, gli scienziati stanno ancora studiando 7 modelli diversi, segno che non hanno ancora ben chiaro da che parte cominciare.

Manca, oltretutto, la necessaria trasparenza delle informazioni. In appena 55 anni d’esistenza delle centrali nucleari gli incidenti conosciuti d’intensità media o grave sono già 135 e si sono verificati a tutte le latitudini: negli Stati uniti, nell’ex Unione sovietica, in Gran Bretagna, in Francia, in Giappone. Qualche incidente c’è stato anche in Italia. Un accordo del 1959 tra l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e l’Aiea, la Risoluzione WHA, sottopone qualunque intervento dell’Oms in materia di effetti sulla salute delle radiazioni ionizzanti al veto dell’Aiea e prevede che in caso di incidenti lievi o anche gravi l’Aiea possa concordare con l’Oms misure per mantenere confidenziale il carattere delle informazioni. Il rapporto finale dell’Oms sul disastro di Chernobyl parlava di 50 morti e 4 mila tumori. Ci sarebbero invece un milione e 600 mila contaminati, 200 mila dei quali sarebbero già morti.

Quarta bugia: non ci sono alternative. Il nucleare costituirebbe un’energia cui non sarebbe pensabile rinunciare in tempi di riscaldamento climatico. Ma il nucleare non è un’alternativa e non può essere una soluzione all’emergenza: il primo kw/h prodotto dalle centrali nucleari italiane dovrebbe vedere la luce nel 2020, mentre il Paese ha ben altri obiettivi da raggiungere per quella data, come previsto dall’Unione europea.

Quinta bugia. La grande rimozione: storie di scorie. I nativi indiani avevano inventato il principio per cui non si potevano prendere decisioni se non si conoscevano gli effetti che queste avrebbero prodotto fino alla settima generazione. Il tempo di dimezzamento del plutonio è di 24.400 anni. 25 mila anni fa la Francia e la Gran Bretagna erano attaccate. Se il ministro Scajola dice che in un anno troverà un deposito sicuro perché dovremmo starlo a sentire? Dovremo spendere tantissime risorse per mettere in sicurezza le 300 mila tonnellate di scorie esistenti: è criminale pensare di produrre anche solo un grammo in più. Il movimento italiano che nel 1987 ha vinto contro il nucleare era uno fra i più forti del mondo. Oggi il nucleare viene riproposto con gli stessi argomenti: è segno che, nel frattempo, non siamo stati capaci di elaborare e di “imporre” un altro modello energetico. Nel frattempo, l’energia è stata liberalizzata e ridotta a una merce come tutte le altre, cosicché oggi non possiamo rivendicare un piano energetico nazionale.

L’Italia non ha fame di energia. Il nostro Paese ne produce 88 mila MW/anno, a fronte di una domanda di 56 mila. Se importiamo energia dall’estero è perché il nostro sistema produttivo funziona al 50%. A questo proposito, la liberalizzazione dell’energia costituisce un guaio: perché un privato dovrebbe aver interesse a efficientare gli impianti, quando guadagna sul massimo consumo? La posta in gioco è, in effetti, più ampia del semplice rifiuto del nucleare. Si tratta infatti del modello sociale che abbiamo in mente: a un modello termico di produzione dell’energia, centralizzato, fondato sui grandi impianti e che comporta una militarizzazione della società, dobbiamo contrapporre un’idea alternativa. Le nuove centrali saranno protette dall’esercito e le nuove regole prevedono dai 5 ai 15 anni di detenzione per chi realizza un blocco stradale durante i lavori. Anche le aree militari, inoltre, potranno essere «valorizzate» economicamente, dotandole di centrali. A questa visione della società bisogna reagire riflettendo sulla natura dei beni comuni primari, dei quali dobbiamo riappropriarci. L’uso delle fonti rinnovabili permette di democratizzare il processo. Il sole sta dappertutto, il petrolio e l’uranio no.

Il movimento contro il nucleare dovrà dunque collegarsi a quelli per la riduzione dei rifiuti, a quelli per l’acqua. Il nucleare ha bisogno di enormi quantità di acqua per raffreddare gli impianti. La Francia usa allo scopo il 40% delle sue risorse idriche. Ma acqua e rifiuti sono beni che possono essere gestiti territorialmente in forma partecipativa e immediata. Non così l’energia, finché si tratta di gas e petrolio, o magari uranio; sì, se diventa acqua, sole, vento.

Dobbiamo evitare di commettere l’errore di lasciare che la battaglia contro il nucleare sia appannaggio delle popolazioni presso cui le centrali saranno costruite. Dobbiamo rendere inutili i modelli energetici che non siano basati sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico. Dobbiamo informarci e diventare piccoli nuclei di consapevolezza.

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RITANGENTOPOLI

La grande rentrée di Mario Chiesa in galera ha ingiustamente oscurato l’eterno ritorno di un altro big di Tangentopoli, appena meno famoso di lui: l’ex ministro dc Carlo Bernini, che aveva patteggiato a Venezia 1 anno e 4 mesi in appello per le mazzette sulle autostrade, dunque era subito tornato in attività alla guida della compagnia aerea Myair. L’altroieri Bernini, rimasto inspiegabilmente fuori dal Parlamento nonostante la condanna definitiva, è stato di nuovo indagato, stavolta a Vicenza, mentre la Guardia di Finanza perquisiva la sede di Myair e le abitazioni dei suoi amministratori. Reati ipotizzati: bancarotta, ricorso abusivo al credito, mancato versamento all’Erario di imposte dirette e contributi previdenziali per 18 milioni di euro.

Il governo Berlusconi non è rimasto inerte dinanzi all’impennarsi della corruzione. Infatti, a gentile richiesta del ministro Raffaele Fitto, il Guardagingilli Angelino Jolie ha sguinzagliato gli ispettori contro la Procura di Bari, che ha chiesto il rinvio a giudizio di Fitto per le presunte mazzette del gruppo Angelucci (pareva brutto ispezionare la Procura di Roma, che ha tenuto dentro per un mese due rumeni colpevoli di avere il Dna sbagliato). Così, se il gip di Bari non vorrà subire analoga ispezione, non avrà che da prosciogliere Fitto. Nemmeno l’informazione televisiva è rimasta insensibile al riaprirsi della piaga del malaffare: infatti l’altra sera Porta a Porta e Matrix si contendevano protagonisti e comprimari del delitto di Garlasco, con contorno di macchie di sangue e biciclette. Per non lasciare nulla di intentato.

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