
URUGUAY, APPROVATO
IL TESTAMENTO BIOLOGICO Gennaro Carotenuto (20 marzo 2009)
“Non si tratta né di
eutanasia né di suicidio assistito” afferma Washington Abdala del Partito Colorado (centro-destra)
all’opposizione, ma tra i firmatari della legge. “L’eutanasia
è l’accelerazione del processo della morte. In Uruguay tale processo non si accelera ma il paziente in
situazione terminale avrà la possibilità di morire con
dignità senza prolungare l’agonia”. Sia il Partito
Colorado che il Frente Amplio (la maggioranza di
centro-sinistra) si sono espressi a grande maggioranza a favore della legge
mentre il Partito Nazionale (centro-destra, l’unico almeno in parte non
laico in un paese che fa della separazione ferma tra stato e chiesa un punto
fermissimo) non ha partecipato alla votazione per non spaccare un partito nel
quale molti erano i favorevoli alla legge.
Come funzionerà il
testamento biologico in Uruguay non è dissimile da altri paesi, ma non
cerca di intrappolare il paziente ed indurlo a scelte non desiderate. Una
persona potrà esprimere le proprie volontà in varie maniere,
davanti a un medico oppure un notaio oppure davanti a testimoni e avrà
diritto a cambiare la propria decisione se lo vorrà. Potrà essere
depositata tanto la volontà a interrompere le cure come la
volontà di far proseguire a tempo indeterminato il trattamento e
dovrà indicare una persona di garanzia che assicuri che la sua
volontà sia rispettata.
Nel caso nel quale non avrà
espresso la propria volontà, la decisione dovrà essere presa
all’unanimità da compagno/a, figli e genitori. È
quest’ultima dell’unanimità una particolarità che
potrebbe in qualche caso mettere in discussione l’applicazione pratica
della legge. Una volta presa la decisione due medici (con diritto
all’obiezione di coscienza) dovranno sottoscrivere la condizione di
irreversibilità del paziente. A quel punto
Vizi privati e pubbliche
virtù dei dissidenti cubani in genere santificati dai media e che
accusano l’Unione Europea di tradimento. Se a rivelarne pochezze ed
estremismi e disegnare un quadro dal quale i dissidenti cubani appaiono come
tutt’altro che degli eroi disinteressati è una giornalista come
Rosa Miriam Elizalde, questa può essere
accusata di essere una penna al servizio del regime castrista. Ma se a scrivere
le stesse cose è
È finita la moda di isolare
Cuba. Con l’annuncio di El Salvador e Costarica
dell’imminente ristabilimento di piene relazioni diplomatiche ed
economiche con l’isola, nessun paese latinoamericano accetta più
l’ideologia dell’isolamento dell’Isola grande voluta dagli Stati
Uniti. El Salvador e Costarica erano gli ultimi due
paesi a non aver ancora ristabilito relazioni a 50 anni dalla rottura del 1959.
E con la fine dell’isolamento decade anche la costruzione artificiale dei
capi dell’opposizione, ai quali piace farsi fotografare con
personalità straniere a partire dall’incaricato d’affari
statunitense che (durante il governo di George Bush lo faceva apertamente)
versa loro faraonici stipendi.
Non solo,
Qual è il motivo di tanto
isolamento per figure che fino a poco tempo fa potevano ottenere facilmente
un’intervista su di un grande quotidiano internazionale? Non sono sempre
gli stessi i Vladimiro Roca, Martha Beatriz Roque, Antúnez, Elizardo Sánchez per incontrare i quali politici e
giornalisti facevano a gara (strano regime Cuba…)? Sì il problema,
sempre secondo
Vladimiro, Martha Beatriz e gli altri allora sono così sempre gli
stessi da non aver capito che non solo la guerra fredda è finita ma
è passato anche il periodo speciale e infine il bushismo
con la pretesa di strangolare l’isola. E allora, proprio nel momento in
cui le aperture di Barack Obama
fanno sperare in un miglioramento desiderato da tutti i cubani dal punto di
vista delle rimesse e delle visite dei parenti emigrati in Florida, come
può venire in mente ad uno dei dissidenti più in vista, Antúnez, al secolo Jorge
Luis García, di pretendere che Barack Obama mantenga tutte le restrizioni e di attaccare quei
cubani emigrati che desiderano tornare nell’isola a visitare le famiglie.
E non suona completamente fuori
dal mondo quel mettere per iscritto un’accusa di tradimento contro
l’Unione Europea da parte dei dissidenti più in vista? I nodi
stanno così venendo al pettine. Perché in 50 anni e nonostante
vari periodi difficili per
Se l’opposizione esige la
liberazione dei prigionieri politici (alcune decine quasi sempre dimostrabilmente a libro paga dell’ambasciata
statunitense), elezioni multipartitiche, ritorno del capitalismo,
libertà di stampa, indipendentemente o no dalla giustezza di tali
rivendicazioni l’opinione pubblica cubana sente al contrario il bisogno
di miglioramenti economici, nell’alimentazione, nei trasporti. Le
necessità della popolazione però lasciano indifferente
l’opposizione che punta al tanto peggio tanto meglio per risolvere i
conti aperti con
Perfino un sondaggio realizzato in
maniera segreta nell’isola dal Partito Repubblicano statunitense confermerebbe
lo scollamento totale tra opinione pubblica e un’opposizione incapace di
interpretare il malessere della popolazione ma capacissima di incassare soldi a
palate da un paese nemico come gli Stati Uniti e di farsi fotografare con
diplomatici statunitensi, materiale che i media governativi hanno gioco facile
a mostrare: dissidenti di professione. Tutto ciò può essere visto
con i propri occhi a Cuba, può essere letto su reportage della BBC, ma
non può essere scritto sui nostri giornali mainstream.
Per loro Martha Beatriz e gli altri devono continuare
ad essere degli eroi.
MAGISTRATURA E LICENZIAMENTI ALLA FIAT SATA DI MELFI lun, 23 mar
Alla Sata
di Melfi continua il calvario degli operai licenziati ad ottobre 2007 dalla
Fiat per il semplice fatto di aver avuto un avviso di garanzia
nell´ambito di un´inchiesta per presunte attività di
propaganda a fini terroristici.
Infatti, malgrado ciò,
Miranda, dipendente della Ceva Logistics, terziarizzata
Fiat, pur avendo vinto il procedimento di urgenza, invece di essere reintegrato
al suo posto di lavoro, ha avuto notificato un provvedimento di trasferimento
addirittura in Toscana. Contro questo trasferimento è di nuovo ricorso
alla magistratura, ma i giudici gli hanno negato la procedura d´urgenza. Ferrentino, licenziato contemporaneamente agli altri, ma
con un´altra scusa, cioè un volantino in cui, fra l´altro,
si criticava il comportamento aggressivo di un capo, pur essendo stato
reintegrato con procedura d´urgenza (sempre in secondo grado), è
stato nuovamente licenziato dalla Fiat per le dichiarazioni in sua difesa rilasciate
davanti al giudice. Anche in questo caso si è in attesa del
pronunciamento dei giudici. Per quanto riguarda Passannante,
questi, dopo aver perso il ricorso d´urgenza, resta ancora fuori dalla
fabbrica malgrado l´udienza per il ricorso nel
merito del licenziamento si sia tenuta venerdì scorso. Il giudice,
infatti, invece di decidere subito, dato che la situazione processuale, dopo
l´archiviazione delle accuse penali, è nettamente favorevole a Passannante, ha preferito rimandare la decisione ad una
prossima udienza, fissandola addirittura per settembre prossimo. In questo non
ha tenuto conto che, in virtù del rifiuto di concedergli la sospensione
del licenziamento, perché non sussisterebbero gli elementi di urgenza, Passannante starà senza salario ancora per almeno
sei mesi.
ETIOPIA:
PARTITO-STATO E CARESTIA Lunedì, 30 Marzo 2009 - di Eugenio Roscini Vitali
Anche se il sogno del popolo
etiope è quello di vivere in un paese dinamico e moderno, in uno Stato
dove la povertà e la fame sono incubi legati al passato e la
disperazione è solo un vago ricordo di cui non aver paura, la
realtà è un’altra, diversa ed ancora una volta
terrificante: lo spettro della carestia che lo scorso anno ha devastato il
Corno d’Africa è destinato a non finire, un flagello iniziato
all’inizio del 2008 che ha già causato migliaia di vittime e che
entro breve tempo, in Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya e Somalia,
arriverà a colpire più di 20 milioni di persone, 5 milioni dei
quali bambini, 2 milioni quelli sotto i cinque anni. Secondo il governo di
Addis Abeba, in Etiopia la siccità avrebbe
già distrutto gran parte dei raccolti e più della metà dei
capi di bestiame sarebbe andata persa; 13 milioni gli etiopi a rischio, un
sesto della popolazione che a causa della drastica riduzione delle scorte
alimentari, dovuta soprattutto alla crescita smisurata dei prezzi dei generi di
prima necessità, sarebbe afflitta da gravissimi problemi di
malnutrizione.
Gran parte delle
responsabilità di questa catastrofe umanitaria sono imputabili ai gravi
errori di valutazione fatti lo scorso anno dalle stesse autorità etiopi.
Confortato dall’opinione di molti esperti internazionali, il governo di Meles Zenawi aveva infatti annunciato che per il 2008 il raccolto autunnale,
che in pratica rappresenta il 95% dell’intera produzione annua, sarebbe
stato superiore alle aspettative di almeno il 10%; una quantità di
cereali sufficiente ad aumentare la razione di cibo giornaliera pro-capite di
almeno il 20%, raddoppiare le scorte, comprese le riserve di emergenza, ed
esportare non meno di 800 mila tonnellate. Per raggiungere questo obbiettivo il
governo di Addis Abeba e i paesi donatori avevano
messo in gioco lo stesso Productive Safety Net Programme (PSNP), uno
strumento di protezione sociale a medio termine che mira allo sviluppo e
all’autonomia alimentare e che offre aiuti sufficienti a superare gli
shock dovuti alle stagioni di scarso raccolto ma non riesce a proteggere una
popolazione dalle conseguenze di due anni consecutivi di siccità.
Come si è arrivati
all’attuale situazione? Innanzi tutto la mancata reazione ai primi
segnali di allarme: previsioni di una prima parte del 2008 senza piogge che
avrebbe sicuramente compromesso i raccolti; i danni causati dalle alluvioni delle
estati 2006 e 2007 che avevano colpito le regioni montuose a sud-ovest di Addis
Abeba; l’assenza delle precipitazioni nella
stagione delle piogge, quella breve, che sarebbe dovuta iniziare alla fine di
settembre dello stesso anno e sarebbe dovuta andare avanti per due mesi. Segni
chiari di una situazione meteorologica instabile che avrebbero dovuto allarmare
le autorità per il probabile arrivo di una carestia particolarmente
violenta.
In realtà il 9 aprile dello
scorso anno il sistema di aiuti che avrebbe dovuto salvaguardare 8 milioni di
etiopi ha risposto subito all’appello lanciato dalle autorità di
Addis Abeba, un’emergenza alimentare che
coinvolgeva poco più di tre milioni di persone e alla quale la struttura
organizzativa ha prontamente risposto. A causa delle scarsissime piogge che
hanno caratterizzato la primavera 2008, nell’arco di tre mesi la
situazione si è però drammaticamente aggravata e il numero degli
etiopi colpiti dalla carestia è salito a 12 milioni. Il governo, ormai
sopraffatto dagli avvenimenti, ha continuato comunque a minimizzare le
conseguenze della crisi ed ha risposto all’emergenza dichiarandosi in
grado di tenere la situazione sotto controllo. In realtà le riserve
alimentari destinate alle emergenze, che avrebbero dovuto contare quasi 400
mila tonnellate di cibo, erano quasi finite: il 70% dei beneficiari della rete
di sostegno alimentare avevano infatti chiesto di
accedere al sistema di aiuti perché non in grado di superare le
difficoltà con i normali canali di assistenza sociale e così, nel
momento del reale bisogno, i depositi erano praticamente vuoti. In luglio il
cibo veniva razionato di un terzo; tra ottobre e novembre della metà.
Malgrado dall’inizio della
carestia i centri di distribuzione ed assistenza siano aumentati di sette volte
e in dieci mesi l’Etiopia abbia importato più di un milione e
trecentomila tonnellate di cibo, gli aiuti non sono stati comunque sufficienti
a far fronte ad catastrofe umanitaria che stava rapidamente assumendo
proporzioni sempre più simili a quella che colpì il paese del
Corno d’Africa nel 1984. Nell’arco di due anni, degli 8 milioni gli
etiopi colpiti da quella che il giornalista inglese Michael Buerk
descrisse come “una carestia biblica nel XX secolo”, ne morirono
più di un milione, una catastrofe alla quale contributi il regime di Haile Mariam Mengistu
che per cercare di far fronte al collasso economico del paese decise di
spostare 600 mila agricoltori ed allevatori dai centri rurali
del nord ai villaggi che i militari avevano previsto di edificare nel
sud del paese. Profughi ai quali non sempre arrivarono gli aiuti e i servizi
promessi e che in molti casi, nel tentativo di far ritorno a casa, preferirono
morire piuttosto che adeguarsi a questa nuova realtà.
Il regime etiope è sempre
stato bravo a mettere in risalto le apparenze, avere un ruolo determinante
nell’Unione Africana ed essere il paladino delle democrazie occidentali
nel Corno d’Africa; tutto questo mentre il paese si prosciuga e la gente
muore. Un solo partito che controlla i posti chiave
dello Stato, il Fronte di Liberazione del Tigray del
premier Meles Zenawi, e un
potere concentrato nelle mani di una sola etnia, i Tigré,
che pur rappresentando il 7% della popolazione domina sulle restanti otto
etnie. Uno squilibrio che mina la legittimità del regime ed ostruisce
qualunque apertura verso la democrazia, un monopolio che ha dimostrato il suo
modo di trattare con l’opposizione con la repressione del 2005. E’
in questo contesto che non si fa fronte alla siccità in arrivo, che non
si comprendono le conseguenze dell’isolamento dei vertici dal resto del
paese; una leadership chiusa, fondata sul patrimonio dell'identità
Abissina e su un innato senso della gerarchia e dell’autorità, un
centralismo “democratico” che rimane legato a quel modello di Partito-Stato
che per decenni ha governato un paese che continua ancora oggi a morire di sete
e di fame, come se la cosa non riguardasse nessuno.
UN CARTELLO CON
QUESTA SCRITTA:
“QUI SI E'
FERMATA SECONDO LE AUTORITA' PUBBLICHE FRANCESI
era esposto, fino a qualche mese fa,
sul ponte Saint-Ludovic, situato tra la dogana
francese e quella italiana, presso Mentone, Costa
Azzurra.
Diceva che proprio lì, sul
confine, si era fermata – secondo le autorità francesi –
«la nube radioattiva dell’incidente nucleare di Chernobyl».
Proprio alla frontiera con
Pubblico questa foto
all’inizio a inizio di articolo per ricordare come grandi interessi
spingano i fautori del nucleare a mentire sistematicamente, a minimizzare la
portata dei pericoli connessi alla gestione degli impianti e, quel che è
peggio, allo stoccaggio delle scorie. In Italia, l’avventura nucleare
sembrava finita una volta per tutte, su decisione dello stesso popolo italiano,
a seguito dei referendum del 1987. Da allora a oggi, tuttavia, la lobby
nuclearista ha lavorato bene per superare la pesante battuta d’arresto e
tornare a macinare guadagni. Finché il cavaliere errante (errare =
sbagliare) non ha deciso, in perfetta solitudine, il ritorno al passato,
siglando un accordo che ci lega mani e piedi alla politica energetica della
Francia di Sarkozy.
Nel frattempo, dal
Ciò detto, cerco di
riassumere un intervento di Marco Bersani (a sinistra nella foto qui sotto), socio
fondatore di Attac Italia, portavoce del Genoa Social
Forum ai tempi del G8 di Genova e attivo nei movimenti di lotta per la difesa
dei beni comuni. Marco ha presentato
il proprio libro «Nucleare: se
lo conosci lo eviti» all’espace populaire di Aosta. Si tratta di una lettura quanto mai
istruttiva in questi tempi affollati di gente che combina affari sulla testa
degli altri. Ho cercato di prendere bene gli appunti, ma qualche imprecisione
è sempre possibile.
Marco Bersani esordisce dicendo
che per prima cosa dovremo difenderci dal tentativo di «sequestrare la
discussione». Ci chiederanno di diventare spettatori di una discussione
fra tecnici, alcuni a favore del nucleare, altri contro. È necessario
invece «riprendersi la parola», il che comporta un «riprendersi
le conoscenze». Dopo 22 anni, qualcuno ha deciso di ridiscutere la
decisione presa dal popolo italiano. Questo può andar bene,
perché in 22 anni le idee possono cambiare. Ma se tutti assieme si era
deciso di no, non è possibile che oggi il presidente del consiglio
decida il contrario da solo.
Il fatto che il nucleare sia oggi
riproposto con le stesse motivazioni di 22 anni fa significa che il movimento
antinuclearista non è riuscito a produrre un nuovo modello energetico,
ammette Bersani. Ma quelle dei nuclearisti erano e restano «bugie»,
che il relatore provvede a confutare.
Prima bugia: il futuro è
nucleare. È uno strano concetto, se si considera che stiamo parlando di
una tecnologia vecchia di 50 anni. Ma è la stessa Agenzia internazionale
per l’Energia nucleare (Aiea) a dire che il
contributo del nucleare alla produzione di energia nel mondo è appena il
16%. Nel 2030, secondo l’Agenzia, tale apporto scenderà al 13%,
perché le centrali durano in media 25 anni (stanno cercando di
prolungarne la vita fino ai 40 anni, ma è chiaro che ogni anno in
più le renderà più pericolose). Il nucleare, infine, serve
a produrre energia elettrica e, di conseguenza, non può in alcun modo
sostituire l’energia prodotta attraverso i combustibili fossili. Il
nucleare non contribuirebbe dunque granché a ridurre le emissioni di
anidride carbonica, responsabili del riscaldamento globale, anche
perché, se il nucleare non emette CO2 in fase di produzione, non si
può dire lo stesso riguardo alla costruzione e alla dismissione delle
centrali, strutture che costituiscono l’esito di una filiera che prevede
la produzione e l’uso di materiali quali gli acciai speciali e lo
zirconio, tutta roba da smaltire dopo 25-40 anni.
Seconda bugia: il nucleare
è economicamente competitivo. Ovvero costerebbe poco e in più
permetterebbe una diminuzione della dipendenza dall’estero. Il patto fra
Berlusconi e Sarkozy prevede la costruzione di
centrali Epr, un modello che non è ancora
attivo in nessun Paese del mondo. In Francia, attualmente, le centrali Epr in costruzione sono due. I costi sono lievitati
enormemente perché i cantieri sono stati bloccati molte volte, a causa
di numerosissime infrazioni alle procedure di sicurezza. La spesa per centrale,
in Francia, è già di 4,5 miliardi di euro. In Finlandia la
centrale Epr in costruzione ha accumulato per ora 3
anni di ritardo (e costi di più di 5 miliardi) perché i lavori
sono stati fermati per circa 2100 infrazioni alle procedure di sicurezza. Le
due società coinvolte si stanno imputando reciprocamente la
responsabilità delle violazioni in tribunale. Il nucleare italiano
costerebbe 28 miliardi per 4 centrali (14 li metterebbe
Per quanto riguarda la dipendenza
dall’estero, essa diminuirebbe, in effetti, se fosse stato scoperto
l’uranio in Italia. Nella realtà, la dipendenza dall’estero
non diminuisce, ma cambia: dipenderemo da Canada e Australia, Paesi
“ricchi” di uranio. Ma quanto uranio c’è nel mondo? Si
stima che nel 2035 sarà finito. Anche ammettendo di poter scoprire nuovi
giacimenti, rischiamo comunque di investire in una tecnologia che alla metà
di questo secolo sarà già finita. Siamo dentro una follia.
Qualcuno dice: ma già oggi
importiamo energia a basso costo dalle centrali nucleari francesi.
L’energia nucleare, tuttavia, non è conveniente per il cittadino.
La bolletta energetica è infatti più o
meno la stessa in Francia (58 centrali nucleari), in Germania (19 centrali) e
in Spagna (4 centrali), ciò che significa che la quantità di
energia nucleare prodotta non incide in maniera significativa sul prezzo della
corrente.
Terza bugia: il nucleare è
sicuro. Secondo Berlusconi, l’Epr francese
appartiene alle centrali nucleari di quarta generazione, quelle intrinsecamente
sicure. Si tratta in realtà d’impianti di terza generazione, fatti
sul modello di quelli di prima e seconda generazione. Sono meno a rischio?
Sì, naturalmente, perché rispetto a qualche anno fa la tecnologia
è andata avanti. Ma, in caso d’incidente, sono dalle 4 alle 7
volte più pericolose, perché sono molto più grosse. Il
che, tra l’altro, impedisce di riattivare le “vecchie”
centrali italiane, che dovranno essere smaltite, perché troppo piccole.
Nel 2005
Manca, oltretutto, la necessaria
trasparenza delle informazioni. In appena 55 anni d’esistenza delle
centrali nucleari gli incidenti conosciuti d’intensità media o
grave sono già 135 e si sono verificati a tutte le latitudini: negli Stati
uniti, nell’ex Unione sovietica, in Gran Bretagna, in Francia, in
Giappone. Qualche incidente c’è stato anche in Italia. Un accordo
del 1959 tra l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e
l’Aiea,
Quarta bugia: non ci sono
alternative. Il nucleare costituirebbe un’energia cui non sarebbe
pensabile rinunciare in tempi di riscaldamento climatico. Ma il nucleare non
è un’alternativa e non può essere una soluzione
all’emergenza: il primo kw/h prodotto dalle
centrali nucleari italiane dovrebbe vedere la luce nel 2020, mentre il Paese ha
ben altri obiettivi da raggiungere per quella data, come previsto
dall’Unione europea.
Quinta bugia. La grande rimozione:
storie di scorie. I nativi indiani avevano inventato il principio per cui non
si potevano prendere decisioni se non si conoscevano gli effetti che queste
avrebbero prodotto fino alla settima generazione. Il tempo di dimezzamento del
plutonio è di 24.400 anni. 25 mila anni fa
L’Italia non ha fame di
energia. Il nostro Paese ne produce 88 mila MW/anno, a fronte di una domanda di
56 mila. Se importiamo energia dall’estero è perché il
nostro sistema produttivo funziona al 50%. A questo proposito, la
liberalizzazione dell’energia costituisce un guaio: perché un
privato dovrebbe aver interesse a efficientare gli
impianti, quando guadagna sul massimo consumo? La posta in gioco è, in
effetti, più ampia del semplice rifiuto del nucleare. Si tratta infatti del modello sociale che abbiamo in mente: a un
modello termico di produzione dell’energia, centralizzato, fondato sui
grandi impianti e che comporta una militarizzazione della società,
dobbiamo contrapporre un’idea alternativa. Le nuove centrali saranno
protette dall’esercito e le nuove regole prevedono dai 5 ai 15 anni di
detenzione per chi realizza un blocco stradale durante i lavori. Anche le aree
militari, inoltre, potranno essere «valorizzate» economicamente,
dotandole di centrali. A questa visione della società bisogna reagire
riflettendo sulla natura dei beni comuni primari, dei quali dobbiamo
riappropriarci. L’uso delle fonti rinnovabili permette di democratizzare
il processo. Il sole sta dappertutto, il petrolio e l’uranio no.
Il movimento contro il nucleare
dovrà dunque collegarsi a quelli per la riduzione dei rifiuti, a quelli
per l’acqua. Il nucleare ha bisogno di enormi quantità di acqua
per raffreddare gli impianti.
Dobbiamo evitare di commettere
l’errore di lasciare che la battaglia contro il nucleare sia appannaggio
delle popolazioni presso cui le centrali saranno
costruite. Dobbiamo rendere inutili i modelli energetici che non siano basati
sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico. Dobbiamo informarci e
diventare piccoli nuclei di consapevolezza.
La grande rentrée di Mario
Chiesa in galera ha ingiustamente oscurato l’eterno ritorno di un altro
big di Tangentopoli, appena meno famoso di lui: l’ex ministro dc Carlo Bernini, che aveva patteggiato a Venezia 1 anno e
4 mesi in appello per le mazzette sulle autostrade, dunque era subito tornato
in attività alla guida della compagnia aerea Myair.
L’altroieri Bernini, rimasto inspiegabilmente
fuori dal Parlamento nonostante la condanna definitiva, è stato di nuovo
indagato, stavolta a Vicenza, mentre
Il governo Berlusconi non è
rimasto inerte dinanzi all’impennarsi della corruzione. Infatti, a
gentile richiesta del ministro Raffaele Fitto, il Guardagingilli
Angelino Jolie ha sguinzagliato gli ispettori contro