Casella di testo: 24 marzo 2009														informazioni sparite dai media
LA NOTIZIA CHE NON C’È

 

 

 


Bologna marzo 1977

Cuba e Internet

Chavez e il cellulare a 10 €

Via Rasella 24 marzo 1944

Piccolissima storia del Tibet (quella vera)

 

 

BOLOGNA MARZO ‘77. BOLOGNA MARZO 77 - CHI DIMENTICA E’ COMPLICE

Chi dimentica assolve i veri criminali…

Chi dimentica uccide due volte chi è già stato ammazzato…

Chi dimentica è compilce

 

La sveglia suona, quando ancora il sole non è sorto, il lavoro non c’è l’ho più ma la sveglia suona sempre alle 6, ferma al giorno in cui mi hanno licenziato “Le sue idee politiche e la sua militanza in organizzazioni non consone all’ordine democratico, ci costringono a congedarla da ogni incarico” così recita la lettera di licenziamento che il mio capo mi ha consegnato il 6 marzo 1977. Qui a Bologna l’aria è pesante, si sente che qualcosa è cambiato, non è più tempo di feste e di canne: qualcosa sta cambiando ma nessuno sa a cosa andiamo incontro.

Percorro via Pietralata per arrivare a via del Pratello dove devo incontrare un compagno sotto Radio Alice, abbiamo deciso di andare a sentire una conferenza di CL (Comunione e Liberazione), arrivato sotto via del Pratello vedo il compagno accompagnato da altri due che conosco solo di vista. Arrivati nei pressi dell’Università salutiamo alcuni compagni che avevano avuto la nostra stessa idea, insieme ci incamminiamo verso l’aula dove si tiene l’assemblea. Davanti la porta ci sono due personaggi conosciuti del servizio d’ordine di CL che subito ci fanno capire che la nostra presenza non è gradita, reagiamo parte qualche cazzotto, qualche insulto e veniamo respinti dall’aula. La litigata aveva chiamato a raccolta alcuni compagni che stavano all’università, un centinaio principalmente del collettivo di anatomia. Inizia una contestazione all’assemblea di CL che costringe i Ciellini a barricarsi dentro. Un certo Prof. Cattaneo chiama il Rettore Rizzoli che immediatamente segnala la situazione alla questura. Vediamo entrare da un lato della facoltà un folto gruppo di carabinieri che prontamente ci carica facendo uscire incolumi i Ciellini dall’aula.

L’intervento della polizia anima in tutti i compagni una rabbia che ci dà la forza di andare allo scontro per respingere la polizia. Nel frattempo vedo dietro di me che sono arrivati compagni da quasi tutte le facoltà , un compagno di lettere mi dice che fuori da Anatomia ci sono altri scontri.

In tutta la città ci sono scontri, appaiono le Molotov, la polizia spara, l’autonomia risponde.

Io vedo in lontanaza due camionette della celere che bloccano un lato della strada,il lato opposto è presidiato da due cordoni di carabinieri,sono incordonato nella terza fila, mi copro il volto con una sciarpa a strisce rosso blu quella che uso pure per andare a vedere il Bologna, dal primo cordone si staccano tre compagni che tirano fuori dalla borsa a tracolla due bocce: le accendono e le lanciano verso la libreria di CL una fiammata avvolge tutta la saracinesca.

Arriviamo a Via Masciarella il numero di compagni è diminuito ora siamo un piccolo gruppo a fronteggiare i carabinieri, una molotov colpisce una camionetta, un carabiniere allunga il braccio su una 127 bianca prende la mira e dalla sua pistola esplode 6 colpi, vedo un compagno che indietreggia, poi cade a terra, una macchia rossa si allarga sulla sua camicia

il compagno è morto.

Il compagno è Francesco Lorusso.

CHI DIMENTICA E’ COMPLICE

LA GIUSTIZIA NELLA NOSTRA RABBIA

LA RABBIA NEL NOSTRO DOLORE.

CUBA E INTERNET. Aldo Garuti. La continua aggressione mediatica contro Cuba, purtroppo, fa presa anche sulle persone più accorte e sensibili, compresi i miei amici, che mi hanno segnalato l’inclusione di Cuba nella solita lista nera dei Paesi considerati nemici di Internet (vedi articolo “Sono dodici gli Stati canaglia dell’Internet”), basato sulle asserzioni di ‘Reporters sans Frontières’, fonte della pseudo notizia.

Perciò, nelle considerazioni a seguire cercherò di correggere questa stortura indotta dal sistema (dis)informativo

Va innanzi tutto osservato che a Cuba esistono migliaia di computers a disposizione dei cittadini, in biblioteche, scuole, università, centri sociali che possono essere consultati gratuitamente e liberamente. Il loro uso è insegnato gratuitamente a giovani, adulti e anziani in tutta l’Isola. Chiunque abbia girato per le città cubane ed abbia occhi per vedere può confermare la presenza pressoché capillare nel Paese dei “Club de Computación”.

Il fatto è che IL GOVERNO CUBANO HA DOVUTO, FINORA, LIMITARE L’USO DI INTERNET AI PRIVATI A CAUSA DEL BLOCCO USA CHE IMPEDISCE A CUBA DI COLLEGARSI AI CAVI SOTTOMARINI AD ALTA VELOCITÀ CHE UNISCONO LA FLORIDA CON IL MESSICO.

Per questa ragione, la rete informatica cubana deve dipendere dalle connessioni via satellite che sono molto più lente, costose e precarie. Quindi le connessioni devono essere riservate, in primo luogo, ai servizi di primaria necessità, come ospedali, scuole ecc.

In pratica, gli Stati Uniti bloccano l’accesso di Cuba alla banda di Internet e poi accusano l’Isola di restringere l’uso di questo servizio a pochi privilegiati. Le restrizioni imposte a Cuba impediscono all’Isola di usufruire di velocità di connessione alla Rete addirittura persino disponibili, invece, per un qualsiasi utente privato, in altre nazioni.

Dalla nascita di Internet, Washington ha bloccato Cuba nell’utilizzazione della Rete informativa mondiale e contemporaneamente ha cominciato una feroce campagna accusando l’Isola di negare la libertà di connessione. Per via delle leggi del Blocco, Cuba non può collegarsi ai canali internazionali di fibra ottica che passano vicino alle sue coste ed è obbligata a farlo via satellite, metodo più caro e che limita l’uso di questa risorsa.

Cuba, come Paese, ha accesso ad Internet dal 1996 e solo via satellite. La connessione via cavo è invece più rapida, di miglior qualità e tra il 15 e il 25% più economica che via satellite. Nel 2005 Cuba infatti, ha pagato più di 4 milioni di dollari per poter accedere a Internet via satellite, secondo quanto riportato dal Ministero dell’Informatica e delle Comunicazioni di Cuba (MIC).

Oggi, dopo 13 anni, in conseguenza del suddetto bloqueo USA Cuba non ha ancora ottenuto accesso ai cavi di fibre ottiche che passano proprio vicino alle sue coste. Ogni volta che Cuba voglia aggiungere un nuovo canale ad Internet, la controparte statunitense deve ottenere la licenza appropriata dal Dipartimento del Tesoro USA. Parimenti, se una compagnia nordamericana volesse aprire un nuovo canale a Cuba o decida di aumentare la velocità della connessione, ugualmente deve farsi rilasciare un’apposita licenza dal Dipartimento del Tesoro USA.

Ne consegue che l’autorizzazione dell’ampiezza di banda via satellite di cui dispone è di soli 65 Megabyte al secondo (MB/s) in uscita e 124 MB/s in entrata, vale a dire inferiore a quello di molte aziende e persino di alcuni utenti privati con connessioni a fibre ottiche ad alta velocità (ADSL) in altri Paesi (in Australia, Bangladesh, Regno Unito, Italia o negli Stati Uniti, ad esempio, una persona può accedere all’alta velocità con un servizio ADSL e con la possibilità di download fino a 24 MB al secondo e in Norvegia o in Giappone si superano persino i 100 MB).

Ciò, ovviamente, non è sufficiente per le necessità di sviluppo di Cuba. I suoi costi d’acceso ad Internet sono inoltre molto più elevati. Peraltro, la stessa telefonia non era riuscita ad avanzare, sino a soli pochi anni fa, verso la digitalizzazione e l’installazione di fibre ottiche su tutto il territorio nazionale, e questo limite infrastrutturale ha rappresentato un enorme ostacolo.

L’acquisto di hardware (come Intel, Hewlett Packard, IBM e Macintosh) e software (es. la sola Microsoft, che con Windows domina oltre il 90% del mercato dei sistemi operativi installati nei PC) a Cuba, sempre a causa del bloqueo, non può avvenire direttamente dagli Stati Uniti, che sono l’emporio mondiale della tecnologia informatica, e avviene perciò da Paesi terzi, con maggiori costi di trasporto e rincari anche del 30%. Oltre a ciò, gli Stati Uniti esercitano un controllo egemonico sui server, di cui i principali del mondo si trovano proprio in territorio statunitense.

Stanti tali limitazioni imposte dal bloqueo, la diffusione di Internet a Cuba procede secondo un modello di appropriazione sociale delle tecnologie informatiche e delle comunicazioni, cioè appunto seguendo criteri di priorità sociale, privilegiando, ad es., la diffusione dell’informazione medica (attraverso la rete di salute “Infomed” appositamente dedicata ai medici cubani), i portali informativi per gli intellettuali e gli artisti (Cubarte) la ricerca scientifica e universitaria nei vari rami del sapere, della produzione e dei servizi.

Così, con gli scarsi mezzi economici e tecnologici di cui dispone, le possibilità offerte da Internet e, in generale, dalle nuove tecnologie sono messe a disposizione degli interessi vitali di tutta la popolazione del Paese, non solo a chi è connesso in rete.

Le autorità cubane hanno cioè deciso di dare la priorità della connessione alla Rete in maniera organizzata, per garantire il suo uso sociale in forma adeguata a medici, scienziati, studenti, professionisti, personalità della cultura, centri di ricerca, ecc.

Questa strategia è riconosciuta da istituzioni internazionali come un esempio positivo per altri Paesi in via di sviluppo che vogliono superare il divario digitale esistente con i Paesi ricchi, un modello per i Paesi sottosviluppati. Tutte le scuole, anche quelle più remote di campagna (incluse quelle ove non giunge la rete elettrica nazionale), sono dotate di computer, TV e videoregistratori alimentati all’occorrenza da pannelli fotovoltaici (come del resto anche i consultori medici di campagna, presenti capillarmente ovunque). In ogni comune del Paese si può trovare un “Joven Club de Computación” per le persone di qualsiasi età che vogliano apprendere l’uso del computer e farne pratica.

In base ai dati risalenti a 3 anni fa (2006), a Cuba esistono oltre 1.370 domini registrati e 2.500 circa siti web, di cui 135 appartenenti ad organi di stampa, ci sono 940.000 utenti di posta elettronica e altri 219.000 di Internet, che diventano centinaia di migliaia tenendo conto del carattere sociale che permette che uno stesso punto di connessione sia utilizzato da varie persone.

Con circa 377.000 PC usati per scopi di pubblica utilità ed una proporzione di 3,4 PC ogni 100 abitanti, si può affermare che oggi Cuba sta estendendo la socializzazione delle nuove tecnologie dell’informazione. La media aumenta però considerevolmente se si considera che, in effetti, queste macchine si trovano in centri di studio, culturali, industriali e sanitari, oltre che nelle banche e negli uffici postali.

Il 100% dei centri d’insegnamento, per esempio, utilizza le nuove tecnologie come appoggio ai programmi scolastici, assieme a televisori e video, a vantaggio dei 2.230.658 studenti delle 12.784 scuole esistenti. Tutti gli istituti di studio del Paese impiegano computer nel processo educativo, comprese 2.368 scuole rurali con pannelli solari fotovoltaici, 93 delle quali hanno un numero d’iscritti pari ad un solo alunno (uno!).

La domanda che dovrebbe porsi una persona dotata di semplice buon senso sarebbe, allora: MA SE LO STATO CUBANO VOLESSE DAVVERO IMPEDIRE L’ACCESSO AD INTERNET ALLA POPOLAZIONE, PERCHÉ MAI SPENDEREBBE COSÌ INGENTI RISORSE PER CURARNE LA FORMAZIONE INFORMATICA?

 

CHAVEZ E IL CELLULARE A 10€ L’aveva promesso e a meno di un mese dal primo annuncio il presidente venezuelano Hugo Chávez ha mostrato il cellulare più economico del mondo: solo 14 dollari (poco più di 10 euro), nome in codice C366 El Vergatario.

Il semplice candybar,  permetterà praticamente a tutti i venezuelani di avere un telefonino. El Vergatario integra  fotocamera, lettore Mp3, calcolatrice, calendario, sveglia e radio FM. Vetelca, l’azienda che lo produrrà, si avvarrà del supporto di una serie di investitori, tra cui il governo venezuelano e una serie di produttori stranieri, tra cui spicca ZTE, noto produttore cinese. Il C366 verrà interamente realizzato in Venezuela e quindi commercializzato anche nei Caraibi e in altri paesi del Sud America.Per altre centinaia di migliaia di loro il rinnovo del contratto è a rischio nell’immediato futuro.

 

VIA RASELLA 24 MARZO 1944. A Roma, in Via Rasella, venne eseguito da parte dei valorosi partigiani appartenenti ai G.A.P.  (Gruppi d’Azione Patriottica), un attacco ai danni dei soldati tedeschi, componenti delle S.S.  Tra questi 32 vennero uccisi e 110 rimasero feriti dalla bomba partigiana. Un evento memorabile. Fu il giorno successivo dell’attentato, nel 24 Marzo del 1944, che come ritorsione i tedeschi si vendicarono brutalmente, uccidendo 10 italiani per ogni tedesco caduto, senza scrupoli. Vennero trucidati 335 civili, tra cui 75 ebrei, uccisi solo per la propria identità religiosa, ritenuta estranea alla razza imposta dagli invasori nazisti, nonché quella ariana. Riteniamo l’azione partigiana di via Rasella una delle più eclatanti ed onorevoli, dalla quale sono scaturite diverse riflessioni e diverse teorie. Noi, come studenti antifascisti, in quanto fedeli ai nostri valori, riteniamo indispensabile e coraggioso il gesto compiuto,pezzo importante della resistenza e frutto dell’auspicabile disperazione popolare. Affermiamo senza esitazioni che la resistenza debba essere elogiata da chiunque sia rispettoso nei confronti della costituzione, ma soprattutto nei confronti delle numerose vittime uccise durante la dittatura nazifascista. Lottare per cacciare l’invasore spietato e crudele, lottare per partecipare ad un opera di risveglio della coscienza popolare, per far riemergere i valori della libertà e della democrazia è stato necessario, e noi lodiamo ed esaltiamo a gran voce i protagonisti della lotta antifascista. Oggi, 24 marzo 2009, ci faremo sentire, a distanza di 65 anni, per commemorare l’atroce eccidio delle Fosse Ardeatine, cave situate a Roma Sud, in cui vennero gettati i 335 innocenti, tra questi, alcuni vennero precedentemente raccolti dalle prigioni politiche di Via Tasso e di Regina Coeli e altri rastrellati dal Ghetto. I nazifascisti tentarono di farci rimanere all’oscuro di questa vicenda. Fecero saltare in aria il luogo e murarono la cava, cosicché i pochi coraggiosi che si spinsero fin lì, zona deserta durante il ventennio, per vedere cosa fosse successo, non trovarono altro che un muro invalicabile. Solo dopo l’imminente liberazione fu possibile abbattere il muro e scoprire la verità terribile che si celava dietro il lugubre, inesorabile e sintetico comunicato tedesco del 24 marzo 1943: “L’ ordine è già stato eseguito”.

Oltre ad una commemorazione la nostra vuole essere una dimostrazione per mostrare che sfortunatamente l’antifascismo è tornato un tema all’ordine del giorno, ed un valore ancora da eseguire e da manifestare. I neofascisti stanno dilagando, portano con loro le loro politiche razziste e violente, coperte da un comune pseudo fascista ( N.B. collana di Alemanno), ignari di mantenere una coscienza sporca di sangue,  non permetteremo loro di inneggiare ad un regime che ha sparso solo lutti e miseria. Rendiamo noto che la resistenza continua, oggi come ieri, per sempre antifascisti!

CHI DIMENTICA è COMPLICE. ONORE AI MARTIRI DELLE FOSSE ARDEATINE. SOLIDARIETA’ NEI CONFRONTI DELLE LORO FAMIGLIE.

 

Piccola storia, ma quella vera, del tibet. Una regione da sempre cinese ma molto isolata, nella quale 800 nobili e qualche centinaio di monaci controllava praticamente tutto, aveva diritto di vita e di morte sulle persone, con i monaci che sottraevano i bambini ai contadini da piccoli, spesso ne abusavano, e uccidevano chi protestava. La mortalità infantile era altissima, non esistevano scuole ospedali, prima dell’arrivo dei maoisti. Ora tutto il mondo vuole credere che ci sia in realtà un intero popolo dietro a quattro monaci provocatori da sempre finanziati come elemento destabilizzatore dalla Cia.

La Cina non è una nazione composta da una sola etnia, bensì da 56 diverse popolazioni, Han (in maggioranza), Coreani, Mongoli, Tibetani, etc. E questo smonta ogni pretesto per separare il Tibet su base razziale: la Cina è un paese multiculturale (si fa l’esempio del Canada).

Il Tibet è da migliaia di anni parte della Cina. Vengono mostrate le mappe delle varie nazioni cinesi che si sono succude nei secoli. Si parte dalla dinastia Yuan (dal 1271 al 1368) e si vede già che il Tibet era una regione del regno cinese, così come coi Ming, Qing, Repubblica Cinese e Repubblica Popolare Cinese. La parte davvero divertente della cosa - sottolinea l’autore del video - è che il Tibet era già parte della Cina prima ancora che Stati Uniti, Canada, Australia  e Nuova Zelanda fossero scoperte dagli europei.

Nel 1903, durante la dinastia Qing, i britannici presero il controllo del Tibet, trattando i tibetani come schiavi (seguono alcune cruente immagini dell’epoca).

Prima del 1950, quando i cinesi ripresero il controllo della regione, il Tibet era comandato dai monaci diretti dal Dalai Lama, il quale mantenne un governo di tipo schiavista. Pensate veramente - è la domanda retorica che segue - che il Dalai Lama sia oggi contento visto che ha perso tutti i privilegi di cui godeva in quel periodo?

Il Dalai Lama era ed è finanziato dalla Cia per separare il Tibet dalla Cina (nota mia: materialmente l’agenzia che oggi si occupa di finanziare il cosiddetto governo in esilio del Tibet è la Ned, creata da Reagan negli anni ‘80, National Endowment for Democracy). Negli anni ‘50 la Cia ed il governo britannico costrinsero l’India ad accettare ed a finanziare il Dalai Lama e la sua corte.

Il governo cinese spende ogni anno 40 milioni di dollari in Tibet per costruire infrastrutture, scuole, ospedali, edifici. Una eventuale indipendenza, naturalmente, lascerebbe il Tibet anche in grave crisi economica, visto che non sarebbe per nulla autosufficiente. Molto bello il messaggio che segue; fate attenzione, la Cina non  è la Jugoslavia, se questo è quello che state cercando di fare. Poi alcune domande retoriche: perchè gli inglesi non danno l’indipendenza a Scozia e Irlanda, i canadesi al Quebec, gli Usa al Texas, i giapponesi ad altre due regioni, perchè gli australiani non lasciano vivere gli aborigeni e non se ne ritornano in Europa come tutti gli altri? Se non lo fanno loro, perchè pretendono che lo facciano i cinesi, quando la storia cinese del Tibet è più antica di tutte le loro messe insieme?