Venezuela: Capitalismo e Lotta di Classe

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Fonte in spagnolo:
https://materialesxlaemancipacion.espivblogs.net/2017/04/22/venezuela-capitalismo-y-lucha-de-clases/

Le tre prese di posizione elencate in seguito sono state pubblicate dal 2013 al 2015 da vari compagni di lotta. Nonostante siano trascorsi due anni da allora, siamo convinti che il loro contenuto non è obsoleto e, al contrario, il bilancio che ne emerge corrisponde abbastanza a quanto è accaduto negli ultimi tempi in quelle terre del mare Caraibico.

Come è comune conoscenza, i materiali che pubblichiamo in questo blog hanno sempre mirato a uscire dalla ruota ideologica che è presente nei media di destra e di sinistra. Se la nostra realtà locale generalmente ci mette in ombra, ciò che accade al di fuori dei nostri confini lo fa ancora di più. Tuttavia, è inutile rinunciare a tutti gli sforzi per suscitare critiche, divulgarle e discuterne.

Contributi di questo tipo non vanno intesi come definitivi, ma come sforzi che fanno parte di un processo continuo, semplici (ma necessari) contributi per forgiare lotte alternative proprie, autonome e veramente rivoluzionarie della critica radicale. Ovviamente, dare una risposta puntuale a tutte le implicazioni che riguardano il campo pratico della lotta, così come agli innumerevoli compiti necessari per organizzarla; non si risolveranno in poche righe scritte, né si raggiungeranno meccanicamente o nel breve termine, tanto meno con il volontariato immediato. Costanti fallimenti e devastazioni dovranno verificarsi sulle strade per scorgere i progressi.

Nel frattempo, delineando un po’l’argomento che stiamo affrontando, ci sembra opportuno sottolineare e sintetizzare quanto segue: stare sotto le bandiere del falso antagonismo “Yankee imperialismo contro la democrazia socialista latinoamericana” è accettare ciecamente di marciare verso il baratro, è prendere parte ad una finta opposizione che ci porterà inevitabilmente a mantenere le cose come sono (o peggio di prima); per questo motivo quando solleviamo il motto “Né chavismo né opposizione”, non facciamo uso di un semplice motto dirompente, lungi da esso, esporremo apertamente una realtà che per anni è stata mistificata e distorta da tutte le fazioni della borghesia.

La cosiddetta rivoluzione bolivariana non è affatto contraria al capitalismo. Il socialismo del XXI secolo è di per sé riformismo, incorniciato nella continuità dei compiti borghesi-democratici, cioè: la difesa dell’economia, del valore, dello Stato, della patria, del progresso e dello sviluppo.

D’altra parte, né Hugo Chavez né Maduro sono stati dittatori fascisti, al contrario, sono democratici come i loro omologhi che chiedono “il rilascio dei prigionieri politici in Venezuela” (ovviamente si riferiscono esclusivamente ai prigionieri MUD). Tutti i cittadini/destra/democratici che si indignano cinicamente e ipocritamente e denunciano la repressione della polizia da parte del governo bolivariano, simultaneamente nei “propri paesi” agiscono anche come complici, denunzianti, sponsor e anche come diretti partecipanti alla repressione e al massacro dei proletari precari, pauperizzati ed emarginati che lottano contro lo sfruttamento e il saccheggio.

La lotta rivoluzionaria che sosteniamo per distruggere il Capitale deve combattere nello stesso modo contro tutti gli Stati nazione, riducendoli a macerie; indipendentemente dall’aggettivo che li caratterizza, dall’ideologia che essi proclamano o dal personaggio o gruppo che sta loro alla testa; è un’inevitabile affermazione del nostro programma storico.

[Materiales]

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Il mito della sinistra è maturo per crollare

La situazione sociale ed economica del Venezuela, dopo 14 anni di governo di Chavez e più di un anno di governo di Maduro, non ha potuto dare più dei risultati che vediamo oggi. È necessario quindi fare una revisione storica per contestualizzare l’attuale esplosione di disordini sociali.

Questa successione di governi “socialisti” fino alla crisi attuale possono essere capiti e denunciati solo sapendo che il socialismo di cui stiamo parlando è senza dubbio un “socialismo” borghese. È la socialdemocrazia che istituisce i suoi governi “operai”, rivendica la sovranità nazionale, la difesa dell’economia nazionale, facendo finta di governare per la classe che sta schiacciando. La rivoluzione bolivariana è concepita con nazionalizzazioni, grandi entrate dal petrolio, un’enorme burocrazia, un sacco di nazionalismo e populismo e bastoni e briciole per la maggior parte del proletariato. Il Venezuela diventa così il bastione del socialismo – alla moda – del XXI secolo.

Tuttavia, il fatto che i mezzi di produzione siano di proprietà statale o no non cambia nulla. Per noi proletari non fa nessuna differenza se quello che ci sfrutta è un proprietario privato, il governo nazionale o una multinazionale. Il capitale non ha un unico metodo da riprodurre; usa quello che è utile ai fini di una migliore riproduzione, per la sua valorizzazione. In questo senso, se utilizza l’interventismo statale e la logica pseudo-“socialista”, lo fa solo nelle occasioni in cui questo è redditizio per il capitale stesso, mentre allo stesso tempo media gli interessi antagonisti delle classi e permettendogli di continuare a crescere, espandere e utilizzare la popolazione con la scusa della crescita dell’economia nazionale. Con grande fallacia, il “socialismo” borghese pretende che il socialismo in un solo paese possa esistere che, come l’interesse nazionalista (regionale, parziale) possa essere solo l’interesse della borghesia che mira all’atomizzazione del proletariato. Independentemente dalla forma che assume, ogni stato è imperialista. Qualsiasi disputa o alleanza tra Stati non è altro che la conseguenza dello sviluppo delle economie nazionali, cioè di particolari interessi borghesi e mai degli interessi del proletariato.

Le crisi venezuelane sono sempre state associate, sia da Chavez che da Maduro, a tentativi di colpo di stato o a complotti yankee, e codificate come la lotta contro la destra o l’“imperialismo”. In assoluta coerenza, il discorso di Nicolas Maduro ripete che si trova di fronte a un “colpo di stato”, che sarebbe simile a quello che è successo nell’aprile del 2002 con Hugo Chavez. La falsa dicotomia tra un paese socialista e un potere imperialista che abbiamo denunciato sopra si spoglia a sua volta degli accordi commerciali tra questi paesi. La ricerca del profitto, così come in altri contesti, la necessità di reprimere il proletariato in tempi di grande turbolenza sociale, costringe a cercare nuove sottigliezze retoriche per giustificare alleanze e misure. Ciò è dimostrato dalle misure adottate da Chavez verso la produzione di petrolio nel suo territorio.

Dopo lo sciopero petrolifero del 2002, il governo guidato da Chávez si è impegnato a recuperare le compagnie petrolifere del paese. A partire dal 2005 sono state intraprese una serie di azioni per il recupero della Cintura petrolifera dell’Orinoco, considerato il più grande giacimento di idrocarburi del pianeta. Già nel 2007 è stata promulgata la Legge 5.200 che ha istituito la nazionalizzazione della Cintura. Si formano numerose società petrolifere miste, in cui lo Stato venezuelano ottiene una partecipazione di maggioranza attraverso la società statale del petrolio e del gas naturale “Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima” (PDVSA), riconquistando così il controllo – e gran parte delle royalties – sulle società che erano nelle mani di capitali internazionali. Nonostante l’esagerata e pazzesca propaganda mediatica contro l’imperialismo statunitense, un grande alleato nella formazione di queste joint venture fu la multinazionale Chevron, nota per il disastro ambientale che causò in Ecuador. I difensori del “socialismo del XXI secolo” come tutti i difensori del capitalismo hanno sempre una giustificazione per questi affari sporchi quando non è “strategico” è semplicemente “necessario”. In Venezuela, il petrolio è la principale fonte di reddito. Le destinazioni dei suoi barili di petrolio greggio sono principalmente gli Stati Uniti e, in misura minore, l’Europa e alcuni paesi latinoamericani.

Gli accordi economici delle compagnie petrolifere sono camuffati con discorsi che puntano alla “sovranità petrolifera” e alla promozione delle Missioni Sociali. Si presentano come un’iniziativa del governo nazionale bolivariano e costituiscono una serie di misure per servire i settori popolari del paese. La sua comparsa avviene in un clima di conflitto sociale ed economico, i momenti più intensi dei quali sono stati il tentato colpo di stato nell’aprile 2002, lo sciopero del settore petrolifero nel dicembre dello stesso anno e il referendum di richiamo nell’agosto 2004. Oggi, le società miste sono riconosciute e lodate per “rafforzare la sicurezza sociale del Paese” quando cresce il budget destinato alle Missioni.

Se il Venezuela è riuscito per un lungo periodo di tempo a limitare il deterioramento è perché la sua forza d’urto petrolifera gli dà un importante vantaggio commerciale e monetario. Tuttavia, non è sufficiente per garantire la stabilità monetaria e la fuga di capitale, e la ridistribuzione dei proventi petroliferi ha presentato un rischio inflazionistico, poi confermato. Nelle ultime quattro settimane, il governo Maduro ha annunciato quasi ogni giorno nuove misure che promettano di porre rimedio all’inflazione e alla penuria. Ma al di là delle discussioni appassionate tra il governo e l’opposizione, il malcontento è stato vissuto in strada.

Quando la carota è marcia…

Ora che tutto è esploso, che l’inflazione in Venezuela è la più alta dell’America Latina, che questa grande accumulazione di uomini e donne gettati in povertà e sottoposti a carenze di beni e fame sono scesi in piazza, la situazione non può più essere circoscritta con palliativi basati su misure popolari.

Recentemente Maduro ha optato per decisioni simili al fine di affrontare ciò che lui chiama “guerra economica” o “sabotaggio economico di fazioni apolidi”. Queste misure, che vanno dalla legge d’autorizzazione sui costi e prezzi giusti, attraverso un nuovo sistema di sovvenzioni per l’acquisto di beni di prima necessità, alla realizzazione di un nuovo sistema di cambio e alla ristrutturazione dell’amministrazione della valuta estera nel paese, indicano l’interventismo e la nazionalizzazione per rafforzare l’economia nazionale. Né la folle propaganda ufficiale, nè le mobilitazioni pro-Maduristi o il natale e carnevali serviranno a nessuno scopo. Ora e’giunto il momento di esaminare più in detaglio ciò che sta accadendo al malconcio proletariato che abita la regione venezuelana.

Il 4 febbraio, si sono scatenate proteste studentesche che hanno avuto la loro genesi nella violenza sessuale contro una studentessa presso l’Università sperimentale nazionale di Tachira. Pochi giorni dopo, il 12 febbraio, una dimostrazione studentesca a Caracas ha scatenato una serie di rivolte nel paese. Quella che è iniziata come una protesta studentesca contro la situazione di insicurezza si è conclusa con la repressione dello Stato e l’arresto di 14 studenti. Le successive proteste per la liberazione di questi studenti hanno scatenato le tensioni che si erano accumulate nel contesto della crisi economica, la carenza di beni e servizi di prima necessità e l’avvio di un pacchetto di misure economiche da parte del governo. Le manifestazioni si sono estese ad altre città, in particolare a Mérida, Táchira e Trujillo, e sono state represse anche dalla Guardia Nazionale Bolivariana (GNB) e dal Servizio Nazionale di Intelligence Bolivariana (SEBIN), oltre che dai famosi gruppi paramilitari indirettamente finanziati e direttamente promossi da questo Stato.

In questo contesto, una parte dell’opposizione, come i partiti di María Corina Machado e Leopoldo López, ha voluto approfittare della situazione e ha chiesto di mobilitarsi chiedendo, tra l’altro, le dimissioni di Maduro, nel tentativo di incanalare le proteste, legalizzarle, politicizzarle. Allo stesso tempo, gli altri partiti di opposizione che formano il Tavolo dell’unità democratica, una sorta di fusione socialdemocratica, progressista cristiano, riformista, liberale (e potremmo continuare…) che costituisce la principale opposizione del Venezuela, si sono apertamente opposti alle proteste e hanno lanciato un appello ad abbandonare le mobilitazioni per tre giorni. Questo è stato ignorato dalla gente che ha continuato per strada, superando così la parzialità di alcuni e la passività di altri, generalizzando la protesta a gran parte del Venezuela.

Le mobilitazioni si sono diffuse in molte parti del paese e sono state organizzate principalmente attraverso i “social network”. A sua volta, in ogni zona le opinioni e le ragioni alla base delle mobilitazioni variano. Nel caso di Caracas, erano prevalentemente dominati dai settori della classe media e dell’università, e le richieste riguardavano questioni politiche, come le dimissioni di Maduro e la modifica del modello sociale ed economico. All’interno del paese, i settori popolari si sono uniti alla protesta, incorporando richieste sociali come la critica dell’inflazione, la scarsità e la mancanza di servizi di base.

Dopo alcuni giorni di relativa calma, sabato 22 marzo sono riprese le manifestazioni e gli scontri tra i sostenitori filogovernativi e le forze dell’opposizione. Questa giornata di marce e contromarce ha portato ancora una volta a rivolte e registrato numerosi arresti e tre morti. Le ragioni della protesta vanno dalle richieste in materia di salute, alloggi e fornitura di beni di prima necessità alle richieste di sicurezza. Tuttavia, in questi giorni di protesta, a parte le ragioni espresse e gli slogan in molti casi limitati, sono state critiche pratiche e mirate alla distruzione dei simboli e delle istituzioni dello Stato e del Capitale. Si sono verificati attacchi contro le sedi dei partiti politici, sia dell’opposizione che dei partiti ufficiali; attacchi contro la sede delle istituzioni statali e contro pattuglie del Corpo d’investigazione scientifica, giudiziaria e penale (il principale organo statale per le investigazioni penali). Sono stati inoltre registrati attacchi all’Hotel Venetur (di proprietà dello Stato) e assedi prolungati alla televisione pubblica Compañía Anónima Venezolana De Televisión (VTV). A Táchira si sono verificati attacchi contro la sede della Fundación de la Familia Tachirense, nel comune di Chacao contro Banco Provincial e Banco Venezuela, e a Barquisimeto contro la sede della Compañía Anónima Nacional Teléfonos de Venezuela (CANTV).

Nessuno di questi attacchi è una salvaguardia contro la possibile codificazione delle proteste contro la richiesta di riforme parziali, ma le mobilitazioni, le guarimbas (barricate urbane) e gli attacchi del proletariato della regione venezuelana denunciano con bastoni e furia, ancora una volta, la disumanità del capitale, il suo aspetto democratico e i suoi partiti, i suoi media, il suo braccio repressivo e le sue forze d’urto. Questa e altre rivolte a cui stiamo assistendo, che avvengono in luoghi diversi e apparentemente per ragioni diverse, anche se spesso effimere, hanno una connessione di interessi e di lotta contro lo sfruttamento, come la risposta più umana alla civiltà, come critica pratica contro l’ordine e i suoi rappresentanti, come segno del tentativo di imporre i bisogni umani a quelli del mercato e delle relazioni sociali capitaliste.

E, come sempre, quando la carota marcisce… tutto ciò che resta è il bastone. Il braccio armato dello Stato difende la sua indiscutibile proprietà privata con l’incarcerazione e la tortura. La repressione da parte di gruppi GNB, SEBIN e dei paramilitari è riuscita a sciogliere alcune proteste e a scatenarne altre. Repressioni senza precedenti, detenzione e tortura, militarizzazione della città di Táchira, incursioni illegali, tra gli altri, sono state la risposta preferita dello Stato venezuelano a questa serie di attacchi e rivolte, lasciando 36 morti, quasi 400 feriti e 1600 detenuti.

Ora che la verbosità del potere popolare mostra il suo vero volto, è tempo di insistere sulla spontaneità di queste rivolte, e che al di là degli slogan in cui si sono espresse, sono rotture della vita quotidiana, espressione parziale e incompleta di una classe esausta di vivere e morire schiacciata, estranea alla sua umanità. I diversi modi in cui queste condizioni vengono presentate sotto i vari stati sono solo le diverse facce della nostra condizione proletaria. Capire questo è capire che siamo parte dello stesso essere, nella misura in cui condividiamo le stesse miserevoli condizioni di esistenza e abbiamo la capacità di porre fine a questa situazione.

“Se il socialismo del XXI secolo vuole solo consolidare la democrazia, il mercato e il nazionalismo, perché dovremmo considerarlo una rivoluzione? Se state solo affermando quei valori nauseanti in cui ci muoviamo ogni giorno. Sia Correa e la sua rivoluzione cittadina e Chávez e la rivoluzione bolivariana non fanno altro che dimostrare che il capitalismo può assumere un’immagine gentile e popolare, ma non può mai abbandonare la sua essenza di morte.”

La Oveja Negra N° 15
[La Pecora Nera]

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Venezuela: Crisi, proteste, lotta politica inter-borghese e la minaccia della guerra imperialistica

– Il Venezuela è in crisi perché il capitalismo è in crisi; o meglio, la crisi capitalistica mondiale si esprime in Venezuela in una forma nuda, cruda e scandalosamente visibile, non solo al livello economico, ma anche al livello politico, sociale, ideologico e probabilmente geopolitico-militare qui e in futuro.

– La situazione attuale in Venezuela è una dimostrazione del fallimento dei governi di “socialismo del XXI secolo” nel gestire con successo la crisi del capitalismo. Succede che il Capitale e la sua crisi sono ingovernabili: è il Capitale che governa la società e quindi lo Stato, e non il contrario. Credere il contrario è illusorio, mentre far finta di farlo è riformista.

– Il governo del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), quale buon capitalista che è, può solo “scaricare” o spingere i proletari a “raccogliere i pezzi”: carenze di beni, inflazione, sottoccupazione, disoccupazione e impoverimento. Vale a dire l’austerità e la miseria. Portando come logica conseguenza a nuove proteste di strada contro tali condizioni materiali dell’esistenza, come quelle di febbraio-aprile di quest’anno (e come quelle di febbraio dello scorso anno, ovviamente). Questo governo, in base al suo ruolo, non può che optare per la repressione: le leggi “eccezionali” repressive approvate dal Congresso (come la risoluzione 008610, che autorizza la polizia a soffocare le proteste), hanno causato la morte di alcuni giovani manifestanti ad opera della polizia ecc. Nonostante il governo di Maduro si giustifica dicendo che ha agito contro “la destra destabilizzatrice e golpista che cospira con l’imperialismo Yankee” e anche che “deplora la morte di questi studenti”, è ovvio che questo governo – come tutti i governi di sinistra – non è affatto rivoluzionario. (Ancora una volta, va ricordato che Rousseff e Correa fanno essenzialmente la stessa cosa nei loro rispettivi paesi).

– Anche se nelle proteste dell’anno scorso la nostra classe ha rivendicato le proprie necessità materiali attraverso azioni dirette contro il Capitale e lo Stato (saccheggi, barricate, lanci di pietre, attacchi alle sedi dei partiti ecc.); anche se quest’anno è tornata alle strade per protestare contro la scarsità e “contro il regime”; e anche se la miseria e la repressione che ora soffre possano guidare la nostra classe a scuotere tanti anni di “chavismo” e “missioni sociali”, il problema è che il proletariato in Venezuela – come in molte altre parti del mondo – è ancora debole. Vale a dire, non è riuscito ancora ad riorganizzarsi e ad agire con autonomia e potere, con le proprie esigenze e le proprie organizzazioni, come una vera forza sociale, come classe di negazione. Ma non dovremmo escludere la possibilità di un’esplosione di rabbia proletaria incontrollabile sia per il governo che per l’opposizione, l’emergere di un proletariato selvaggio in Venezuela proprio per le condizioni gravi in cui la nostra classe sopravvive. Alla fin fine, i nostri bisogni umani come proletari, insoddisfatti o negati dalla proprietà privata e denaro, sono in totale e materiale opposizione ai bisogni dell’accumulazione e dell’amministrazione del Capitale; al punto che l’antagonismo strutturale e latente tra la classe capitalista e il proletariato possa prima o poi esplodere; sopratutto in una situazione di crisi, in quanto può a sua volta riscaldare questo “terreno fertile” per la lotta proletaria contro il Capitale e il suo Stato.

– Gli studenti a basso reddito, i disoccupati e gli “informali” sottoccupati nelle strade, coloro che in Venezuela – e in America Latina in generale – si proliferano nella miseria e anche coloro che risiedono nei sobborghi e negli insediamenti periferici. Nonché i proletari “indigeni” e “i contadini” provenienti da altre province, che hanno ripetutamente affrontato le imprese petrolifere, minerarie e carboniere, tutte queste sostenute dalle forze dell’ordine del socialismo del XXI secolo… Senza dimenticare i vari settori della classe operaia che hanno protestati contro i licenziamenti, salari, servizi, ecc. Tutti costituiscono il proletariato in lotta e la sua presenza nelle strade, creando manifestazioni di rivolta, lo dimostra. Quindi, è assolutamente stupido fare delle generalizzazioni sulle proteste considerandole una miscela omogenea che rispetta esclusivamente i disegni del Tavolo dell’Unità Democratica. “L’opposizione fascista” o “gli agenti imperialisti” sono alcuni dei soprannomi ridicoli che vediamo tutti i giorni in tutti i rancidi media di sinistra per designare quelli che lottano contro proprie condizioni di esistenza miserabili… È necessario rompere definitivamente con tutte quelle false interpretazioni riduzioniste che difendono a tutti i costi un riformismo progressista adornato da bandiere anticolonialistiche.

– Abbiamo detto che una rivolta proletaria in Venezuela è una possibilità e non qualcosa di “inevitabile”, perché pensare quest’ultima eventualità sarebbe meccanicistico e sosterrebbe false aspettative. Inoltre, in quanto sarebbe assurdo e irresponsabile non notare che sia il governo venezuelano che la destra venezuelana possono – come sempre – pescare nel torbido o incadrare la mobilitazione per smobilitare tutto il movimento. Infatti, il governo di Maduro sta già approfittando della minaccia statunitense contro il Venezuela per proteggere ulteriormente il proprio meccanismo statale e nascondere o relegare sullo sfondo la crisi e la lotta di classe interna, chiedendo “patriottismo”, “sovranità”, “solidarietà antimperialista” e finendo per esortare a sacrificarsi per “economia nazionale”. E la destra venezuelana (rappresentata dal Tavolo dell’Unità Democratica – MUD), perché ovviamente è sostenuta dall’imperialismo statunitense e perché, in caso di invasione, avrebbe ripristinato il suo potere politico. La storia politica regionale e mondiale dimostra che le cose accadono in questo modo e che non ci sono dubbi. In questo contesto, chiariamo che la rottura proletaria e l’autonomia che riteniamo necessari comparire in Venezuela non sarebbero solo al di fuori e contro il governo di sinistra di Maduro o della borghesia “bolivariana”, ma anche al di fuori e contro la Opposizione venezuelana di destra, questa borghesia “oligarchica”, rancida e ultra-reazionaria. Non solo fuori e contro questa o quella fazione dello Capitale-Stato, ma al di fuori e contro l’intero Capitale-Stato stesso. Tutto questo significa e comporta, nel caso concreto, di non partecipare alla lotta politica inter-borghese tra il governo e l’opposizione per non svolgere il loro gioco, ma al contrario: superarli, rompersi con loro, assumere la lotta di classe per difendere, generalizzare e imporre i nostri bisogni umani a quelli del Capitale, le esigenze di nostra classe attraverso le nostre strutture di lotta. Ciò che a sua volta potrebbe portare ad una rivolta e poi assumere la necessità di combattere per una rivoluzione sociale e totale; non per una rivoluzione politica, parziale e borghese (dove la destra ripristina il suo potere politico o la sinistra continua a mantenerne il suo) e tanto meno quella che porta la guerra imperialista che fa del proletariato carne di cannone (nel caso in cui gli Stati Uniti invadessero il Venezuela.) L’esistenza o l’emergere di minoranze rivoluzionarie militanti e attive in Venezuela – di cui non abbiamo ancora segnali reali e convincenti – dovrebbe essere uno dei compiti principali al momento. O forse il proletariato in Venezuela, incluse le sue minoranze radicali, reagirà e lotterà contro i suoi nemici di classe mortali quando la guerra uccide migliaia di proletari nelle strade e lungo le frontiere, non solo per la fame ma per i proiettili di tutti i due gli Stati? La lotta di classe vera sarà quella che avrà l’ultima parola.

– Tutti i governi socialisti, nazionalisti e antimperialisti che sono esistiti sono stati, sono e saranno capitalisti,: la “rivoluzione bolivariana” lascia intatto lo Stato nazionale, la proprietà privata e il commercio mercantile straniero e nazionale, elementi fondamentali del sistema capitalista. I governi di sinistra e progressisti sono diversi in forma, ma non in contenuto ai loro rivali di destra e imperialisti. Le loro lotte, comprese le loro guerre, sono inerenti, inevitabili e necessarie per funzionamento e sopravvivenza del questo sistema: il capitalismo non può esistere o essere tale senza concorrenza e senza guerra. (Inoltre, non c’è stata nessuna guerra di difesa della sovranità nazionale e/o della liberazione nazionale che non abbia fatto parte di una guerra inter-imperialista). Ma queste lotte inter-capitaliste continueranno a svolgere il ruolo guida fino a quando il proletariato non riappare in prima linea con la forza e l’autonomia in sfida dell’ordine esistente. Poi entrambe le fazioni borghesi, ora avversarie, si uniranno apertamente come un partito unico – il partito dell’ordine, della reazione e della democrazia – contro la nostra classe, perché preferirebbero diventare alleati piuttosto che vedere il tracollo del sistema che assicura loro potenza e dominio.

– Questa l’immagine emergente sarebbe ancora più catastroficoa se la Cina e la Russia decidessero di sostenere il Venezuela anche militarmente, non per “affinità ideologica” o “anti-imperialismo”, ma perché entrambi i poteri emergenti orientali hanno forti interessi economici e geo-strategici sia in questo paese che in Sud America in generale. Da parte loro, poiché gli Stati Uniti hanno recentemente perso terreno e potere in altre regioni, ora stanno tornando indietro nel loro “cortile” per usarlo come “carta vincente” della sua politica della supremazia unipolare in declino. Quindi, il conflitto non riguarda solo il controllo del petrolio e del territorio, ma anche una parte dell’egemonia mondiale stessa. Libia, Iraq e/o Ucraina in Venezuela? Forse. In ogni caso, i tamburi della guerra imperialista risonano in Sud America, o più precisamente quelli dell’invasione militare americana del territorio dello Stato venezuelano.

– La “violazione dei diritti umani” da parte di questo governo di sinistra – come se nessun Stato avesse usato il suo terrorismo repressivo! Ipocriti! – non è altro che un pretesto plausibile per sollevare un discorso sulla “mancanza di libertà in Venezuela”. Gli Stati Uniti hanno già usato scuse simili per questo scopo solo pochi anni fa in Libia e in Iraq [e ora in Siria] – e lo ha fatto alla vigilia di alcune guerre durante il ventesimo secolo. No, non è una “mancanza di democrazia”, ma ovunque è la stessa democrazia che ci reprime, ci imprigiona, ci tortura e ci uccide; perché la democrazia è in realtà la dittatura “legale e legittima” del Capitale sopra il proletariato. Ricordiamo, che anche con questo pretesto gli Stati Uniti hanno già fatto parecchie guerre in diverse regioni periferiche o “non occidentali” del pianeta. Così vuoi farlo per il petrolio? Sì, naturalmente, considerando le grandi riserve di “oro nero” possedute dal Venezuela, nonché i grandi accordi di business petroliferi tra la “Boliborghesia” e Chevron, nel senso di monopolizzare il mercato petrolifero internazionale in questa regione (come Marx ha detto, la concorrenza e il monopolio non sono poli antagonistici ma complementari, le due facce della stessa moneta, e come la borghesia e i suoi economisti dicono: “in affari non ci sono amici”). Andando ancora più a fondo, considerando che il petrolio è energia e energia è il sangue dell’economia, cioè un’attività lucrativa di per sé e uno sbocco per l’attuale crisi capitalistica globale. Qualcosa che però sarà “più costoso” e catastrofico in futuro a causa della “crisi petrolifera” attuale e di tutti i disastri e conflitti che comporta. Tuttavia, il petrolio non è la causa principale di questo dramma o di tensioni internazionali nella regione.

– La borghesia americana e il Pentagono non sono stupidi o stanno con le mani in mano. È il contrario. Se né un governo di sinistra che l’opposizione di destra sono riusciti a gestire la crisi capitalistica in una parte importante del loro “cortile”, c’è anche il “rischio” in questo paese che il proletariato (lo spettro che perseguita tutta la borghesia) riaffermi con esplosività e fuori controllo, come una forza autentica, autonoma e indomita. Una potenziale “rivolta di fame” e contro lo Stato in Venezuela? Di fronte a una tale minaccia, gli Stati Uniti non possono evitare a svolgere il proprio ruolo di gendarme e polizia del mondo: questo è della necessità di un intervento armato in Venezuela. E forse non dovremmo aspettare che una tale rivolta potenziale avvenga, ma preferiremmo anticipare i movimenti che mirano a “prevenirla”. In conclusione, la guerra imperialista consiste, come sempre, nello schiacciare ogni tentativo rivoluzionario e nel ripolarizzare il potere della borghesia. La guerra è sempre la guerra contro il proletariato. In questo caso specifico, si tratta di “neutralizzare” la contraddizione fondamentale e reale: l’antagonismo di classe e tutti i tentativi di una rivoluzione radicale.

– Inoltre, non solo per la minaccia di un proletariato selvaggio in quel paese che gli USA intraprenderebbero una guerra imperialista contro il Venezuela, ma perché hanno già un potenziale problema “a casa”: il movimento delle proteste e dei disordini scatenati nelle città di Ferguson, Baltimore, Oakland e Charlotte negli ultimi quattro anni. In altre parole, gli Stati Uniti farebbero la guerra per rafforzare e vincere la guerra contro il proletariato che vive e combatte all’interno del proprio territorio: ad esempio, inserendo giovani proletari nei ranghi dell’esercito – neri, latini e bianchi – per farli uccidere e morire in altri paesi, evitando così di tenerli per le strade come “vagabondi” e “vandali”. Questo fatto paradossalmente potrebbe essere trasformato in un boomerang, e ci sono già alcune indicazioni o anticipazioni di tutto ciò. Questo è un altro elemento che giustifica l’importanza del rapporto internazionale tra il Venezuela e gli Stati Uniti oggi. Oltre alla situazione interna in entrambi i paesi, nel senso di manifestare la dialettica storica e concreta tra guerra di classe e guerra imperialista.

– Per questo stesso fatto, l’unico soggetto che può fermare e invertire la guerra imperialista condotto dagli Stati Uniti in quasi tutto il mondo, è il proletariato non solo dei paesi in guerra – reali o potenziali – ma il proletariato di tutti i paesi e tutte le regioni, di tutti i “colori” o “razze”, che agiscono come un mondo unico e forza storica contro un unico nemico: il Capitale mondiale. L’unico modo per liberarsi veramente e radicalmente dalla guerra e dal capitalismo è la rivoluzione proletaria mondiale. Ma per questo, innanzitutto è necessario che la nostra classe se assuma come tale, come il proletariato, come una classe antagonistica al Capitale; una classe che supera le separazioni (nazionali, razziali, sessuali, ideologiche, ecc.) imposte dal Capitale; una classe che si riappropria del proprio programma storico e delle lotte per imporlo; una classe che combatte per le sue proprie esigenze con le sue proprie forme di associazione e metodi di lotta di classe; una classe che afferma di non avere nessuna patria e che pratica l’internazionalismo proletario, mentre lotta contro “le proprie” borghesie e gli Stati nazionali, così come contro tutto il nazionalismo e il regionalismo (che sono zavorre d’identità e d’ideologia così radicate in America Latina); una classe che oppone il disfattismo rivoluzionario alla guerra imperialista e trasforma la guerra in guerra rivoluzionaria e mondiale. È necessario un soggetto rivoluzionario. Ma esso sarà ricostituito solo nella foga della lotta di classe e, come la storia l’ha dimostrato, dopo molte sconfitte. Quante altre sconfitte saranno necessarie, fratelli proletari di tutto il mondo?

– Forse stiamo precedendo i fatti, ma se questa cosa non si realizza, o se gli USA non invadono il Venezuela, grideremo allo stesso modo e continueremo a gridare perché oggi, come sempre, non importa dove guardiamo, siamo in guerra. Il Capitale e il suo Stato sono sempre stati, sono e saranno in una guerra permanente contro la nostra classe per tenerci sfruttati e dominati, divisi e deboli, annullati e distrutti come classe. Poi, per difendere e recuperare le nostre vite, è giunto il momento per i proletari di intraprendere la guerra di classe e di proseguire l’offensiva contro i loro nemici. Ovunque e fino alla fine…

Proletari che vivono in Venezuela e ovunque:

Nessun governo, nessuna opposizione, nessuna invasione!
Nessun sacrificio per nessuna nazione!
Contro la guerra inter-capitalista e imperialista: lotta di classe autonoma, anti-capitalista, anti-stato e internazionalista!
Rivoluzione Proletaria Mondiale o Morte!

Proletários Revolucionários*
[Proletari Rivoluzionari]

* (Abbiamo modificato leggermente la formulazione in alcuni paragrafi del testo per stimolare la sua lettura, naturalmente, sempre senza alterare in alcun modo il contenuto e le posizioni esposte, in quanto siamo pienamente d’accordo con loro). [Nota dell’editore]

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IL POTERE POPOLARE E IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO: I costumi moderni della socialdemocrazia

Il socialismo famoso del ventunesimo secolo non è altro che il fronte popolare del ventesimo secolo. Sempre la stessa zuppa socialdemocratica, solo riscaldata, è ancora una volta servita al tavolo del proletariato per prendere coraggio e andare a combattere la destra, il neoliberalismo, l’imperialismo, il fascismo, gli yankees o chiunque sia politicamente designato come il nuovo nemico nel prossimo forum sociale, contro-forum o incontro culturale. Il tutto per cercare di evitare un confronto totale con il nostro nemico di classe: la borghesia mondiale, qua e là, di sinistra o di destra, ma sempre rappresentativa del Capitale.

E’così che oggi, soprattutto in America Latina, i governi progressisti hanno strategicamente idealizzato alcuni settori della borghesia, facendone alcuni grandi e gettando merda ad altri. Una strategia simile, salvo le differenze di tempo e luogo, ha funzionato negli anni Trenta, spazzando via i settori più combattivi del proletariato internazionale, in particolare nella regione iberica dove arrivarono rivoluzionari da tutto il mondo coronata dal massacro proletario della cosiddetta Seconda Guerra Mondiale. La creazione di pseudo-antagonismi come il fascismo/antifascismo serve solo alla borghesia mondiale. Non è una novità eludere l’antagonismo di classe invocando la lotta contro questo o quel settore della classe dominante.

Le stesse forze che ci chiamano a sostenere le forze progressiste della borghesia nazionale, gli anti-imperialisti, la borghesia industriale contro “l’arretratezza della campagna” sono le stesse che ci invitano in altre occasioni a combattere contro queste forze. La chiameranno strategia, la chiameranno politica… È il progresso del Capitale e sono loro i suoi agenti. Il mantenimento dell’ordine capitalista, con la sua pace e la sua guerra, si basa su questo disorientamento, sugli spari nel buio, sulla canalizzazione del proletariato in progetti borghesi travestiti da rivoluzionari. La chiamata a costruire il potere popolare è una di queste. Anche se non tutti i sostenitori del potere popolare sono del colore del socialismo nel XXI secolo, e ci possono essere anche grandi dispute tra di loro, entrambi i concetti condividono la stessa matrice ideologica. Non intendiamo interferire nelle lotte terminologiche e politiche, ma marcare le loro caratteristiche principali.

Gli appelli a costruire il potere popolare, dai cosiddetti comunisti o anarchici ai chavisti, sono caratterizzati in termini generali da un’insistenza su un populismo aclassista e da un’indefinizione – propria della necessità di catturare il maggior numero possibile di settori – che ricorre a trucchi terminologici sia quando ha bisogno di definire “la cosa popolare”, sia quando deve farlo con il “potere” derivante dall’“essere in grado di fare”, il contropotere, il potere duale, l’assunzione di potere istituzionale, la non presa di potere istituzionale, la lotta alle istituzioni esterne, il supporto critico per tale governo, ecc. Potere popolare può significare la disputa di potere politico da parte del popolo, o la crescita di organizzazioni popolari che si dedicano alla lotta per le riforme fino a quando non hanno abbastanza forza per prendere il passo elettorale, può significare essere in grado di fare per creare scuole popolari, imprese cooperative autogestite di salute, di comunicazione, di alimentazione, ecc. Nella maggior parte dei casi, sono spinti dallo Stato o non ne restano lontani, e anche nei casi più “radicali”, apparentemente totalmente indipendenti dallo Stato, lontanii dal turbare l’ordine capitalistico, non fanno altro che gestirlo e in questo senso fanno parte dello Stato. In Venezuela, il suffisso “di potere popolare” è stato addirittura aggiunto al nome di ogni ministero, e quando Chávez è morto, egli fu pianto da tutti: dai borghesi ai libertari che lo sostenevano criticamente. Ma Chavismo e la sua opposizione borghese non sono altro che due forme di gestione capitalista, due alternative per mantenere la marcia del Capitale.

A Noi non  importa delimitare le loro proposte ma affermare che i loro progetti, approfittando delle  attuali debolezze della nostra classe, negano la rivoluzione sociale come una rottura totale, trasformandola in un processo di assorbimento o di riforme politiche dove le istituzioni e le loro funzioni cominceranno ad essere “del popolo”, a negare il carattere proletario della rivoluzione, a negare che è la borghesia che detiene il potere. Il punto è distruggere il suo potere, negarlo, imporgli la rivoluzione totale, capire che il bisogno di rivoluzione non deriva da un’idea astratta ma dalla generalizzazione di tutti i nostri bisogni e desideri umani, e non dall’unità amorfa e gradualista delle richieste trasformate in semplici riforme separate e classificate in politiche, economiche, culturali, ecologiche, di genere, immediate e storiche.

Tale è il riformismo di queste tendenze che in molti casi non parlano più di rivoluzione ma di cambiamento sociale, di processi di cambiamento. Da questo riformismo, che separa tutto, emerge l’invenzione di “nuovi soggetti di cambiamento” assegnati a questo o quel “settore popolare”, classificazioni sociologiche concesse da accademici e politici, che sempre usano per dividere, isolare e costringere il proletariato a sottomettersi alla borghesia e mantenere lo sfruttamento.

Ci parlano di indigeni, studenti, donne, contadini, lavoratori disoccupati, precari, professionisti, classe media, intellettuali, della gente… Insomma, cittadini, e se sono solo alla ricerca di un tema di cambiamento lì, è perché non vogliono cambiare nulla, tanto meno una rivoluzione proletaria. Cercano invece di distruggere il proletariato e il suo programma, mantenendo intoccabili lo Stato, la democrazia e i suoi diritti, il lavoro salariato e la proprietà privata.

I pochi che osano parlare di classe lavoratrice, classe operaia o sfruttata, lo fanno in modo apologetico per continuare a difendere il lavoro salariato e concepire la classe come la somma di tutti quei soggetti o settori popolari che dovremmo unire dietro uno o l’altro progetto politico che darà risposte a ogni particolare settore. Ancora una volta, non è nient’altro che la nozione socialdemocratica di rivoluzione come  mero cumulo di riforme!

Laddove il carattere borghese di questi progetti è più evidente quando cerca di incanalare il proletariato nell’americanismo latinoamericano, che non è altro che una somma di nazionalismo, non è altro che la difesa degli interessi di un particolare gruppo di borghesia attraverso un gruppo di Stati. Ogni Stato è imperialista, nonostante quanto è debole la sua economia nazionale o arretrata la sua industria. Nelle guerre del capitale come nei mercati sono in gioco solo interessi borghesi imperialisti e mai interessi del proletariato. La separazione ideologica tra il primo mondo e il terzo mondo o paesi “sviluppati” e i paesi “in via di sviluppo” mette a confronto i proletari l’uno contro l’altro, confondendo e distruggendo allo stesso tempo i compiti rivoluzionari.  Ancora una volta il racconto della liberazione nazionale, ma questa volta più attraverso le urne elettorali che armi.

La critica di queste tendenze è antica come il confronto tra rivoluzione e controrivoluzione. Nonostante si presentino come nuove, a partire dal XXI secolo, non sono altro che il vecchio riformismo dal volto nuovo, difeso sia in nome della “rivoluzione” che negandone la necessità. Ma la riforma è sempre e comunque l’arma dei nemici, degli sfruttatori e degli oppressori contro i bisogni umani. La rivoluzione, l’imposizione e la generalizzazione di questi bisogni, non può essere raggiunta attraverso la riforma di questa società basata sullo sfruttamento, il sacrificio, la più brutale negazione della vita a favore della valorizzazione del Capitale, ma solo ed esclusivamente attraverso la sua violenta distruzione.

Le riforme e le costruzioni proposte dal potere popolare non sono incomplete o a metà strada, ma vanno in una direzione diversa! Esse fanno parte della politica borghese di canalizzare e negare la forza rivoluzionaria del proletariato e di trasformarlo in forza produttiva del capitale.

Qualsiasi difesa dell’economia nazionale, che sia di stampo socialista o no, è la difesa del nostro sfruttamento.

Contro le alternative della gestione borghese, opponiamo l’organizzazione e la centralizzazione delle lotte proletarie.

Di fronte alla catastrofe capitalista c’è un’unica via per vivere: la distruzione rivoluzionaria del lavoro salariato e della merce.

Proletarios Internacionalistas
[Proletari Internazionalisti]

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