Nè con l’Ucraina, nè con la Russia – Ampliamo il nostro fronte, quello della rivoluzione sociale

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Quando, mesi fa, abbiamo scritto sul nostro testo, “Preparativi per la guerra tra Ucraina e Russia – show o realtà?”[1], che le condizioni per una nuova guerra stavano maturando in Ucraina, molti compagni hanno espresso dei dubbi o anche un aperto disaccordo con un’affermazione così categorica. Ora possiamo dire che il conflitto in Ucraina è chiaramente passato dalla fase “fredda” a quella “calda” e che ciò a cui assistiamo in questo momento nell’est del paese è una guerra vera e propria. Da Lugansk, lungo il confine con la Russia, a Mariupol, sul Mar Nero, due schieramenti militari si affrontano quotidianamente nel tentativo di estendere il proprio controllo sul territorio; combattono su terra come in aria, nelle campagne come nelle zone industrializzate; l’artiglieria bombarda i villaggi, l’aviazione bombarda le città (con il pretesto che i loro nemici utilizzano gli abitanti come scudi umani), uomini, donne e bambini muoiono sotto le bombe e i missili… In quattro mesi di conflitto più di 2 mila tra civili e militari sono stati uccisi e altri 6 mila feriti; 117 mila proletari sono stati costretti ad abbandonare la propria città e sono restati all’interno dei confini ucraini, mentre altri 730 mila hanno trovato rifugio in Russia. Proprio mentre stiamo scrivendo questo articolo, altri cadaveri coprono le strade di Donetsk, presa dalla stretta mortale delle truppe governative.

Nella stesso testo abbiamo anche scritto come l’unica risposta che il proletariato può dare alla guerra è quella di organizzarsi e sviluppare il disfattismo rivoluzionario, rifiutare cioè concretamente di andare a combattere per l’una o per l’altra fazione, impegnandosi piuttosto a costruire una rete di relazioni tra proletari di entrambi gli schieramenti attraverso la lotta contro le due borghesie. Così come il conflitto si è sviluppato negli ultimi mesi, anche il nostro articolo (che risale ormai a tre mesi fa) merita un post scriptum.

Il testo che segue è basato su informazioni prese da diverse fonti, che citiamo in chiusura dell’articolo, che vanno dai blog militanti ai media ufficiali. Questa breve descrizione di alcuni avvenimenti verificatisi in Ucraina ha richiesto molte ore di attento lavoro: raccogliere informazioni, leggere testi, guardare video, comparare dati differenti etc. Ci teniamo a sottolineare soprattutto due cose: in primis, il fatto che gli eventi da noi descritti non siano stati riportati dalla BBC o da Euronews non vuol dire che questi non siano mai accaduti, o che noi ce li siamo inventati (alcune fonti “di sinistra” e, a volte, anche alcuni media ufficiali russi e ucraini hanno riportato questi fatti). In secondo luogo, è chiaro che le notizie che abbiamo dell’Ucraina sono caotiche, incomplete e a volte contraddittorie. Questo però non significa che noi dovremmo rinunciare al tentativo di capire cosa stia accadendo in quel paese. Crediamo che bisogna opporre all’attenta selezione delle informazioni compiuta dallo Stato, il punto di vista, critico e radicale, del movimento anticapitalista; bisogna condividere informazioni e sviluppare analisi che ci consentano di comprendere quanto sta avvenendo attraverso il prisma di una prospettiva rivoluzionaria.

***

L’ideologia bellica (tanto quella basata sulla difesa dell’unità dello stato nazionale, quanto quella che invoca invece il diritto all’auto-determinazione dei simpatizzanti filo-russi) si sta radicando in Ucraina, le organizzazioni della società civile organizzano raccolte fondi per sostenere l’esercito, i pope benedicono le armi di una o dell’altra fazione, e la televisione trasmette spesso immagini di vecchie signore che offrono a soldati armati il loro ultimo barattolo di marmellata. Tuttavia, non tutti i proletari accettano di subire il lavaggio del cervello organizzato dalla propaganda bellica dell’uno o dell’altro schieramento, non tutti sono disposti a sacrificarsi per la “loro patria”. Manifestazioni concrete di rifiuto del massacro bellico sono sempre più frequenti e entrambi i contendenti hanno sempre maggior difficoltà a reclutare altri uomini disponibili a partecipare a questa carneficina.

Migliaia di soldati dell’esercito ucraino, che il governo ha inviato nell’est del paese per la cosiddetta Operazione Antiterrorismo (ATO), hanno disertato o sono passati nelle file separatiste con tutto il loro equipaggiamento, inclusi carri armati e mezzi corazzati. Ad esempio, la 25esima brigata aviotrasportata dell’esercito ucraino (troupe d’élite per eccellenza), i cui uomini sono accusati di aver avuto un comportamento vile durante i combattimenti a Kramatorsk, verrà sciolta da una circolare presidenziale il 17 aprile dopo aver comunicato il suo rifiuto di “combattere contro altri ucraini”.[2] Il caso più recente è quello di un’unità di 400 uomini che hanno disertato e si sono rifugiati in Russia dopo essere rimasti, durante un scontro, senza munizioni. Questi soldati che saranno, come è già stato annunciato dai portavoci russi, estradati in Ucraina, hanno dichiarato che preferiscono essere accusati di diserzione piuttosto che continuare a uccidere e essere uccisi sul fronte orientale. Tutti questi disertori sostengono che non vogliono combattere contro “il loro stesso popolo” e spesso denunciano anche le disperate condizioni di vita cui hanno dovuto far fronte nell’esercito – paga misera, cibo scadente e spesso insufficiente a sfamare una persona, etc. Altre unità non sono nemmeno state schierate a est a causa della loro inaffidabilità. Come l’ex-presidente Yanukovych non poté usare alcune unità per reprimere i manifestanti, così l’attuale governo non osa inviare al fronte alcune truppe di cui è nota la scarsa lealtà.

Il 29 maggio, circa mille soldati appartenenti alle unità della regione di Volynia si sono ammutinate a Mykolaiv. Gli uomini in servizio al 3° battaglione della 51esima brigata si sono rifiutati di tornare al fronte, hanno disobbedito agli ordini dei superiori e hanno cominciato a scaricare l’artiglieria pesante e altro materiale che era già pronto per il trasporto. A loro era stato promesso, dopo che la loro unità aveva subito gravi perdite in uno scontro con i separatisti nei pressi di Volnovakha, che sarebbero ritornati nella caserma di Rivno. Sono stati invece spostati da est verso sud, riportati poi nuovamente al punto di partenza e informati infine dalle autorità che avrebbero continuato il loro addestramento per poi essere rimandati di nuovo al fronte. “Avendo perso ogni fiducia nei loro generali alla luce degli ultimi avvenimenti di Volnovakha, per i funerali a Rivno ed anche per il tradimento dei loro generali, i soldati hanno cominciato a ribellarsi apertamente.”[3]

Anche il 2° battaglione della 51esima brigata, che nel frattempo era di stanza nella caserma di Rivno e che ha partecipato ai funerali dei soldati del 3° battaglione uccisi durante il combattimento di Volnovakha, accortosi di quanto fosse caotica e menzognera la direzione delle operazioni, si è ammutinato. “I generali ci dicevano ‘andate a nord’ e poi ‘andate a sud’, creando nei soldati una esasperazione tale da renderli disposti a sparargli. I generali hanno infatti cominciato a indossare giubbotti antiproiettili per paura del ‘fragging’ [termine che indica l’uccisione di ufficiali impopolari da parte delle proprie truppe N.d.t.].”[4] I circa milleduecento militari, che hanno preso parte a questo ammutinamento, si sono rifiutati di essere trasferiti a Mykolaiv. “Ci promisero, quando fummo chiamati alle armi, che saremmo andati a pattugliare la frontiera tra Ucraina e Bielorussia. Siamo pronti a farlo, ma non a combattere contro questi pagliacci del Donbass!”[5]

Episodi di ribellione simili sono scoppiati anche il 28 maggio a Poltava.

Quattro giorni prima, dopo che sei soldati originari della regione di Volynia erano stati uccisi, le madri, le mogli e i parenti dei soldati della 51esima brigata hanno bloccato delle strade nella regione di Volynia per protestare contro la decisione di mantenere le truppe nel Donbass.[6]

Dimostrazioni e proteste organizzate da mogli e altri parenti dei soldati, che avevano come scopo quello di fare ritornare i coscritti a casa o di provare a non farli partire per il fronte, si sono diffuse nel frattempo in molte altre regioni dell’Ucraina (Bukovina, Leopoli, Cherson, Melitopol, Volynia etc.).

A inizio giugno, nella regione di Leopoli, alcune famiglie di soldati hanno bloccato la strada con dei grossi tronchi di alberi.[7] E sempre a Leopoli, qualche giorno dopo, un corteo di familiari ha bloccato l’ingresso dell’ufficio di arruolamento dell’esercito.[8] A Iavorivo, sempre nella stessa regione, un gruppo di genitori ha occupato un terreno dove si stava esercitando la 24esima brigata meccanizzata, rivendicando il blocco delle partenze per il fronte.[9] Manifestazioni di parenti a Dnepropetrovsk e a Charkiv hanno rivendicato il ritorno dei soldati nelle caserme dei loro paesi d’origine.[10] Un gruppo di donne, proveniente da Charkiv, ha occupato l’aeroporto militare locale. L’ufficio d’arruolamento dell’esercito di Cherson è stato occupato da madri e mogli dei soldati che chiedevano la fine della guerra con slogan come: “Donne contro la guerra”, “Dove prestano servizio i figli degli oligarchi?”, “I nostri ragazzi non sono carne da cannone”.[11] A Černivci, un gruppo di donne ha bloccato l’autostrada per Zytomyr per alcuni giorni per richiedere il ritorno a casa dei soldati.[12] Il 24 giugno, alcuni familiari di militari hanno eretto una barricata al 125esimo chilometro dell’autostrada Kiev-Chop, esponendo cartelli che recitavano: “Vogliamo i nostri figli a casa, al fronte ci vadano i figli dei generali”.[13] L’8 giugno, un gruppo composto da un centinaio di familiari ha bloccato le truppe della 3033esima unità militare stanziata a Melitopol, nella regione di Zaporižžja. La protesta è riuscita ad impedire che i soldati fossero inviati al fronte. I familiari coinvolti in queste iniziative hanno protestato contro la propaganda statale che li ha descritti come “separatisti filo-russi”: “Ieri i media hanno detto che ‘separatisti filo-russi’ hanno bloccato un unità militare. Ma nessuno di noi parlava di Russia davanti alla caserma dei soldati!Noi non vogliamo perdere i nostri figli che per noi sono l’unico sostegno che abbiamo. (…) Donetsk è un massacro, e i nostri ragazzi hanno 20-21 anni. Guardateci, noi siamo madri! Come fate a chiamarci separatiste!”, diceva una delle partecipanti del blocco.[14] Il 15 luglio, alcune madri e mogli di soldati hanno protestato contro l’invio al fronte dei loro cari anche davanti alla base militare di Ternopil.[15]

E questa non è certo la prima volta che le famiglie dei soldati si contrappongono a un’operazione militare. Durante il periodo terminato con la caduta del presidente Yanukovych [gennaio-febraio 2014 N.d.t.], i genitori di alcuni soldati e altre persone hanno organizzato delle assemblee davanti alle caserme, hanno discusso con i soldati per informarli di ciò che stava realmente accadendo per le strade di Kiev e per persuaderli di non partecipare a eventuali azioni repressive contro i dimostranti di Maidan.

Nel frattempo, altri uomini continuano ad essere arruolati nell’esercito. Anche se i soldati devono essere arruolati tramite la cartolina di leva obbligatoria, il governo li presenta come dei volontari. “Noi non siamo volontari (…) noi non vogliamo uccidere delle persone (…) non vogliamo andare da nessuna parte, ci toglieremo le nostre divise e ce ne torneremo a casa”, hanno dichiarato alcune reclute durante un raduno di protesta a Leopoli.[16]

Il 24 luglio, dopo l’entrata in vigore del decreto presidenziale di Poroshenko che ha dato il via alla terza ondata di coscrizione nell’esercito, la cui conseguenza immediata è stata l’invio di alcune migliaia di proletari al fronte, disordini particolarmente intensi sono scoppiati in molte città dell’ovest dell’Ucraina: nella cittadina di Voloka, l’intera popolazione ha resistito all’arruolamento di 50 persone. Un anziano contestatore dichiara: “Questo casino l’hanno cominciato loro, che ora se lo risolvano da soli. Noi moriremo ma non gli lasceremo i nostri figli. Devono capirlo e non venire qui con le loro liste.”[17] Il 25 luglio alcuni familiari di soldati hanno bloccato una strada nei pressi del villaggio di Korovia esigendo la fine della coscrizione e l’immediato invio al fronte dei figli delle autorità ucraine.[18] Lo stesso giorno, anche una strada nel distretto di Obukhivs’kvi, vicino a Kiev, è stata bloccata dalle famiglie dei militari. I blocchi sono continuati anche il 28 luglio in almeno sette paesi della regione di Bukovina e anche sull’autostrada Kiev-Chop, già bloccata qualche tempo prima. Durante una manifestazione contro la guerra davanti all’ufficio di reclutamento di Novoselycja, i manifestanti hanno malmenato un membro del consiglio municipale che tentava di parlare con loro.[19] Il 22 luglio, alcuni abitanti di diversi paesi della regione Ivano-Frankivsk hanno fatto irruzione all’interno del locale ufficio dell’amministrazione militare e lì hanno bruciato l’elenco degli uomini da arruolare nell’esercito e altri documenti relativi alla coscrizione obbligatoria. La stessa cosa è successa lo stesso giorno a Bogorodchany.[20] In molti paesi le persone hanno bruciato in massa le cartoline di chiamata al servizio militare recapitate via posta.[21] A Mukačeve, in Transcarpazia, la situazione si è aggravata a tal punto che il locale comando militare, inquieto per il perdurare delle proteste, ha momentaneamente sospeso la coscrizione e ha promesso che nessuno degli abitanti di quella città verrà mandato al fronte nel prossimo futuro.[22] Il 4 agosto ci sono state altre manifestazioni contro la guerra nella regione di Zaporižžja, e il giorno successivo c’è stato un presidio di protesta davanti alla sede del parlamento a Kiev.[23]

Con la guerra in corso, per reprimere il dissenso interno, il governo di Kiev può contare solo in minima parte sul proprio esercito regolare e si trova quindi a dipendere da eserciti privati di qualche oligarca e dalla Guardia Nazionale, una milizia di volontari nata durante le proteste contro Yanukovich e composta principalmente da appartenenti ai partiti di estrema destra Pravyi Sector e Svoboda. Le nuove unità della Guardia Nazionale non sono specificatamente addestrate per affrontare una guerra vera e propria, ma principalmente per reprimere le proteste di massa e i disordini, come d’altronde ha mostrato la loro esibizione di fine luglio. A giugno, ad esempio, alcune centinaia di fascisti dell’Assemblea Nazionalsocialista e i Patrioti Ucraini avevano già attaccato una manifestazione che si stava svolgendo a Kiev contro l’operazione antiterrorismo.

Neanche i membri della Guardia Nazionale sono d’altronde del tutto estranei alle contraddizioni che agitano entrambi i campi. Radio Europa Libera ha pubblicato di recente un video[24] in cui si può vedere un miliziano della Guardia Nazionale che rimprovera il governo di non essere in grado di fornire ai volontari al fronte cibo, acqua e armi, tanto da arrivare a dire: “Ci trattano come se fossimo carne da cannone”. Le condizioni materiali riescono quindi a intaccare il morale anche di coloro che, per motivazioni ideologiche, pensano di essere al di sopra di esse.

Anche mercenari, provenienti un po’ da ogni angolo del mondo, combattono per l’esercito di Kiev e vengono arruolati dal governo tramite agenzie private di contractor (si tratta di truppe mercenarie polacche, ceche, dell’ex-Jugoslavia, ma anche provenienti dall’Africa equatoriale).

Il reclutamento di nuovi combattenti, comunque, non procede come i locali signori della guerra vorrebbero, neanche nel fronte separatista. La maggioranza dei minatori della regione del Donbass ha sempre rifiutato di far parte del loro esercito e ha dunque provveduto a costituire delle unità di auto-difesa per proteggersi sia dalle truppe governative che da quelle separatiste. Una di queste unità di difesa si è scontrata con le milizie separatiste impedendo loro di fare saltare in aria una miniera nel paese di Makiivka. A maggio, a Krasnodon, nella regione di Lugansk, i minatori hanno organizzato uno sciopero generale e hanno preso il controllo della città. In quell’occasione i minatori hanno apertamente rifiutato di schierarsi sia dal lato dei separatisti “anti-Maidan” a Lugansk, che da quello degli oligarchi del Maidan a Kiev, e hanno invece preteso un aumento dei loro salari e la fine delle assunzioni di manodopera attraverso le agenzie private.[25]

I minatori di sei miniere del Donbass hanno cominciato a scioperare alla fine di maggio, chiedendo la fine dell’operazione antiterrorismo nell’est del paese e il ritiro delle truppe.[26] Hanno agito di propria iniziativa e, al contrario di quanto affermato da alcuni media, la loro non è stata in nessun modo un’azione imposta da uomini armati appartenenti alla Repubblica Popolare di Donetsk. Secondo gli scioperanti la guerra rappresenta un pericolo per l’esistenza stessa delle miniere e provoca disoccupazione. “Lunedì 26 maggio, quando l’esercito ucraino ha cominciato a bombardare alcune città, i minatori semplicemente non si sono recati al lavoro, perché il ‘fattore esterno’, rappresentato dalle azioni di guerra che avvenivano praticamente davanti al loro portone di casa, aumentava seriamente il rischio di incidenti sul lavoro nei loro stabilimenti. Per esempio, qualora una bomba avesse colpito la sotto-stazione elettrica i minatori avrebbero rischiato di rimanere intrappolati sotto terra, andando così incontro a morte certa”.[27] Lo sciopero è stato proclamato da circa 150 minatori della miniera di Oktyabrskiy e si è esteso come per una reazione a catena ad altri pozzi estrattivi della zona di Donetsk (Skochinskiy, Abakumov, “Trudovskaya”, etc.), ma anche a cave di carbone di altre città, in particolare a Ugledar (“Yuzhnodonbasskaya no.3”). In alcune miniere di proprietà di Rinat Achmetov, l’uomo più ricco d’Ucraina e padrone di un impero industriale che controlla dal punto di vista economico praticamente tutta la parte orientale del paese, i lavoratori sono stati costretti a continuare a lavorare e hanno quindi continuato a calarsi nei pozzi estrattivi nonostante il bombardamento delle zone immediatamente vicine. A partire dall’iniziativa dei minatori di Oktyabrskiy, (e sempre senza nessun appoggio da parte della Repubblica Popolare di Donetsk), il 28 maggio è stata organizzata una manifestazione contro la guerra cui hanno partecipato migliaia di persone.[28] Il 18 giugno migliaia di minatori hanno manifestato nuovamente nel centro di Donetsk per chiedere la fine delle operazioni militari. I partecipanti dichiaravano di non essere separatisti bensì persone comuni del Donbass, e aggiungevano che qualora il governo di Kiev non fosse venuto incontro alle loro richieste, avrebbero preso le armi.

I separatisti, allo stesso modo degli oligarchi locali filo-Kiev, tentano di manipolare e presentare questi raduni confusi e contraddittori secondo i propri interessi. Se dunque Rinat Achmetov, l’oligarca di Donetsk, ha organizzato il suo “sciopero” in favore dell’Ucraina unita, i separatisti dal canto loro hanno provato a far passare le manifestazioni dei minatori come espressione di una posizione filo-russa dei lavoratori del Donbass.

Malgrado i motti nazionalisti o separatisti presenti nelle manifestazioni dei minatori, i lavoratori non sono molto entusiasti di arruolarsi nella Milizia Popolare del Donbass. Recentemente, Igor Girkin, uno dei comandanti separatisti, si è lamentato pubblicamente del fatto che molti nella popolazione locale prendano le armi dal suo deposito di armi, ma invece di servirsene per prestare servizio nelle milizie separatiste, se le portino a casa per proteggere le loro famiglie e i loro villaggi da entrambe le fazioni del conflitto.[29] Pertanto i separatisti, in un’operazione come questa che dura ormai da molti mesi nella regione di Donetsk e Lugansk, continuano a fare affidamento su bande di criminali locali che, dietro pagamento, li aiutano a controllare edifici governativi, stazioni di polizia, depositi di armi, arterie stradali e mezzi di comunicazione. La maggior parte delle forze separatiste è tuttavia costituita da mercenari provenienti dall’altra parte della frontiera, quella russa, e in particolare da veterani della guerra di Cecenia.

Se il movimento reale contro la guerra, il movimento del disfattismo rivoluzionario, vuole affermarsi, deve non solo acquisire un carattere di massa e generalizzarsi, ma anche organizzarsi, strutturarsi. Non abbiamo molte informazioni sulle strutture organizzative del movimento in Ucraina. Possiamo dedurre l’esistenza di alcune strutture dagli eventi stessi (le ripetute manifestazioni o scioperi di molte migliaia di persone non possono essere il risultato di un’esplosione spontanea di rabbia, allo stesso modo le proteste dei familiari dei soldati, per come le abbiamo descritte, richiedono un certo livello di coordinamento e collaborazione tanto a livello di contenuti che di pratiche), mentre l’esistenza di altre strutture organizzative, formali o informali, è confermata da informazioni incomplete che abbiamo ottenuto sul posto. Alcune associazioni già esistenti sono diventate strutture che hanno centralizzato le attività contro la guerra, per esempio la Comunità dei Genitori “Kroha”[30] della regione di Donetsk ha divulgato il 10 giugno un appello pubblico, per quanto limitato, contraddittorio e pacifista: “Noi, i genitori della regione di Donetsk, ci rivolgiamo a voi, politici, personalità pubbliche e persone interessate. Dateci una mano per salvare la gente di Sloviansk, Krasny Liman, Kramatorsk, fermate le operazioni militari. Abbiamo bisogno del vostro aiuto per far comprendere cosa sta accadendo in queste città. Da molte settimane, la gente vive sotto un costante fuoco d’artiglieria. Muoiono civili in continuazione. Ci sono dei bambini feriti. E’ stata confermata la morte di tre bambini. Stanno crollando case, ospedali, asili e scuole. Le persone, inclusi i bambini, vivono in perenne stato di stress, restando nascosti per ore e ore nelle cantine per ripararsi dai continui attacchi. Chiediamo il vostro aiuto per salvare le vite di queste persone e fermare le operazioni militari.”[31] Un’altra associazione, Le Madri del Donbass, dichiara in un suo comunicato: “Vogliamo solo vivere! Noi, persone comuni: mariti e mogli, genitori e figli, fratelli e sorelle. Noi, civili pacifici, siamo gli ostaggi del conflitto nella nostra regione, le vittime degli scontri militari. Siamo stanchi, spaventati e desideriamo la pace. Vogliamo vivere nelle nostre case, passeggiare per le strade delle nostre città, lavorare nelle aziende e nelle organizzazioni della nostra regione e coltivare la nostra terra. (…) Noi, Madri del Donbass, insistiamo affinché si fermi l’operazione antiterrorismo e qualsiasi altra operazione militare nella nostra regione! (…) Siamo convinte che il conflitto nel nostro paese si possa risolvere in modo pacifico! Fermate la guerra! Evitate che muoiano dei bambini! Salvate il popolo del Donbass!”[32] La Voce di Odessa il 13 luglio ha organizzato una manifestazione contro la guerra a Odessa. I partecipanti gridavano slogan come “Noi siamo contro la guerra!”, “Fermate l’Operazione Antiterrorismo nell’est!” o ancora “Noi vogliamo la pace!”. Il flash mob comprendeva anche delle agghiaccianti registrazioni del suono dell’artiglieria in azione e del suo impatto sui civili.[33] A Charkiv le associazioni locali contro la guerra (tra le altre il movimento delle donne di Charkiv “Kharkivianka”) hanno organizzato il 20 giugno una dimostrazione di protesta davanti alla fabbrica di carri armati della VA Malyshev. A questa fabbrica erano stati ordinati 400 veicoli corazzati da inviare al fronte. I dimostranti chiedevano l’annullamento dell’ordine e gridavano slogan come “No alla guerra!” o “Fermate questo insensato massacro!”[34]

Nel mentre, la situazione economica e sociale dell’intera Ucraina sta mano a mano peggiorando. La svalutazione della moneta locale, l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, dei trasporti e dei servizi, e i tagli alla produzione in molte aziende, portano ad una decisa diminuzione dei salari effettivi, stimata tra il 30% e il 50%. Il governo di Kiev, su pressione delle istituzioni finanziarie internazionali, dovrà adottare una serie di misure di austerity che renderanno ancora peggiori le condizioni di vita del proletariato, e nel frattempo sta preparando la più grande ondata di privatizzazioni degli ultimi 20 anni. Il governo centrale ha smesso da maggio di pagare gli impiegati statali, i servizi sociali e le pensioni in tutti quei territori che non si trovano sotto il suo controllo, perciò ci sono migliaia di lavoratori che non percepiscono entrate di nessun tipo. La situazione nelle regioni dove si svolgono le operazioni militari è sempre peggiore: fornitura di elettricità e acqua sono interrotte, scarseggiano il cibo e i medicinali.

Dei disordini sociali, accelerati ora da questa situazione, avevano fatto la loro comparsa già da un po’. Oltre agli scioperi dei minatori nella parte orientale del paese, anche i proletari della parte occidentale iniziano ad averne abbastanza. I minatori di Krivoy Rog hanno cominciato a maggio uno sciopero generale ad oltranza pretendendo che i loro salari venissero raddoppiati. Hanno cominciato a organizzate milizie armate di autodifesa. Nelle loro dichiarazioni, rivolte ai lavoratori di tutta Europa, indicano gli oligarchi russi e ucraini come la principale causa della crisi, a prescindere da quale parte stiano (separatista o filo-governativa): “Ci rivolgiamo a voi chiedendovi di sostenere la nostra lotta contro gli oligarchi, che hanno condotto l’Ucraina nell’attuale crisi e che continuano a destabilizzarla ulteriormente, minacciando di provocare una guerra fratricida in Ucraina che senza dubbio avrebbe conseguenze catastrofiche per tutta l’Europa.”[35]

Numerose manifestazioni per “condizioni di vita dignitose”, contro l’aumento dei prezzi e per un aumento di salari e pensioni, si sono svolte in diverse città in tutto il paese. Per esempio a Kiev, a fine giugno e a luglio, ci sono state una serie di iniziative contro l’aumento degli affitti e delle bollette. Il primo luglio si è svolta a Charkiv una manifestazione contro l’aumento dei prezzi. La protesta più partecipata in assoluto si è svolta però a Kiev il 24 luglio, all’insegna di slogan come “Tagliate i redditi degli oligarchi, non quelli del popolo” e “Non rapinate i cittadini comuni”.[36]

Nei primi di agosto l’ultimo gruppetto di resistenti che continuava a occupare piazza Maidan a Kiev (“Perché non è cambiato nulla!”) è stato attaccato da due battaglioni della Guardia Nazionale, che avevano lo scopo di sgomberarli. I battaglioni agivano per ordine del nuovo sindaco Vitali Klitchko, fatto che dimostra ancora una volta come le promesse di un politico borghese (all’inizio di quest’anno aveva chiesto lui di non evacuare la piazza “fintanto che non ci fosse un reale cambiamento in Ucraina”) creino solo problemi a quelli che danno loro credito. Tuttavia durante lo sgombero sono scoppiati violenti scontri, di cui ancora una volta i mezzi d’informazione internazionali borghesi non hanno parlato, dal momento che il governo di Kiev rappresenta l’alleato Occidentale e l’“estremo orrore” non può invece che essere incarnato dai separatisti e dalla Russia.

La Repubblica Popolare di Donetsk cerca di porre un freno al movimento dei minatori, che dimostrano di avere più a cuore i loro interessi materiali che non una qualsivoglia ideologia, destreggiandosi tra le richieste degli scioperanti, cui è stata promessa la nazionalizzazione dei complessi industriali, e gli interessi degli oligarchi, cui è stata invece promessa l’inviolabilità della proprietà privata.

Il movimento contro la guerra, per quanto ancora poco diffuso e limitato nei contenuti, gli scioperi dei minatori e le manifestazioni, animati non da ideologie ma da bisogni materiali del proletariato e che si svolgono sia nei territori controllati dal governo di Kiev che in quelli controllati dai separatisti, tutte queste esperienze confermano ciò che scrivevamo: “(…) l’innescarsi della guerra imperialista (…) non significa necessariamente la sconfitta definitiva del proletariato. Anzi, se la guerra in un primo momento coincide con una parziale disfatta del proletariato, questa, in seguito, dialetticamente, può determinare anche una ripresa delle lotte, tanto più forte in quanto è la guerra stessa a palesare le contraddizioni e la brutalità proprie del sistema capitalista.”

Ciononostante, c’è capitato in più occasioni di imbatterci in sedicenti “rivoluzionari” che difendono l’operazione antiterrorismo, perché credono che questa permetta un ritorno alla “normale” lotta di classe. Ciononostante, possiamo leggere notizie (per quanto frammentarie e contraddittorie) di “anarchici” attivi nelle strutture amministrative dei separatisti, perché pensano che questi siano un “male minore” rispetto al governo di Kiev.

Noi non sosteniamo in alcun modo la guerra e le sue atrocità e siamo coscienti del fatto che ogni conflitto militare comporta un peggioramento nelle condizioni di vita del proletariato. Tuttavia, come comunisti, non possiamo fare nostra la tesi secondo la quale un conflitto militare potrebbe essere evitato schierandosi dalla parte di uno dei due contendenti. Il proletariato non ha nessun interesse a difendere le condizioni attuali della sua miseria o a conservare quelle passate. Il proletariato non ha nessuna patria da difendere. In ogni guerra, ciò verso cui il proletariato deve tendere, è un’azione unita e intransigente dei proletari di entrambi gli schieramenti contro le due fazioni in guerra della borghesia.

La lotta contro la guerra significa “disfattismo rivoluzionario”! Per un fronte proletario rivoluzionario contro la borghesia di entrambi le fazioni in guerra!

Opponiamoci alla guerra con l’azione diretta, il sabotaggio e lo sciopero generale, radicale e combattivo!

Solidarietà di classe con i disfattisti rivoluzionari di ogni campo!

* Agosto 2014 *

Traduzione: f(r)eccia – PAGINE DI ANARCHISMO E CRITICA RADICALE (http://freccia.noblogs.org/)

Fonte: http://freccia.noblogs.org/post/2014/08/31/ne-con-lucraina-ne-con-la-russia/

Più: http://www.informa-azione.info/guerra_n%C3%A9_con_l039ucraina_n%C3%A9_con_la_russia/

http://greennotgreed.noblogs.org/post/2014/09/01/ne-con-lucraina-ne-con-la-russia-ampliamo-il-nostro-fronte-quella-della-rivoluzione-sociale/

Leggi anche: http://anarkismo.net/article/27335/

 


[4] Idem.

[5] Idem.

[9] Idem.

[10] Idem.

[18] Idem.

[21] Idem.

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