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Un libro che unisce: il Corriere sul viaggio no tav di Wu Ming 1

Un libro che unisce: il Corriere sul viaggio no tav di Wu Ming 1

Da oggi è in libreria Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 (Einaudi), un libro a cui teniamo molto e che verrà presentato in Valle, a Bussoleno, sabato 5 Novembre e a Rivalta il giorno seguente. Pubblichiamo la recensione apparsa su “La Lettura” il supplemento del “Corriere della sera”. 

«La Lettura», supplemento del «Corriere della Sera», 30/10/2016, pag. 21:

TAV, NON TAV: PAROLE DI UN FALSO DILEMMA
Indagini. Wu Ming 1 esamina la vicenda della linea ad alta velocità in Val di Susa e dell’opposizione al progetto. Protagonisti, prima ancora che gesti e azioni, sono i testi e la loro capacità persuasiva

di Daniele Giglioli

Verrebbe spontaneo definire il nuovo lavoro di Wu Ming 1 (Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav) con queste parole: un libro che divide. Perché divide l’argomento, perché si parla di lotta fin dal titolo, perché l’autore è dichiaratamente schierato da una parte. Senza dire, poi, che anche il libro più programmaticamente innocuo divide i suoi lettori, non foss’altro che tra a chi piace e a chi non piace, il che non è mai cosa da niente in quanto implica una funzione importantissima come il giudizio, la facoltà che più di ogni altra ci fa umani. Ma la verità è che, paradossalmente, proprio in questa occasione quel verbo, dividere, non è appropriato. Un viaggio che non promettiamo breve è invece un libro che unisce, connette, mette insieme, dà a chiunque lo legga, comunque la pensasse prima di leggerlo, la possibilità di passare dall’altra parte della barricata. Se poi qualcuno, davanti a un’opera tanto ben argomentata e documentata, decide di restare in buona fede della sua idea è nel suo diritto, ma sarebbe interessante sapere come fa.

Oggetto del libro di Wu Ming 1 sono in primo luogo le parole: discorsi, interviste, documenti, articoli di giornale, volantini, libri bianchi, trasmissioni radio, memorie orali e scritte. A leggere in sequenza le parole che l’autore monta a ritmo serrato ma lasciando loro il tempo di sedimentarsi, ci si accorge di una sproporzione evidente, di una preponderanza schiacciante dei ragionamenti, dati ed esperienze messi in campo dagli abitanti della Val di Susa e di chi li appoggia (intellettuali, scrittori, periti tecnici e ambientali, militanti che vanno a dar loro solidarietà), sulla pochezza di argomenti e la ripetitività vuota e inarticolata di quelli secondo cui il Tav Torino-Lione va fatto a ogni costo: non si può essere contro il progresso, non si può dire sempre di no, ce lo chiede l’Europa, non avevate sempre detto che il treno è più ecologico del Tir, e i posti di lavoro?

Si potrebbe pensare che l’autore, schierato con i No Tav, taccia slealmente i loro argomenti migliori e riporti solo i più risibili per farsene una comoda testa di turco. ma chi sospetta questo può cercarseli lui stesso, con internet ormai si trova tutto. chi ci si mette però non trova niente, niente di più: slogan, tecnicismi, eufemismi e contorsioni di neolingua orwelliana. Alle obiezioni più fondate (costi spropositati, inutilità di fronte a un traffico merci in costante diminuzione, devastazioni ambientali, rischi per la salute, diritto a essere consultati degli abitanti di territori su cui dovrebbe attuarsi un’opera pensata più di vent’anni fa e che se va bene si concluderà tra più di vent’anni) si ribatte solo con lo sprezzante acronimo Nimby, Not In My Backyard, non nel mio cortile, sottintendendo siete gente da cortile, non impicciatevi di cose più grandi di voi.

Il che è verissimo: ideologia e pratica delle grandi opere sono questioni della più alta importanza, salvo il particolare che la democrazia, fin dalla sua fondazione presso i Greci, consiste proprio nel fatto che la gente piccola, la gente da cortile, pretende di mettere il naso nelle cose importanti, specie quando i presunti competenti non sono tali. E se in realtà ormai anche ai piani alti al Tav Torino-Lione non crede sul serio più nessuno (a parte chi ci guadagna), e sembra davvero che si tratti soltanto di tenere il punto, alta velocità e grandi opere sottendono un intero modello di sviluppo. Perché i cittadini della Val di Susa non dovrebbero occuparsene? E che cosa prova meglio che non si stanno occupando solo del loro cortile?

Se fosse solo questione di parole, dunque, la lotta No Tav sarebbe finita già da tempo. Per questo forse quelle dei valsusini, che pure si mobilitano per non subire un torto, sono allegre, scanzonate, ottimistiche: un paradosso, a pensarci. Chi adotta toni da vittima è semmai la controparte: non si fa così, che modi sono questi, vi pare bello fare blocchi stradali e danneggiare recinzioni solo perché vogliamo espropriarvi di una valle? Fino alle accuse di terrorismo e a un procuratore della Repubblica (lo stesso che credette al bacio tra Andreotti e Riina, perché se Andreotti è cattivo allora deve per forza aver baciato il diavolo, come le streghe nei sabba) secondo cui il movimento No Tav è egemonizzato da persone «per male, con tutte le sfumature del male».

Il che ci porta dalle parole alle azioni. L’esperienza che chiunque ha fatto tramite la copertura mediatica della lotta No Tav è stata, al contrario che nel libro, tutta incentrata sulle azioni, meglio se violente: spintonamenti, cariche, idranti, lacrimogeni. Parole poche, meglio inquadrare manganelli e spranghe. Non si può farne troppo carico ai media: è chiaro che fanno più notizia. Lo scontro fisico ha un fascino segreto anche per chi razionalmente lo ripudia, e chi non lo ammette non si picchi per favore di interessarsi di letteratura e chieda coerentemente di censurare Omero, Virgilio e i nostri Ariosto e Tasso («Bello in sì bella vista anco è l’orrore, / E di mezzo la tema esce il diletto»).

Pensiamo a come avrebbe raccontato quegli eventi un grande scrittore come Nanni Balestrini. Ma un caposaldo del libro, che pure si vuole un misto tra reportage ed epica popolare, è proprio quello di sottrarsi a questa fascinazione, che nella sua capacità di cattura dell’immaginario occulta il piano delle ragioni (epica pura, a rigore, è quando l’azione è celebrata in quanto tale, e Orlando, a Roncisvalle, muore più per mostrare il suo valore che per la Santa Fede, la Dolce Francia o Re Carlo dalla barba fiorita). Non che sia reticente: quando ci sono scontri li racconta, ma senza enfasi, e anzi insistendo sugli aspetti più spiazzanti e beffardi (canuti valligiani che si travestono da black bloc, strambi personaggi che esorcizzano trivelle con corone d’aglio, maestre cattoliche, neanche tanto del dissenso, che si dicono onorate di sfilare insieme ai temutissimi anarchici).

Più che bellico, l’immaginario No Tav è avventuroso, e non è un caso che nel titolo la parola «viaggio» sopravanzi, sia in ordine di apparizione che in grandezza di carattere, la parola «lotte». E anche quando l’autore riferisce di denunce e processi, non indulge al patetismo di molte narrazioni «antagoniste» (i compagni picchiati, la polizia assassina…). Stiamo facendo disobbedienza civile, dice un leader del movimento, e ci assumiamo le nostre responsabilità. Né lacrime né testosterone fuori posto.

Perché siano sempre gli argomenti a restare in primo piano, Wu Ming 1 si impolvera le scarpe e colleziona da Torino al Veneto un lungo martirologio di nonsense, retromarce e figuracce ovunque la macchina apologetica del Tav tenti di contrabbandare interessi privati per ragioni pubbliche; le scarpe e le mani, sfogliando montagne di documenti, spulciando archivi, relazioni e controrelazioni, e soprattutto richiamando in vita, a sostrato delle lotte attuali, una filiera di memorie locali (industrializzazione, resistenza, piccoli giornali, storie di ferrovieri, preti e circoli cattolici, ma anche leggende popolari sapientemente rimesse all’ordine del giorno dai resistenti).

Nessuno sa come andrà a finire. Ma quanto a capacità di mostrare cosa possa produrre un esercizio di cittadinanza attiva in termini di solidarietà, partecipazione e presa di parola, gli abitanti della val di Susa (e l’autore che gli presta le sue pagine) hanno già vinto. Quanto invece al dividersi, è evidente che si confrontano qui due idee di modernità: quella di chi dice decido io, e quella di chi ribatte no, decidiamo noi, noi tutti. Se qualcuno ha buoni argomenti a favore della prima, si alzi e ce li dica.

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