lunedì, dicembre 11, 2017
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Le pensioni tristi di Gian Carlo Caselli

Le pensioni tristi di Gian Carlo Caselli

C’è chi invecchia bene. Prendete nonno Pino, lunedì sera era a Susa ai seggi a festeggiare il nuovo sindaco, felice. Lui che di primavere ne ha viste tante ed è sempre presente: daVenaus, alle trivelle, a Chiomonte, bandiera in spalla e sorriso sulle labbra. Mai un passo indietro. Si, un eroe della nostra amata Valle.Schermata 2014-05-29 alle 21.19.55

E poi c’è chi invecchia malamente. Diventa pieno di livore e rancoroso. Concentrato sempre e solo su se stesso, parla quasi esclusivamente del suo passato. Pieno di manie di persecuzione che lo vedono invariabilmente al centro dell’universo. Tutti abbiamo conosciuto anziani fatti così, che seppur fanno venire il nervoso, muovono più alla pietà che alla rabbia.

Ieri mattina abbiamo letto un articolo del nuovo polemista del Fatto Quotidiano, Gian Carlo Caselli. Articolo che mostra perfettamente cos’è l’acrimonia senile. Lo riproponiamo sotto ma ci permettiamo qualche rilievo. Faremo riferimento esclusivamente a quel testo, per conoscere la figura professionale di Caselli, guardando alle zone d’ombra oltre al santino dell’agiografia ufficiale, l’inchiesta La notte del procuratore è imprescindibile.

Il bel tempo andato

Caselli proprio non ce la fa a non far precipitare tutto nel suo glorioso passato: i mitici anni settanta. Qualcuno contesta (legittimamente) l’operato della procura? E Caselli tira fuori le BR: “la magistratura italiana, che ha superato ai tempi delle Br prove ben diverse e ben più dure, certo non si scompone di fronte ai nostalgici tentativi di riesumare una stagione definitivamente tramontata”. Quello del terrorismo, del ritorno agli anni ’70 è un ritornello che da mesi alcuni editorialisti, qualche politico e una frangia della procura torinese vanno ripetendo senza posa. Ci ha pensato la Cassazione a rigettare questa accusa sconsiderata. Ma Caselli, nostalgico dei favolosi ’70, non demorde.

E nei gloriosi anni ’70 non c’era internet, le cui pagine Caselli paragona ai muri delle latrine. Si riferirà forse all’inchiesta pubblicata su molti siti (e non ripresa dalla stampa “ufficiale”) riguardante il suo pupillo Rinaudo?

Un ego ipertrofico

Colpisce in Caselli il protagonismo, a leggerlo pare che le vicende del mondo ruotino intorno alla sua persona: “nel mirino c’è anche il sottoscritto”, “mi danno del boia”, “mi ruberanno la salma”, “accusarmi di essere mafioso”, “per certa gente ero fascista”, “fui proprio io a chiedere”. Io, io, io! E poi il capolavoro: “per fortuna non ha taciuto il Presidente Napolitano, che il 23 maggio scorso, parlando a una platea di giovani, ha ricordato che il terrorismo è finito, ma bisogna comunque stare attenti a “episodi sinistri”. E li ha esemplificati parlando proprio delle pesanti minacce che il sottoscritto subisce a opera di esponenti No-Tav.

Caro Caselli gli esponenti no tav ti hanno contestato (pratica legittima in democrazia, o no?), hanno denunciato la deriva della tua ex procura (anche questo ci pare lecito, o no?), hanno raccontato “spiacevoli” episodi del tuo passato (e lesa maestà non è reato, o no?), hanno messo in discussione le indagini a senso unico volte a colpire il movimento no tav salvaguardando gli apparati che l’opera sostengono (forse dovevi rispondere su questo, anziché ripetere ossessivamente “io”, no?). Ma infangare il movimento parlando di minacce, terrorismo e sinistri episodi è davvero miserevole.

Il mondo, la fuori, è cattivo

Non manca poi il rancore verso gli intellettuali che hanno osato non santificare il suo operato, o addirittura non si sono stracciati le vesti per una scritta contro di lui fatta su un muro. E addirittura “ogni tanto i maître à penser lanciano qualche indignato appello contro un preteso accanimento giudiziario”. Ma come si permettono? Il rancore verso quei personaggi pubblici che non la pensano come lui era già emerso in più occasioni ma più passa il tempo e più risulta evidente. “Chi non è con noi è contro di noi” sembra suggerire Caselli. Indicazione subito raccolta dalla procura che manderà a breve a processo Erri De Luca e Gianni Vattimo.

Però la frase più bella di tutte è questa Ma è terribilmente italiano l’intento di ottenere una giustizia à la carte”. Sembra Stanis La Rochelle e invece è proprio Caselli.

Ma c’è dell’altro

Adesso lasciamo da parte l’ironia perché ci sono altri 2 punti dello scritto di Caselli che meritano di essere affrontati con serietà. Caselli scrive “persino quando (con molotov e bombe carta) si aggrediscono i lavoratori del cantiere di Chiomonte che, come ogni onesto operaio, sono lì a faticare per guadagnarsi la pagnotta”. A noi risulta che mai un operaio del cantiere abbia subito neppure un graffio. Parlare di aggressione ai lavoratori è grave, il movimento no tav ha da sempre detto che ritiene legittimo danneggiare le reti e le attrezzature che stanno distruggendo la Val Clarea, ma con il limite invalicabile che non sia mai fatto del male a nessun essere vivente. Caselli lo sa bene. E così è sempre stato. Che l’ex capo della procura parli di aggressione agli operai nel bel mezzo dei processi ci pare grave e inconsueto.

E poi l’accenno al PD che fa nella prima parte del testo. Naturalmente è legittimo che un magistrato e un procuratore abbia le sue idee politiche, ci mancherebbe altro. Ma da cosa nasce tutta questa indignazione per delle scritte sui muri delle sedi del PD e, al contempo, l’assoluto silenzio sui presidi no tav bruciati? Forse che scrivere su una sede del PD è fascismo e bruciare un presidio è goliardia? Indagò la procura guidata da Caselli su quei roghi, l’ultimo dei quali risale a pochi mesi fa? Come mai a Caselli fa tanto orrore la vernice spray e non il fuoco che brucia luoghi di ritrovo e socialità per intere comunità?

Caro ex magistrato, cerchi di godersi la sua pensione senza incubi, che il mondo non è così brutto come crede. Si può anche invecchiare serenamente con il sorriso sulle labbra: il nostro nonno Pino lo dimostra; ma forse è perché sta dalla parte giusta della barricata.

 

 

 

DEMOCRAZIE

Il solito silenzio della zona grigia

di Gian Carlo Caselli

Da mesi gruppi organizzati di facinorosi attaccano le sedi del Pd a Torino e provincia imbrattandole con scritte di minaccia. Una campagna per impedire ogni forma di dissenso all’opzione No-Tav (in sé legittima, come l’altra favorevole). La “logica” è quella famigerata del “colpirne uno per educarne cento”, essendo evidente che l’intimidazione non è circoscritta agli obiettivi direttamente colpiti. In ogni caso, prendersela con le sedi dei partiti “nemici” (tali nell’ottica di chi non accetta le regole della democrazia) è tipico dello squadrismo, da cui il fascismo derivò mentalità e stile di comportamento. Per fortuna la nostra democrazia – a dispetto dei suoi problemi – è sufficientemente salda. Lo dimostra il fatto che proprio il partito le cui sedi sono state aggredite ha registrato nella provincia di Torino un successo elettorale fra i più alti nel quadro dello “tsunami” nazionale.

Da mesi gruppi di esagitati attaccano l’esercizio della giurisdizione che osi occuparsi di reati ricondotti dall’accusa all’area dell’estremismo No-Tav. Gazzarre fuori e dentro le aule di giustizia, cori, urla, insulti e intimidazioni vengono praticati per creare un clima difficile intorno ai processi ai compagni “ingiustamente perseguitati” (ma questo non è lo stesso cavallo di battaglia di un ex cavaliere?). Il tutto in un contesto di oscenità pubblicate su vari siti web che legittimano la tesi secondo cui questo moderno veicolo di “comunicazione” equivale oggi – in alcuni momenti – alle pareti delle latrine di ieri. Per fortuna anche in questo caso la nostra democrazia dimostra di saper resistere. La magistratura italiana, che ha superato ai tempi delle Br prove ben diverse e ben più dure, certo non si scompone di fronte ai nostalgici tentativi di riesumare una stagione definitivamente tramontata.

DA MESI vengono attaccate in vari modi anche singole persone: politici, giornalisti e magistrati “colpevoli”, agli occhi dell’ala intollerante dei No-Tav, di fare il loro dovere nel proprio campo professionale. Nel mirino c’è anche il sottoscritto, colpevole di “provocazione” (sic) se partecipa a qualche iniziativa pubblica. Per fortuna il tentativo di disturbare o impedire tali iniziative non è quasi mai riuscito, ma solo grazie alle forze di polizia costrette a interporsi per evitare che la violenza verbale (ma non solo) possa sfociare in fatti ancor più gravi. Fanno da cornice le scritte comparse sui muri di Torino e di altre città leggiadramente incentrate su concetti (si fa per dire…) che mi danno del boia o del torturatore; o minacciano di farmi fare la fine di Moro e Ramelli; o profetizzano che avrò i miei Anni 70 e mi ruberanno la salma. Offese e minacce truci, fino ad accusarmi di essere “mafioso”. Per certa gente ero fascista ai tempi delle Br, comunista quand’ero magistrato antimafia e ora sono diventato mafioso. Una stupidità compulsiva, in quanto costretta a rimuovere il fatto storico che fui proprio io a chiedere di esser trasferito da Torino a Palermo per contrastare la mafia dopo le stragi in cui furono massacrati Falcone e Borsellino. Ma è terribilmente italiano (e costante: si tratti di appioppare la falsa etichetta di fascista, di comunista o di mafioso) l’intento di ottenere una giustizia à la carte valida per gli altri ma mai per sé. Per cui dovrebbe essere evidente che la questione va ben oltre i profili personali (innegabilmente sgradevoli), per investire anche principi cardine dell’ordinamento democratico.

DA MESI coloro che si esibiscono nelle performance sopra illustrate profittano anche del silenzio o dell’indulgenza di vari intellettuali. Mai una convinta dissociazione dalla violenza e men che meno una parola di condanna. Su questo versante – come direbbe Marco Travaglio – neppure un plissé. Persino quando (con molotov e bombe carta) si aggrediscono i lavoratori del cantiere di Chiomonte che, come ogni onesto operaio, sono lì a faticare per guadagnarsi la pagnotta. Per contro, ogni tanto i maître à penser lanciano qualche indignato appello contro un preteso “accanimento giudiziario”. Eppure, già Alessandro Galante Garrone insegnava che di fronte acertifattio“polemichevolgarie indecenti, troppo spesso si tace o si finge di non sentire e vedere. Ma la troppa prudenza sconfina a volte nella complicità”.

Per fortuna non ha taciuto il Presidente Napolitano, che il 23 maggio scorso, parlando a una platea di giovani, ha ricordato che il terrorismo è finito, ma bisogna comunque stare attenti a “episodi sinistri”. E li ha esemplificati parlando proprio delle pesanti minacce che il sottoscritto subisce a opera di esponenti No-Tav.

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