E’ necessario ripensare sistemi di comunicazione e tecnologie come luoghi del conflitto: giocoforza, allora, lo strumento tecnologico non è neutro, non va esaltato e accettato acriticamente ma è esso stesso parte del conflitto. Ecco perché quando ci siamo limitati ad usare gli strumenti che ci venivano dati abbiamo perso. Abbiamo cercato di entrare anche noi nell’acquario per prendercene delle fette: pensando che quella fosse la posta in gioco. Portare il dissenso _all’interno_ di questi acquari e non sugli acquari _in sé_ ha portato alla sua stessa normalizzazione e sterilizzazione: gli acquari hanno il pro e il contro, nel momento in cui contengono anche il dissenso, perché dovresti uscirne? il tuo mondo è tutto qui. Facebook e/o twitter (il primo per finta) hanno
bisogno di tenersi il dissenso interno, non per ammantarsi di progressismo, ma perché va a completare il loro quadro di realtà virtuale che – si vorrebbe – corrispondente e migliore di quella reale (perdonate la tautologia).
Per ripensare i media dobbiamo tornare a vederli come terreno di conflitto nella stessa definizione degli strumenti.

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