[16-05-2011] Gaza: prigionieri politici, donne e contadini in resistenzaPrigionieri politici: una ricorrente e triste realtà
Negli interventi il primo pensiero va a Vittorio, nel ribadirci tutta la loro sofferenza per la perdita di un fratello caro, sottolineando senza mezzi termini ogni distanza da chi l'ha ucciso. "Non siamo terroristi, i nostri prigionieri sono reclusi per aver combattuto per la libertà e la dignità di tutte e tutti". Sono le sentite parole di una donna il cui figlio è rinchiuso da 26 anni colpevole solo di aver partecipato ad una manifestazione contro gli insediamenti, e che non vede da 5: è la situazione che le accomuna tutte a causa delle restrizioni che Israele impone ai detenuti politici palestinesi. Un'altra signora ci ha raccontato la storia del figlio arrestato e deportato nella prigione israeliana di Saba, da 10 anni non solo non hanno la possibilità di vedersi ma non possono nemmeno sentirsi o scriversi ne avere notizie l'uno dell'altro. Anche questa donna è stata in carcere per alcuni anni ed è perciò al corrente di quali siano le condizioni a cui sono costretti i prigionieri.
Oltre ai terribili trattamenti che subiscono quotidianamente non esiste nessuna tutela sanitaria, le operazioni chirurgiche non vengono eseguite: ci raccontano la storia di un uomo che ancora attende un'operazione al cervello che continua a venirgli negata. Anche per questo le proteste sono all'ordine del giorno, scioperi della fame, scioperi della sete scandiscano la quotidiana routine carceraria. Oggi ad esempio alcuni detenuti sono entrati nel 7 giorno di sciopero della fame. Resistenza al femminile“Sono arrivati gli abbiamo dato da bere e l’hanno rovesciato, ma li abbiamo perdonati. Sono arrivati, gli abbiamo dato da mangiare e l’hanno buttato, ma li abbiamo perdonati. Siamo andati a a cercare il cibo, siamo tornati e abbiamo trovato le strade sbarrate”.
Le donne sono parte attiva nella rsistenza palestinese, nonostante i molteplici tentativi da parte dell’occupazione sionista di zittire la voce femminile. Fin dall’inizio dell’occupazione la donna in Palestina, si è adoperata in molteplici ruoli che la situazione d’assedio imponeva. Negli anni hanno accresciuto ancora di più il valore della resistenza ereditando le armi della rivolta, con determinazione sono diventate ancora più protagoniste nel processo rivoluzionario cercando in esso anche il cambiamento sociale: sono scese nelle strade, hanno rivendicato i loro diritti, hanno lanciato pietre, hanno combattutto l’esercito israeliano, costruendo resistenza. L’Unione delle Donne Arabe è attiva in diversi progetti che sostengono l’educazione e la cultura, ritenuti fondamentali per l’emancipazione femminile. Privilegiano qualsiasi attività che sappia accrescere la soggettività della donna a livello sociale, politico, economico, sanitario. “Gli uomini ci impongono di metere il velo e gli rispondiamo che se vogliono se lo possono mettere loro!". In questo modo viene sottolineata la loro volontà ad autodeterminare le scelte sul proprio corpo. Il problema non è se indossare o meno l’hijab ma la strumentalizzazione maschile della religione a scopi che mirano al libero arbitrio di una donna. A tal proposito le donne dell’Unione si sono sempre battute affinchè in nessun contesto sociale fossero costrette ad indossare indumenti contro la loro volontà. Buffer zone: maledetto assedio!Anche questa mattina ci svegliamo con poche ore di sonno dovute agli incontri con i compagni e le compagne palestinesi che riusciamo a compiere ogni giorno fino a tarda serata. E ovviamente a causa delle interminabili assemblee del CO.R.UM. che ci trascinano fino all’alba.
categoria: dalla palestina by: NodoSolidale |
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Siamo entrati nella sede della Croce Rossa internazionale di Gaza city dove ci siamo trovati immersi in una folla di persone, le stesse che ogni settimana rinnovano il loro incontro per ricordare e chiedere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane. La maggior parte donne riunite al centro della sala che a gran voce scandiscono cori di protesta e lotta a sostegno dei loro familiari. Ciascuna tiene stretta tra le mani una foto di un marito o di un figlio mostrandola con orgoglio.
E ancora la storia di una donna arrestata con il proprio bambino mentre tentava di difendere la propria casa. Lei venne rilasciata poco dopo ma il bambino che nel frattempo è diventato ragazzo è ancora dentro.

Il desiderio di riportare con noi quanto più possibile ci costringe ad una divisione in più gruppi; alcuni di noi si muovono di buon ora verso la buffer zone di Khozaah, ad est di Khan Younis per incontrare la dignitosa resistenza di una famiglia di contadini costretta a vivere costantemente sotto gli attacchi dell’esercito israeliano. Ci accolgono nel cortile della loro casa e dopo averci offerto una cassa di datteri frutto del loro lavoro ci portano subito le loro condoglianze per la morte di Vittorio. Ci hanno descritto il coraggio che dimostrava, insieme agli altri attivisti dell’ISM, nel porre il proprio corpo tra i militari israeliani e dei semplici raccoglitori di grano, additati dai media come terroristi, durante il loro raccolto, la sua capacità di disegnare un sorriso sui volti dei bambini segnati dalla continua perdita dei loro famigliari e dall’impossibilità di vivere normalmente la loro età.
Ci allontaniamo dalla sua casa distante appena 300 metri dai mitragliatori automatizzati, dalle torrette di controllo e dalla rete elettrificata, per dirigerci verso il Village Improvement National Center (www.alwatny.com). Un centro culturale che documenta i soprusi quotidiani perpetrati sui contadini e che offre assistenza psicologica ai bambini e alle bambine del villaggio traumatizzati dall’assedio. Li assistiamo ad un video che ci racconta una delle uscite dei contadini assistite dai volontari degli internazionali, aggrediti dai cani addestrati dall’esercito d’occupazione. Ci raccontano infine il loro lavoro di assistenza medica iniziato durante l’operazione piombo fuso dato che l’ospedale più vicino dista 10 km e la strada viene spesso sbarrata dall’esercito. Il prezioso lavoro di questo centro sarà da oggi più efficiente a seguito della donazione di un pannello solare da 13 watt da parte del convoglio.