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E se la paura cambiasse di campo?

Diario

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«12/6/2014

 

Chi ogni giorno per le strade del quartiere coarta la libertà di muoversi?

Abito a Porta Palazzo ed inevitabilmente incrocio la ronda interforze che va a caccia di senza documenti da ingabbiare in un CIE, svolto l’angolo, entro in piazza e vedo un gruppo di vigili che fanno smontare i piccoli banchetti dei venditori abusivi di menta, fanno fuggire le signore con i carrellini pieni di pane, msemen e botbot. Salgo sul 4 per arrivare velocemente fino in Barriera, lì i controllori aggressivi tachentano e spintonano fuori chi non ha i soldi per il biglietto. Rimane da prendere il 51, lento, con passaggi più radi, carico di persone.

Chi ogni giorno minaccia e spaventa?

I padroni di lavoro ricattano: o accetti di essere sfruttato o niente impiego. Chi di essere sfruttato non ne ha voglia tenta un furto, una rapina, una truffa e fa incombere su ogni suo gesto l’ombra di una cella dentro un carcere.

Sempre più di frequente mancano i soldi per pagare un affitto, sempre appare un palazzinaro o un padroncino a minacciare gli inquilini morosi di sbatterli in strada, a seguire viene la polizia a sfondare la porta e a buttare le valige sui marciapiedi, poi gli assistenti sociali con la minaccia di togliere i bambini dalla tutela dei genitori considerati così scriteriati nell’aver deciso non di pagare un padrone, ma di mangiare. E se la paura cambiasse di campo?

Si aprono così possibilità, bisogni condivisi, crucci comuni dialogano tra di loro. Il suggerimento sta sulla bocca di chi ha già vissuto delle lotte ed è irrequieto. Organizzarsi.

Da una parte cresce la densità degli sfratti tra Porta Palazzo e Barriera, la difficoltà di recuperare soldi aumenta per chi popola questi quartieri, dall’altra processi di riqualificazione puliscono e cacciano, rinnovano palazzine e aumentano i canoni d’affitto negli stessi angoli di città.

Per difendere le case dallo sfratto si organizzano picchetti davanti ai portoni attendendo l’ufficiale giudiziario per strappargli una proroga, coinvolgendo parenti, vicini di casa e amici.

Quello è il luogo dove ci si incontra e ci si conosce, dove s’intrecciano e stringono intese e complicità tra ed intorno a chi è sotto sfratto, dove inizia a crearsi una rete di mutuo appoggio capace di reggersi sulle proprie gambe.

Per organizzarsi logisticamente, affrontare problemi e paure, discutere una proposta, si forma un’assemblea, ci si divide mansioni e responsabilità, le voci che prendono parola sono sempre di più. “Chi già sapeva lottare” lascia spazio ai diretti interessati, non c’è uno specialista in “risoluzione sfratti”, né la voglia di avere la funzione di un ente assistenziale. Si vuole lottare insieme, tendendo ad avere reciprocità nei rapporti.

Ho conosciuto le vie del quartiere attraverso la lotta. Ho scoperto come orientarmi, che scorciatoia prendere vivendo quelle vie, andando di corsa verso una casa sotto sfratto, ritornandoci camminando, facendo cortei felici per aver strappato un lungo rinvio, incazzati quando qualcuno veniva buttato in strada.

Oltre a conoscere dove si dirigeva il mio passo sull’asfalto, ho imparato a riconoscere volti amici e luoghi solidali. Nel caldo di relazioni reali la lotta è cresciuta, inasprendo al contempo le inimicizie verso chi vuole controllare questo pezzo di città e chi li serve. Si prende un caffè nel bar vicino alla barricata, si ascoltano i racconti densi della vita operaia di Barriera dalla signora dietro il bancone, emigrata dal Friuli Venezia Giulia negli Anni ‘50, poco dopo, passando davanti al laboratorio del fabbro che non smette di collaborare con la polizia e con i padroni, si lancia un insulto e si fa una pernacchia.

Abbiamo preferito non chiedere nulla al Comune, sapevamo che aveva poco e quel poco lo avrebbe dato per dividerci. Qualcuno ha provato lo stesso, non ha ottenuto nulla, se non il consiglio di aprire un’associazione di sfrattati.

Per soddisfare direttamente il bisogno di un tetto che non c’era più, abbiamo occupato case vuote che sono diventate anche spazio per vivere ed incontrarsi, crocevia di storie, vedette sul quartiere. Ebbene sì, organizzandoci ad affrontare ogni evenienza, allargando ed approfondendo le conoscenze, mettevamo in campo una forza.

Non eravamo più continuamente sotto scacco, ma riuscivamo a respirare di più vivendo come ci era necessario, iniziando a parlare di desideri. In un mondo alla rovescia dove i padroni non ricevono l’affitto, dove la polizia non fa paura, dove lo Stato è di troppo.

Il 3 giugno la polizia irrompe in innumerevoli case, perquisisce e arresta. 111 sono gli indagati, tutti lottano contro gli sfratti a Torino. 12 di loro sono in carcere, 5 agli arresti domiciliari, 4 con l’obbligo di dimora, 4 con il divieto di dimora dal comune di Torino e 4 con l’obbligo quotidiano di firma.

Con il nuovo “Piano casa” appena approvato non c’è via di scampo per chi non ha soldi per un affitto. Con il continuo aumentare delle differenze sociali, l’acuirsi del conflitto tra chi ha e chi non ha, tra chi ruba e chi reprime, la cura migliore che consiglia e attua chi vuol mantenere tutto tranquillo e in ordine è levare di torno i possibili catalizzatori di rabbia latente, chi ha alle spalle esperienze di lotta, sulla lingua un suggerimento e nelle mani pratiche che non hanno bisogno di alcun sostegno politico.

Disseminare gli arrestati in carceri lontane dalla città dove vivevano e lottavano, soli in istituti sparsi per il Piemonte, fa sì che le narrazioni e gli strumenti si atomizzino; chiudendo in casa e allontanando dalla città altri, tentano di rompere la forza e la possibilità di comunicazione che fino all’altroieri c’era per le vie del quartiere.

Chi fuori rimane a lottare non avrà tempo di organizzare saluti sotto le mura delle svariate carceri, ma riuscirà a essere contagioso con il proprio coraggio e testardaggine nel continuare a lottare contro padroni e polizia?

Sorrido e penso di sì. Penso ad una nuova occupazione.

Marianna»

 

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macerie @ Giugno 20, 2014

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