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Elementi di metodologia operativa (la loro): il rapporto “UO 2020”

Diario, Torino domani

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“La base per tutti gli ulteriori sviluppi concettuali e operativi relativi alle operazioni urbane”, secondo il rapporto NATO UO 2020, risiede nell’articolata nozione di USECT (acronimo di Understand, Shape, Engage, Consolidate, Transition)[53]. In estrema sintesi, le attività riunite sotto il concetto USECT dovrebbero permettere di “comprendere”, soprattutto tramite le capacità ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance), la natura del nemico, le sue posizioni e intenzioni, per poi sfruttare le informazioni raccolte al fine di “modellare” l’ambiente del combattimento urbano e i relativi aspetti tattici. Nell’articolazione del complesso USECT, l’attenzione degli analisti si rivolge principalmente ai primi tre termini: Understand, Shape, Engage.

UNDERSTAND (COMPRENDERE). In primo luogo, quindi, l’attività generale d’intelligence dovrebbe fornire conoscenze dettagliate sui territori urbani che potrebbero trasformarsi in zone di guerra asimmetrica. Il concetto di territorio comprende non solo la conformazione fisica della metropoli (edifici, centri culturali, centri economico-produttivi, nuclei logistici, infrastrutture critiche, sistemi di trasporto ecc.) e i suoi elementi virtuali (l’insieme di possibilità offerte dallo spazio urbano, soprattutto in termini di interconnessione e mobilità)[54], ma anche e soprattutto il tessuto socio-culturale della città, da inserire nel quadro di una piena comprensione del contesto nazionale, internazionale e locale (popolazione, etnia, cultura, politica, fazioni, simpatie, agenzie, ONG ecc.)[55]. Notoriamente, territorio e popolazione sono i due volti di un’endiadi inscindibile nella quale lo sguardo governamentale deve captare costantemente ogni forma di possibile turbamento della normalità. Così in tale attività di ricognizione e mappatura preventive del contesto urbano, sarà necessario individuare la presenza sia delle “gang criminali”, elementi chiave nel controllo del territorio (d’altra parte, ci sia permesso di glossare, la creazione del “criminale” è intrinsecamente funzionale a questo controllo), sia delle realtà “insorgenti”, le quali “operano nel mezzo di una popolazione da cui sono spesso indistinguibili” (e, glossiamo nuovamente, l’invenzione della figura dell’insorgente serve esattamente a sciogliere e annullare questa indiscernibilità). Il quadro di comprensione del tessuto sociale del territorio urbano dovrà quindi essere completato tracciando il profilo psico-sociale di chi lo abita (nemici potenziali, elementi neutrali, figure socialmente rilevanti) e individuandone movimenti, posizioni, condizioni, capacità e strutture di supporto[56].

SHAPE (MODELLARE). Sulla base della precedente attività d’intelligence, le forze militari potranno allestire condizioni favorevoli per la propria effettiva attività. Nel complesso, si tratta della possibilità di rimodellare lo spazio urbano sulla base di specifiche esigenze tattiche. Uno degli aspetti chiave dello shaping riguarda quindi la gestione dello spazio e dei flussi. Se da un lato si tratta, per le forze militari, di ottimizzare la propria mobilità in terra, dall’alto e sottoterra (capacità di movimento lungo le tre dimensioni)[57], dall’altro è necessario saper controllare, stimolare o prevenire i movimenti delle masse non-combattenti (allestire campi profughi, vie di fuga per gli sfollati ecc.)[58].

Parallelamente l’attività di shaping, lasciandosi alle spalle l’antica pratica dell’assedio stretto intorno alla città, mirerà piuttosto a isolare porzioni del territorio urbano in termini sempre più nodali. Si tratta in sostanza di separare alcuni gangli territoriali dai flussi circostanti. E ciò in due direzioni: mantenere un controllo selettivo di infrastrutture e mezzi di comunicazione non-militari da “proteggere” (separandoli dai movimenti bellici circostanti) e attuare un isolamento fisico e virtuale dei centri nodali del nemico. In questa prospettiva, particolare importanza viene assunta dall’“isolamento informativo”: bloccare, anche tramite il controllo dei campi elettromagnetici, le capacità comunicative dei rivoltosi significa non solo indebolirne le capacità organizzative, ma anche assicurarsi un’influenza determinante sulle reazioni della popolazione locale e sul generale impatto mediatico delle e sulle operazioni[59].

ENGAGE (IMPEGNO). Il terzo fattore dell’USECT riguarda l’effettivo scontro con le forze nemiche: un campo d’azione che – si noti – va “dal conflitto su larga scala all’assistenza umanitaria in caso di disastri naturali, cioè non causati dalla guerra”[60].

Nel complesso, e sulla base delle preliminari attività di understanding e shaping, l’azione militare dovrebbe assumere viepiù un aspetto chirurgico, basato su attacchi di precisione contro i centri di gravità delle forze ostili, in maniera tale da diminuire il più possibile gli “effetti collaterali”, i danni ai non-combattenti e le perdite causate dal “fuoco amico”. Lo scopo infatti non è di tenere sotto controllo in via permanente il territorio urbano, ma di applicare la forza sui punti nevralgici dell’avversario per renderlo inoperativo. Tuttavia, a dispetto delle velleità “chirurgiche” degli strateghi NATO, l’impegno bellico effettivo dovrà nondimeno prevedere tutte le attività di gestione degli effetti sulla popolazione: assistenza ai non-combattenti, rifornimenti alimentari, arruolamento di volontari sotto la guida della protezione civile ecc. Infine – last, but not least – per la gioia di chi ancora soggiace a qualche forma d’imbelle tecnofilia, una particolare rilevanza strategica viene attribuita al combattimento elettronico, basato prevalentemente sulle possibilità di controllare lo spettro elettromagnetico e di condurre operazioni di cyber-war[61].

Nell’elaborazione del Rapporto, gli ultimi due operatori concettuali (Consolidate e Transition) ricevono minori attenzioni analitiche, il che non è privo di significato circa l’intendimento generale delle nostre teste d’uovo.

CONSOLIDATE (CONSOLIDAMENTO). La quarta fase, complementare alla precedente, riguarda la protezione delle posizioni conquistate e la continuazione delle iniziative intese a disorganizzare l’avversario, al fine di avvantaggiarsi in termini spaziali, psicologici e informativi: si tratta di prevenire il rischio di riemergenza “terroristica” delle forze sconfitte, di stabilire forme di collaborazione con le autorità locali, di condurre operazioni di mopping up (epurazione) degli avversari sconfitti e trattamento dei prigionieri[62].

TRANSITION (TRANSIZIONE). L’ultimo compito da condurre pertiene all’insieme delle exit strategies: garantire il ritorno degli sfollati e soprattutto ristabilire “the rule of law” (il dominio della legge, la legge della legge), ricostituendo le autorità e gli eserciti locali. “Per garantire la sicurezza, le forze militari potrebbero dover istruire/formare organizzazioni locali e internazionali per il ristabilimento della legge”. I tempi del ritiro dipendono dalla velocità con cui queste organizzazioni stabiliscono un’effettiva presenza. Ma, ormai l’abbiamo capito, tra lo scenario di guerra e quello di pace non c’è soluzione di continuità: consolidamento e transizione sfumeranno immediatamente in una nuova fase di understanding[63].

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Note:

[53]La nozione di USECT compare già in uno studio del Dipartimento di Stato americano del 2000. Cfr. US Department of Defense, Joint Staff, Doctrine for Joint Urban Operations, Joint Publication -3-06, ottobre 2000, 2ª ed.

[54]Di qui l’importanza delle tecnologie GPS (Global Positioning System), in grado di rilevare ogni spostamento individuale. Nato per soddisfare le esigenze dell’aviazione militare statunitense (che tuttora lo gestisce), il Sistema di Posizionamento Globale su base satellitare e le sue applicazioni sono entrati nella vita quotidiana del ceto medio planetario. Non si contano ormai più i gadget high-tech che basano il proprio funzionamento sull’infrastruttura GPS, ennesima tecnologia prêt-à-porter dalla quale milioni di persone si sono rese dipendenti in un batter d’occhio.

[55]Al riguardo, va segnalato che il Pentagono, immerso fino all’inguine nel pantano iracheno, nel 2007 ha varato lo Human Terrain System, un programma sperimentale che copre il dispiegamento di sociologi e antropologi a supporto delle unità sul terreno (l’ex capo della CIA e successore di Donald Rumsfeld alla Difesa, Robert M. Gates, ha autorizzato nel settembre di quell’anno una spesa di 40 milioni di dollari per dotare di questi team ognuna delle 26 brigate di combattimento statunitensi impegnate in Iraq e Afghanistan). Un primo esempio di tale programma, riferito dal “New York Times” il 5 ottobre 2007 nell’articolo Army Enlists Anthropology in War Zones, si è avuto nella valle della Shabak (Afghanistan), dove un’antropologa civile è stata embedded da un reparto dell’82ª Divisione Aerotrasportata (e dai primi di settembre cinque nuovi team sono stati messi all’opera nell’area della capitale irachena, portando il totale a sei).

In ragione dell’importanza strategica assunta dalle scienze sociali, in particolare l’antropologia, nell’ambito della più recente dottrina controinsurrezionale statunitense (sintetizzata nel “nuovo mantra dei militari”, il Field Manual 3-24. The US Army/Marine Corps Counterinsurgency Field Manual, vademecum ufficiale stilato a Fort Leavenworth dal generale David H. Petraeus e dai suoi collaboratori), il Dipartimento della Difesa ha lanciato una serrata campagna per l’arruolamento di giovani laureati in queste discipline.

Un “centro di ricerche sociali” è in allestimento anche presso AFRICOM, il comando unificato statunitense per le truppe di terra e di mare per l’Africa (cfr., ultra, nota 89), “dove ricercatori provenienti dal mondo accademico vengono reclutati per contribuire a tracciare una mappa del complicato terreno umano del continente africano”. Il team sarà di stanza in parte a Stoccarda e in parte a Gibuti, presso Camp Lemonier, principale base operativa e di comando del Corno d’Africa. Cfr. JOHN VANDIVER, AFRICOM building research, in “Stars and Stripes”, European edition, lunedì 15 giugno 2009 (http://www.stripes.com/article.asp?section=104&article=63315).

Del resto, non si è di fronte a chissà quale novità, dal momento che già le Guerre indiane videro l’“arruolamento” dell’antropologia a stelle e strisce, allora ai suoi albori. La collaborazione tra antropologi e Amministrazione USA raggiunse l’apice nel corso della Seconda Guerra mondiale, quando circa il 60% degli antropologi americani lavorava per l’OSS (Office for Strategic Services, antesignano della CIA), prima di entrare in crisi a causa delle lacerazioni interne alla società statunitense provocate dalla guerra in Vietnam (nel 1971 l’American Anthropologist Association vietò ai suoi membri di partecipare a qualunque ricerca segreta). Oggi, il programma Human Terrain System sta incontrando l’opposizione di vari gruppi, come per esempio il Network of Concerned Anthropologists.

[56]Si noti l’apporto fornito, in questa prospettiva di mappatura territoriale, non solo dalle nuove tecnologie informatiche, nelle quali alcune anime belle hanno voluto intravedere inaudite possibilità emancipatorie, ma anche dall’insieme delle scienze sociali (sociologia, criminologia, psicologia, statistica ecc.), con le rispettive agenzie di ricerca. Risulta infatti chiaro come una simile attività di monitoraggio e mappatura di presenze, movimenti, rapporti, tendenze e potenzialità nei contesti urbani non possa essere improvvisata a ridosso di uno specifico intervento militare. Vi dovrà pertanto concorrere l’insieme dei “saperi” ordinariamente rivolti ai territori urbani. Dobbiamo altresì constatare che, da questo punto di vista, le varie ondate di contestazione studentesca non hanno ancora raggiunto la necessaria radicalità critica per mostrare le complicità dei differenti dipartimenti di ricerca universitari in quest’azione. L’ideale di una cartografia integrale dei rapporti sociali resta infine un elemento fondamentale nella formazione di un sistema totalitario, in cui “teoricamente, un unico foglio gigantesco potrebbe indicare le relazioni esistenti in seno all’intera popolazione di un territorio. Questo è il sogno utopistico della polizia totalitaria” (HANNAH ARENDT, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Torino, 1999, p. 593). “Sapremo ciò che ha fatto una qualsiasi persona dal primo momento di vita sino all’ultimo”, sognava già Monsieur Guillauté, quell’ufficiale della polizia a cavallo dell’Île de France che nel 1749 presentò a Luigi XV un progetto in cui per la prima volta si trattava di numerare il territorio parigino (quartieri, case, scale, porte, vetture) per inscrivervi le coordinate utili all’individuazione e all’identificazione delle persone. Cfr. ERIC HEILMANN, La macchina di Guillauté e la nascita della polizia moderna, in “Conflitti globali”, Un mondo di controlli, n. 5, 2009; Numéroter les maisons pour pouvoir localiser et identifier les personnes, in “Le Jura Libertaire” (http://juralibertaire.over-blog.com/article-31837516.html).

[57]Qui dominus est soli dominus est usque ad coelum et usque ad inferos (chi è padrone del suolo lo è anche del cielo e degl’inferi). L’esempio paradigmatico della rilevanza cruciale della dimensione sotterranea nel combattimento urbano resta quello della Comune di Varsavia, quest’“unico esempio di eroismo collettivo” in quella “bestiale carneficina di popoli-armenti che fu la Seconda Guerra mondiale” (Il ghetto di Varsavia, in “Insurrezione”, Milano, n. 0, ottobre 1977). Infatti, l’“eroica follia” di “uomini armati di bottiglie incendiarie e di bombe a mano” insorti il 1º agosto 1944 contro la guarnigione tedesca (subito rafforzata dalle colonne motorizzate e blindate della Wehrmacht e delle Waffen-SS) e abbandonati al massacro da Stalin, a ennesima riprova che “qualunque manifestazione autonoma del proletariato (per quanto inquinata da ideologie nazionaliste o democratiche come quella di Varsavia del 1944) suscita contro di sé l’offensiva unitaria del capitale mondiale”, seppe resistere per due mesi proprio grazie all’utilizzo di cantine, passaggi sotterranei e reti fognarie. Lo stesso accadde durante la resistenza nel ghetto di Varsavia accesasi la notte del 19 aprile 1943 (nel periodo del Pesach, la Pasqua ebraica) e proseguita per una settimana con selvaggi combattimenti “nelle strade, nelle cantine e nelle fogne” (ibidem). Cfr. anche ZYGMUNT ZAREMBA, 1944. La Comune di Varsavia. Tradita da Stalin, massacrata da Hitler, in “Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso”, serie “Studi e ricerche”, n. 6, gennaio 1988; Viva la Comune di Varsavia, in “La sinistra proletaria”, ottobre 1944 (nella presentazione, a cura di “Avanti barbari”, si sottolinea giustamente come “nell’euforia partigianesca del periodo, che iniziava anche in Italia, rendere noto il comportamento dell’Armata Rossa non era cosa da poco”, http://www.avantibarbari.it/news.php?sez_id=1&news_id=16). Viceversa, poco significativa (e scontatamente nazionalista) è l’attuale storiografia: NORMAN DAVIES, Rising ’44. The Battle for Warsaw, Macmillan, New York, 2003 (da preferire all’ed. it. style=’font-size:10.0pt;mso-ansi-language:IT’>Rizzoli, Milano, 2004, orrendamente deturpata); KRYSTYNA JAWORSKA (a cura di), 1944: Varsavia brucia. L’insurrezione di Varsavia tra guerra e dopoguerra, Atti del Convegno storico internazionale, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2006; GEORGE BRUCE, L’insurrezione di Varsavia (1º agosto - 2 ottobre 1944), Mursia, Milano, 2008.

L’altro aspetto strategico della tridimensionalità spaziale, la verticalità, riguarda la chance, per le forze resistenti, di utilizzare gli edifici non solo per proteggersi ma anche per colpire dall’alto il nemico (e qui il pensiero non può che andare alle scene finali dei film Zero in condotta di Jean Vigo e If di Lindsay Anderson).

[58]Le ripetute proclamazioni di “zone rosse” temporanee, motivate non solo da eventi naturali, ma anche da continui ritrovamenti di ordigni bellici della Seconda Guerra mondiale, vanno esattamente nella direzione di una continua sperimentazione di “spostamenti controllati” delle popolazioni urbane. Tra queste sperimentazioni, vanno inoltre annoverate le simulazioni d’incidente nucleare, in atto per esempio in Francia. Cfr. “Dossier gestion de crise”, in “Bulletin”, Coordination contre la société nucléaire, Corbeil, n. 2, primavera 2007, pp. 3-21 (http://archivesantinucleaire.baywords.com/).

[59]Ma, glossano gli estensori del Rapporto, “la presenza di media internazionali e di organizzazioni caritatevoli [sic] potrebbe rendere più difficile questo compito”.

[60]La recente e sempre più normale legislazione d’eccezione statunitense va esattamente nella stessa direzione. Ne è chiaro esempio il John Warner Defense Authorization Act del 2007, col quale vengono modificati gli assetti legislativi statunitensi (il Posse Comitatus Act del 1878 e l’Insurrection Act del 1807, già modificato a giugno 2006) concepiti per impedire o, meglio, regolare e limitare sostanzialmente la possibilità del Governo federale di utilizzare l’esercito come strumento di politica interna. “Il Presidente può utilizzare le forze armate, inclusa la Guardia Nazionale in servizio federale, per ripristinare l’ordine pubblico e far rispettare [enforce] le leggi degli Stati Uniti quando, in seguito a disastri naturali, epidemie o altre serie emergenze di salute pubblica [sottolineatura nostra], attacchi terroristici o incidenti o altre condizioni in qualunque Stato o possedimento degli Stati Uniti, il Presidente stesso stabilisca che la violenza locale abbia raggiunto una estensione tale che le autorità costituite dello Stato o possedimento siano incapaci di mantenere l’ordine pubblico(o si rifiutino di farlo o falliscano), allo scopo di eliminare, in qualunque Stato, qualsiasi insurrezione, violenza locale, associazioni sovversive o a delinquere”. Nella sostanza si tratta di un significativo allargamento della casistica in cui diviene possibile condurre operazioni militari dirette contro la popolazione americana sotto il pretesto d’imporre la legge (alle situazioni di sommossa, si aggiungono le situazioni di public disorder connesse a disastri naturali, epidemie o necessità di health care sulla popolazione).

[61]La cyber-war (distruzione dei sistemi informativi e informatici delle forze nemiche), insieme alla information warfare (uso e gestione dell’informazione in vista dell’ottenimento di un vantaggio competitivo sull’avversario), alla psycho-war (operazioni di propaganda intese a destabilizzare il nemico prima del combattimento), alla militarizzazione dei media e all’accecamento dei sistemi radar e di avvistamento mira al controllo assoluto dell’info-sfera, che rappresenta uno degli aspetti decisivi della cosiddetta Revolution in Military Affairs (gli altri elementi chiave della RMA sono l’integrazione sistemica, il dominio dello spazio e la netwar, che ha di mira qualsivoglia rete potenzialmente pericolosa). Parrebbe d’essere in piena letteratura cyberpunk, se non ci fossero di mezzo mucchi di cadaveri per nulla virtuali…

[62]Cosa debba intendersi per “trattamento dei prigionieri” è stato ben illustrato dalla puntata de “Le iene” del 26 aprile 2009, in cui un “esecutore” dell’Esercito Italiano mostra praticamente le torture da lui inflitte, insieme con i suoi colleghi, ai “terroristi che minacciano il nostro Paese” nel corso delle missioni in Iraq, Kosovo, Afghanistan, Timor Est, Somalia (com’egli stesso dichiara nel corso dell’intervista, gli “piace girare”…). La trasmissione, che è andata in onda nell’indifferenza più totale, può essere vista sul sito http://www.video.mediaset.it/mplayer.html?sito=iene&data=2008/03/07&id=4765&from=iene

D’altra parte, un’inchiesta dell’emittente televisiva americana “Abc” aveva già descritto, citando fonti dell’intelligence USA, le sei tecniche d’interrogatorio più efficaci utilizzate dalla CIA nella “guerra al terrorismo” (le Enhanced Interrogation Techniques introdotte nel marzo del 2002). Sempre secondo le fonti di “Abc”, solo un piccolo nucleo di agenti della CIA sarebbero stati addestrati e autorizzati a fare ricorso a queste tecniche durante gl’interrogatori. Ecco quali sono: a) The Attention Grab: l’agente incaricato dell’interrogatorio prende il detenuto per la camicia e lo strattona per attirare la sua attenzione; b) Attention Slap: schiaffo a mano aperta sul viso con l’obiettivo di provocare dolore e indurre paura, nonché ovviamente attenzione; c) The Belly Slap: schiaffo a mano aperta sullo stomaco. L’obiettivo è anche in questo caso di provocare dolore ma senza produrre lesioni interne o lasciare lividi (medici consultati in qualità di esperti hanno sconsigliato l’uso del pugno chiuso poiché causa lesioni che durano nel tempo); d) Long Time Standing: i prigionieri sono costretti a rimanere in piedi, ammanettati al soffitto e con ceppi alle caviglie per oltre quaranta ore consecutive (tecnica considerata tra le più efficaci in quanto la stanchezza e la privazione del sonno sono particolarmente adatte a indurre confessioni); e) The Cold Cell: lasciato in piedi e nudo in una cella climatizzata a circa dieci gradi, il prigioniero viene periodicamente irrorato con getti d’acqua fredda; f) Water Boarding: legato a una tavola inclinata, con i piedi più in alto della testa e il volto coperto da cellophane, il prigioniero viene inondato d’acqua; la paura di morire annegato lo induce a confessioni volontarie (questa tecnica avrebbe una media di sopportazione di 14 secondi: pare che il più coriaceo tra i prigionieri accusati di appartenere ad Al-Qaida, Khalid Sheik Mohammed, si guadagnò l’ammirazione dei suoi carcerieri per avere resistito tra i due e i due minuti e mezzo prima d’implorare gli agenti americani di interrompere il trattamento offrendosi di confessare).

[63]Una parte del rapporto UO 2020 è dedicata ai sistemi d’arma e alle dotazioni tecnologiche (§ 2.3.3: “Future Technology”). In proposito si sottolineano le “opportunità offerte dai progressi ottenuti per quanto riguarda: raccolta e gestione di informazioni, miniaturizzazione, munizioni di maggiore precisione nell’azione a distanza, robotica e armi non letali”. Inoltre, facendo riferimento al rapporto Land Operations in the Year 2020 (LO 2020) vengono identificate dieci tecnologie su cui concentrarsi, molte delle quali hanno rilevanza anche in territorio urbano: tecnologie elettriche d’alta potenza, armi a energia diretta (si intende una classe di armamenti che comprende numerosi dispositivi capaci d’indirizzare sui bersagli, in modo molto preciso ed efficace, svariate forme di energia non cinetica, quali: radiazioni elettromagnetiche, onde acustiche, plasma a elevata energia, raggi laser; gli effetti legati all’uso di tali armi possono essere tanto letali che “non letali”, mentre i campi d’applicazione variano dalla difesa antiaerea alla tutela dell’ordine pubblico), tecnologie computeristiche, tecnologie della comunicazione, tecnologie per la guerra elettronicoinformatica e dispositivi elettronici, biotecnologie, tecnologia dei materiali strutturali, fattori umani e interfacce uomo-macchina, tecnologie per l’attacco di precisione, automazione e robotica. Il tutto tenendo conto che “altre tecnologie e innovazioni potrebbero diventare ‘potenzialmente vincenti’ in ambito urbano”.

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macerie @ Giugno 22, 2009

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