13 marzo. Nella notte sono andate in frantumi due vetrate del circolo Pd “Miriam Makeba”, in via Oropa 32. A quanto pare è la secondo attacco in meno di un mese alla stessa sede: a febbraio infatti erano comparse sul muro del palazzo le scritte «Picchiatori - Democratici - Infami». A tenere il conto dei danni è Gioacchino Cuntrò, segretario provinciale del partito, che ricorda nervosamente: «Dall’inizio dell’anno abbiamo subito una decina di attacchi a Torino».
Buttafuori (e filo spinato)
9 marzo. Via i vecchi reduci dell’Associazione nazionale Alpini, largo ai giovani buttafuori dell’Hydra Service, guidati dal noto picchiatore Diego Simioli. Saranno proprio loro, i famosi responsabili del servizio d’ordine del Pd, a garantire la sorveglianza notturna della caserma di via Asti, dove sono alloggiati alcuni dei profughi e rifugiati politici protagonisti delle occupazioni di via Bologna e corso Peschiera. Il cambio della guardia è stato deciso dalla sinistra Fondazione Dravelli (legata all’Arci), che ogni mese incassa dal comune decine di migliaia di euro da spendere per il bene dei profughi. E sempre per il bene dei profughi, già da qualche tempo alcuni punti della caserma sono stati addobbati con del filo spinato.
Integrazione
9 marzo. Ennesima retata a Porta Palazzo, questa volta sui tram della linea 4. Mentre gli alpini piantonano le porte dei mezzi, controllori e polizia chiedono biglietti e documenti. A seguire l’operazione, un paio di camionette della polizia. Tra chi i controllori c’è anche un uomo in borghese coi tratti nordafricani: potrebbe essere Mostafa El Daodi, uno dei cinque controllori di origine straniera assunti dalla GTT tre mesi fa. Ecco cos’è l’integrazione.
Benzina
9 marzo. Dopo lo sgombero dall’alloggio ATC che occupava in corso Salvemini con la moglie e quattro figli, un uomo si è cosparso di benzina e ha minacciato di darsi fuoco nel cortile della circoscrizione 2.
Goffi
8 marzo. Nella notte ignoti entrano nella sede elettorale dell’UDC, in via Cernaia 16, e portano via due computer con i dati della campagna elettorale e un telefono cellulare. Prima di andarsene, strappano i manifesti del partito e si accaniscono in particolare contro la sagoma in cartone che ritrae Alberto Goffi. «Spero davvero sia stato solo un atto di vandalismo» ha commentato Goffi, quello in carne ed ossa.
Con le pive nel sacco
8 marzo. Se ne torna a casa con le pive nel sacco l’ufficiale giudiziario che questa mattina avrebbe voluto eseguire l’ennesimo sfratto dei suoi quindici anni di “onesto lavoro”, per usare le sue parole. A convincerlo a rinviare la pratica al 1 aprile ci hanno pensato decine di solidali della Rete per il diritto alla casa, accorsi per dar man forte ad una famiglia morosa che aveva deciso di non abbandonare l’alloggio.
Fumetti
7 marzo. Moncalieri. Imbrattati nella notte numerosi manifesti del candidato sindaco del Pdl Stefano Zacà, in particolare nel quartiere collinare di Revigliasco, proprio quello dove vive il politico. Un fumetto diverso per ogni manifesto, questi alcuni esempi: «Siamo un gruppo di infami», «Mafioso? Si certo!», «Ogni mese ti tolgo lo stipendio».
Su commissione?
7 marzo. “Calabresi farai la fine di tuo padre”, questa l’ennesima scritta comparsa nella notte sui muri della sede torinese del quotidiano “La Stampa”, in via Tiziano 62. Allertati dalla vigilanza privata, che aveva visto la scena grazie alle telecamere di videosorveglianza, i carabinieri fermano poco minuti dopo due ragazzi rumeni. In un cestino poco distante i militari avrebbero trovato uno zainetto, con dentro un biglietto con la scritta incriminata. Da qui la fantasiosa ipotesi che gli autori del gesto abbiano agito su commissione.
I destini della sinistra
3 marzo. Nel pomeriggio, in una sala in pieno centro a Torino, una elegante manica di sorridenti intellettuali, si è data convegno, alla presenza del bel sindaco Chiamparino, per discutere attorno ai destini della sinistra, tematica suggerita dalla presentazione di un libro. Destini della sinistra? Un gruppo di compagni antirazzisti, con in serbo alcune impressioni a riguardo, ha sentito l’urgenza, pur senza invito, di partecipare all’incontro, distribuendo volantini e aprendo uno striscione (di fatto disturbando). […]
Determinazione
1 marzo. Idrissa stava partecipando allo sciopero dei migranti, e forse non si aspettava che gli sbirri proprio oggi avrebbero provato ad arrestarlo per non aver ottemperato all’ordine di espulsione; gli sbirri forse non si aspettavano che arrestando lui il presidio colorato delle associazioni sarebbe diventato un corteo, che infine si sarebbe rifiutato di sciogliersi fino al momento della sua liberazione. Tra i tanti striscioni della manifestazione, anche quello dal balcone di Marco, ai domiciliari per via del suo antirazzismo, che recita «Fuoco ai C.I.E.». Davanti alle provocazioni di sbirri e PM razzisti bisogna agire, insieme, con determinazione.
Saluto notturno
27 febbraio. Per qualche minuto un nutrito gruppo di antirazzisti urla slogan, esplode petardi e batte contro i pali della luce davanti al Cie di corso Brunelleschi, per poi dileguarsi prima dell’arrivo delle volanti. Sul muro imbiancato di fresco compaiono nuove scritte, tra le quali Complici con chi non abbassa la testa.
Una prima risposta
23 febbraio. La prima risposta alla vasta operazione di polizia che ha portato a numerose perquisizioni ed arresti tra gli antirazzisti torinesi è davanti al Cie di corso Brunelleschi. Una sessantina di compagni incazzati neri presidia l’ingresso del Centro con interventi al megafono, striscioni, battiture e petardi. Gli stessi mezzi e gli stessi contenuti per i quali i compagni sono stati incriminati, a dimostrazione che la lotta contro i Cie non si ferma.
“Preparate una bara per me”
8 febbraio. Aziz è al quinto giorno di sciopero della fame, dentro a corso Brunelleschi. La settimana scorsa gli hanno notificato la terza convalida del trattenimento dentro al Centro, e lui non ce la fa più, così ha cominciato a lottare. Ha chiesto l’asilo politico, Aziz, ed aspetta una risposta: «Se volete portarmi via,» - dice - «preparate una bara per me. Da vivo non me ne vado.»
7 febbraio. Nella notte qualcuno prende a mazzate una vetrata della sede del Pd di Mirafiori. Il vetro è antisfondamento e resiste ai colpi, ma l’iscritto al partito che in quel momento era nei locali si spaventa e telefona al segretario provinciale Cuntrò. Tirato giù dal letto, Cuntrò reagisce convocando i giornalisti e dichiarando che oramai la campagna elettorale è compromessa da tanta violenza e che il Questore e il Prefetto si dovrebbero decidere ad arrestare un po’ di anarchici.
La visita
4 febbraio. Dentro al circolo “Garibaldi” del Partito Democratico, a San Salvario, è in corso una noiosissima riunione pre-elettorale quando si affacciano sulla porta una quindicina di giovani abbastanza benvestiti. «Nuovi iscritti, finalmente!», pensa il coordinatore del circolo, «magari i rampolli di qualche famiglia di industriali o di magnati del cemento…». E invece no. Gli ospiti sono quei rompicoglioni degli anarchici, che aprono uno striscione e ricordano velocemente ai presenti le responsabilità del Pd nell’ondata di sgomberi della settimana precedente. Poi lanciano in aria alcune mazzette di banconote («così vi pagate il servizio d’ordine!»), salutano amabilmente e se ne vanno. Non avendo di fronte alla porta i gorilla della Hydra Srl a difenderli i militanti si rassegnano a chiamar la polizia e qualche giornalista. Poi ricominciano la riunione, in attesa di nuovi iscritti che, anche per questa sera, non arriveranno. […]
Dal Cie
25 gennaio. Nel pomeriggio, cinque reclusi di Corso Brunelleschi vengono fatti uscire dalle gabbie per essere deportati. Quattro di loro sono marocchini, il quinto bengalese. È quest’ultimo a ribellarsi: svelto, sale sulle spalle di un suo compagno, non sappiamo se per provare a scavalcare una rete o per montare per protesta sul tetto della struttura. Qualcosa va storto, però, e casca battendo la testa. Perde del sangue e viene portato all’ospedale. Un altro recluso, che ha visto la scena, si ricorda che Radio Blackout dà veramente la voce a chi non ce l’ha e telefona in diretta per raccontare preoccupato l’accaduto. Intanto due solidali vanno all’ospedale, alla ricerca del ferito, e scoprono che non è grave ma che è ancora sotto osservazione.
20 dicembre. Una trentina di antirazzisti sfidano le temperature polari e per due ore si piazzano - come ogni terza domenica del mese - sotto al Cie di corso Brunelleschi. All’inizio è il gelo e nessuno capisce se dentro qualcuno sente il baccano. Ma poi, a forza di slogan, petardi, fuochi artificiali, musica, superalcolici e balli anticongelamento il ghiccio si rompe e i reclusi cominciano a farsi sentire telefonando ai solidali fuori e a radio Blackout, che come sempre ha dato loro voce.
14 dicembre. Insulti come “fascista di merda”, una falce e martello e la targa coperta da vernice spray rossa. Così è stato danneggiato, questa notte, un furgoncino del vice coordinatore vicario del Pdl del Piemonte, Agostino Ghiglia. Le frasi sono state scritte con spray rosso su una fiancata e sul vetro posteriore del mezzo.
Chi non vuole il crocifisso?
11 dicembre. Tensione fra studenti e polizia durante il corteo per lo sciopero della scuola. Durante il corteo di mille, millecinquecento persone partito da piazza Arbarello e diretto a Palazzo Nuovo, all’angolo tra via Pietro Micca e via Bertola un gruppone di studenti medi, con in testa una Gelmini crocifissa, pensa che sarebbe stato carino portare un saluto alla sede del Pdl, e svolta improvvisamente verso destra. La celere prova a contenere lo spezzone con una prima carica, ma gli studenti non si spaventano e non indietreggiano. Allora parte una carica più violenta, in cui la polizia bastona duramente i ragazzi rompendo pure qualche dente e qualche testa. Dopo qualche istante di parapiglia gli studenti rientrano nel corteo, ma nel pomeriggio organizzano in quattro e quattr’otto un presidio in via Po per denunciare l’accaduto.
Resistenze
27 novembre. Ci sono mille motivi per passare una notte sul tetto, ad esempio per resistere ad uno sgombero o per non perdere il lavoro. Lo ha fatto anche un recluso del Cie di corso Brunelleschi a Torino, non per protesta ma per un motivo molto pratico: ieri gli avevano promesso che oggi l’avrebbero deportato, e lui ha giustamente fatto in modo di perderlo, quel maledetto aereo. Lo stesso giorno un recluso algerino è stato liberato dopo appena quaranta giorni di reclusione, di cui ben venti però passati in sciopero della fame e della sete. Questo per dire che non gli hanno regalato proprio nulla.
Un buon auspicio
26 novembre. Saluto volante fuori dal Cie di corso Brunelleschi, a Torino. Nella notte ignoti hanno acceso fuochi artificiali e gridato la loro solidarietà ai reclusi. L’indomani, sul muro di cinta si legge la scritta “Torino come Pian del Lago. Fuoco ai Cie!”.
Retata a San Salvario
24 novembre. Tra le sette e le otto di sera in via Berthollet nel quartiere di San Salvario, sotto i flash di diversi fotografi e giornalisti convocati per la ghiotta occasione, ha luogo una gigantesca retata. Decine i carabieri coinvolti, in divisa e in borghese, coordinati dal Pm Andrea Padalino in persona presente sul posto. Testimoni raccontano di donne e bambini spintonati, irruzioni negli androni dei palazzi e nei negozi, e di una decina di arresti. Non si sono registrati applausi da parte dei numerosi passanti che hanno assistito alla scena.
Chi si rivede
21 novembre. Un gruppetto di antirazzisti riesce a intrufolarsi in un noioso dibattito sugli immigrati di seconda generazione e, prima dell’immancabile intervento dell’assessore all’integrazione Ilda Curti, srotola uno striscione in solidarietà ai reclusi in lotta dentro i Cie. Vengono immediatamente allontanati dagli agenti della Digos di scorta all’assessore, tra gli applausi soddisfatti dei giovani del Pd, che proprio non sopportano chi non rispetta il loro ordine del giorno.
Soddisfazioni
20 novembre. Sventato un pericoloso blitz del ministro Mariastella Gelmini a Torino, grazie all’impegno di un gruppone di studenti. Universitari e medi assieme: non le folle oceaniche delle mobilitazioni dell’anno scorso e neanche le folle meno oceaniche di quelle di quest’anno. Neanche un centinaio di contestatori, ma ben divisi e soprattutto svelti.
20 novembre. In tarda mattinata, un gruppo di antirazzisti fa irruzione nell’atrio del Consolato marocchino di Torino, in via Belfiore 27. Con uno striscione che denuncia la complicità del console nel far girare la macchina delle espulsioni, volantini e un impianto di amplificazione per far ascoltare alcune testiomonianze - in arabo - dei reclusi in vari Cie italiani, gli antirazzisti riescono a suscitare l’interesse di decine di persone in fila per qualche documento, e l’irritazione dei funzionari del Consolato. Tre compagni vengono strattonati e temporaneante sequestrati “in territorio marocchino”, mentre le porte del consolato vengono chiuse per evitare ulteriori scandali. Ma la gente in fila si indispettisce, e insiste per rientrare. […]
Fascisti e striscioni
20 novembre. Presidio di fronte all’Hotel Royal di corso Regina, dove Forza Nuova aveva spostato all’ultimo momento e in gran segreto il contestatissimo incontro con Roberto Fiore e Nick Griffin. Segreto tradito dall’enorme spiegamento di uomini e mezzi di polizia e carabinieri piazzati in difesa della struttura. I primi antifascisti arrivati in zona sono stati respinti indietro dalla Celere e dalla Digos, e il dottor Petronzi in persona ha sequestrato loro un megafono, uno striscione ancora ripiegato e, pare, delle uova. Ma poco dopo, arrivati altri striscioni e altri compagni, il presidio ha potuto cominciare.
Di nuovo a Kairòs
18 novembre. In mattinata una dozzina di antirazzisti compaiono improvvisamente sotto alla sede di Kairòs, in via Lulli 8/7, decisissimi a protestare contro la partecipazione di questo consorzio di cooperative a Connecting People, una delle realtà di primo piano nella gestione dei Cie e dei Cara di tutta Italia. Il coinvolgimento di Kairòs in Connecting People, pur essendo inviso a molti dipendenti, non è certo marginale: il presidente di Kairòs, il famigerato Mauro Maurino, è nello stesso tempo nel Consiglio di amministrazione di Connecting People, firma i comunicati stampa del Consorzio, partecipa ai convegni… insomma, è secondo soltanto a quel Giuseppe Scozzari che gli ascoltatori di Radio Blackout hanno già avuto modo di apprezzare - in particolar modo per il suo raffinato senso dell’etica.
15 novembre. Nella notte corso Brunelleschi cambia nome e diventa “corso Nabruka Nimuni”. Di fronte al Cie, poi, un manichino impiccato con dei fiori ed un cartello ricorda la donna tunisina suicidatasi dentro alle gabbie di Ponte Galeria nel maggio scorso.
Scritte
14 novembre. Scritte contro i Cie e chi li gestisce compaiono nel pomeriggio sui muri della Misericordia a Collegno, del consorzio Kairos e della Croce Rossa in via Bologna a Torino.
Sfilata
14 novembre. Sfilata antirazzista in giro per Borgo Dora e Porta Palazzo, in mattinata, dietro allo striscione «Cie = lager. Rompere le gabbie». Un antirazzista è travestito da padrone, altri due - in gabbia - da lavoratori immigrati senza permesso di soggiorno. Il capitalista arringa la folla, vantandosi dei soldi fatti sulle spalle di chi lavora, magari in nero, senza permesso e ricattato ogni giorno grazie alle leggi razziste fatte dai governi. La gente del mercato riconosce nelle storie raccontate le proprie storie, capisce e applaude.
Una fuga, raccontata per una volta dalla viva voce di uno dei protagonisti. Stiamo parlando dell’evasione di una settimana fa dal Cie di Torino, quando otto ragazzi riuscirono a guadagnarsi la libertà scappando nella notte attraverso dei buchi scavati sotto le reti.
Intervistato dai microfoni di Radio Black Out durante la trasmissione Macerie, J. ci ha raccontato com’è andata veramente, sbugiardando le fantasiose ricostruzioni uscite sui giornali. Una testimonianza che dimostra - se ce ne fosse stato bisogno - che non è poi così difficile scappare dai Cie: basta un po’ di intelligenza e tanta determinazione. Il resto lo fanno le guardie, che per fortuna si mettono a chattare al computer anzichè fare il loro sporco lavoro di carcerieri. E poi corrono ai ripari, smontando le telecamere di videosorveglianza del Centro che avevano ripreso l’evasione, ed erano la prova della loro inettitudine.
Ma come in tutte le storie che arrivano dai Cie, anche nel racconto di J. non potevano mancare la descrizione delle pessime condizioni di vita nei centri, tra cibo scadente e psicofarmaci distribuiti come fossero caramelle. E naturalmente le tante storie di soprusi e minacce da parte delle guardie in divisa, con la Croce Rossa che sta a guardare.
Ascolta l’intervista con J. uno dei ragazzi evasi dal Cie di Torino:
L’intera trasmissione radiofonica è stata trasmessa davanti alla sede della Croce Rossa in via Bologna 171, a Torino. Una piccola manifestazione a sorpresa, per denunciare ancora una volta le responsabilità della Cri nella gestione dei lager per migranti. Lo striscione «Croce Rossa complice degli stupri nei Cie», gli interventi al microfono e i volantini distribuiti hanno ricordato la storia di Joy, e le responsabilità della Cri anche nella famosa vicenda del tentato stupro. Una buona occasione per ricordare che Massimo Chiodini, capo della Croce Rossa nel Cie milanese di via Corelli, ha testimoniato contro Joy ed Hellen e a favore di Vittorio Addesso, capo della polizia nel centro.
Nonostante le previsioni più nere dei giorni scorsi Joy, Florence ed Hellen sono ancora dentro il Cie di Ponte Galeria. Il volo organizzato dall’agenzia europea Frontex che ha deportato a Lagos 51 nigeriani (25 espulsi dall’Italia, 10 dalla Germania, 6 dalla Grecia, 5 dall’Austria e 5 dalla Norvegia), infatti, è partito da Fiumicino senza di loro. Sembra che a far perdere l’aereo alle tre ribelli del Cie di Milano sia stato un semplice vizio di forma, ma intanto anche la mobilitazione in loro favore sta crescendo giorno dopo giorno. Un presidio a Bologna, ieri pomeriggio, ha bloccato il traffico per un po’ e si è trasformato in un mini corteo; sempre ieri pomeriggio, a Milano, la Digos è stata attirata ad un finto presidio alla stazione Cadorna, per lasciare liberi i solidali di volantinare in giro per viale Padova e in altre zone della città; questa mattina, ad Ozzano Emilia, sei furgoni della “Concerta” (la ditta che gestisce la mensa del Centro di via Mattei a Bologna) si sono risvegliati con le gomme a terra e pieni di scritte contro i Cie; a Roma i compagni hanno fatto visita all’ambasciata Nigeriana cercando di mettere i funzionari africani di fronte alle proprie responsabilità, mentre a Torino un presidio-blitz si è svolto di fronte alla sede della Croce Rossa. La sorte di Joy, Florence ed Hellen è legata strettamente alla nostra determinazione, ed anche alla nostra costanza, e bene o male queste due giornate indicano delle possibilità da praticare. Teniamoci sempre a mente i recapiti dell’Ambasciata nigeriana, in modo da essere sicuri che non si dimentichino di noi e della nostra attenzione, ma facciamoci venire delle idee.
Intanto, prosegue in via Corelli lo sciopero della fame dentro al Centro. Lo sciopero è a staffetta, e i compagni stanno sostenendo i prigionieri in lotta portando loro del cibo, in modo da boicottare in maniera sempre più allargata e continuativa la Sodexo. Da Ponte Galeria, invece, oggi è stato liberato in tutta fretta un recluso che da venti giorni non mangiava: proprio come succede frequentemente a Torino, i nuovi gestori del Cie non vogliono grane e preferiscono lasciarb libera la gente che farla morire d’inedia. E per finire, a Bari-Palese, i recusi hanno spaccato un po’ di vetri in una sezione, per protestare contro le condizioni di detenzione.
Buona parte degli imputati di questo processo sono anarchici, e accusar gli anarchici di “istigazione a delinquere” può sembrare un compito facile facile, quasi quanto sparare sulla Croce Rossa.
«Ieri Joy è stata trasferita dal Cie di Modena a quello di Ponte Galeria. Sappiamo bene cosa significa questo: che entro un paio di giorni la vogliono espellere. Pare che proprio ieri a Ponte Galeria sia entrato qualcuno dell’ambasciata nigeriana per fare i riconoscimenti di una decina di nigeriane azione che prelude sempre all’espulsione a brevissimo termine.
Dunque le voci che giravano riguardo alle pressioni della questura di Milano perché Joy venisse espulsa - nonostante avesse intrapreso un percorso per ottenere l’articolo 18 come vittima di tratta - sono confermate. Non è bastato alla questura di Milano ‘far sparire’, nella notte fra l’11 e il 12 febbraio, le cinque ragazze dalle carceri in cui erano rinchiuse per riportarle nei Cie. Pur di proteggere Vittorio Addesso, i suoi colleghi sono disposti ad agire nelle maniere più vili.
La storia di Joy ci dimostra come gli apparati repressivi e di controllo dello Stato esigano soprattutto che i ricatti sessuali che ogni donna e trans subisce dentro i Cie rimangano taciuti. La forza che hanno dimostrato Hellen e Joy fa paura, perché è la forza che smaschera la verità di quello che accade dentro le mura di quei lager per migranti. Gli aguzzini che li controllano stanno facendo di tutto per impedire che questo precedente apra un varco o una breccia in quelle mura.
E che nessuno/a ci venga più a dire che in Italia ci sono leggi contro la violenza sessuale e lo stalking e che è necessario denunciare. Chiunque, da oggi in poi, ancora lo pensa si ricordi bene questo: le forze dell’ordine hanno licenza di stuprare anche grazie alle coperture di cui godono e di un apparato istituzionale connivente.»
Intanto, a Roma e a Milano continuano gli scioperi della fame. A Gradisca, invece, la situazione è tornata alla “normalità”.
Aggiornamento 17 marzo. Questa mattina un funzionario dell’Ambasciata nigeriana ha “fatto visita” a Joy e le ha annunciato che sarà deportata domani mattina, con un volo che arriverà apposta da Londra. Abbiamo contattato per voi l’ambasciata nigeriana di Roma, ma ci è sembrato che la funzionaria con la quale abbiamo parlato non si sia resa ben conto della gravità di questa deportazione. Vi lasciamo qui sotto i numeri contatti, prova e riprova magari si convince.
Ambasciata Nigeria - Roma, via Orazio 14
Email: nigerian.rome@iol.it
12 marzo, Aluche (Madrid). Dopo un mese di proteste, rivolte e scontri che hanno causato parecchi feriti tra i poliziotti, nuova sommossa nel Cie (Centro de Internamiento de Extranjeros) di Madrid. I reclusi hanno appiccato il fuoco in diverse stanze e hanno iniziato a battere le sbarre delle finestre: «Al fuoco! Raccontate quello che succede qui dentro!», gridavano i reclusi ai solidali che si trovavano in strada.
«Sono bruciati dei materassi, carta e altre cose. Non ne posso più. I poliziotti ci hanno picchiati, ma io sto bene», racconta un recluso. Secondo i parenti, i detenuti inizieranno uno sciopero della fame per protestare contro «il trattamento umiliante, razzista, vessatorio che ricevono quotidianamente da tre anni. Un trattamento che infrange tutti i diritti».
«Io sono razzista e voglio rispedirti al tuo cazzo di paese, bastardo!», questo ha detto un poliziotto a un detenuto angolano prima di prenderlo a calci in pancia e mettergli la camicia di forza perché rifiutava di imbarcarsi. Il ragazzo, già gravemente ammalato, ha evitato l’espulsione, ma è stato riportato al centro in stato di semi-incoscienza e qualche ora dopo è stato trasferito in ospedale. Da questa vicenda è partita la rivolta.
Da qualche settimana, la Croce Rossa spagnola collabora alla gestione del Cie di Madrid, incassando per questo sporco lavoro un bell’assegno da 200mila euro.
9 marzo, Parigi. Nel giorno dell’udienza di Torino contro i compagni arrestati lo scorso 23 febbraio e accusati di “associazione a delinquere” per le lotte contro i Centri di Detenzione per Migranti, una settimana prima della decisione del giudice contro i dieci imputati per l’incendio doloso di Centro di Detenzione di Vincennes a Parigi, sei uffici della Croce Rossa sono stati attaccati a Parigi.
Situati nei distretti 3°, 5°, 9°,11°, 12° e 18°, gli uffici sono stati ricoperti di manifesti e scritte, diverse serrature sono state sabotate e alcuni vetri infranti. Scritte come «Croce Rossa deporta», «Croce Rossa collabora con le deportazioni» hanno coperto l’area di alcuni uffici.
La guardia mi consiglia di lasciar la mia roba nel corridoio: «Qua dentro, sa com’è…». Poi apre il blindato e mi spinge dentro, e io saltello attento a non pestare i corpi distesi. La cella è lunga quattro passi, e larga cinque. Compreso me, dentro siamo in dodici: quattro se ne stanno allungati sul gradino di cemento che rasenta due dei muri, e gli altri per terra. Venti coperte per dodici persone, per cui c’è chi ha il dubbio se utilizzare quella in più come cuscino oppure per coprirsi e chi non ha diritto nemmeno a questo dilemma.
Ogni volta che entro dentro al bagno, e ci entro portandomi un bel libro appresso, non mi riesce di arrivare in capo alla seconda pagina senza che il piantone che mi piantona non dia segni di agitazione. Sento che si alza e che passeggia, che sporge il viso tra le sbarre tentando di indovinare movimenti dietro la fessura della porta della latrina; poi, immancabilmente, mi chiama per assicurarsi che io sia vivo.
E già, perché nonostante me ne stia sempre tranquillo e di buon umore, ridendo addirittura ad alta voce nel leggere le lettere dei miei compagni di fuori; nonostante non abbia pensieri di morte né di giorno né di notte (principale preoccupazione della lugubre psichiatra che si aggira qui in sezione); nonostante mangi con appetito, e che sia pure un po’ ingrassato; nonostante non dia segno di alcuna sofferenza, sono stato sottoposto - io e i miei compagni con me - al regime carcerario che si applica agli aspiranti suicidi e agli autolesionisti incorreggibili. Regime fastidioso per me (niente lenzuola, per esempio, né buio la notte, né vestiti in cella oltre a quelli che indosso) e dispendioso per l’amministazione, che deve dedicare un carceriere intero solo a me, giorno e notte.
Sabato 13 marzo, Roma. Come annunciato da tempo, fuori dalle mura del Cie di Ponte Galeria è in programma una manifestazione per portare solidarietà ai reclusi. Prima di arrivare al presidio, un gruppo di solidali tappezza di manifesti i muri delle fermate della linea ferroviaria Roma-Fiumicino. Poi, arrivati alle porte del Centro, alcuni consegnano due pacchi di bevande e cibo per i reclusi: alimenti puliti, senza psicofarmaci né calmanti, a differenza di quelli abitualmente forniti dalla cooperativa Auxilium, che gestisce il Centro da due settimane.
Mentre fuori dalle mura inizia il presidio, dentro al Centro sale la protesta: prima le grida, poi i primi incendi. La polizia vorrebbe chiudere tutti nelle gabbie, ma ci riesce solo con le donne. Trenta reclusi della sezione maschile salgono sui tetti delle baracche mentre i loro compagni continuano a bruciare materassi. I trenta restano sul tetto almeno mezz’ora, fino a quando la celere non sale sul tetto e li costringe a scendere, sparando anche un paio di lacrimogeni.
Ascolta la prima diretta dai tetti di Ponte Galeria e con i solidali all’esterno:
Subito dopo, però, altri venti reclusi salgono sul tetto di un altra baracca, dove resteranno per ore, resistendo disperatamente alle minacce e ai tentativi di carica della polizia. Per sfuggire qualcuno si arrampica sui pali della luce, altri si tagliano le braccia, altri ancora minacciano di impiccarsi con dei lenzuoli.
Ascolta la prima carica sui tetti, in diretta con i solidali all’esterno:
Ascolta la seconda carica sui tetti, in diretta con i solidali all’esterno:
Quando il presidio si scioglie e i solidali si allontanano, la polizia carica con forza i reclusi ancora sui tetti: inseguimenti, manganellate e persone ammanettate. A quel punto i solidali occupano i binari della stazione “Fiera di Roma”, bloccando il traffico in entrambi i sensi di marcia per circa 40 minuti. Alle 19 circa un gruppo di almeno un centinaio di solidali si concentra nel piazzale della Stazione Trastevere e parte un corteo spontaneo e non autorizzato che blocca il traffico dietro allo striscione “Chiudere i lager per migranti - Antirazziste e Antirazzisti contro ogni gabbia”. Cori e interventi al megafono ricordano alla folla dello struscio del sabato sera romano che a Ponte Galeria c’è un lager, e che dentro a quel lager c’è gente che lotta e si ribella. All’arrivo dei carabinieri in antisommossa i manifestanti non si disperdono, ma continuano il corteo nelle viuzze del quartiere fino a piazza Santa Maria in Trastevere.
Ascolta la diretta del dopo presidio:
Il giorno dopo alcuni quotidiani nazionali, che per una volta non possono far finta di nulla,parleranno della mancata visita dell’assessore regionale Luigi Nieri, a cui la polizia avrebbe negato l’accesso al Cie e di cassonetti rovesciati per protesta in zona Trastevere.
Guarda un video della protesta sui tetti del Cie di Ponte Galeria:
Tutti i contributi audio sono a cura di Radio Onda Rossa
Domenica 14 marzo, Gradisca. Pomeriggio di tensione nel Cie di Gradisca, dove i reclusi sono stati fatti rimanere tutto il pomeriggio chiusi nelle celle, senza una spiegazione. Dopo un paio d’ora hanno cominciato una protesta, culminata con il rifiuto della cena - che gli operatori pretendevano di passar loro da sotto le porte «come fossimo dei cani». Scatta subito la ritorsione, con una decisa perquisizione, e poi ancora proteste. Solo intorno alle nove di sera la situazione si è calmata: «ci vediamo domani», hanno detto i reclusi alle guardie. A domani.
Aggiornamenti 15 marzo. A Roma, intanto, i reclusi sono in sciopero della fame dopo la rivolta di sabato. Ci sono dei feriti: in molti, infatti, dopo essere scesi dal tetto intorno alle 22,30 sono stati picchiati brutalmente dalla polizia ed hanno subito una perquisizione. Uno di loro non riesce più a muovere la mascella e sembra che un altro si sia tagliato un braccio nella speranza di scongiurare ulteriori pestaggi. A Gradisca, ancora oggi, prosegue lo sciopero della fame, non sappiamo quanto compatto. Ieri, durante le perquisizioni, i soldati e i poliziotti erano armati e hanno costretto alcuni reclusi a rimanere con le mani in alto, altri invece hanno usato i maganelli: tensione altissima, dunque.
Tutti liberi gli arrestati nell’operazione del 23 febbraio scorso: nessuno dovrà più stare in galera o ai domiciliari, anche se qualcuno avrà l’obbligo di firma. Dopo due settimane, si iniziano a vedere le prime crepe nel castello di accuse malamente costruito dal PM Padalino (in un ritratto) e dal capo della Digos Petronzi (nella foto).
Ma la storia senza dubbio più emozionante è l’evasione di un gruppo di reclusi dal Cie di Torino. Avremmo voluto raccontarvela in anteprima, ma qualche agenzia di stampa ha già battuto la notizia: nella notte tra giovedì e venerdì sono riusciti a scappare almeno in otto, sembra attraverso dei buchi scavati da tempo, e fino ad ora sono ancora tutti liberi.
In culo alla Polizia, agli alpini, alla Croce Rossa e a tutti i magistrati, politici e giornalisti razzisti. Viva la libertà e chi se la conquista!
Ottavo giorno di sciopero della fame nel Cie di via Corelli, a Milano. La fame si fa sentire, molti non si alzano più dal letto, la situazione è dura e la tensione cresce, ma la protesta continua compatta. I reclusi continuano a nutrirsi solamente con i succhi di frutta e le bevande energetiche che ogni giorno alcuni solidali gli portano. Nonostante le difficoltà e la stanchezza, vogliono continuare la lotta almeno fino sabato, quando decideranno se proseguire lo sciopero, probabilmente a staffetta.
Intanto possiamo registrare una piccola ma importante vittoria. La ragazza marocchina che si era sentita male un paio di giorni fa è stata rilasciata, dopo le pressioni fatte da fuori e le proteste delle sue compagne di cella. Ora è finalmente libera, libera come lo può essere una donna senza permesso di soggiorno oggi in Italia.
Intanto grazie all’ininterrotta corrispondenza con dentro le storie, le più assurde, si moltiplicano.
C’è la storia di un ragazzo nigeriano che ha ottenuto l’asilo politico in Italia. Di ritorno da un viaggio in Germania durato alcuni mesi, dove è andato a trovare dei parenti, viene fermato all’aeroporto di Linate. Con il foglio dell’asilo politico scaduto viene portato in Corelli, e il giudice gli ha convalidato il fermo.
C’è quella di un ragazzo rom rumeno finito nel mezzo di una retata, fermato e portato nel centro. Ha la moglie incinta, un contratto d’affitto regolare e un lavoro. Il giudice, cosa più unica che rara, non gli convalida il fermo. Lui esce libero dal centro la mattina, fa poche centinaia di metri e viene fermato da una pattuglia di polizia che lo riporta in questura. La sera è di nuovo dentro al centro di via Corelli, con i suoi compagni di cella che ci chiamano increduli. Un altro giudice ha deciso il nuovo verdetto: dovrà passare i prossimi sei mesi nel centro.
Infine la storia di un ragazzo dello Zambia. Con un permesso di soggiorno spagnolo per motivi di salute finisce prima in carcere e poi nel centro di via Corelli. Lui vuole tornare in Spagna, ma niente, non lo mollano. Da dentro ci chiamano dicendo che sta male, ha dolore a tutte e due le gambe, non riesce a camminare e non riesce a dormire dal dolore: deve essere operato e non dovrebbe stare in un Centro. I suoi compagni di cella chiamano la Croce Rossa, chiedono che venga ricoverato, ma niente.
E per finire, i ringraziamenti. Gli scioperanti del lager di via Corelli, ringraziano tutti per la vicinanza e la solidarietà espressa: le radio che li hanno intervistati e che ogni giorno li chiamano, i compagni e le compagne che da fuori portano loro le bevande, tutti quelli che in qualche modo stanno lottando per l’abbattimento di questi muri. «Insieme possiamo farcela!», questo il loro appello.
Situazione calda in Inghilterra nei centri di detenzione per immigrati clandestini. A Londra continuano le proteste, in particolare dentro e fuori i lager di Yarl’s Wood e Hardmonsworth, e per giovedì 11 marzo è previsto un volo speciale per la Nigeria che probabilmente deporterà molte delle donne protagoniste di questo mese di lotte. Una storia cominciata più di un mese fa a Yarl’s Wood, dove è iniziato uno sciopero della fame per chiedere la fine di tutte le umiliazioni che avvengono nei centri di detenzione. Ecco una breve cronologia.
5 febbraio. Nel centro di detenzione per immigrati clandestini di Yarl’s Wood ottantaquattro donne iniziano uno sciopero della fame per chiedere la fine di tutte le umiliazioni che subiscono ogni giorno.
8 febbraio. Le guardie della Serco, che gestiscono il lager, attaccano violentemente le donne in sciopero della fame: settanta donne vengono chiuse nel corridoio per otto ore senza acqua, cibo, bagno e senza assistenza medica. Molte spariscono nel nulla, espulse o trasferite, e una ventina di donne che avevano tentato di evadere dalle finestre vengono picchiate e messe in isolamento. Cinque di queste, considerate le “leader” della protesta, vengono arrestate e incarcerate nella prigione di Holloway a Londra.
10 febbraio. Un gruppo di studenti entra negli Uffici della Serco, a Londra, e iniziano uno sciopero della fame in solidarietà con le immigrate recluse.
12 febbraio. Una cinquantina di persone si ritrovano davanti agli uffici della Serco e fanno un presidio rumoroso, per denunciare le responsabilità dell’azienda. Intanto a Londra e Bedford decine di militanti no-border iniziano altri scioperi della fame in solidarietà con le immigrate recluse.
17 febbraio. Manifestazione di solidarietà sotto il carcere di Holloway, a Londra, dove sono detenute le cinque di Yarl’s Wood.
21 febbraio. Manifestazione di solidarietà fuori dal lager di Yarl’s Wood.
22 febbraio. Denise, una delle cinque recluse arrestate dopo le proteste, riesce a far uscire una testimonianza e delle foto che testimoniano le botte subite dalle guardie della Serco. Il materiale viene pubblicato dal quotidiano londinese The Guardian.
26 febbraio. Manifestazione di protesta fuori dagli uffici londinesi della Serco.
2 marzo. Nel lager di Hardmonsworth più di cinquanta reclusi iniziano uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di vita nel centro e contro le leggi sull’immigrazione inglesi.
4 marzo. Continua lo sciopero della fame nel lager di Yarl’s Wood iniziato un mese prima, portato avanti da una trentina di donne. Per fermare la protesta le guardie della Serco isolano le recluse, rendendo difficili i contatti con l’esterno.
Molti compagni producono solidarietà come i tignosi producono pidocchi. Ne fanno in grande quantità, di ogni genere, verso ogni genere di bisognosi di attestazioni solidali: verso i perseguitati, verso i minorati, verso tutti coloro a cui è stato o sta per essere sottratto qualcosa. (…) Ora, da molti anni – perfino da troppi anni – ci chiediamo che cosa si debba intendere per solidarietà. Una dichiarazione di intenti? Un riconoscimento della situazione di distretta in cui si trova qualcuno? Un comunicato nei riguardi dell’ente repressore che l’oggetto della repressione non è solo ma trova al suo fianco noialtri agguerriti combattenti sprovvisti di comunità di intenti ma tutti orecchi nel cogliere ogni alzata di manganello? (…) La solidarietà rivoluzionaria è altra cosa. Vediamo, per l’ennesima volta, di chiarire il problema.
Penso, per amore di discussione, che si possano ipotizzare due situazioni: la solidarietà che intendo dare agli esclusi in generale e quella che intendo dare ai compagni colpiti dalla repressione. Parrebbe la medesima cosa ma non lo è. Nei confronti dei primi posso denunciare i processi repressivi ma il mio scopo primario non può fermarsi qua, deve andare oltre, devo cioè cercare di organizzare gli esclusi in questione per realizzare insieme a loro un attacco contro gli strumenti e gli uomini che questa repressione realizzano. Nei confronti dei secondi la mia solidarietà rivoluzionaria può consistere solo continuando il progetto rivoluzionario per cui quei compagni sono stati colpiti dalla repressione.
È evidente che in ambedue i casi il momento iniziale della solidarietà è solo un passaggio, perfino pleonastico se non meramente secondario, per andare a un momento successivo. Nel caso degli esclusi in generale ha lo scopo non fine a se stesso di farmi conoscere per presentare il progetto organizzativo, questo sì di natura rivoluzionaria. Nel caso dei compagni la semplice solidarietà è quasi controproducente se il mio vero scopo rimane quello di continuare il loro progetto, perché potrebbe mettere a repentaglio proprio questa continuazione, facendo conoscere pubblicamente una condivisione di intenti che non è sempre utile portare a conoscenza della repressione. Va da sé che se io non condivido il progetto dei compagni oggetto dell’attacco repressivo non sono disponibile nemmeno a fornire loro la mia solidarietà, in caso contrario quest’ultima sarebbe solo una banale manifestazione di esistenza in vita da parte mia (ecco: sono qua, esisto anch’io) e non avrebbe nulla di rivoluzionario.
In mancanza di scontri, scoppi di petardi o occupazioni di binari, anche nel presunto “flop” di un presidio di 300 persone tra profughi e italiani solidali - un “flop” che si è trasformato in corteo spontaneo di 500 persone che ha «di fatto paralizzato il centro» - ci vanno di mezzo, guarda un po’, gli anarchici. Almeno secondo il Giornale del Piemonte.
Nella foto pubblicata sull’edizione odierna, potete ammirare il «purismo nella marginalità», di questi «pochi e isolati da tutto», forse «un tempo attivissimi», ma «ormai semiscomparsi». Insomma sempre le solite chiacchiere buone per dar aria ai denti di chiunque apra bocca e dia fiato. E sempre i soliti anarchici, che non cambiano mai, nonostante tutto. Almeno… da un annetto a questa parte.