Diritto e Rovescio

“Preparate una bara per me”

8 febbraio. Aziz è al quinto giorno di sciopero della fame, dentro a corso Brunelleschi. La settimana scorsa gli hanno notificato la terza convalida del trattenimento dentro al Centro, e lui non ce la fa più, così ha cominciato a lottare. Ha chiesto l’asilo politico, Aziz, ed aspetta una risposta: «Se volete portarmi via,» - dice - «preparate una bara per me. Da vivo non me ne vado.»

Ascolta la sua telefonata a Radio Blackout:

Vetri antisfondamento

7 febbraio. Nella notte qualcuno prende a mazzate una vetrata della sede del Pd di Mirafiori. Il vetro è antisfondamento e resiste ai colpi, ma l’iscritto al partito che in quel momento era nei locali si spaventa e telefona al segretario provinciale Cuntrò. Tirato giù dal letto, Cuntrò reagisce convocando i giornalisti e dichiarando che oramai la campagna elettorale è compromessa da tanta violenza e che il Questore e il Prefetto si dovrebbero decidere ad arrestare un po’ di anarchici.

La visita

4 febbraio. Dentro al circolo “Garibaldi” del Partito Democratico, a San Salvario, è in corso una noiosissima riunione pre-elettorale quando si affacciano sulla porta una quindicina di giovani abbastanza benvestiti. «Nuovi iscritti, finalmente!», pensa il coordinatore del circolo, «magari i rampolli di qualche famiglia di industriali o di magnati del cemento…». E invece no. Gli ospiti sono quei rompicoglioni degli anarchici, che aprono uno striscione e ricordano velocemente ai presenti le responsabilità del Pd nell’ondata di sgomberi della settimana precedente. Poi lanciano in aria alcune mazzette di banconote («così vi pagate il servizio d’ordine!»), salutano amabilmente e se ne vanno. Non avendo di fronte alla porta i gorilla della Hydra Srl a difenderli i militanti si rassegnano a chiamar la polizia e qualche giornalista. Poi ricominciano la riunione, in attesa di nuovi iscritti che, anche per questa sera, non arriveranno.

un dollaro
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Dal Cie

25 gennaio. Nel pomeriggio, cinque reclusi di Corso Brunelleschi vengono fatti uscire dalle gabbie per essere deportati. Quattro di loro sono marocchini, il quinto bengalese. È quest’ultimo a ribellarsi: svelto, sale sulle spalle di un suo compagno, non sappiamo se per provare a scavalcare una rete o per montare per protesta sul tetto della struttura. Qualcosa va storto, però, e casca battendo la testa. Perde del sangue e viene portato all’ospedale. Un altro recluso, che ha visto la scena, si ricorda che Radio Blackout dà veramente la voce a chi non ce l’ha e telefona in diretta per raccontare preoccupato l’accaduto. Intanto due solidali vanno all’ospedale, alla ricerca del ferito, e scoprono che non è grave ma che è ancora sotto osservazione.

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Presidio glaciale

20 dicembre. Una trentina di antirazzisti sfidano le temperature polari e per due ore si piazzano - come ogni terza domenica del mese - sotto al Cie di corso Brunelleschi. All’inizio è il gelo e nessuno capisce se dentro qualcuno sente il baccano. Ma poi, a forza di slogan, petardi, fuochi artificiali, musica, superalcolici e balli anticongelamento il ghiccio si rompe e i reclusi cominciano a farsi sentire telefonando ai solidali fuori e a radio Blackout, che come sempre ha dato loro voce.

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Il furgone di Ghiglia

14 dicembre. Insulti come “fascista di merda”, una falce e martello e la targa coperta da vernice spray rossa. Così è stato danneggiato, questa notte, un furgoncino del vice coordinatore vicario del Pdl del Piemonte, Agostino Ghiglia. Le frasi sono state scritte con spray rosso su una fiancata e sul vetro posteriore del mezzo.

Chi non vuole il crocifisso?

11 dicembre. Tensione fra studenti e polizia durante il corteo per lo sciopero della scuola. Durante il corteo di mille, millecinquecento persone partito da piazza Arbarello e diretto a Palazzo Nuovo, all’angolo tra via Pietro Micca e via Bertola un gruppone di studenti medi, con in testa una Gelmini crocifissa, pensa che sarebbe stato carino portare un saluto alla sede del Pdl, e svolta improvvisamente verso destra. La celere prova a contenere lo spezzone con una prima carica, ma gli studenti non si spaventano e non indietreggiano. Allora parte una carica più violenta, in cui la polizia bastona duramente i ragazzi rompendo pure qualche dente e qualche testa. Dopo qualche istante di parapiglia gli studenti rientrano nel corteo, ma nel pomeriggio organizzano in quattro e quattr’otto un presidio in via Po per denunciare l’accaduto.

Resistenze

27 novembre. Ci sono mille motivi per passare una notte sul tetto, ad esempio per resistere ad uno sgombero o per non perdere il lavoro. Lo ha fatto anche un recluso del Cie di corso Brunelleschi a Torino, non per protesta ma per un motivo molto pratico: ieri gli avevano promesso che oggi l’avrebbero deportato, e lui ha giustamente fatto in modo di perderlo, quel maledetto aereo. Lo stesso giorno un recluso algerino è stato liberato dopo appena quaranta giorni di reclusione, di cui ben venti però passati in sciopero della fame e della sete. Questo per dire che non gli hanno regalato proprio nulla.

Un buon auspicio

26 novembre. Saluto volante fuori dal Cie di corso Brunelleschi, a Torino. Nella notte ignoti hanno acceso fuochi artificiali e gridato la loro solidarietà ai reclusi. L’indomani, sul muro di cinta si legge la scritta “Torino come Pian del Lago. Fuoco ai Cie!”.

Retata a San Salvario

24 novembre. Tra le sette e le otto di sera in via Berthollet nel quartiere di San Salvario, sotto i flash di diversi fotografi e giornalisti convocati per la ghiotta occasione, ha luogo una gigantesca retata. Decine i carabieri coinvolti, in divisa e in borghese, coordinati dal Pm Andrea Padalino in persona presente sul posto. Testimoni raccontano di donne e bambini spintonati, irruzioni negli androni dei palazzi e nei negozi, e di una decina di arresti. Non si sono registrati applausi da parte dei numerosi passanti che hanno assistito alla scena.

Chi si rivede

21 novembre. Un gruppetto di antirazzisti riesce a intrufolarsi in un noioso dibattito sugli immigrati di seconda generazione e, prima dell’immancabile intervento dell’assessore all’integrazione Ilda Curti, srotola uno striscione in solidarietà ai reclusi in lotta dentro i Cie. Vengono immediatamente allontanati dagli agenti della Digos di scorta all’assessore, tra gli applausi soddisfatti dei giovani del Pd, che proprio non sopportano chi non rispetta il loro ordine del giorno.

Soddisfazioni

20 novembre. Sventato un pericoloso blitz del ministro Mariastella Gelmini a Torino, grazie all’impegno di un gruppone di studenti. Universitari e medi assieme: non le folle oceaniche delle mobilitazioni dell’anno scorso e neanche le folle meno oceaniche di quelle di quest’anno. Nenache un centinaio di contestatori, ma ben divisi e soprattutto svelti.

Del resto la notizia della visita del Ministro era arrivata solo ieri, e abbastanza in sordina. Si era saputo che sarebbe andata ad intitolare il liceo Darwin di Rivoli a Vito Scafidi, e che poi sarebbe arrivata in città: ma non si sapeva esattamente dove, e neanche quali sarebbero stati gli orari esatti dei suoi spostamenti. Una visita lampo e un po’ misteriosa: evidentemente la Gelmini non aveva alcuna voglia di essere contestata - come le succede da più di un anno ovunque lei vada - e aveva preso le sue precauzioni. Non abbastanza, evidentemente, perché i contestatori torinesi non si sono affatto scoraggiati e, nel primo pomeriggio di oggi, sono partiti alla sua caccia in giro per la città.

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«La panna nella pancia»

20 novembre. In tarda mattinata, un gruppo di antirazzisti fa irruzione nell’atrio del Consolato marocchino di Torino, in via Belfiore 27. Con uno striscione che denuncia la complicità del console nel far girare la macchina delle espulsioni, volantini e un impianto di amplificazione per far ascoltare alcune testiomonianze - in arabo - dei reclusi in vari Cie italiani, gli antirazzisti riescono a suscitare l’interesse di decine di persone in fila per qualche documento, e l’irritazione dei funzionari del Consolato. Tre compagni vengono strattonati e temporaneante sequestrati “in territorio marocchino”, mentre le porte del consolato vengono chiuse per evitare ulteriori scandali. Ma la gente in fila si indispettisce, e insiste per rientrare. Nel frattempo, solidarizza con i contestatori: “fate bene a far così: quelli non sanno cosa vuol dire finire in galera per un documento, quelli sono ricchi, quelli hanno la panna nella pancia”. La Digos, troppo impegnata altrove, non si è fatta vedere durante tutta l’iniziativa. Ascolta una diretta dai microfoni di Radio Blackout.

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Fascisti e striscioni

20 novembre. Presidio di fronte all’Hotel Royal di corso Regina, dove Forza Nuova aveva spostato all’ultimo momento e in gran segreto il contestatissimo incontro con Roberto Fiore e Nick Griffin. Segreto tradito dall’enorme spiegamento di uomini e mezzi di polizia e carabinieri piazzati in difesa della struttura. I primi antifascisti arrivati in zona sono stati respinti indietro dalla Celere e dalla Digos, e il dottor Petronzi in persona ha sequestrato loro un megafono, uno striscione ancora ripiegato e, pare, delle uova. Ma poco dopo, arrivati altri striscioni e altri compagni, il presidio ha potuto cominciare.

Di nuovo a Kairòs

18 novembre. In mattinata una dozzina di antirazzisti compaiono improvvisamente sotto alla sede di Kairòs, in via Lulli 8/7, decisissimi a protestare contro la partecipazione di questo consorzio di cooperative a Connecting People, una delle realtà di primo piano nella gestione dei Cie e dei Cara di tutta Italia. Il coinvolgimento di Kairòs in Connecting People, pur essendo inviso a molti dipendenti, non è certo marginale: il presidente di Kairòs, il famigerato Mauro Maurino, è nello stesso tempo nel Consiglio di amministrazione di Connecting People, firma i comunicati stampa del Consorzio, partecipa ai convegni… insomma, è secondo soltanto a quel Giuseppe Scozzari che gli ascoltatori di Radio Blackout hanno già avuto modo di apprezzare - in particolar modo per il suo raffinato senso dell’etica.

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Toponomastica

15 novembre. Nella notte corso Brunelleschi cambia nome e diventa “corso Nabruka Nimuni”. Di fronte al Cie, poi, un manichino impiccato con dei fiori ed un cartello ricorda la donna tunisina suicidatasi dentro alle gabbie di Ponte Galeria nel maggio scorso.

Scritte

14 novembre. Scritte contro i Cie e chi li gestisce compaiono nel pomeriggio sui muri della Misericordia a Collegno, del consorzio Kairos e della Croce Rossa in via Bologna a Torino.

Sfilata

14 novembre. Sfilata antirazzista in giro per Borgo Dora e Porta Palazzo, in mattinata, dietro allo striscione «Cie = lager. Rompere le gabbie». Un antirazzista è travestito da padrone, altri due - in gabbia - da lavoratori immigrati senza permesso di soggiorno. Il capitalista arringa la folla, vantandosi dei soldi fatti sulle spalle di chi lavora, magari in nero, senza permesso e ricattato ogni giorno grazie alle leggi razziste fatte dai governi. La gente del mercato riconosce nelle storie raccontate le proprie storie, capisce e applaude.

Perquisizione

12 novembre. Ben sedici agenti della Digos torinese si presentano alle 7 di mattina al Barocchio Squat di Grugliasco. Subito si teme lo sgombero, ma poi si capisce il motivo dell’operazione: stanno ancora indagando su alcune scritte contro l’assoluzione di Placanica e sul danneggiamento del monumento ai caduti di Nassiriya, e vogliono perquisire la camera e l’automobile di uno degli occupanti. È l’omaggio della Questura ai 19 militari morti proprio 6 anni fa e, anche se la perquisizione dà esito negativo, evidentemente per gli sbirri basta il pensiero.

Contestato Chiamparino

11 novembre. Durante un’assemblea pubblica sull’emergenza discarica a Basse di Stura il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, viene duramente contestato da un centinaio di cittadini inferociti. Vistosi a malpartito, il sindaco smadonna sonoramente e se ne va sgomitando tra la folla… sorvegliateci i maroni!

Lega Merd

11 novembre. Il quartiere di San Salvario a Torino viene tappezzato da diversi manifesti che riportano volti e frasi celebri dei principali leader leghisti, tra cui uno con Umberto Bossi che dice “Marina e finanza si dovranno schierare a difesa delle coste e usare il cannone”. Tutti i manifesti sono firmati Collettivo Universitario Autonomo… sorvegliateci i maroni!

Manifesti

11 novembre. Cinque italiani vengono identificati mentre affiggono abusivamente sui muri del municipio di Torino alcuni manifesti per chiedere “Giustizia per Gabriele Sandri”, uno dei tanti morti per mano di un poliziotto. A detta dei giornali, i cinque fermati non appartenengono a nessun particolare giro politico o ultras… sorvegliateci i maroni!

La forza e l’astuzia

11 novembre. Diversi studenti e precari del Politecnico di Torino riescono a bypassare il nutrito cordone di agenti della Digos e celerini schierati a difesa dell’inaugurazione dell’Anno Accademico, per contestare il rettore Profumo e la sua voglia di privatizzare l’ateneo, nonché John Elkann e la sua voglia di comprarselo, il Poli.

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La Lega invade il Poli

26 ottobre. Una trentina di militanti della Lega Nord e del Fuan, di cui solo due studenti del Politecnico, hanno invaso questa mattina il cortile centrale dell’ateneo, protetti da sessanta agenti della Digos e una quindicina di camionette della celere parcheggiate lungo tutto corso Duca degli Abruzzi. Tra i leghisti e i fascisti ci sono, come promesso stamane sui giornali, Mario Carossa, Roberto Cota e Augusta Montaruli. Paradossalmente, gli invasori stanno distribuendo un volantino che denuncia come “il Politecnico sia ostaggio dei collettivi autonomi”, mentre il rettore Francesco Profumo ha preventivamente autorizzato la polizia ad effettuare cariche ed arresti all’interno dell’università per evitare qualunque contestazione. Nonostante il clima pesante alcuni studenti sono riusciti ad appendere uno strisicione che recita “Fascisti, razzisti e polizia: è questa la vostra democrazia?” per protestare contro questo grave episiodio di militarizzazione, una chiara vendetta per la dura debacle di sabato pomeriggio in piazza Castello.

Testimoni raccontano che in fondo i leghisti erano i soliti “quattro stronzi”, che a malapena volantinavano in un cortile praticamente vuoto e irrealmente silenzioso, di fronte a tantissimi giornalisti pronti a sciacallare qualche foto in attesa del fattaccio. La vera anomalia era l’aria pesante di golpe che si respirava, con studenti pedinati dall’arrivo in stazione fino in università e la celere schierata all’esterno del cortile. La cornice ideale per permettere a Roberto Cota di dichiarare “la città è nostra”.

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Presidio al Cie

25 ottobre. Una trentina di antirazzisti ha manifestato la propria solidarietà alle recluse e ai reclusi nel Cie di corso Brunelleschi a Torino, dando vita a un presidio con musica, petardi e interventi al microfono. Da dentro hanno risposto con grida, fischi e telefonate. Attraverso una diretta da Radio Blackout la voce di un recluso a Milano li ha informati che nel Cie di via Corelli era in corso una protesta per ricevere le dovute cure contro un’epidemia di influenza.

Doppio attacco

Il gazebo non c’e’ piu’, lo striscione barbecue

24 ottobre. Per impedire un volantinaggio indetto pubblicamente dai neofascisti di Casa Pound, alle tre di pomeriggio circa 150 compagni si radunano in piazza San Carlo. Dopo un po’, qualcuno si accorge che i camerati stanno ben nascosti a un isolato di distanza, oltre il cordone di celere: i manifestanti fanno velocemente il giro dell’isolato e attaccano i fascisti di sorpresa. Di questi, una decina scappa subito, mentre tre o quattro rimangono e si prendono le botte, fino a quando la polizia non accorre in loro aiuto e respinge i gli antifascisti, dividendoli in due tronconi. Dopo qualche minuto di tensione, i manifestanti si riuniscono di nuovo in piazza San Carlo e attendono che i fascisti se ne vadano, con le pive nel sacco. Risolto il primo problema, si pensa immediatamente alla Lega Nord, che poco distante aveva allestito un gazebo con lo striscione “no alle cliniche nelle stalle” per protestare contro l’ambulatorio popolare Fatih aperto nel centro sociale Gabrio. Ma l’indegna provocazione dura ancora poco. I manifestanti si spostano velocemente in piazza Castello, e la celere colta di sopresa non riesce a impedire che il gazebo finisca a gambe all’aria, e lo striscione strappato e incendiato. La polizia per tre volte tenta di disperdere i manifestanti, caricandoli, ma questi riescono sempre a ricompattarsi e a chiedere a gran voce che la Lega se ne vada. Moltissima gente si ferma a guardare, e simpatizza con gli antifascisti. I leghisti, ormai accerchiati da una piazza ostile, ripiegano i resti del gazebo e attendono l’ambulanza che deve portare uno di loro all’ospedale, con il ghiaccio in testa e la cinghia ancora in mano: si tratta niente meno che del figlio di papà Carossa. Risolta anche la seconda questione, i manifestanti finiscono la giornata con un breve corteo spontaneo lungo via Po verso Palazzo Nuovo. […]

Largo ai giovani

22 ottobre. Cinque giovani universitari leghisti piazzano un banchetto fuori dalla facoltà di Scienze Politiche. L’avevano annunciato qualche giorno prima, e in tanti si presentano per contestarli: studenti democratici più o meno pacifisti, nostalgici dell’Onda dell’anno passato, semplici antirazzisti o normalissimi studenti meridionali, disgustati dai discorsi dei giovani padani. Giovani, i leghisti, ma più vecchi dei loro leader: ce l’hanno ancora con i terroni, colpevoli di occupare i posti nei collegi universitari torinesi. Tra i contestatori qualcuno distribuisce volantini contro l’intolleranza dei leghisti, qualcuno discute animatamente con i giovani padani, trincerati dietro al loro banchetto e scortati da agenti in borghese. Volano parole grosse e qualche spintone, alcune fialette puzzolenti dimostrano quanto i leghisti puzzino di merda e dal banchetto leghista spariscono volantini, adesivi, una bandiera e anche l’autorizzazione, con il calendario dei prossimi banchetti. La digos, che non riesce più a controllare la situazione, fa intervenire la “forza”: gli sbirri della celere già pronti dietro l’angolo. I leghisti smontano il banchetto e se ne vanno, scortati dagli uomini del loro ministro Maroni, coperti di fischi e cori.
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Assassini

21 ottobre. Nottata antimilitarista nel torinese. Alla Fiat Avio, all’Alenia, alla Moreggia e all’Iveco - quattro tra le principali aziende che producono armi e che hanno sede in provincia, tra Torino, Rivalta e Collegno - compaiono scritte, fantocci insanguinati, striscioni. In un caso la strada privata che porta ad una di queste viene simbolicamente chiusa.

Basta sgomberi/2

21 ottobre. Intorno alle 7.30 del mattino un gruppo di solidali con il Velena Squat appena sgomberata ha tirato metri di catena e due striscioni sul ponte di Sassi, dimostrando che anche in pochissimi si può bloccare il normale tran tran cittadino, difendersi e dire la propria.

La forza (sprecata)

21 ottobre. Il Senato Accademico del Politecnico deve approvare la tanto contestata riforma, che dall’anno prossimo chiuderà sedi decentrate e corsi di laurea, introdurrà soglie e sbarramenti e sostituirà alcuni corsi con lezioni videoregistrate. Temendo l’arrivo dei barbari, il rettore Profumo chiama diversi agenti della digos e due camionette di celere per proteggere il Senato. Questa volta gli studenti sono soli, ma sono di più: in oltre duecento da Torino, Mondovì e Vercelli si ritrovano per protestare. Dopo un breve ma rumoroso corteo interno, condito da cori da stadio, trombette e fischietti, i contestatori si precipitano in rettorato e irrompono nel Senato. Gli agenti in borghese, colti di sorpresa, vengono calpestati e spinti via: la seduta, appena iniziata, è bloccata. Per più di cinque ore il Senato non può continuare, assediato dagli studenti incazzati. Ma poco alla volta la rabbia diminuisce, la stanchezza sale e tanti studenti mollano la presa: qualcuno se ne va illuso dalle false promesse del Rettore e dei Senatori, altri abbandonano spaventati dalle minacce degli agenti in borghese. I pochi rimasti, bollati come dittatori fascisti o maoisti, lasciano l’aula alle 15 e aspettano fuori dal senato il verdetto. Alle 19 la riforma viene approvata: nessuna promessa è stata mantenuta, nessuna delle modifiche proposte dai rappresentati degli studenti è stata accolta. La forza degli studenti, quella vera di chi occupa e blocca il senato, è andata completamente sprecata.

Basta sgomberi

20 ottobre. Qualche decina di anarchici e amici delle case occupate si raduna di fronte a Palazzo Nuovo e improvvisa un corteo spontaneo per protestare contro lo sgombero del Velena Squat, già sgomberata e ri-occupata qualche mese fa. Muovendosi lungo via Po, volantinando e alternando musica e interventi al microfono, arrivano fino sotto al Municipio e di lì, dopo qualche momento di tensione con la polizia, entrano in piazza della Repubblica, dove in molti hanno potuto osservare come sia possibile manifestare, anche in pochi, le proprie ragioni.

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Assaggi di rabbia

16 ottobre. Alcune migliaia di studenti, la maggior parte delle scuole superiori ma anche universitari, sfila per le strade di Torino. Nel loro striscione di apertura promettono rabbia, e ne danno qualche assaggio: vernice rossa contro la scuola militare dove studiano gli ufficiali, uova e gavettoni contro il MIUR e gli agenti della celere che lo difendono, gli agenti della digos cacciati dal corteo. Come da programma il corteo finisce a Palazzo Nuovo, ma con una piccola sorpresa: gli universitari occupano la presidenza della facoltà di lettere, per richiedere la riapertura di alcune sessioni d’esame.

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L’unione fa la forza

15 ottobre. Al Politecnico studenti e precari della ricerca si trovano per una volta a protestare insieme: i primi sono contrari alla riforma che dall’anno prossimo chiuderà sedi decentrate e corsi di laurea, introdurrà soglie e sbarramenti e sostituirà alcuni corsi con lezioni videoregistrate. I secondi chiedono l’apertura di un tavolo di trattativa per salvare i loro posti di lavoro. I precari portano da mangiare, gli studenti la birra e la musica. Finito il banchetto, oltre cento contestatori decideno di salire in rettorato, dove il Senato Accademico dovrebbe riunirsi a breve per approvare la riforma. La porta del senato viene chiusa e in tanti si siedono sulle scale per impedire l’ingresso ai senatori. Per pubblicizzare l’occupazione qualcuno improvvisa una conferenza stampa mentre altri sistemano sul tetto uno striscione e accendono un po’ di fumogeni. Pur di raggiungere il senato, qualche senatore calpesta gli studenti. Ma il blocco tiene, nonostante gli strattonamenti e le minacce di denuncia da parte degli agenti della digos. Alla fine il rettore Profumo cede: il tavolo di trattativa per i precari verrà aperto, e il senato non approverà la riforma.

Muri

13 ottobre. Dopo la sentenza di condanna per i rivoltosi di via Corelli, a Milano, numerose scritte in solidarietà con gli imputati compaiono in giro per Torino. Se ne vedono sopra sui muri della Rai, della Croce Rossa, dei Vigili urbani di piazza della Repubblica e su quello che anni fa era il famoso “Cpt per bambini” di via La Salle.

Sodexo

13 ottobre. Irruzione in mattinata alla sede della Sodexo di Rivoli, in solidarietà ai ribelli del lager di via Corelli sotto processo a Milano e ai reclusi dei Cie in sciopero della fame. Una decina di persone è entrata negli uffici della direzione locale di questa multinazionale che fornisce pasti ai Cie di Milano e Roma. Dopo aver parlato al megafono, discusso con i dipendenti e gettato a terra centinaia di volantini, il gruppo se n’è andato.

Muri che parlano

11 ottobre. Scritte contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni, i Cie, la  Croce Rossa e Maurizio Laudi sono apparse sui muri dell’ospedale Cottolengo e un po’ ovunque nella zona del Balon. Altre scritte rivolte contro Carabinieri, Polizia e Croce Rossa sono state trovate questa mattina anche in via Cecchi.

Gli invasori

10 ottobre. Filo spinato e silicone: queste due sostanze sarebbero state utilizzate, a detta del quotidiano Torino Cronaca, per bloccare l’ingresso della sede di Mirafiori della Lega Nord, in via Daneo. Sull’asfalto antistante una scritta: «L’invasione siete voi! Lega Nord carogne».

La Guantanamo di Padoin

9 ottobre. In mattinata una ottantina di rifugiati somali, che dallo sgombero di corso Peschiera vivono nella base della Croce Rossa militare a Settimo Torinese, bloccano per ore l’imbocco dell’autostrada Torino-Milano, sventolando pure uno striscione realizzato con un lenzuolo monouso. Il Prefetto è colto di sopresa, lui che sperava di non dover più sentir parlare di questa storia dei profughi, ed è costretto a mandare un autobus della Gtt per portarli fino in piazza Castello, rimanendo fino all’ora di cena ad ascoltare le loro rimostranze. Il problema, pare, è che nel Centro di accoglienza di Settimo ai rifugiati sembra di essere a Guantanamo.

[…]

Il gusto della democrazia

9 ottobre. Un gruppetto di antirazzisti fa irruzione negli uffici della Camst, in corso Svizzera, ed interrompe il normale tran-tran di impiegati e segretari. Megafono alla mano, in giro per le stanze vengono lasciati un sacco di volantini abbastanze espliciti, proprio come questo qua:

Volantino camst piccolo

Dieci minuti e via. Giusto per dire anche a loro: “se continuate a far soldi sul Cie non vi passa più”.

Se questo volantino ti piace, scaricalo e fanne buon uso.

Alpini

8 ottobre. Un gruppo di antimilitaristi anarchici si piazzano intorno alle sei di sera all’angolo tra corso Brescia e corso Giulio Cesare, proprio vicino a dove, da qualche tempo, una camionetta degli alpini usa stazionare ogni pomeriggio. Con sé hanno una mostra, dei volantini, dei tavolini e degli striscioni… bastano queste poche armi a convincere gli alpini a cambiare aria per un po’. Al loro posto un vecchio striscione:

dai un dito a Maroni

Nella tua città c’è un lager n. 10

Diario

Scarica, stampa e diffondi l’ultimo numero (dal 21 gennaio al 7 febbraio 2010)

Scarica, stampa e diffondi il numero 9 (dal 28 dicembre 2009 al 21 gennaio 2010)

Scarica, stampa e diffondi il numero 8 (dal 15 al 28 dicembre 2009)

Scarica, stampa e diffondi il numero 7 (dal 30 novembre al 14 dicembre 2009)

Continua a pag. 24643

macerie @ Febbraio 9, 2010

Appuntamento a Como

Diario

manifesto 12 febbraio

Ascolta il racconto dei fatti di questa estate, e l’appello per la mobilitazione del 12 febbraio:

Leggi anche il volantino sulla giornata, e scarica banner, adesivi e manifesti della campagna per Joy e Ellen.

(Venerdì scorso si è diffusa la notizia di come Joy, rinchiusa nel carcere di Como, abbia revocato l’avvocato che l’aveva difesa durante il processo per i fatti di Corelli e che la stava seguendo nel procedimento contro l’ispettore Vittorio Addesso. Una revoca spiegabile solo come frutto di un tentativo, da parte di terzi che allo stato delle cose ci sono ignoti, di isolarla dai compagni e di indebolire la sua denuncia contro i Cie. Appena ne sapremo di più ve ne daremo conto.)

macerie @ Febbraio 5, 2010

Manganellate a Corelli

Diario

Di nuovo manganellate dentro al Centro di via Corelli, a Milano. Le guardie, questa volta, se la prendono con i compagni di gabbia di Hassan, un recluso che da 20 giorni è in sciopero della fame e che, disperato, proprio ieri sera ha ingoiato un flacone intero di detersivo. I soccorsi ritardano, come sempre, e quando la Croce Rossa lo porta fuori dalla gabbia sembra più morto che vivo. I suoi amici sono furenti e assediano l’infermeria per avere sue notizie, e la polizia li respinge: «Marocchini di merda! Marocchini di merda!» - ripetono con garbo i poliziotti, mentre li bastonano stando attenti a non lasciare troppi segni.

Ancora a notte fonda gli uomini dell’ispettore Addesso si rifiutano di dare notizie delle condizioni di salute di Hassan: sembra però che non sia nemmeno stato portato all’ospedale. A presto aggiornamenti.

macerie @ Febbraio 2, 2010

Nella tua città c’è un lager n. 9

Diario

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macerie @ Febbraio 1, 2010

Non abbaiare, mordi

Diario

Non abbaiare, mordi

Guarda anche le altre foto del contest di graffiti che si è svolto sabato di fronte a Lostile appena sgomberato.

Continua a pag. 24403

macerie @ Gennaio 31, 2010

La stanza delle torture?

Diario

Una stanzetta disadorna in fondo al Commissariato di Polizia di corso Tirreno, con in mezzo due scrivanie ed un mobiletto metallico. Appoggiati sul mobiletto, due tomi del Codice penale e un bel manganello foderato di stracci tenuti assieme da dello scotch bianco. Un manganello di quelli d’ordinanza, con l’impugnatura e tutto, ma imbottito in modo da essere usato senza la preoccupazione di lasciar troppi segni, lasciato in bella vista sul mobiletto come se fosse uno strumento di normale utilizzo tra quelle mura.

Una specie di “stanza delle torture”, questa che vi descriviamo in via Tirreno? Non lo sappiamo con certezza, ovviamente. Possiamo soltanto raccontarvi come i poliziotti di guardia abbiano reagito alle rimostranze di chi venerdì scorso, involontariamente, ha scoperto quel manganello poggiato lì. Intanto sbattendo gli impiccioni in un angolo, poi sequestrando il manganello sospetto, poi dando risposte imbarazzate ed improbabili, col tono di chi viene beccato con le mani nella marmellata, di chi ha fatto una gran cazzata e non sa più come giustificarsi: «No, no, noi non lo utilizziamo…», «che cos’è?», «ci stiamo accertando di cosa sia..», «l’avrà portato qualcuno da fuori…», «ma mi hai mai visto utilizzare una roba così?…».

E possiamo anche dirvi che chi l’ha scoperto, il manganello in quella stanza, è stato talmente travolto dall’indignazione da mettersi ad urlare a squarciagola in mezzo ad un Commissariato pullulante di celerini sempre pronti all’attacco, da inveire improperi contro le guardie delle quali era prigioniero, accettando il rischio di farsi caricare di botte così, gratuitamente, alla fine di una giornata già troppo lunga passata nelle loro mani.

Ascolta la testimonianza raccolta da Radio Blackout con uno dei protagonisti di questa vicenda:

macerie @ Gennaio 31, 2010

Prove di forza /2

Diario

Tutto si può dire dei questurini, fuorché che non imparino velocemente. E così, prima di partire per la seconda volta all’assalto de Lostile occupato di corso Vercelli a Torino, ci hanno pensato bene ed hanno evitato di commettere gli errori del primo sgombero che, come ricorderete, era durato una ventina di ore ed era culminato in barricate incendiate, cariche, inseguimenti e lanci di lacrimogeni in tutto il quartiere. Era stata una prova di forza, quella di inizio dicembre, che aveva “liberato” per un mesetto lo stabile di corso Vercelli dalla presenza dei sovversivi ma che non li aveva affatto sradicati da quell’angolo di città. Anzi: quello sfoggio di muscoli polizieschi, e la dignità della risposta che è stata loro opposta, aveva reso i nostri un po’ più ben visti di prima, oltre che resi un po’ più veri e concreti quegli slogan che da sempre presentano fuoco e fiamme come ovvia risposta agli sgomberi e alla repressione in generale. Continua a pag. 24473

macerie @ Gennaio 30, 2010

Muri

Diario, Lingua araba

Contest leggero

Scarica, stampa e diffondi la locandina.

macerie @ Gennaio 28, 2010

«Maroni schiavista, schiavista di merda»

Diario

rosarno 4Nel pomeriggio un gruppone di giovani si materializza in mezzo al popoloso quartiere torinese di San Salvario, proprio di fronte alla solita sede della Lega Nord di largo Saluzzo. Qualcuno entra, con in mano una tenda da campeggio ed una missiva da inviare al ministero degli Interni: la tenda è presto montata, nella stanza un po’ angusta e gremita di vecchi. Inviare lo scritto, invece, è più complicato: alla scrivania dove è appoggiato il fax c’è il responsabile che sbraita e protesta e telefona nervosamente alla polizia, mentre toglie i fogli dalla macchinetta. Da bravo difensore dell’Europa cristiana, dopo pochi secondi e con un gran «Porco Dio!» il leghista tira un furioso cazzotto sul tavolo facendo perdere qualche pezzo al fax rendendolo inutilizzabile. Niente da fare, allora: la missiva al Ministro sarà consegnata a mano, magari dagli agenti della Digos che arriveranno anche questa volta troppo tardi. Sopra c’è scritto che Maroni è uno «schiavista di merda» e si ricordano i fatti di Rosarno, gli stranieri rastrellati con l’inganno e trattenuti dentro a tende da profughi nel Cie di Bari in attesa dell’espulsione. Ancora qualche minuto a riempire di insulti i leghisti, e i nostri sono di nuovo fuori dalla sede insieme agli altri che intanto hanno tirato fuori striscione megafono. Si parte in corteo per il quartiere, riempiendo l’aria di slogan e i muri di manifesti.

 

Si parla di Rosarno, certo, ma anche della morte di Mohammed a San Vittore e del processo per il rogo di Vincennes in corso a Parigi. Arriva anche una pattuglia con i lampeggianti, che i manifestanti dribblano senza difficoltà. Come sempre a San Salvario, i passanti si fermano, commentano, approvano, si mettono a parlare: fino a quando, in piazza Madama Cristina, il piccolo corteo scompare nel nulla.

 

Ascolta il racconto che ne fa un redattore di Radio Blackout:

 

Leggi il fax intestato al ministro Maroni.

(Ah, dimenticavamo un piccolo particolare. Preso dal panico per non essere stato in grado di difendere il buon nome di un Ministro indifendibile, Luigi Sinatora, il responsabile della Lega Nord di Largo Saluzzo, ha puntato per un breve attimo un paio di forbici contro uno dei contestatori entrati nel suo ufficio. Noi non abbiamo niente da ridire, per carità: al Ministro i manganelli e i blindati, all’attempato scagnozzo le armi bianche. Ma lui forse qualche perplessità se l’è fatta venire, visto successivamente  ha rilasciato lunghe e poco convinte dichiarazioni sulla saldezza dei propri nervi)

macerie @ Gennaio 25, 2010

Condanne a Milano

Diario

Ultima udienza, martedì 19 gennaio, del processo per i fatti di Corelli del 7 novembre. Dopo le ultime testimonianze e le richieste del Pubblico ministero, i numerosi solidali presenti hanno occupato l’aula per una mezz’oretta, riuscendo anche ad abbracciare i reclusi ed esponendo uno striscione che diceva: «In custodia cautelare da agosto Mohamed El-Abouby è morto in carcere il 15 gennaio 2010 vittima dal razzismo di Stato. Quanti ancora volete ucciderne?».

Nel pomeriggio il processo è proseguito a porte chiuse, con le arringhe della difesa e la sentenza. Come ampiamente previsto - visto l’atteggiamento palesemente “schierato” del giudice durante tutte le udienze precendenti - le condanne sono state pesanti: sette mesi per tre dei reclusi ed un anno per il quarto. Ad uno solo dei quattro, Karim, è stata concessa la sospensione condizionale della pena, che nelle pratica ha voluto dire il rientro immediato nel Cie di via Corelli. Non solo: il giudice ha trasmesso alla procura gli atti del processo, in modo da incriminare un testimone per falsa testimonianza. Si tratta del vice responsabile della Croce Rossa nel Cie, Vinci, che aveva dato in aula una versione dei fatti diametralmente opposta a quella fornita dagli uomini dell’ispettore Addesso.

Ascolta i resoconti in diretta raccolti da Radio Blackout durante l’udienza…

…e dopo la sentenza:

macerie @ Gennaio 23, 2010

Una lettera da San Vittore

Diario

Milano 15/01/ 2010

Ciao carissimi amici/amiche,

Vi scrivo questa mia brutta e triste lettera per mettervi al corrente che oggi uno dei nostri (Elabbouby Moahamed) è venuto a mancare, è suicidato con il gas dopo avere saputo che sarebbe finito al centro di accoglienza nuovamente dopo la scarcerazione, e questo l’ha spinto a farla finita.

Lui avrebbe finito la carcerazione il 12/02/10. Questo ci turba molto noi che abbiamo il suo stesso problema e a dire la verità pensiamo tutti come lui. Speriamo che le nostre vite serviranno a cambiare le cose con questo governo fascista.
Un abbraccio a tutti voi dai vostri amici ribelli di Corelli

Kalem Fatah

 

P.s. Vorrei farvi presente che lui è di nazionalità marocchina, non algerina come risulta qui, e vorrei chiedervi per favore di avvisare il consolato marocchino dell’accaduto.

macerie @ Gennaio 21, 2010

«Perché non abbiamo fatto niente?»

Diario

Una piccola giornata dedicata alla lotta contro le espulsioni in Europa, in solidarietà con i processati di Vincennes e in ricordo di Mohammed El Abboudy, morto due giorni prima a San Vittore.

La mattina un presidio si affianca all’oramai straripante mercato abusivo della domenica di Piazza della Repubblica e trasmette in diretta uno speciale di tre ore preparato da alcuni redattori di Radio Blackout a proposito della situazione nei Cie, dei fatti di Rosarno e del processo parigino. Tutti, al mercato, sanno della rivolta di Rosarno, ma le discussioni si accendono sulla pulizia etnica che ne è seguita: «perché qui non abbiamo fatto niente?» - si domandano amaramente in molti. Tra una chiacchiera e l’altra, la piazza si riempie completamente di scritte inneggianti alla rivolta e in ricordo dei morti di carcere e di razzismo  (“Scritte d’odio”, commentano senza ironia quegli stessi giornali che ogni giorno soffiano sulle braci mai sopite della guerra tra poveri.)

Nel pomeriggio il presidio si sposta sotto al Cie, per raccogliere e raccontare le mille storie dei reclusi.

 

macerie @ Gennaio 17, 2010

È guerra, domani

Diario

Avete voluto gli schiavi…

Rigurgito dal passato o spioncino sul futuro? Ad una settimana di distanza è questa la domanda che ci preme formulare pensando a Rosarno. Risposte chiare e univoche, ovviamente, non ne sappiamo dare ma state sicuri che diffidamo - ostinatamente e per metodo  - di chi vorrebbe farci dormire sonni tranquilli.

Sui fatti, in fondo, c’è poco da discutere.

La rivolta sacrosanta di gente sottoposta ad uno sfruttamento bestiale, ammassata ai margini dell’abitato e umiliata ogni giorno, ora dopo ora. Gente utile finché può essere messa al lavoro e fino a che se ne sta zitta e discosta, rinchiusa in una condizione di apartheid non dichiarata ma concreta e rigidissima. Gente in eccedenza, invece, quando il mercato è tanto spietato che neanche ad utilizzar schiavi puoi reggere la concorrenza, quando anche il gioco delle sovvenzioni e dei finanziamenti si inceppa e non produce più quattrini. Gente ancor più di troppo perché reduce da una doppia  fuga: quella originaria dai paesi martoriati dell’Africa centrale e quella recente dalle metropoli del Nord dell’Italia, dove la guerra ai poveri si respira nell’aria insieme allo smog del traffico cittadino.

A reprimere la rivolta arriva lo scatenamento etnico, ed ha la meglio su tutto. Tanto che nel giro di poche ore quegli stessi poliziotti prima impegnati a darsele di santa ragione con i rivoltosi si trasformano in truppa di interposizione, in scorta armata dei rivoltosi tramutatisi in profughi in fuga. Sul campo arrivano operatori umanitari, come in ogni guerra moderna, e rappresentanti delle Nazioni Unite, a controllare che il disastro segua un corso bene ordinato.

Lo scontro assassino, la pulizia etnica, si svela per quel che è: uno strumento dell’economia politica. Ora a Rosarno di braccia in eccesso non ce ne sono più e, quelle che ancora avevano da fare se ne sono andate di corsa, e senza toccare un quattrino dei propri stipendi.

Ascolta la lunga chiacchierata registrata con Tiziana, una antirazzista calabrese, che ha ripercorso per Radio Blackout i fatti di Rosarno:

Fuggiti dall’Africa, poi dal Nord Italia leghistizzato, e poi ancora a gambe levate dagli agrumeti calabresi - tre volte profughi, in qualche maniera - gli scampati di Rosarno sono stati rinchiusi prima nei Centri per richiedenti asilo di Crotone e di Bari e poi - per quelli tra loro che non hanno i documenti - dentro ai Cie. A Bari, addirittura, alcuni di loro vengono “ospitati” in tende piantate in mezzo al campo da calcio del Centro: sono di troppo anche lì, e nessuno sa più dove metterli. Anche i numeri sono incerti, e fluttuanti. I compagni di là hanno raccolto qualche testimonianza di qualcuno che li ha incrociati, dentro alle celle del lager barese.

Ascolta questa diretta dal Cie di Bari, trasmessa durante la trasmissione //Macerie su Macerie// di giovedì 14 gennaio:

E questo intervento di una compagna barese, che ricostruisce per noi le condizioni dei profughi di Rosarno dentro al Cie di Bari:


macerie @ Gennaio 17, 2010

San Vittore

Diario

Venerdì sera è morto dentro al carcere di San Vittore Mohammed El Abboudy. Alla prima versione che parlava di un suicidio si è aggiunta l’ipotesi, sempre formulata dall’Amministrazione penitenziaria, di un “incidente” in cella con il gas di una bomboletta da campeggio. Ad ogni buon conto i carcerieri hanno aperto una inchiesta e, da parte loro, gli antirazzisti milanesi si sono attivati per tentare di capire la dinamica dei fatti. Oggi come non mai, quando si parla di morti in carcere, la diffidenza verso i racconti dell’Amministrazione penitenziaria è d’obbligo.

Sta il fatto che Mohammed era uno dei 14 reclusi di Corelli arrestati durante la rivolta di agosto. Insieme ai suoi compagni di prigionia, dalle aule del tribunale, aveva rivendicato la rivolta, denunciato l’aberrazione dei Cie ed in particolar modo il ruolo di aguzzino assunto dell’ispettore-capo di Corelli Vittorio Addesso. Fra un mese sarebbe dovuto uscire. “Uscire” come può uscire da un carcere un uomo senza documenti, ovviamente: tornare in via Corelli.

Continua a pag. 24163

macerie @ Gennaio 17, 2010

Un altro mese

Diario

(Questo mese il presidio inizierà alle 16.00 anziché alle 17.00)

Scarica e diffondi la locandina dell’iniziativa.

macerie @ Gennaio 16, 2010

Riprendono le ostilità

Diario

Calendario ostile prima gennaio

Scarica, fotocopia e diffondi la locandina.

macerie @ Gennaio 11, 2010

Vacanze di Natale (a Torino)

Diario

Nella sua conferenza stampa di fine anno, il 29 dicembre scorso, il questore di Torino Aldo Faraoni ha dichiarato che Torino è tutto sommato una città tranquilla. Certo, ha aggiunto, per il 2010 sono previste senza dubbio alcune “criticità”, legate ai tre “sorvegliati speciali” dell’anno nuovo: «tifosi, centri sociali e no tav».

Saranno solo tre, i “sorvegliati speciali” torinesi del 2010? In realtà, ci pare proprio che con l’anno nuovo ce ne avranno ben di più da sorvegliare, il signor Questore e i suoi questurini. Almeno a giudicare da questa breve - e sicuramente incompleta - cronologia dei fatti occorsi in città durante le vacanze di Natale…
Continua a pag. 24033

macerie @ Gennaio 6, 2010

Buon anno da Bari-Palese

Diario

«L’anno nuovo è arrivato. Come regalo ai gestori del Cie di Bari-Palese diffondiamo queste foto giunteci tramite una renna col doppiofondo. Diffondiamo queste foto in modo che tutti sappiano di che morte si “vive” all’interno di quella struttura. Diffondiamo queste foto non sperando che un giorno quel lager si dipinga di azzurro, o che, un giorno, gli “ospiti” possano finalmente mangiare su tavoli e sedie, o che un giorno, magari, arrivino letti e coperte, o che i militari di guardia non rispondano col manganello alle richieste dei reclusi.

Diffondiamo queste foto perché tutti sappiano che a Bari è in funzione un vero e proprio campo di concentramento. Ed è compito di tutti far sì che di questo posto rimangano solo macerie. Fuoco ai centri per detenzione per stranieri. Libertà per tutti.»

Alcune renne scorbutiche

Leggi anche l’articolo de la Repubblica di Bari.

Leggi e ascolta anche:

Cie di Bari: un po’ meglio

Cie di Bari: sempre peggio

 

macerie @ Gennaio 6, 2010

Panni Sporchi

Ai solidali

Panni sporchi

Molti compagni producono solidarietà come i tignosi producono pidocchi. Ne fanno in grande quantità, di ogni genere, verso ogni genere di bisognosi di attestazioni solidali: verso i perseguitati, verso i minorati, verso tutti coloro a cui è stato o sta per essere sottratto qualcosa. (…) Ora, da molti anni – perfino da troppi anni – ci chiediamo che cosa si debba intendere per solidarietà. Una dichiarazione di intenti? Un riconoscimento della situazione di distretta in cui si trova qualcuno? Un comunicato nei riguardi dell’ente repressore che l’oggetto della repressione non è solo ma trova al suo fianco noialtri agguerriti combattenti sprovvisti di comunità di intenti ma tutti orecchi nel cogliere ogni alzata di manganello? (…) La solidarietà rivoluzionaria è altra cosa. Vediamo, per l’ennesima volta, di chiarire il problema.

Penso, per amore di discussione, che si possano ipotizzare due situazioni: la solidarietà che intendo dare agli esclusi in generale e quella che intendo dare ai compagni colpiti dalla repressione. Parrebbe la medesima cosa ma non lo è. Nei confronti dei primi posso denunciare i processi repressivi ma il mio scopo primario non può fermarsi qua, deve andare oltre, devo cioè cercare di organizzare gli esclusi in questione per realizzare insieme a loro un attacco contro gli strumenti e gli uomini che questa repressione realizzano. Nei confronti dei secondi la mia solidarietà rivoluzionaria può consistere solo continuando il progetto rivoluzionario per cui quei compagni sono stati colpiti dalla repressione.

È evidente che in ambedue i casi il momento iniziale della solidarietà è solo un passaggio, perfino pleonastico se non meramente secondario, per andare a un momento successivo. Nel caso degli esclusi in generale ha lo scopo non fine a se stesso di farmi conoscere per presentare il progetto organizzativo, questo sì di natura rivoluzionaria. Nel caso dei compagni la semplice solidarietà è quasi controproducente se il mio vero scopo rimane quello di continuare il loro progetto, perché potrebbe mettere a repentaglio proprio questa continuazione, facendo conoscere pubblicamente una condivisione di intenti che non è sempre utile portare a conoscenza della repressione. Va da sé che se io non condivido il progetto dei compagni oggetto dell’attacco repressivo non sono disponibile nemmeno a fornire loro la mia solidarietà, in caso contrario quest’ultima sarebbe solo una banale manifestazione di esistenza in vita da parte mia (ecco: sono qua, esisto anch’io) e non avrebbe nulla di rivoluzionario.

(Il testo che avete appena letto è tratto dall’articolo “Solidarietà come attestazione in vita”, che potete leggere in tutta la sua  limpida durezza nel numero 4 della rivista SenzaTitolo. Come forse sapete, uno dei redattori di questa pubblicazione è stato arrestato in Grecia il primo di ottobre scorso con l’accusa di concorso in rapina con un altro anarchico. Cogliamo l’occasione per salutarli.)

macerie @ Novembre 10, 2009

Oggi come ieri

Panni sporchi

In mancanza di scontri, scoppi di petardi o occupazioni di binari, anche nel presunto “flop” di un presidio di 300 persone tra profughi e italiani solidali - un “flop” che si è trasformato in corteo spontaneo di 500 persone che ha «di fatto paralizzato il centro» - ci vanno di mezzo, guarda un po’, gli anarchici. Almeno secondo il Giornale del Piemonte.

Nella foto pubblicata sull’edizione odierna, potete ammirare il «purismo nella marginalità», di questi «pochi e isolati da tutto», forse «un tempo attivissimi», ma «ormai semiscomparsi». Insomma sempre le solite chiacchiere buone per dar aria ai denti di chiunque apra bocca e dia fiato. E sempre i soliti anarchici, che non cambiano mai, nonostante tutto. Almeno… da un annetto a questa parte.

Clicca sulla foto di oggi…

…e su quella di ieri.

macerie @ Febbraio 1, 2009