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MATERIALI: APPROFONDIMENTI

Emozioni a piene mani al ritmo dell’Improbanda di Silvia Canevara

Serata da incorniciare domenica alla Casa del popolo

Il concerto è finito, ma nessuno sembra aver voglia di alzarsi dalla sedia, come se restando immobili al proprio posto si potesse trattenere più a lungo la bellezza di quanto appena ascoltato. Indugiano anche i musicisti sul palco, con gli occhi umidi per l’emozione e la consapevolezza di aver fatto qualcosa di grande. «Andiamo su, andiamo a bere qualcosa» dice alla fine Alberto Braida, assumendosi l’onere di spezzare un incanto cominciato quaranta minuti prima, con l’entrata in scena dei nove musicisti dell’Improbanda della Casa del popolo, protagonisti di un concerto che - domenica sera - ha chiuso la sesta edizione di «Improvvisamente», la rassegna di ricerca musicale promossa dall’associazione culturale di via Selvagreca. Nata in seno a un laboratorio permanente condotto dallo stesso Braida a partire dallo scorso autunno, l’Improbanda annovera fra i suoi componenti musicisti esperti e neofiti, uniti dalla voglia di sperimentare un nuovo approccio al materiale sonoro, libero dai lacci di generi e strutture precostituite. Al centro ci sono i suoni, non le note sul rigo, i silenzi, non le pause misurate, e se poi la melodia scaturisce ugualmente, è la musica che lo chiede, non le intenzioni aprioristiche di chi la esegue. Certo, una guida ci vuole, altrimenti il tutto si ridurrebbe a un caos informe, e in questo il lodigiano Alberto Braida - nome di spicco della scena impro internazionale - sa il fatto suo: il suo approccio low profile non si traduce in una direzione approssimativa, ma si avvicina piuttosto alla maieutica socratica, a quell’arte cioè che estrae consapevolezze da chi prima non le aveva, senza bisogno di imporre regole assolute, lasciando che la verità emerga spontaneamente. Verità e bellezza, perché non ci sono molte altre parole per descrivere quello che l’Improbanda ha saputo regalare al pubblico della Casa del popolo: una bellezza intesa nel suo significato più profondo, come «ciò che piace universalmente, senza concetti» diceva Kant, non una proprietà degli oggetti quindi (della musica in questo caso), ma un sentimento. E di sentimento ce ne hanno messo tanto i musicisti sul palco, tanto da annullare negli spettatori ogni altro pensiero e stato d’animo, trasportandoli in una dimensione astratta eppure piena di vita e calore, fatta di suoni piccoli e grandi, silenzi, pure suggestioni, impossibili da tradurre in metafore. Il concerto si apre con un silenzio quasi perfetto, che piano piano si riempie di suoni armonici o discordanti, in un climax che sembra non finire mai. Poi, all’improvviso, si fa di nuovo silenzio ed emerge incantevole una melodia - unica parte scritta sul leggio dei musicisti: è il tema di Lilliput, che lentamente si gonfia alimentato dal violoncello di Anna Arioli, dal sax di Ursula Riccardi, dal violino di Simone Majocchi, dalla chitarra di Andrea Bolzoni e dai colpi di grancassa di Francesco Forzani e Daniele Frati. E quando tutta l’aria in sala è colma di suoni e di strumenti, si fa strada la sansula di Roberto Malusardi che li zittisce tutti, mentre la voce di Eleonora Tedesco legge un piccolo brano scritto dal diciottenne Federico Bonifati, una vita trascorsa a mettere insieme una mente che viaggia alla velocità della luce e un corpo che stenta a seguirla. «Mi sento musica - scrive Federico - almeno fino a quando scenderò da questo palco e ritroverò il mio spazio di terra, e il silenzio che mi fa sempre pensare alla gabbia che trattiene i miei pensieri e miei movimenti. Poi tornerà il silenzio, ma tutti ora sanno che io ho la mia voce»
(da Il Cittadino, 29 maggio 2012)




 

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