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[Sabato 23 ore 21:00 - Piazza Porta del Lago]
Teatro: Due volte mia

Descrizione dello spettacolo “Due Volte Mia”

Drammaturgia di Laura Pacelli
Regia di Francesca Montanino
In scena:
Francesca Montanino,
Laura Pacelli,
Valentina Rinaldi.

A malapena si sa della Viganò e del suo romanzo
l’Agnese va a morire. E poi? Chi altre? Quali le partigiane?

Questo spettacolo è per loro: le donne della Resistenza italiana, con uno sguardo anche al di fuori dell’Italia sia dal punto di vista storico che letterario.

Un percorso in una memoria sommersa, in cui si intrecciano storie di donne immaginarie, ma nate dallo studio di figure realmente esistite, donne provenienti da ogni ceto, ognuna con peculiarità particolari e un emblematico punto di vista, a spiegare il perché della scelta di diventare partigiane per stare da una parte, senza mezzi termini.

Dal mondo contadino a quello borghese, dalla campagna alla città, il racconto è volto ad affrontare un argomento poco conosciuto, unendo alla tragicità degli eventi un aspetto di fiduciosa speranza. “Due volte mia” è il titolo, perché il desiderio di libertà fu doppio per le partigiane: libertà dal nazifascismo e libertà personale, uno sprone all’emancipazione della donna, una volontà di rottura dei vecchi schemi. Riso e riflessione, comico e tragico, inseguendo tre staffette partigiane che fanno da filo conduttore alla storia.

Un immersione nel passato.

Il lavoro si è sviluppato in due fasi principali: la scrittura del testo, supportata da un lungo lavoro di ricerca e selezione del materiale e l’allestimento scenico.

Quante volte si scopre che la verità non è proprio una?

Si potrebbe annegare nel mare di ricordi se solo si desse possibilità a chi ha vissuto un’esperienza fondante per la società italiana contemporanea di parlare.

Nel caso delle donne della Resistenza la passione del momento è stata falciata dal momento successivo.
Poche hanno avuto il coraggio di scriverne, a poche si è chiesto di farlo. Che la società si sia rinnovata dopo la guerra lo mostra la Costituzione che ne è derivata, misto di liberalismo e tensione sociale, ma non altrettanto la burocrazia, le maglie dello stato.

La mentalità non cambia facilmente.

La seconda guerra mondiale è stata uno sconvolgimento e come tale fu più semplice sovvertire antiche soggezioni e scalfire tradizioni radicate. Non tutti i mali vengono per nuocere.

Non è cinismo questo, non si vuol dire meno male che c’è stata la guerra, ma meno male che nel male c’è uno spiraglio di cambiamento, in positivo.

Cambiamento segnato dalla lotta partigiana.

Spesso si incorre in battute che la maledicono, si sarebbe potuto aspettare gli americani e via, non servivano a niente loro, i partigiani.

Ecco qua che allora non si può fare a meno di scrivere, perché in ogni tempo il revisionismo storico fa capolino e la memoria diventa breve. Ed ecco che nel pagliaio oltre all’ago si cerca la puntina: la lotta partigiana e le sue donne.

La fatica della vita della staffetta, “ufficiale di collegamento” tra una brigata e l’altra, la durezza della vita in montagna, a causa delle difficili condizioni climatiche e della fame che divora, e quella di città, che costringe alla solitudine, al sospetto, alla paura folle di fare la fine del topo; l’antifascismo che nasce per lo più da contingenze particolari, in primo luogo dalla perdita di qualche familiare, dalle condizioni economiche pessime, dal titolo di massaia rurale che non fa altro che relegare la donna in casa sbrodolandola con chiacchiere vuote e piene di retorica; ma anche l’antifascismo che nasce prima dell’ 8 settembre ’43, quello definito politico, fatto da pochi e viene in mente Piero Gobetti e sua moglie Ada Prospero Gobetti (autrice del meraviglioso “Diario partigiano”), Emilio Lussu (autore della pungente satira al fascismo nascente “Marcia su Roma”) e la sua insostituibile compagna Joyce Salvadori e poi ancora Natalia Ginzburg e tanti e tante altre.

Tutto questo è inserito nel testo che è frutto di uno studio approfondito sul tema della Resistenza italiana e non solo (la guerra di Spagna dal ’36- ’39 contro il regime dittatoriale di Franco e la resistenza repubblicana e anche qui le sue donne, le mujeres republicanas).

Cercando in numerose biblioteche letterarie e storiche e istituti della memoria come l’importantissimo museo storico di via Tasso a Roma è emersa una verità da pochi conosciuta, una storia che vale la pena disseppellire.

Non era possibile non lasciarsi coinvolgere da un argomento tanto vicino a noi, specialmente per la forza che ispira, l’intensità del sentimento e della volontà che lasciano ammutoliti.

Gente come tanta altra, dicono di loro le partigiane, né più né meno. Sarà così, ma rischiare la vita non sembra proprio una passeggiata.

È innegabile, te la fai sotto, ma ne vale la pena e, solo dopo, quando esci vivo dalla guerra e i nazisti viaggiano prostrati verso la Germania distrutta, fa un effetto strano ripensarsi così vitali, disperatamente vitali come direbbe Pasolini, che con le sue poesie sulla Resistenza e sul fratello Guido morto combattendo coi partigiani, non può non commuovere.

Eravamo giovani, perseguitati e felici, dice la scrittrice partigiana Miriam Mafai nella prefazione al libro di Lisli Carini, altra resistente.

Perseguitati ma felici nell’atto un po’ sfacciato di chi sa di stare nella parte giusta e combatte per quella, fino anche a morirne.

Come Lucia Testori, i cui racconti sono stati preziosi e intensi, e come “nonna” Irma Pistoi e la Resistenza accanto al marito Ennio, grande partigiano.

E poi Walkiria, l’inimitabile Walkiria Terradura e i suoi racconti. Partigiana in Umbria, fu la prima donna nel centro Italia a comandare una squadra. Non è il nome di battaglia il suo, è quello anagrafico. Walkiria, quasi che il padre avesse immaginato per lei un futuro di combattente. Una splendida ottantenne con una capacità di stregare qualunque uditorio e una voglia di vivere immensa.

È anche per loro questo testo, è anche per le loro storie e ciò che ci hanno raccontato.

Se solo si ascoltasse un po’ di più, verrebbe sempre voglia di essere partigiani.

Ognuno del suo tempo, con mezzi diversi, ma partigiani, pronti a prendere una posizione. “Sono partigiano perciò parteggio. Odio gli indifferenti”, diceva Gramsci.

La parola è appunto l’aspetto fondamentale di questo lavoro, e ad essa verrà data la dovuta importanza, scegliendo l’essenzialità e la semplicità assolute per l’allestimento.

Saranno tre attrici in scena ad incarnare tutti i personaggi che si incastrano nel racconto: donne del nord e del sud, diverse per ceto, istruzione, vissuti. Il filo che le tiene insieme sono i poemi dell’Ariosto e del Tasso.

Avvicinare le nostre staffette alle grandi guerriere dell’ Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata, sempre pronte a combattere e anche a morire, a dispetto di quello che il loro ruolo gli imponeva, ci è parso un modo per renderle universali.

Che sia cavallo o bicicletta le nostre Clorinda, Angelica, Bradamante sono sempre pronte a montare in sella.

Al racconto rielaborato, re-inventato delle donne sulla scena, si affiancheranno i racconti fatti direttamente, attraverso le nostre registrazioni, di chi la Resistenza la face davvero.

Testimonianze di ex- partigiane a creare un tessuto unico, un viaggio completo nella loro, nella nostra memoria.

Presentazione del gruppo

Tubalibre è un gruppo teatrale nato tre anni fa a Roma dalla passione di alcuni giovani studenti di teatro e letteratura, provenienti da formazioni differenti come l’Accademia d’Arte Drammatica, le scuole all’estero o l’università.

Con il nostro incontro si sono uniti l’amore per la scrittura, la rielaborazione drammaturgica, la ricerca storica e sociale destinate al teatro.

E’ nato così, due anni fa, un progetto triennale dedicato alla storia delle donne nel Novecento che si sviluppa in un ciclo di sei spettacoli: ogni anno due lavori per raccontare, filtrate dal nostro sguardo di ventenni, tre generazioni di donne (dagli anni quaranta ai giorni nostri).

Ciascuna coppia di spettacoli vede un lavoro corale, che indaga sugli eventi sociali e privati che caratterizzavano gli anni oggetto di indagine, incontrarsi con uno spettacolo monologante o per pochi attori che pone invece l’accento sui fatti storici e politici.

Punto di partenza del lavoro è sempre la ricerca di fonti: bibliografiche, audiovisive, testimonianze dirette, dalle quali si estrapolano i momenti interessanti, che andranno a costituire il filo conduttore da cui parte il lavoro con gli attori.

Da un periodo di lavoro di gruppo intensivo, fatto di improvvisazioni, letture, discussioni, si individuano i nuclei centrali su cui porre l’accento nel lavoro, immediatamente successivo, di scrittura del testo.

Completato il lavoro drammaturgico, si passa alla costruzione vera e propria dello spettacolo, in cui al lavoro attoriale e registico si affianca quello scenografico, musicale e audiovisivo, elemento fondamentale della costruzione del lavoro.

Il 2006 è l’anno della prima coppia di spettacoli, che racconta gli anni quaranta, dalla guerra al boom economico.

A giugno ha così debuttato Racconto Per Emma, spettacolo corale che racconta la generazione “delle nostre nonne” attraverso il rapporto con maternità, la società prettamente maschile e il nascere di un nuovo pensiero femminile.

A questo lavoro si affianca un secondo spettacolo, Due volte Mia, sulle donne che parteciparono attivamente alla
Resistenza italiana.

Si conclude così il racconto di una prima generazione, che speriamo possa conoscere un seguito nel 2007, con altri due spettacoli che guarderanno agli anni ’70 e l’avvento del femminismo e, nel 2008, con l’ultimo ciclo dedicato alla storia delle donne gli ultimi anni del Novecento fino ad oggi.

due volte mia

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